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Sei tu quel fiore cresciuto sull'asfalto e sul cemento

Ma cosa vuol dire in profondità che Maria è l'Immacolata Concezione? In questa festa capiamo che vivere senza peccato non toglie proprio nulla al bello della vita. Per noi Salesiani è una festa particolarmente cara, perché ci ricorda il primo incontro con un giovane l'8 dicembre 1841, l'inizio dell'opera salesiana da parte di don Bosco.


Sei tu quel fiore cresciuto sull’asfalto e sul cemento

 

del 07 dicembre 2012

 

           Ormai siamo vicini alla festa dell’Immacolata! Un famoso “Padre della Chiesa” di questi ultimi secoli della Cristianità, il sig. Jovanotti, esprime in poche parole il senso di questa bella Festa, a noi così cara: Sei un fiore che è cresciuto tra l’asfalto ed il cemento (Jovanotti, Serenata Rap). Senza forse che il nostro amico lo sapesse, qui c’è tutto… 

           Ma cosa vuol dire in profondità che Maria è l’Immacolata Concezione? E, soprattutto, cosa c’entra con la nostra vita e quella dei nostri giovani? Maria è la donna senza macchia di peccato (immacolata) fin dal suo concepimento (concezione), ossia fin dal primo istante della sua esistenza personale.  Maria è la donna che viene all’esistenza senza peccato originale (un fiore), in un mondo contagiato – purtroppo per noi… – da quel primo atto di infedeltà e sospetto nei confronti di Dio (tra l’asfalto ed il cemento…). 

           In questa festa capiamo che vivere senza peccato non toglie proprio nulla al bello della vita… Come disse il Papa qualche anno fa, proprio in occasione di questa festa:

Cari fratelli e sorelle! Proprio nella festa dell'Immacolata Concezione emerge in noi il sospetto che una persona che non pecchi affatto sia in fondo noiosa; che manchi qualcosa nella sua vita: la dimensione drammatica dell'essere autonomi; che faccia parte del vero essere uomini la libertà del dire di no, lo scendere giù nelle tenebre del peccato e del voler fare da sé; che solo allora si possa sfruttare fino in fondo tutta la vastità e la profondità del nostro essere uomini, dell'essere veramente noi stessi; che dobbiamo mettere a prova questa libertà anche contro Dio per diventare in realtà pienamente noi stessi. Con una parola, noi pensiamo che il male in fondo sia buono, che di esso, almeno un po', noi abbiamo bisogno per sperimentare la pienezza dell'essere. Pensiamo che patteggiare un po' col male, riservarsi un po' di libertà contro Dio, in fondo, sia bene, forse sia addirittura necessario. Guardando però il mondo intorno a noi, possiamo vedere che non è così, che cioè il male avvelena sempre, non innalza l'uomo, ma lo abbassa e lo umilia, non lo rende più grande, più puro e più ricco, ma lo danneggia e lo fa diventare più piccolo. Questo dobbiamo piuttosto imparare nel giorno dell'Immacolata: l'uomo che si abbandona totalmente nelle mani di Dio non diventa un burattino di Dio, una noiosa persona consenziente; egli non perde la sua libertà. 

           Per noi Salesiani è una festa particolarmente cara, perché ci ricorda il primo incontro con un giovane l’8 dicembre 1841, l’inizio dell’opera salesiana da parte di don Bosco.

           «Importa assai, è un mio amico!» rispose Don Bosco l’8 dicembre 1841 al chierico di sacrestia, che dopo aver trattato male un ragazzotto in sacrestia prima della messa, cercava di giustificarsi dicendogli: «A lei che importa?». In quell’incontro, Don Bosco raccoglie l’esperienza spirituale ed educativa alla quale è sempre indispensabile tornare per poter comprendere e mettere in pratica il suo Sistema Preventivo. Così il Rettor Maggiore, successore di don Bosco, commentando quell’episodio:

«Parlando a Torino-Lingotto, proprio alla prima domanda che mi era stata fatta («Qual è stato il successo di Don Bosco?»), rispondevo: prima di tutto la vicinanza. E facevo riferimento a un incontro che non è per niente aneddotico, quello di Don Bosco con Bartolomeo Garelli. Lo ripeto, non è un aneddoto dell’inizio dell’opera salesiana. Quasi si può dire che in quell’incontro, in quel dialogo, viene sintetizzato il genio educativo di Don Bosco, e il primo elemento del suo metodo è la vicinanza. Che cosa dice Don Bosco a quel sacrestano che stava picchiando quel ragazzo? “È un mio amico!”. Non lo conosce, non sa come si chiama. Però il punto di partenza è la vicinanza: “È mio amico”. E oggi noi non possiamo fare un vero incontro se il punto di partenza non è questo atteggiamento di chi fa il primo passo. Poi viene la seconda domanda: “Da dove vieni?”: Don Bosco cerca di capire immediatamente il mondo da cui viene quel ragazzo. Per cui ripeto che non è un aneddoto. Si dovrebbe cercare di rileggere che cosa Don Bosco sta comunicando nel descrivere quell’incontro. È importante quanto Don Bosco ha scritto su ciò che era avvenuto lì: oggi non c’è educazione se non c’è la vicinanza, se non c’è l’intelligenza del contesto da dove il giovane viene. Il terzo elemento è il rapporto interpersonale. “I tuoi genitori?”; “Sono morti”. Allora comincia a interessarsi della persona e non si ferma al contesto: “Chi sei?”. E finalmente partirà da quelli che sono i suoi talenti: non sa leggere, non sa scrivere, non sa servire la messa, ma sa fischiare; ecco! sa fischiare. Don Bosco non aspettava mai di trovare delle situazioni ideali per cominciare il suo lavoro educativo, ma partiva dalla situazione in cui si trovavano i giovani. In questo si vede come giungere all’equilibrio di cui parliamo. L’equilibrio lo si va facendo; la cosa importante è che sappiamo che il punto di partenza è la situazione non ideale dei giovani, sappiamo verso dove vogliamo portarli e li porteremo fino a dove sarà possibile».

I giovani cercano ancora educatori così…

 

 

Don Elio Cesari

 

http://www.noisesto.it

 

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