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Senza memoria dell'io, avremo figli senza libertaÃÄ

Siamo davanti al libro di un osservatore acuto, che coglie la sfida piuÃÄ grande che la societaÃÄ si trova ad affrontare, cioeÃÄ la sfida educativa, rispetto alla quale le altre, quella economica, sociale e politica, non sono che conseguenze.


Senza memoria dell'io, avremo figli senza libertaÃÄ

del 04 febbraio 2013

 

 

Il 25 gennaio 2013, a Milano, organizzata dal Centro Culturale di Milano e della Rizzoli, si eÃÄ svolta la presentazione del libro di Antonio Polito Contro i papaÃÄ. Come noi italiani abbiamo rovinato i nostri figli, al quale hanno partecipato, oltre all'autore, don JuliaÃÅn CarroÃÅn, presidente della FraternitaÃÄ di Comunione e Liberazione, e Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera. Pubblichiamo qui di seguito l'intervento di don CarroÃÅn. 

 

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Ringrazio prima di tutto Antonio Polito per questo invito di cui mi sento veramente onorato. Il libro che presentiamo oggi eÃÄ un grido, una provocazione, una domanda: ma dove stiamo portando i nostri figli? Tanti genitori si ritroveranno in questo interrogativo. EÃÄ una domanda che in non pochi casi diventa preoccupazione, e a volte angoscia, percheÃÅ molti non sanno da che parte girarsi, dove guardare per uscire dall’impasse in cui a volte si trovano. Questo eÃÄ un segno palese della confusione che domina il nostro tempo, in cui pure abbiamo visto nascere, crescere, svilupparsi tante cose belle, tante conquiste della scienza, ma alla cosa piuÃÄ cara, i nostri figli, non sappiamo offrire qualcosa di veramente significativo affincheÃÅ possano orientarsi in mezzo alla confusione in cui si trovano a vivere.

Siamo davanti al libro di un osservatore acuto, che coglie la sfida piuÃÄ grande che la societaÃÄ si trova ad affrontare, cioeÃÄ la sfida educativa, rispetto alla quale le altre, quella economica, sociale e politica, non sono che conseguenze. Ma Antonio non identifica solo la sfida, ma anche l’origine di essa: i padri. O, piuÃÄ genericamente, gli adulti - siano essi padri, educatori, maestri o preti -, che non sono stati in grado di offrire un’ipotesi di risposta all’altezza del bisogno dei figli. L’Autore pone la questione in modo tranchant fin dalle prime pagine del libro: «Chi di noi padri [...] puoÃÄ negare a se stesso la veritaÃÄ, e cioeÃÄ che tutto intorno a noi ci dice che eÃÄ l’educazione (intesa in un senso molto piuÃÄ ampio della semplice istruzione) il fattore cruciale per la riuscita di una comunitaÃÄ e, al suo interno, dei nostri ragazzi? E allora percheÃÅ abbiamo completamente abdicato alla nostra funzione educativa per trasformarci in goffi sindacalisti dei nostri figli?» (p. 16). Questa eÃÄ la sfida.

 

Come si documenta questa abdicazione dei padri alla loro funzione educativa? Sostanzialmente in due modi.

1) I genitori hanno voluto risparmiare ad ogni costo ai loro figli la fatica del vivere. «Invece che fare i genitori, ci siamo trasformati a poco a poco nei sindacalisti dei nostri figli, sempre pronti a batterci affincheÃÅ venga loro spianata la strada verso il nulla [parole forti], percheÃÅ non c’eÃÄ meta ambiziosa la cui strada non sia impervia. EÃÄun grande fenomeno culturale, e sempre piuÃÄ eÃÄ un tratto del carattere nazionale [...]. Ed eÃÄ un grande fattore di freno alla crescita non solo economica ma anche psicologica della nazione» (p. 21).

CioeÃÄ, invece di lanciarli verso una meta ambiziosa corrispondente al loro bisogno, al loro cuore, anche se la strada eÃÄ impervia, abbiamo preferito spianare loro la strada percheÃÅ non dovessero impegnarsi troppo, per evitare la fatica della salita. Invece dello Stay hungry, Stay foolish (restate affamati, restate folli) di Steve Jobs, nel suo famoso discorso all’UniversitaÃÄ di Standford, abbiamo preferito il «restate sazi, restate conformisti» (p. 12).

«La colpa eÃÄ nostra. I veri bamboccioni siamo noi» (p. 23), scrive Polito. Abbiamo perseguito un modello sociale tutto teso a rendere facile la vita ai nostri ragazzi, senza accorgerci che cosiÃÄ, in nome dei nostri figli, li abbiamo rovinati. «Affamati non vogliamo che siano nemmeno per un istante. Abbiamo anzi costruito le nostre vite e la nostra societaÃÄ in funzione del loro nutrimento. [...] In funzione della protezione dei figli dal bisogno, con conseguenze sociali rilevanti e non sempre positive» (pp. 12-13).

Si eÃÄ vissuto «un malinteso senso di protezione verso i nostri figli; malinteso percheÃÅ in realtaÃÄ tradisce una sfiducia collettiva nei loro mezzi, la paura di lasciarli nuotare con le loro forze il prima possibile. E questa sfiducia loro la sentono, e ne deprime l’autostima» (p. 20). Mi sembrano affermazioni acutissime di come noi, facendo cosiÃÄ, diamo un giudizio sulle loro capacitaÃÄ, sulle loro possibilitaÃÄ di essere se stessi, di crescere, di svilupparsi. Non lo diciamo cosiÃÄ esplicitamente, ma loro colgono comunque questo giudizio.

In terzo luogo, abbiamo praticato un malefico paternalismo. «SocietaÃÄ della pantofola», la chiama Antonio, tutta protesa a preservare i giovani da ogni sforzo.

Mi colpisce la sintonia con quanto diceva don Giussani nel 1992, in una intervista al Corriere della Sera: «Mi spaventa [...] l’Italia. [...] EÃÄ una situazione civile dove non c’eÃÄ un ideale adeguato, dove non c’eÃÄ nulla che ecceda l’aspetto utilitaristico. Un utilitarismo perseguito senza alcun punto di fuga ideale. Questo non puoÃÄ durare. Il timore eÃÄ che si scatenino conflitti senza fine. [...] PercheÃÅ eÃÄ successo tutto questo? Lei lo puoÃÄ dire dopo aver visto crescere tante generazioni. Qual eÃÄ stato il fattore scatenante di una simile caduta, di un simile peggioramento?A tutte queste generazioni di uomini non eÃÄ stato proposto niente. Eccetto una cosa: l’apprensione utilitaristica dei padri. Sta parlando del dio denaro? Il dio denaro o una sicurezza di vita agiata, di vita senza rischi. E fatta solamente di cose, senza rischio alcuno. [...] ChissaÃÄ se questo desiderio di rendere meno difficile la vita dei propri figli, o di un dato gruppo di persone, sfondi a un certo punto l’orizzonte. CioeÃÄ, se chi ha questo desiderio capisca che, per poterlo realizzare, ha bisogno di un ideale, di una speranza». I padri pensavano che, risparmiando loro lo sforzo e proteggendoli dal bisogno, stavano facendo il bene dei figli, quando in realtaÃÄ stavano spianando loro la strada verso il nulla.

Quando questa mentalitaÃÄ vince, il risultato eÃÄ quello di cui parlava Pietro Citati in un articolo apparso qualche anno fa su la Repubblica e dedicato alla generazione dei giovani d’oggi, dal titolo «Gli eterni adolescenti», in cui faceva un ritratto quasi spietato del risultato che produce la vittoria di questa mentalitaÃÄ. Scriveva Citati: «Un tempo, si diventava adulti prestissimo. Oggi c’eÃÄ una continua corsa all’immaturitaÃÄ. Un tempo, [...] a tutti i costi, un ragazzo diventava maturo. [...] Conquistare la maturitaÃÄ era una rinuncia [...]. [Oggi i giovani] non sanno chi sono. Forse non vogliono saperlo: si chiedono sempre quale sia il loro io, [...] amano [...] l’indecisione! Non dire mai siÃÄ e mai no: sostare sempre davanti a una soglia che, forse, non si apriraÃÄ mai. [...] Non hanno volontaÃÄ:non desiderano agire [...]. Preferiscono restare passivi. [...] Vivono avvolti in un misterioso torpore. Non amano il tempo. L’unico loro tempo eÃÄ una serie di attimi, che non vengono legati in una catena o organizzati in una storia».

A questo articolo aveva fatto seguito una risposta di Eugenio Scalfari, il quale sosteneva: «La ferita [in questi giovani] eÃÄ stata la perdita dell’identitaÃÄ e della memoria» forse percheÃÅ qualcuno aveva tolto questa identitaÃÄ. EÃÄsingolare: prima fanno di tutto per fare perdere loro l’identitaÃÄ e poi si lamentano del fatto che hanno perso l’identitaÃÄ. «La ferita eÃÄ stata il silenzio dei padri troppo impegnati nella conquista del successo e del potere. [...] La ferita eÃÄ stata la noia, l’invincibile noia, la noia esistenziale che ha ucciso il tempo e la storia, le passioni e le speranze. [...] Non vedo quella profonda melanconia che c’eÃÄ nei giovani volti del Rinascimento dipinti dal Lotto e dal Tiziano. [...] Io vedo occhi stupefatti, estatici, storditi, fuggitivi, avidi senza desiderio, solitari in mezzo alla folla che li contiene. Io vedo occhi disperati. [...] Eterni bambini. [...] La loro salvezza sta soltanto nei loro cuori. Noi possiamo soltanto guardarli con amore e trepidazione».

Oggi ci troviamo di fronte a una profonda crisi dell’umano, che si puoÃÄ riassumere in questo torpore misterioso, in questa invincibile noia, in questo venir meno dell’umano in cui tante volte ci troviamo quando la mentalitaÃÄdenunciata nel libro stravince. Questa profonda crisi dell’umano si documenta nella passivitaÃÄ di tanti giovani, che sembrano quasi incapaci di interessarsi a qualcosa di veramente significativo, o nello scetticismo di tanti adulti che non mettono davanti a loro qualcosa per cui valga la pena muoversi per uscire da questa situazione. EÃÄ come se non trovassero degli interessi con cui valesse la pena di coinvolgere fino in fondo la propria umanitaÃÄ. Sembra che niente sia in grado di interessare i giovani fino al punto di metterli in movimento, e allora «l’impegno verso lo studio diviene minimo, e la noia massima», come scrive Massimo Borghesi.

Ma proprio facendo cosiÃÄ, i genitori hanno commesso un errore madornale. Dov’eÃÄ stato ed eÃÄ l’errore? Nella confusione sulla natura del cuore dell’uomo. Pensiamo di risolvere noi il problema dei ragazzi, invece di sfidarli sulla loro natura. Quella natura originale, che Leopardi documenta in modo insuperabile: «Il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, neÃÅ, per dir cosiÃÄ, della terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto eÃÄ poco e piccino alla capacitaÃÄ dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora piuÃÄ grande che siÃÄ fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullitaÃÄ, e patire mancamento e voÃÄto, e peroÃÄ noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltaÃÄ, che si vegga della natura umana».

A questa natura dell’uomo – che eÃÄ la natura dei nostri giovani, e la nostra – non si puoÃÄ rispondere soltanto con una proposta facilona che non eÃÄ in grado di interessare e di risvegliare tutta la capacitaÃÄ dell’io.

 

2) Questo ci porta al secondo errore denunciato da Antonio Polito, che eÃÄ riuscito cosiÃÄ a identificare l’altra radice dell’impostazione educativa che critica nel suo libro, e su questo mi trova molto d’accordo: l’origine dei problemi eÃÄ soprattutto culturale. E qual eÃÄ l’errore? Quello che «ha fatto di noi dei pessimi genitori eÃÄ il pensiero del Novecento. La cui grande scoperta eÃÄ stata l’individuazione di forze superumane, fossero esse psichiche, sociali o biologiche, capaci di togliere dalle spalle dell’uomo la responsabilitaÃÄ delle proprie azioni. Grandi filosofie consolatorie. Come il sistema di pensiero scaturito da Freud, nel quale l’Io razionale e consapevole, la sede della responsabilitaÃÄ individuale, diventa un povero derelitto in baliÃÄa di forze piuÃÄ grandi di lui, [gettando] “le basi per una riduzione dell’etica alla psicologia”. (Valeria Egidi Morpurgo). [...] Oppure filosofie come il marxismo, che trasportano sul piano sociale lo stesso meccanismo a responsabilitaÃÄ zero. Ricordate uno dei piuÃÄ celebri assunti? EÃÄ l’essere sociale che determina la coscienza, non il contrario. Dunque la nostra coscienza eÃÄ solo un’ancella, che va dove la porta il conflitto di classe. E la liberazione dell’uomo non puoÃÄ che essere il risultato di un processo collettivo che si svolge sopra di noi [...]. Ogni responsabilitaÃÄ individuale eÃÄ finita, tutto eÃÄ trasferito a processi e movimenti collettivi. Scrive l’antropologo Robert Ardrey nel suo The Social Contract: “Una filosofia che per decenni ci ha indotto a credere che le colpe dell’uomo devono sempre caricarsi sulle spalle di qualcun’altro; che la responsabilitaÃÄ di comportamenti dannosi alla societaÃÄ devono sempre attribuirsi alla societaÃÄ stessa; che gli esseri umani nascono non solo perfettibili ma anche identici, per cui qualsiasi grave conflitto tra di loro va addebitato alla gravitaÃÄ delle condizioni ambientali...”. [...] E infine il darwinismo. [...] Che spiega tutti i comportamenti umani come conseguenze inevitabili della storia evolutiva della specie, e non come scelte piuÃÄ o meno consapevoli degli individui. Paura e coraggio, egoismo e altruismo, pigrizia e intraprendenza: niente di cioÃÄ che siamo si puoÃÄ piuÃÄ far risalire all’educazione che abbiamo ricevuto, all’esempio che ci eÃÄ stato offerto, alla cultura in cui abbiamo vissuto. Ma tutto eÃÄ Natura, tutto ci deriva dai nostri antenati e dagli istinti che si svilupparono nella lotta per la sopravvivenza del piuÃÄ forte» (pp. 26-28).

Non so se capiamo la portata di questo errore: l’uomo, ridotto ai suoi antecedenti biologici e sociologici, diventa un pupazzo, una marionetta in mano alle «forze superumane»; per cui l’io non c’eÃÄ piuÃÄ, l’io eÃÄ come un sasso travolto dal torrente di queste forze. L’«io» come realtaÃÄ personale, autonoma, con capacitaÃÄ di libertaÃÄ, in grado di porsi come soggetto nella storia e nelle circostanze non c’eÃÄ piuÃÄ, percheÃÅ tutto eÃÄ scaricato su antecedenti di ogni tipo, psichici, sociali o biologici. Polito lo chiama l’oppio della deresponsabilizzazione. Non essendoci l’io, non essendoci la libertaÃÄ percheÃÅ tutto eÃÄ determinato da questi fattori, quale responsabilitaÃÄ eÃÄ possibile davanti alle sfide?

La conseguenza di questa mentalitaÃÄ eÃÄ una certa concezione dell’uomo: «Rousseau definiÃÄ il bambino “un perfetto idiota”. E nel 1890 William James descrisse la vita mentale di un neonato come “una grande, dannata, ronzante confusione”. EÃÄ a causa di questa presunzione che, convinti di essere in presenza di simpatici “idioti”,parliamo e agiamo davanti a loro come se non ne fossimo ascoltati, e compresi, e giudicati. Non so voi, ma a me invece non eÃÄ mai riuscito di stare in una stanza con uno dei miei figli fin dall’etaÃÄ di sette-otto mesi senza avvertire distintamente addosso a me i suoi cinque sensi spalancati; senza provare l’inquietante sensazione che dentro quei corpi ancora incapaci di muoversi e di nutrirsi con le loro forze ronzassero perfettamente oliati dei cervelli giaÃÄ funzionanti» (p. 67). Eppure, malgrado tutta la riduzione operata dal pensiero del Novecento, l’esperienza elementare del rapporto con i nostri figli impedisce questa riduzione. Come se avessimo la percezione, perfino sensibile, di come non li possiamo ridurre a quello a cui di solito li riduciamo, cioeÃÄ ai nostri pensieri.

Continua Polito: «Voi capite bene che se cosiÃÄ fosse, allora il nostro comportamento di genitori sarebbe radicalmente sbagliato, e dovrebbe radicalmente cambiare [percheÃÅ se i ragazzi hanno cervelli funzionanti, qualche cosa deve cambiare]. Non piuÃÄ “povero bimbo, eÃÄ troppo piccolo per capire” [...]. Il bambino capisce, comprende che c’eÃÄ una cosa giusta e una sbagliata» (p. 68). Provate a commettere una ingiustizia nei suoi confronti e vedrete se capisce! Provate a trattarlo nel modo sbagliato e vedrete se capisce! Altro che ridotto ai fattori antecedenti di tipo biologico, psicologico, eccetera! Se invece di questo riconoscimento della loro originalitaÃÄ, del fatto che hanno cervelli funzionanti, prevale il dominio di questa mentalitaÃÄ, questo annullamento dell’io, si lascia campo libero a quelli che Polito chiama i “cattivi maestri”, che non trovano cosiÃÄ alcuna resistenza:«Ci sono in giro altri adulti che fanno danni non minori dei padri. Nel senso che li arrecano a un’intera generazione di figli. Sono i cattivi maestri, intesi nel senso letterale e non metaforico del termine: gente che cioeÃÄinsegna male, cose sbagliate, metodi approssimativi, idee perniciose. EÃÄ il folto gruppo di quei reduci del Sessantotto i quali, invece che in politica o in azienda, hanno ottenuto il loro successo nell’accademia o nella comunicazione, e che oggi dagli schermi televisivi, dalle edicole o dalle librerie disegnano davanti agli occhi dei nostri giovani il mondo come eÃÄ e come saraÃÄ. EÃÄ attraverso le loro parole e le loro immagini che i nostri figli apprendono a sperare o a disperare. PercioÃÄ il ruolo di questi padri-guru puoÃÄ essere anche piuÃÄ importante di quello dei padri biologici» (pp. 131-133).

Antonio giunge a un’amara conclusione: «Siamo la prima generazione di padri nella storia ad aver elaborato una complessa e altamente egoistica strategia di sopravvivenza attraverso la captatio benevolentiae dei nostri figli. Fingiamo di farlo per il loro bene, ma in realtaÃÄ lo facciamo per il nostro» (p. 143). E aggiunge: «La nostra societaÃÄ eÃÄ dunque invecchiata nelle speranze e nelle aspettative, prima ancora che nell’etaÃÄ anagrafica» (p. 144). Riducendo l’uomo ai suoi antecedenti biologici, psicologici o sociologici, abbiamo tolto all’uomo e ai ragazzi la loro dignitaÃÄ, e questo lo esprimiamo nel modo di guardarli, questo giudizio lo leggono nel modo in cui li trattiamo, molto di piuÃÄ di quanto ce ne rendiamo conto. Ma basta un minimo di rapporto con loro percheÃÅscopriamo che l’io c’eÃÄ. E che c’eÃÄ nell’io qualcosa di irriducibile a questi fattori: don Giussani la chiamava«esperienza elementare», una esigenza di veritaÃÄ, di bellezza e di giustizia, di felicitaÃÄ, di pienezza, che eÃÄ il nocciolo dell’io. E per questo i giovani capiscono, capiscono benissimo, non devono frequentare un corso per vedere quando eÃÄ ingiusta una modalitaÃÄ di trattarli o quando non vogliamo loro bene o quando non diamo loro tempo. Togliere loro il criterio di giudizio eÃÄ togliere loro la dignitaÃÄ, percheÃÅ eÃÄ come dire: «Tu sei scemo, ti spiego io come stanno le cose!». Ma loro capiscono benissimo che non eÃÄ cosiÃÄ, proprio percheÃÅ hanno dentro di seÃÅ una esperienza elementare, che si esprime come esigenza di veritaÃÄ, di bellezza e di giustizia, per cui non devono andare ad Harvard a fare un corso sulla giustizia per sapere quando sono trattati ingiustamente! Provate a farlo! PercheÃÅ i nostri figli, i nostri ragazzi sono spietati su questo. Noi siamo dei dilettanti rispetto alla chiarezza del giudizio che hanno loro sulle cose. Ma noi pensiamo che siano scemi. Invece che differenza, che diversitaÃÄ quando li trattiamo per quello che sono! Ma, come dice il Papa, eÃÄ successo [in molte persone molto capaci] uno «strano oscuramento del pensiero», quello che eÃÄ elementare non lo vediamo piuÃÄ. E con questo oscuramento del pensiero riduciamo la loro dignitaÃÄ, la loro capacitaÃÄ di essere, il loro io con tutta la sua possibilitaÃÄ di evolvere e restringiamo allo stesso tempo il nostro concetto di amore, che non eÃÄ soltanto cortesia e gentilezza, ma eÃÄ amore nella veritaÃÄ.

 

Se la situazione eÃÄ questa, da dove ripartire? Dal «punto infiammato [dell’animo], il locus di tutta la mia coscienza», di cui parlava Cesare Pavese. Da quei cervelli funzionanti, da quel cuore che non puoÃÄ essere ridotto ai fattori antecedenti, il cuore con le sue esigenze e con le sue attese. EÃÄ questa attesa che deve trovare una riposta adeguata. EÃÄ intorno a questo punto infiammato che puoÃÄ ruotare una proposta veramente corrispondente all’umano. Ma questo punto infiammato (come abbiamo visto in tante occasioni) eÃÄ sepolto da un torpore, da una noia: non trovando chi sfida i giovani con un rapporto all’altezza della loro esigenza (che spesso si cerca di coprire con tante distrazioni), quel punto rimane sepolto.

La questione, allora, eÃÄ chi eÃÄ in grado di risvegliare il punto infiammato, l’io dei giovani; ma anche quello degli adulti. Questa eÃÄ la sfida che abbiamo tutti davanti, la nostra generazione e le istituzioni: la scuola, la famiglia, la Chiesa, i partiti, gli imprenditori, tutti. Per risvegliare l’io dal suo torpore, dalla noia che sembra invincibile, non basta una lezione o soltanto un richiamo etico (che puoÃÄ essere utile), una predica; occorre un adulto che con la sua vita sia in grado di fare interessare il giovane alla sua esistenza, al suo destino. Ma eÃÄ difficile trovare adulti che non siano scettici; quante volte mi trovo a dialogare con ragazzi in universitaÃÄ i cui genitori, davanti al loro impeto ideale, dicono: «No, la vita ti sistemeraÃÄ pian piano». EÃÄ per questo che solo un testimone (diceva Paolo VI che abbiamo piuÃÄ bisogno di testimoni che di maestri), per cui chi lo incontra non possa sottrarsi al suo fascino, alla sfida che la sua presenza introduce nella vita, puoÃÄrisvegliare questo punto infiammato, questa esigenza nascosta. Uno che incarni un modo di vita in grado di attrarre il cuore, di sfidare la ragione, di mettere in moto la libertaÃÄ. Insomma, occorre una proposta vivente.

Un testimone o, con una parola che oggi non eÃÄ politicamente corretto usare, ma se la svuotiamo delle connotazioni con cui a volte la percepiamo e se la diciamo nel suo senso originale risulta decisiva, un’autoritaÃÄ,cioeÃÄ qualcuno che mi fa crescere, che mi genera con la sua presenza. Occorre una autoritaÃÄ, una presenza che sfidi il «punto infiammato» per lanciarmi verso quella «meta impervia» a cui io, per la mia struttura umana, sono chiamato.

Scriveva don Giussani: «L’esperienza dell’autoritaÃÄ sorge in noi come incontro con una persona ricca di coscienza della realtaÃÄ; cosiÃÄ che essa si impone a noi come rivelatrice, ci genera novitaÃÄ, stupore, rispetto. C’eÃÄ in essa un’attrattiva inevitabile, e in noi una inevitabile soggezione. L’esperienza dell’autoritaÃÄ richiama infatti l’esperienza, piuÃÄ o meno chiara, della nostra indigenza e del nostro limite. CioÃÄ porta a seguirla e a farci suoi“discepoli”. [...] Per rispondere in modo adeguato alle esigenze educative [che oggi dobbiamo affrontare] dell’adolescenza non basta proporre con chiarezza un significato delle cose, neÃÅ basta una intensitaÃÄ di reale autoritaÃÄ in chi lo propone. Occorre [allo stesso tempo] suscitare [nei giovani] nell’adolescente [quel] personale impegno con la propria origine; [con loro stessi, percheÃÅ senza questo non saranno loro stessi; e per questo non si puoÃÄ evitare la fatica]; occorre che l’offerta tradizionale sia verificata; e cioÃÄ puoÃÄ essere fatto solo dall’iniziativa del ragazzo e da nessun altro per lui. [Proposta di una ipotesi di significato da sottomettere alla verifica dei figli, della sua pertinenza alla vita, della sua capacitaÃÄ di rispondere alle sfide della vita. Senza questa educazione alla verifica di una proposta, non diventeraÃÄ mai loro e quindi correranno il rischio di perdersi] La vera educazione deve essere un’educazione alla critica». La critica eÃÄ il paragone di quello che ci viene proposto con i desideri del suo cuore: «Il criterio ultimo del giudizio, infatti, eÃÄ in noi, altrimenti siamo alienati. E il criterio ultimo, che eÃÄ in ciascuno di noi, eÃÄ identico: eÃÄ esigenza di vero, di bello, di buono. [...] Abbiamo avuto troppa paura di questa critica», di questa verifica, non abbiamo rischiato per poter generare un soggetto autonomo.

Continuava don Giussani: «Scopo della educazione eÃÄ quello di formare un uomo nuovo; percioÃÄ i fattori attivi della educazione debbono tendere a far siÃÄ che l’educando agisca sempre piuÃÄ da seÃÅ, e sempre piuÃÄ da seÃÅ affronti l’ambiente [le circostanze]. OccorreraÃÄ quindi da un lato metterlo sempre piuÃÄ a contatto con tutti i fattori dell’ambiente, dall’altro lasciargli sempre piuÃÄ la responsabilitaÃÄ della scelta, seguendo una linea evolutiva determinata dalla coscienza che il ragazzo dovraÃÄ essere capace di “far da seÃÅ” di fronte a tutto. Il metodo educativo di guidare l’adolescente all’incontro personale e sempre piuÃÄ autonomo con tutta la realtaÃÄ che lo circonda, va tanto piuÃÄ applicato, quanto piuÃÄ il ragazzo si fa adulto [altrimenti il risultato saraÃÄ che non cresce]. L’equilibrio dell’educatore svela qui la sua definitiva importanza. L’evolversi infatti dell’autonomia del ragazzo rappresenta per l’intelligenza e il cuore − e anche per l’amor proprio − dell’educatore un “rischio”. D’altra parte eÃÄ proprio dal rischio del confronto che si genera nel giovane una sua personalitaÃÄ nel rapporto con tutte le cose; la sua libertaÃÄ cioeÃÄ “diviene”. [...] L’esperienza deve farla il giovane stesso, percheÃÅ questo rappresenta l’avverarsi della sua libertaÃÄ. E questo amore alla libertaÃÄ fin nel rischio eÃÄ soprattutto una direttiva che l’educazione deve tenere presente. [...] Una educazione che accetti con vigilanza il rischio della libertaÃÄ dell’adolescente eÃÄ reale sorgente di fedeltaÃÄ e di devozione cosciente all’ipotesi proposta e a chi la propone. La figura del “maestro”,proprio per questa discrezione e rispetto, in un certo vero senso si ritira dietro la figura dominatrice della VeritaÃÄUnica cui si ispira; il suo insegnamento e la sua direttiva diventano dono di testimonianza, e proprio per questo si iscrive nella memoria del discepolo con una simpatia acuta e sincera, indipendente − nel suo livello piuÃÄ profondo− dalle stesse sue doti. Per cui abbiamo una gratitudine e un legame ineliminabile al maestro, e pure una convinzione indipendentemente da esso».

Il processo educativo non ha come scopo quello di “convincere” l’altro di cioÃÄ in cui crediamo noi − questo sarebbe un plagio −, percheÃÅ al centro ci sono due libertaÃÄ in rapporto tra di loro. La libertaÃÄ si muove a causa dell’attrattiva del reale, percheÃÅ il cuore dell’uomo eÃÄ assetato della veritaÃÄ; ciascuno cerca cioÃÄ che corrisponde alle sue esigenze originali di bene, di bellezza, di veritaÃÄ, di giustizia, di felicitaÃÄ, che sono destate da tutto cioÃÄ che accade. L’educazione eÃÄ, percioÃÄ, un invito alla libertaÃÄ dell’uomo, per iniziare un cammino alla scoperta della veritaÃÄ delle cose. Se questo non accade, l’affezione, che pure le cose destano, prima o poi viene meno, e la noia vince, percheÃÅ solo il vero ha la forza per permanere nel tempo. La dinamica della libertaÃÄ non eÃÄ arbitraria, non eÃÄ un fare cioÃÄ che pare e piace, percheÃÅ un uomo eÃÄ veramente libero quando riconosce e aderisce al significato della realtaÃÄ; senza un significato, infatti, mancherebbe la ragione adeguata per vivere. L’educazione eÃÄ una grande sfida per il cuore dell’uomo, senza di essa eÃÄ impossibile lo sviluppo della persona, come ragione e libertaÃÄ. Tanto eÃÄ vero che quando i giovani sono sfidati nella loro ragione e libertaÃÄ, si dimostrano entusiasti di partecipare a questa avventura; il problema eÃÄ che, purtroppo, non trovano molti adulti che li sfidino e per questo decadono.

 

Vorrei terminare con un testo di Rabindranath Tagore, che dice tutto l’amore che un padre deve avere; quando questo amore c’eÃÄ, la persona lo riconosce percheÃÅ gli lascia lo spazio per crescere: «In questo mondo coloro che m’amano / cercano con tutti i mezzi / di tenermi avvinto a loro. / Il tuo amore eÃÄ piuÃÄ grande del loro, / eppure mi lasci libero».

EÃÄ solo l’amore che rende liberi e che lascia spazio alla libertaÃÄ, per crescere. Questa eÃÄ sfida che noi adulti abbiamo il compito di accettare nei confronti dei giovani. Grazie.

 

 

JuliaÃÅn CarroÃÅn

http://www.ilsussidiario.net

 

 

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