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Tutti uguali di fronte al maremoto

Il maremoto ha messo a nudo i nervi, ha reso evidente la povertà sbattendocela in faccia attraverso quei 120mila morti. Non è sufficiente dire che il fenomeno era imprevedibile. Poniamoci, piuttosto, una domanda: è possibile dare speranza a milioni e milioni di poveri? √â possibile uno sviluppo dell'Asia che sia meno drammaticamente squilibrato? La risposta è sì. A patto che non ci si limiti a dire che quei popoli sono poveri, ma si vada oltre, si cerchi di comprendere quali sono e dove affondano le radici della povertà. La lezione che può darci il maremoto è proprio questa. Insieme alle case occorre ricostruire la speranza nel futuro di interi popoli. Negli occhi e nell'anima non deve rimanere solo la morte che ci rende tutti uguali, perfino nelle fosse comuni.


Tutti uguali di fronte al maremoto

da Quaderni Cannibali

del 01 gennaio 2002

Da molti è stata definita una catastrofe epocale. Sì. Il maremoto che ha investito il sud-est asiatico è tale. Un fenomeno che ha rivelato la fragilità di una terra e dei suoi cittadini. La stragrande maggioranza dei quali poveri. Quegli stessi poveri che rappresentano la percentuale più alta delle 120mila e, forse, molte di più, vittime. Il mondo è rimasto sgomento, traumatizzato, scioccato per la furia che si è abbattuta su quei paesi. Si è mobilitato, si sta mobilitando. Tutti. Governi, organizzazioni non governative, Onu, semplici cittadini, che trovano nella forma dell’sms una modalità per partecipare al dolore e per dimostrare la propria vicinanza a quelle popolazioni. Quegli stessi sms che hanno dato sollievo alle famiglie di chi aveva deciso di partire per una vacanza esotica. Quegli occidentali che riempiono le spiagge che si affacciano sull’Oceano Indiano. Quello stesso oceano che ha regalato momenti indimenticabili e che ora ha scaricato tutta la sua furia sulla terra. Violentandola. Squassandola. Seminando morte ovunque. Quella morte che rende tutti uguali: poveri e occidentali.

Ma è proprio questo il punto. L’allarme e l’orrore sarebbero stati gli stessi se non ci fossero stati migliaia e migliaia di occidentali a trascorrere in quei luoghi le vacanze natalizie? Forse no. Un grande quotidiano italiano ha scritto, nel chiudere un pezzo sulla tragedia pubblicato a pagina 2: “Lungo le coste della disperazione seguita all’onda di domenica si bruciano i corpi senza gioia né troppe cerimonie. Per necessità. Come era avvenuto tante altre volte in quelle regioni: nel gennaio 2001, ad esempio, dopo lo spaventoso terremoto in Gajarat, nord-ovest dell’India, che aveva causato 25 mila morti. Ma questa volta è tutto più drammatico, più grande il numero delle vittime, più complessa la gestione del dopo, dato il grande numero di occidentali rimasti coinvolti. In un orrore di cui non si vede ancora la fine”. Sì, gli occidentali. Come a dire che il dramma lo hanno vissuto gli occidentali. Diciamo piuttosto, anche. Ma ricordiamoci di quelle testimonianze che raccontato di locali più preoccupati di salvare e aiutare noi bianchi piuttosto che loro stessi. Piccoli miracoli. La solidarietà dei cingalesi, degli indiani, dei tailandesi, degli indonesiani. Guardiamoli negli occhi quegli uomini e quelle donne più preoccupati di aiutare chi da lì a poco, con un volo intercontinentale, lascerà per sempre quei paesi mutilati fin nell’intimo. Invece, loro, rimarranno.

Sei anni fa ho incontrato e intervistato padre Gustavo Gutiérrez, peruviano e fondatore della Teologia della liberazione. L’America Latina era stata squassata dal Nino e dal ciclone Mitch, migliaia di morti. Guitiérrez ha fatto questa riflessione: “Non è sufficiente dire: il ciclone ha fatto tanti morti. Occorre capire da dove vengono queste morti e quale è la loro condizione sociale ed economica. Questo non per essere conflittuali, ma per essere chiari e sinceri. La stragrande maggioranza dei morti appartiene alla classe più povera. Dobbiamo evitare di ricreare le condizioni di povertà. Questa può essere un’occasione per costruire la giustizia”.

Il maremoto ha messo a nudo i nervi, ha reso evidente la povertà sbattendocela in faccia attraverso quei 120mila morti. Non è sufficiente dire che il fenomeno era imprevedibile. Poniamoci, piuttosto, una domanda: è possibile dare speranza a milioni e milioni di poveri? É possibile uno sviluppo dell’Asia che sia meno drammaticamente squilibrato? La risposta è sì. A patto che non ci si limiti a dire che quei popoli sono poveri, ma si vada oltre, si cerchi di comprendere quali sono e dove affondano le radici della povertà. La lezione che può darci il maremoto è proprio questa. Insieme alle case occorre ricostruire la speranza nel futuro di interi popoli. E come in tutte le tragedie ci sono anche dei piccoli miracoli.

Ma il miracolo più grande sarebbe quello di non lasciare a loro stessi milioni di poveri. Negli occhi e nell’anima non deve rimanere solo la morte che ci rende tutti uguali, perfino nelle fosse comuni.

Angelo Ferrari

http://www.cesvi.org

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