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Verso il 9 aprile di Giulio Andreotti

«Non è facile rispondere al quesito sulle differenze tra l'attuale campagna elettorale politica e quelle che si sono svolte in sessanta anni di vita democratica postbellica. Voglio però iniziare con un rilievo positivo: crollata l'Unione Sovietica con il suo “concreto” internazionalismo, non vi è più il timore, quale che sia il risultato del 9 aprile, che vengano messe in pericolo le libertà fondamentali dei cittadini. Prima, questo timore c'era».


Verso il 9 aprile di Giulio Andreotti

da Quaderni Cannibali

del 25 marzo 2006

Non è facile rispondere al quesito sulle differenze tra l’attuale campagna elettorale politica e quelle che si sono svolte in sessanta anni di vita democratica postbellica. Voglio però iniziare con un rilievo positivo: crollata l’Unione Sovietica con il suo “concreto” internazionalismo, non vi è più il timore, quale che sia il risultato del 9 aprile, che vengano messe in pericolo le libertà fondamentali dei cittadini. Prima, questo timore c’era. In particolare ci fu nello scontro frontale del 1948, svolto nel clima inquietante suscitato dall’occupazione della Cecoslovacchia e dai processi non solo contro le gerarchie cattoliche (la persecuzione del cardinale di Budapest Mindszenty fu traumatica) ma contro i protestanti. Sul piano politico l’allarme era dato anche dalla avvenuta pubblicazione del patto stipulato, sotto l’egida di Mosca, dai partiti comunisti di tutta Europa (Cominform) con la firma, per l’Italia, di Luigi Longo e di Eugenio Reale. Del documento, segretissimo, era venuto in possesso il presidente De Gasperi e per evitare pericolosi sospetti sui due firmatari andai io a portarlo al presidente francese Schuman, facendolo pubblicare a Parigi. Il Partito comunista italiano lo dichiarò subito falso; ma qualche anno dopo Eugenio Reale, abbandonando il Pci, ne certificò l’autenticità.

 

Per il 18 aprile 1948 vi fu, in doverosa convergenza difensiva, anche lo schieramento aperto della Chiesa, con i Comitati civici e le pattuglie volanti dei frati di Bologna. Va detto che la decisione dei socialisti di presentarsi in liste uniche con i compagni delle Botteghe Oscure aveva contributo a rendere più chiare le posizioni. In precedenza (elezioni del 1946) erano scesi con liste separate, sia pure con lo slogan nenniano di «marciare divisi per colpire uniti».

 

È ingiusto però interpretare il successo del 1948 come mera difesa dal “pericolo rosso”. La Democrazia cristiana si presentò con un preciso programma positivo, imperniato sulla riforma agraria e su una politica per correggere la storica depressione del Sud. E mantenemmo fede a questo (nell’anno magico 1950) anche se sapevamo che gli espropriati ce l’avrebbero fatta pagare. Una parte della borghesia alimentò il Partito monarchico non raccogliendo l’appello che De Gasperi rivolse in un discorso a Predazzo nell’agosto 1952, invitando a riflettere che indebolendo la Dc rischiavano di far conquistare dalle sinistre la maggioranza relativa. Per esattezza l’invito alla non belligeranza lo limitò ai monarchici, escludendo qualunque rapporto con l’estrema destra nostalgica, che definì «i gambalati che ci ricordavano il passo dell’oca».

 

Per richiamare l’attenzione su questo pericolo, il presidente si rivolse anche – inviando me come nuntius – al re in esilio, con il quale aveva avuto, prima e subito dopo il referendum, un rapporto molto disteso. Per fronteggiare il calo di consensi (verso noi democristiani ma, ancor più, verso i partiti con noi alleati), si dette vita alla riforma elettorale che fu definita – ed è tuttora citata come – “Legge truffa”. Consisteva in un “premio” alla coalizione che avesse superato il cinquanta per cento dei voti. L’arrotondamento portava ad avere i due terzi dei seggi della Camera e proprio questa cifra suscitò la reazione furiosa delle sinistre, con un boicottaggio astensionista in Senato, superato solo con un colpo di mano presidenziale (Meuccio Ruini) in un autentico tumulto dell’aula. Il presidente Einaudi mandò tutti a casa, compresi i senatori che dovevano invece restare ancora un anno.

 

Il premio, sia pure per poco, non scattò; ma gli alleati di governo avevano un numero di mandati sufficienti per continuare. Vi fu però la secessione di Saragat motivata con la protesta per una presunta e del tutto falsa notizia di un accordo segreto tra De Gasperi e Nenni. Ripeto che era assolutamente inesistente. Saragat rimase sotto la tenda e si rifiutò di incontrare il presidente che, aderendo alle richieste di Einaudi, formò il suo ottavo governo, monocolore democristiano. Un appello pubblico in Aula per la non belligeranza dei monarchici (l’astensione bastava) cadde nel vuoto. Il “Comandante” Lauro affacciò apertamente il sospetto che De Gasperi subito dopo l’estate sarebbe tornato ai vecchi amori di centrosinistra rigettando loro monarchici nel ghetto. Di fatto, dopo la parentesi semitecnica del governo Pella e la morte nella culla del governo Fanfani, il quadripartito storico si riformò con Scelba e tenne le scene anche con Segni, Rumor e Moro, mentre naufragò il tentativo gronchiano del governo Tambroni.

 

In una sottile gara tra Fanfani e Moro per sganciare Nenni da Togliatti (operazione coltivata in segreto ma molto concretamente anche da Washington) si arrivò ai governi di centrosinistra, il primo dei quali, con l’appoggio esterno dei socialisti, fu stranamente definito come pulito. De Gasperi ci aveva insegnato che la politica interna è strettamente collegata con quella estera. Dopo i piccoli passi nenniani, anche i comunisti si mossero. Berlinguer non era Togliatti e un suo progressivo affrancamento da Mosca si abbinò agli approcci con Moro imperniati sulla graduale accettazione del Patto atlantico e della Comunità europea.

 

Mi trovai a presiedere nel 1976 il governo detto della non sfiducia, verso il quale i comunisti rinunciarono all’opposizione che durava dal 1947. Inde irae delle Brigate rosse, fossero o no aiutate dall’Est. Purtroppo Aldo Moro pagò con la vita l’adempimento della sua missione storica. Tornando alle elezioni, ogni volta noi democristiani registravamo un calo, mentre i comunisti crescevano. Le formule governative evolvevano (o involvevano?) di pari passo.

 

Ma anche le tecniche della propaganda dei partiti sono via via profondamente mutate. A parte il tentativo di regolare l’affissione dei manifesti (agli inizi si faceva a gara per collocarli anche in cima ai campanili e sulle torri civiche), impegnativo era il contatto diretto con gli elettori in comizi, all’aperto o al chiuso. La gente accorreva, anche molte donne, e partecipava con applausi, con fischi, con interruzioni (se indovinavate la risposta immediata era un trionfo). Nella mostra allestita per i cinquanta anni dalla morte di De Gasperi ha fatto molta impressione la grande fotografia di piazza del Duomo, gremitissima durante un suo comizio ai milanesi. Ma devo dire per lunga esperienza personale che si ritornava da questi contatti anche nelle piazze dei piccoli comuni con una gioia profonda nel cuore.

 

Una novità fu rappresentata dalla propaganda attraverso la radio con spazi dati a tutti i partiti. Ricordo la serietà dei comunisti. Giancarlo Pajetta, che pure era un oratore efficace, andò a scuola di dizione per utilizzare al meglio il quarto d’ora assegnato. Sopravvenne poi, con rapido e crescente impatto, la televisione. Oggi molti attribuiscono alla televisione stessa un ruolo prevalente. Negli Stati Uniti e in Francia c’è chi sostiene che il confronto finale tra i concorrenti è determinante per il successo. E fu proprio Mitterrand a dirmelo spiegando perché la prima volta Giscard d’Estaing lo... fece nero, ma sette anni dopo, cambiando interamente modulo, riuscì lui a sconfiggerlo.

 

Un quesito pertinente concerne in generale la televisione, ai fini della propaganda politica. Ha più importanza la frequenza di apparizioni o il contenuto dei “messaggi”? C’è chi considera la politica una merce e attribuisce pertanto importanza alla frequenza dei messaggi; altri, viceversa, puntano sulla efficacia di un’indovinata trasmissione. Personalmente sono del secondo parere. Un collega berlusconiano invece mi ha spiegato il valore della tesi opposta. Me lo disse il giorno in cui molti ritennero che Berlusconi cantasse fuori dal coro sostituendosi all’allenatore del Milan, con il discorso sulle due punte. Per tre giorni almeno, mi disse, i lettori della Gazzetta dello Sport che non si interessano affatto di politica parleranno di Silvio.

 

Circa Berlusconi devo invece deplorare il modo con cui l’opposizione ha commentato il suo viaggio recente negli Stati Uniti. Che abbia avuto successo, come italiani dovremmo rallegrarci tutti. Lo stesso dico – e non avvenne – quando accoglienze molto calde furono riservate dalla Casa Bianca a Massimo D’Alema. Purtroppo il clima politico interno, con la contrapposizione dei Poli, è deteriorato. A parte che all’interno delle due Case non vi è affatto omogeneità, è scomparso il dialogo politico. Gli antagonisti non sono più avversari, ma nemici. Non parlano, ma si contano.  Spero – ma non è certo – che la piccola reintroduzione della proporzionale serva a correggere questa aridità.

 

Più delle altre volte il risultato delle elezioni politiche a poche settimane di distanza è incerto. E questo in fondo non è male, perché può combattere la tentazione di non partecipare, che è comunque negativa. Un certo peso, anche se meno che nei mesi passati, sta avendo il discorso sull’intervento ecclesiastico che, specie in connessione con il referendum sulla fecondazione artificiale, ha toccato punte molto acute, in una duplice confusione di base. Fedeli all’impostazione costituzionale sui rapporti tra Chiesa e Stato, ciascuno nel proprio ordine e nel rispetto dei Patti Lateranensi (con la modifica concordataria Craxi-Casaroli), a noi sembrano fuori di luogo tante deformazioni e dispute. Ci si dovrebbe rifare alla posizione molto precisa del presidente Ciampi. Il suo discorso durante la visita a Giovanni Paolo II rimane esemplare e dovrebbe essere preso come norma di linguaggio.

 

Vorrei però osservare che il cosiddetto mondo cattolico italiano giuoca troppo in difesa, quasi dovesse farsi perdonare intromissioni. Dovremmo essere un po’ più fieri. Il cristianesimo non è un handicap per l’Italia. È vero il contrario. Mussolini disse che se non fossero venuti a Roma, i cristiani sarebbero stati una delle tante sette, come gli Esseni. Il problema va posto diversamente. Cosa sarebbe l’arte italiana, ad esempio, senza i soggetti cristiani? Ma – andando ad altro tema – sulla scuola cattolica leggiamo spesso polemiche su veri o presunti aiuti pubblici (comunque, quando ci sono, esigui). In totale disarmonia con il giuoco di squadra, ad esempio, l’onorevole Boselli ha tuonato in proposito alla televisione. Vogliamo invece deciderci a dire che le scuole cattoliche hanno dato un grande contributo alla formazione degli italiani? Quando lo Stato ignorava l’istruzione professionale, ad esempio, i Salesiani e i Giuseppini formavano tecnici e specialisti contribuendo alla prima industrializzazione nell’Italia del nord.

 

Non dispiaccia un’altra citazione. Nel giusto elogio biografico del nuovo governatore della Banca d’Italia, agenzie e giornali hanno tutti ricordato la sua formazione all’istituto Massimo di Roma, uno dei fiori all’occhiello dei Gesuiti. Non insisto sul tema. Ma mi pareva giusto accennarlo, anche se in queste settimane l’attenzione è posta su questioni più politiche e su prospettive immediate.  

Giulio Andreotti

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