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Salvare la vita a un bambino la cui mamma è in coma profondo

Secondo i dati diffusi dai mass media, la donna di 36 anni, alla ventitreesima settimana di gestazione, è stata colpita da un emorragia celebrale mentre si trovava in vacanza ed è ora in coma irreversibile.


del 01 gennaio 2002

 

Il Ministro della Salute Pubblica italiano, l’Arcivescovo di Genova, il Presidente del Movimento per la Vita e il Preside della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum chiedono di salvare il bimbo di una donna incinta che si trova in coma profondo all’ospedale di San Martino di Genova.

Secondo i dati diffusi dai mass media, la donna di 36 anni, alla ventitreesima settimana di gestazione, è stata colpita da un emorragia celebrale mentre si trovava in vacanza sulla riviera ligure ed è ora in coma irreversibile.

Per decidere come comportarsi, i medici si sono rivolti al comitato etico dell’ospedale. Al centro della discussione la questione se staccare o meno le macchine che tengono in stato di coma la mamma ed in vita il bambino custodito nel suo grembo.

Dopo quattro ore di discussione i sedici componenti del comitato etico, tra cui un sacerdote medico Luca Bucci, hanno deciso all’unanimità di affidare al marito della donna la decisione da prendere.

Il caso ha suscitato un intenso dibattito. Il Ministro della Salute Pubblica, Girolamo Sirchia, ha detto che è “giusto mantenere in vita questa donna e aiutare il piccolo a nascere”.

Il cardinale Tarcisio Bertone, Arcivescovo di Genova, ha invitato i medici dell’ospedale e i familiari della donna “a fare di tutto per salvare la vita del bambino, dal momento che non può essere salvata quella della mamma”.

In una intervista concessa al quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana “Avvenire” (28 gennaio 2005), il porporato ha precisato: “Rispetto le decisioni della famiglia, ma la invito a prendere una decisione che vada a favore della vita”.

“Anche dal punto di vista medico le probabilità sono buone, ci sono già dei precedenti: se non si dovesse staccare la fatale spina potrebbe sbocciare una vita a cui non mancherà la solidarietà dei buoni”, ha così aggiunto.

Padre Gonzalo Miranda, Preside della facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (APRA), ha detto al “Corriere della Sera” (28 gennaio 2005) che se da una parte “è giusto cercare di salvare comunque una vita”, dall’altra “sarebbe ingiusto e condannabile il contrario”.

Padre Miranda ha raccontato che 4 anni fa è accaduto un caso simile in Spagna. Il piccolo è poi nato ed ora sta bene.

L’onorevole Carlo Casini, Presidente del Movimento per la Vita italiano e membro del Comitato Nazionale di Bioetica, interpellato da ZENIT ha dichiarato: “In situazioni come questa, gravate da dolore ed in cui non si conoscono esattamente i termini medici, è doveroso usare molta cautela e comunque manifestare ai familiari i sentimenti di più viva vicinanza”.

“In quanto giurista vorrei sapere prima di tutto se la giovane donna è effettivamente già morta e il suo apparato vegetativo (sistema cardio-polmonare) è tenuto in funzione artificialmente al fine di far proseguire la gravidanza oppure se la morte cerebrale completa, relativa cioè non soltanto alla corteccia cerebrale ma anche al tronco encefalico, non è ancora avvenuta”, ha osservato.

“Nel secondo caso la vita in gioco non sarebbe solo quella del figlio ma anche quella della madre anch’essa da tutelare”, ha quindi chiarito.

“Per quanto poi riguarda la vita del figlio, ricordo che la stessa legge sull’aborto all’art.7 vieta l’interruzione della gravidanza quando vi è una possibilità di vita autonoma del feto e dispone che in ogni caso, se l’aborto avviene egualmente e viene estratto un figlio vivo, bisogna fare tutto il possibile per garantirne la sopravvivenza”, ha spiegato ancora a ZENIT.

“Nel caso in esame non vi è certamente un aborto ma vi è un feto per il quale sembra già ora possibile la capacità di vita autonoma”, ha affermato il Presidente del Movimento per la Vita.

“Poiché si sono già verificati casi di sopravvivenza in gravidanze avanzate come quella del San Martino, in alcuni ospedali, i protocolli prevedono come limite estremo per eseguire l’Ivg (interruzione volontaria di gravidanza, ndr) la 22esima settimana, mentre sembra che il bambino in questione abbia già superato la 23esima”.

“Se anche nel caso di un aborto volontario la Legge richiede di fare tutto il possibile per salvare la vita del feto, ove vi sia anche una marginale possibilità di vita autonoma, a maggior ragione niente deve essere lasciato intentato nel caso in cui non si tratti di un aborto ma di una dolorosa malattia della madre che tuttavia consente al figlio di continuare a svilupparsi anche se sopravviene la morte di lei”.

“Tanto più la spina non deve essere staccata se la morte della madre non è sopraggiunta. Perciò è auspicabile che l’affetto dei familiari e la scienza dei medici possano salvare almeno la vita del piccolo. Il Movimento per la Vita assicura la propria operosa solidarietà e disponibilità”, ha quindi concluso l’onorevole Carlo Casini.

Il ministro della Salute sulla donna in coma, incinta di 5 mesi: «Un dovere tenerla in vita per suo figlio»

«È giusto mantenere in vita questa donna per allungare il più possibile la gravidanza e consentire al bambino di nascere». Con poche parole e nessun dubbio ieri il ministro della Salute Girolamo Sirchia è intervenuto sulla vicenda della giovane ricoverata al San Martino di Genova in coma irreversibile e incinta al quinto mese. Una vicenda che sta dividendo medici, bioetici e opinione pubblica: da una parte c'è chi pensa che tenere artificialmente in vita la donna sia un accanimento terapeutico e condanni a gravi handicap il nascituro; dall'altra c'è chi invece sostiene che il bimbo ha tutte le possibilità di nascere sano e che ogni cosa vada tentata per concedergli l'unica chance che avrà mai di venire al mondo.

Un dilemma che sottolinea tutta la finitezza umana: mercoledì i medici del San Martino si erano rivolti al comitato etico dell'ospedale perché giudicasse se staccare o meno le macchine, e il comitato, dopo ore di confronti e analisi di casi precedenti, aveva sentenziato che solo il marito può decidere.

Una scelta drammatica, se lo stesso padre Luca Bucci, medico bioetico e membro designato della Curia genovese nel comitato etico dell'ospedale, ieri spiegava che «si ha la certezza di una nascita prematura, con gravi rischi di cecità e tetraplegia per il piccolo, e il padre dev'essere informato con chiarezza per poter prendere una decisione in piena coscienza. Da una parte il feto è vitale e la vita umana va salvaguardata, dall'altra la gravidanza è appena alla ventesima settimana e l'organismo che la ospita non potrà resistere più di un mese». Un conto alla rovescia che va paradossalmente nelle due opposte direzioni: da una parte una madre che va verso la morte e che ormai i medici chiamano 'organismo che ospita il feto', dall'altra un bambino che cresce nell'utero e si prepara a vivere. Un bambino che è già orfano di sua madre, dalla quale non riceve gli stimoli necessari in gravidanza a ogni feto: «Il bambino ascolta la voce della mamma, sente l e carezze e tutte queste attenzioni trovano poi rispondenza nella vita dopo la nascita - commenta la psicologa Maria Rita Parsi -. Questo piccolo già prima di nascere ha avuto un rapporto con la morte, la sua memoria ricorderà il cambiamento di comunicazione avvenuto con la mamma al momento del coma... Ma anche la voce e le carezze del padre sono importanti e il trauma si potrà recuperare».

Sirchia è chiaro, la donna va tenuta in vita esclusivamente per far nascere il figlio: «Normalmente l'assistenza dovrebbe essere interrotta, ma in questo caso va mantenuta per il bambino: è un dovere farlo».

All'interno del comitato etico tre coscienze si sono espresse a favore dell'assistenza alla donna: padre Bucci, il direttore di neonatologia dell'ospedale, Sandro Trasino, e quello di rianimazione, Franco Bobbio Pallavicini. Tra i contrari invece il direttore di medicina legale, Renzo Celesti: «Sotto la 23° settimana di gravidanza di solito non si tenta nemmeno la rianimazione: siamo sotto il limite minimo. Comunque questa storia si risolverà presto e naturalmente, tra 10 giorni: quella donna non credo che vivrà oltre». A quel bimbo serve un mese, un mese soltanto.

 


Di Lucia Bellaspiga

Tratto da: Attualità http://www.avvenire.or

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