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Vocazione? No, grazie! E perché?

Quello che mi fa pensare non sono le scarse risposte alle numerose chiamate, ma le motivazioni delle sordità, delle resistenze, dei rimandi e dei no. Ritengo che tanti giovani avvertano il fascino e la seduzione della chiamata e della vita tutta rimessa al Signore da spendersi per il Vangelo...


Vocazione? No, grazie! E perché?

da Teologo Borèl

del 23 giugno 2006

Mi ritorna, ogni tanto, in mente uno 'sfogo', fatto una cinquantina di anni fa, da un mio insegnante.

Rilevava che nella Chiesa si prega tanto per le vocazioni. Anzi, intere famiglie religiose, persone consacrate, laici e laiche insieme al pregare, mettono penitenza, sacrifici, opere buone, beni materiali, vita spirituale all'insegna della misura alta della santità. Eppure i Seminari, i Conventi, vanno svuotandosi e restano deserte le Case di formazione; si registrano cali di vocazioni e scarsità o, peggio, assenza di ingressi. Questo mio insegnante si chiedeva: ma dove andrà a finire tutto questo pregare e sacrificarsi? Poi alzava gli occhi e le mani al cielo e concludeva: è un mistero, è un mistero! Non metto in dubbio che la crisi vocazionale ha del misterioso perché è generale. Ma credo che si debba avere la certezza di fede che il Padrone della messe ascolta ed esaudisce la e le preghiere per le vocazioni: si prega qui e ora e le vocazioni spuntano invece là e in altri tempi. Non dubito che il Signore ha cura del suo popolo e sa di che cosa e di quanto ha bisogno anche in fatto di vocazioni. Dio fa bene la sua parte e la fa tutta e non deve renderne conto a nessuno.

Quello che invece mi fa pensare non sono le scarse risposte alle numerose chiamate, ma le motivazioni delle sordità, delle resistenze, dei rimandi e dei no. Ritengo che tanti giovani avvertano il fascino e la seduzione della chiamata e della vita tutta rimessa al Signore da spendersi per il Vangelo e il servizio della comunità cristiana. Oso pensare che ci si blocchi per una visione negativa e un giudizio non benevolente di sé; si ha poca stima di sé perché ci si misura sul proprio negativo.

Ho l'impressione che la paura prenda il posto della fede-fiducia per cui si teme di non farcela a stare al passo della vocazione. Ma, sotto sotto, forse c'è la nebulosa situazione affettivo-sessuale che scoraggia e porta a pensare che non si è adatti ad una vita celibataria.

E questo perché la vita affettivo-sessuale è considerata e trattata come un tabù: si ha paura, per non dire imbarazzo e vergogna, a vederla, a carte scoperte, con un educatore o amico dell'anima e ad avviarne una umanizzazione o rieducazione, quasi una ricostruzione interiore; e a ritenerla come una spiritualità, la spiritualità di base come esperienza della propria vocazione alla relazione, all'amore, al dono di sé; in questo campo è facile essere 'ineducati' e 'maleeducati' per autodidattismo, non sempre chiaro e retto.

Le difficoltà che una persona può riscontrare a gestire la propria affettività per mancanza di significato del progetto di Dio e per esperienze non sempre e non del tutto positive, non sono tali da bloccare in partenza il prendere in considerazione una ipotetica vocazione. Non è cosa buona autolesionarsi ed autoescludersi in partenza senza aver guardato in faccia alla propria realtà con accanto una persona che può dare qualche luce e qualche dritta.

In concreto, mi pare che una persona potrebbe fare questo esercizio: dopo aver pensato a che cosa, in punto di morte, avrebbe voluto scegliere e fare nella vita fino a quel momento, raccontare, con carta e penna, la propria storia vocazionale; quindi mettere, ancora per iscritto, da una parte, le ragioni che spingerebbero verso una vita consacrata nel celibato; dall'altra parte le ragioni, le situazioni, le cose, ecc. che porterebbero a tirarsi indietro; in altre parole, il pro e il contro.

Quindi rileggere, esaminare e valutare queste cose, senza darne preliminarmente un giudizio di merito o di demerito, non da soli ma con l'affiancamento e il discernimento di un amico dell'anima e così vagliare quanto e come sono da prendere in considerazione in ordine ad una scelta o abbandono di campo. Il tutto nel clima di tanta intimità col Signore e di molta preghiera perché, senza il Signore, senza l'invocazione della luce dello Spirito, non avviene nulla. Quando si punta sulla maturità in Cristo, allora si è leali e docili all'azione dello Spirito che fa guardare più al dono che si riceve che non a ciò che si lascia. In questo contesto è necessaria la fede-fiducia che Colui che e quando chiama rende possibile la risposta dal punto dove si è raggiunti dalla sua voce interiore.

don Guido Oliveri

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