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SFIDE E PROSPETTIVE DELLA PG SALESIANA. Intervista a Don Claudio Filippin

Don Claudio Filippin sui cambiamenti, le difficoltà e le risorse delle comunità salesiane della regione Italia nell'accompagnamento dei giovani (marzo 2006).


SFIDE E PROSPETTIVE DELLA PG SALESIANA. Intervista a Don Claudio Filippin

da MGS News

del 11 luglio 2006

Domanda. Per la sua relazione è partito dalla constatazione delle trasformazioni socio-culturali che stanno interessando i giovani e il mondo della fede. Vuole brevemente riassumerle?

Risposta. Vedo che i giovani di oggi sono molto sensibili su certi valori e capaci di lasciarsi coinvolgere da questi, sono disposti a fare esperienze positive. Difficile poi diventa con loro arrivare a delle scelte coerenti e durature. La fede viene rinchiusa nella sfera del privato diventando sempre più marginale nella vita di molti nostri giovani e laici che incontriamo. Si assiste ad una fede che incide poco nella vita privata e nella cultura d’oggi dove i valori evangelici vengono relegati ai margini. Siamo attanagliati da un secolarismo e un laicismo che ci portano ad una esistenza senza Dio e ad un relativismo sempre più diffuso. È un fenomeno questo che coinvolge non solo il mondo dei giovani, ma anche quello dei laici con cui operiamo, collaboratori e genitori. Tra i tanti elementi che emergono nei nostri ambienti due mi sembrano di particolare rilevanza. Mi riferisco in primo luogo al ruolo della famiglia. Da una parte assistiamo ad un maggior coinvolgimento dei genitori negli interventi educativi e allo steso tempo constatiamo una crisi sempre più allargata di questa istituzione con conseguenze di disagio profondo in molti nostri ragazzi e giovani. Un secondo elemento che sta cambiando i nostri ambienti e il nostro modo di lavorare è la presenza di un numero sempre maggiore di immigrati sia nella scuola - formazione professionale, sia nell’oratorio. Questa presenza domanda la capacità di un’educazione nuova che apra alla interculturalità, alla solidarietà e alla capacità dia accoglienza.

 

D. Come cambia la Pastorale Giovanile in questo quadro? Quali i punti deboli della PG attuale nelle comunità rispetto alle trasformazioni di cui sopra? Riesce ad adattarsi ai mutamenti continui, a stare al passo coi nostri giovani?

R. Molte sono le sfide che bisogna mettere in conto. Tra queste la prima è quella di creare un interesse a riguardo del discorso sulla fede. È soprattutto l’indifferenza che bisogna scalfire. Durante la Visita d’Insieme è emersa con insistenza la necessità del primo annuncio che possiamo tradurre nella necessità di aprire l’interrogativo del soprannaturale nella vita della maggior parte dei giovani che avviciniamo. La seconda sfida: riuscire a parlare il linguaggio dei giovani stessi. Ci si riconosce concettualmente lontani dai giovani, spesso ci scopriamo incapaci di entrare in dialogo con loro, ci si trova impostati su modalità di azione datate.

 

D. Anche alla luce dell’intervento di don Antonio Domenech, quali le chiavi per una PG di qualità nel contesto attuale?

R. Tra le istanze emerse nella Visita d’Insieme mi sembra interessante quella di accettare la sfida di creare comunità di salesiani e laici che testimonino la gioia della fede. Le nostre comunità educativopastorali devono diventare in modo più esplicito comunità di fede. Emerge la necessità di una Pastorale Giovanile che punti in modo più deciso al “contagio” cioè che porti a creare un ambiente che attiri perché ricco di testimonianza e proposte coinvolgenti. Una CEP capace di realizzare il compito dell’evangelizzazione e di accompagnare i giovani nel loro itinerario di fede e discernimento vocazionale. Don Domenech ci ha invitato a saper creare nei nostri ambienti momenti di presentazione sistematica del nucleo della fede cristiana e proporre momenti espliciti di esperienza di fede.

 

D. Quali nuove prospettive si aprono?

R. Recuperare il senso comunitario della nostra missione perchè i nostri interventi non possono essere frutto di navigatori solitari. Tutto sembra spingere ad investire di più nella CEP e nel PEPS contro il pericolo dell’individualismo che porta all’esperienza della frammentazione. La mentalità progettuale che sta, anche se con fatica, emergendo diventa sicuramente carica di prospettive di futuro. L’attenzione poi al mondo dell’emarginazione e del disagio è un altro fronte che, proprio perché viene sempre più messa in evidenza, diventa un ambito capace di rigenerare nuove energie e suscitare scelte di impegno in salesiani e laici.

 

D. A proposito di vocazioni, Le sembra che la PG sia attenta ad esse? Perché secondo Lei ci sono difficoltà di vocazione oggi, sia rispetto alla vita consacrata e sacerdotale, che di impegno sia nella famiglia salesiana che in altri campi di impegno ecclesiale?

R. C’è un discorso di fondo che è trasversale a tutte le proposte e contesti di cammini: una indecisione cronica sempre più esplicita. Soprattutto si va sempre più accentuando la cultura dell’esperienza e del volontariato senza entrare minimamente nella logica della scelta e della vita vissuta come vocazione con tutto il discorso di definitività che a questa consegue. Prendendo atto di questo contesto credo si debba osare di più nel saper accompagnare in modo specifico le vocazioni di speciale consacrazione. Dalla Visita d’Insieme siamo tornati a casa con un invito ad un’attenzione specifica all’annuncio vocazionale esplicito, alla proposta personale decisa, all’accompagnamento spirituale costante. Credo che bisogna dare maggior spazio alla capacità di accompagnare con iniziative specifiche e appropriate i semi di vocazione di particolare impegno nella società e nella chiesa. Dal convegno emerge sicuramente un invito ad una particolare attenzione e sollecitudine per le vocazioni alla vita religiosa salesiana. Ci è stato ricordato che questa è una priorità della nostra missione.

 

D. Secondo lei, la PG è attenta alla dimensione della famiglia, delle giovani coppie, o i nostri giovani sono praticamente abbandonati una volta che si aprono a questa nuova fase della loro vita?

R. Proprio perché si vive in questo contesto va fatto molto di più per far crescere nei giovani l’idea della vocazione al matrimonio, l’idea della vita di coppia da vivere secondo i parametri del Vangelo. L’educazione al matrimonio mi dà l’impressione che sia poco sviluppata nei nostri ambienti. Anche la scelta del cooperatore come una via specifica di vivere il cammino al matrimonio viene facilmente glissata.

 

D. Per una PG di qualità, che sia davvero vocazionale, ma anche veramente evangelizzatrice, quali risorse attivare soprattutto negli ambienti salesiani?

R. Per me è un discorso da affrontare già con i ragazzi e gli adolescenti. Si tratta di trasmettere già ai ragazzi la consapevolezza che la vita viene da Dio e questi dall’eternità ci ha pensato con un suo progetto. Scoprirlo è compito di ogni cristiano e fonte di realizzazione della vita. Una seconda risorsa che viene in luce è la collaborazione e il coinvolgimento nel campo educativo- pastorale dei laici. Se riusciamo ad assicurare una formazione comune con loro che ci porti a crescere nella condivisione dello spirito e della missione salesiana, se riusciamo camminare assieme a loro per avere a cuore Don Bosco, il suo carisma, la sua passione di fare del bene per i giovani, soprattutto quelli in cui si sommano più segni di disagio, sono convinto che la loro presenza può rendere più completo e incisivo il nostro intervento educativo. Il rinsaldare il senso della complementarità e reciprocità nella missione educativa con loro porterà ad una maggior efficacia educativa. Un’ultima risorsa che mi piace sottolineare e che spesso è stata richiamata durante la Visita d’Insieme è la possibilità di individuare in ogni ispettoria alcune comunità salesiane disposte e capaci di accogliere al suo interno e accompagnare giovani in ricerca vocazionale. Sono convinto che la vita delle nostre comunità è ancora in grado di stimolare i giovani e portarli ad entrare in sintonia con Don Bosco.  

Donbosconews

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