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Padre Tom: "Ho pregato per i miei rapitori"

Padre Tom Uzhunnalil, il salesiano indiano rapito il 4 marzo 2016 in Yemen, ha rotto il silenzio e ha raccontato come ha vissuto la lunga prigionia...


Padre Tom: "Ho pregato per i miei rapitori"

del 18 settembre 2017

Padre Tom Uzhunnalil, il salesiano indiano rapito il 4 marzo 2016 in Yemen, ha rotto il silenzio e ha raccontato come ha vissuto la lunga prigionia...

 

Qualche giorno fa ha incontrato il Papa in Vaticano. Poi si è fermato nella casa salesiana nel territorio della Santa Sede per ricevere le cure mediche e potersi ristabilire. Sabato, finalmente, padre Tom Uzhunnalil, il salesiano indiano rapito il 4 marzo 2016 nella casa per anziani delle suore di Madre Teresa ad Aden, in Yemen, in un attacco di probabili qaedisti, ha rotto il silenzio e ha raccontato come ha vissuto la lunga prigionia, prima della liberazione avvenuta il 12 settembre scorso. Pochi i dettagli sul suo rilascio avvenuto, come ha precisato il Rettor Maggiore del Salesiani, padre Artime, attraverso un operatore umanitario in comunicazione con il Sultanato di Oman.

Le parole di padre Tom sono state una lezione di libertà. Come tutti i missionari, anche questo salesiano provato nel fisico (ha perso oltre trenta chili) ma non nello spirito, ha consegnato a Dio il suo desiderio di essere felice e sa che Dio non lo deluderà mai. Anche nei giorni terribili della prigionia. Era commosso, padre Tom, quando ha saluto con fraterna e speciale amicizia un gruppo di Missionarie della Carità presenti. Ma non ce l’ha fatta a rispondere alle domande su di loro: «Non fatemi domande su di loro, vi prego accettatelo». Proprio con le suore di Madre Teresa di Calcutta operava in Yemen, in un servizio di assistenza spirituale ad Aden, dove in un violento attacco terroristico furono trucidate quattro di loro e dodici altre persone della struttura di accoglienza. Solo due sopravvisuti: Suor Sally, la superiora che ha poi raccontato l’attacco, e lui, padre Tom.

«Ho pregato sempre», ha raccontato padre Tom, «per tutti, il Papa, le suore morte, la famiglia, coloro che sapevo avrebbero pregato per me, anche per i rapitori. Quando ero solo nella stanza celebravo messa spiritualmente. Alcune volte anche con le specie, perché mi avevano messo nel bagagliaio con il tabernacolo che avevano rimosso dalla cappella dove mi avevano prelevato – era un tabernacolo non attaccato al muro – e io ho potuto prendere cinque o sei ostie che erano lì. E pregavo ogni mattino ed ogni sera. Dio è stata la mia consolazione. La prima cosa che ho pensato è che non sarei morto se non fosse stata volontà di Dio. Mai sono stato maltrattato – ha aggiunto – e i rapitori hanno provveduto anche a darmi le medicine che mi servono per il diabete. Grazie alle 230 compresse che avevo a disposizione riuscivo a tenere il conto dei giorni che passavano».

 

«CHE EMOZIONE L'INCONTRO CON IL PAPA»

Il religioso ha ripercorso gli spostamenti effettuati nel corso di questi diciotto mesi, tre differenti località che non sarebbe in grado di riconoscere.  Sulle ragioni del rapimento, sul quale restano ancora molti punti oscuri, padre Tom non ha saputo rispondere: «Non saprei, per tentare di avere soldi, forse. Ci sono molti gruppi che fanno cose del genere per soldi. Oppure perché sono indiano. Non so, davvero».

Alla domanda se è stato esercitato proselitismo islamico verso di lui, Padre Tom ha risposto secco di no, mai: «Mi hanno chiesto se conoscevo gente nell’esercito, o al governo. Ma io non conoscevo nessuno. Mi hanno chiesto un numero di mia madre, una linea telefonica fissa dove chiamare. Ho dato loro un numero, ma ho spiegato che era disconnesso, che mia madre era morta tre anni fa. Mi hanno chiesto chi potesse aiutarmi, se il mio Paese mi avrebbe salvato. Io ho risposto che il Paese è preoccupato per me, ma non è detto che si attivino. E ho spiegato che lavoravo con monsignor Paul Hinder, vescovo di Abu Dhabi, e magari lui avrebbe potuto aiutare».

Infine, il racconto degli ultimi giorni giorni di prigionia. Il giorno precedente l’ultimo giorno, ha spiegato, la persona del gruppo che parlava inglese gli ha detto che lo avrebbero liberato, lo ha invitato a fare una doccia veloce, poi gli hanno portato un po’ di vestiti puliti, una cintura, e lo hanno portato in macchina attraverso una strada sterrata. Ma l’aggancio non funzionò. «Mi dissero: hai pregato la terza persona della Trinità, ora prega la seconda perché tutto vada bene. Sono musulmani, non conoscono la Trinità, non hanno confidenza con la Dottrina cristiana». Il giorno dopo, padre Tom coperto da un burqa è condotto nel posto del giorno precedente, si aspetta, lo fanno mangiare, e alle 3 del pomeriggio arrivano altre due o tre macchine, e una persona lo prende per mano e lo porta alla macchina. «L’autista ha fatto un viaggio lunghissimo, con solo una piccola sosta. Poi siamo arrivati alla frontiera, dopo un viaggio nel deserto, e lì c’erano le autorità dell’Oman. Mi hanno fatto un primo controllo medico, poi con un elicottero sono stato trasportato in un hotel. Mi hanno procurato vestiti, permesso di tagliare la barba, mi hanno dato anche una valigia. Pesavo 56 chili».

Poi, l’arrivo a Roma, i primi check up, l’incontro con il Papa. «Non lo avevo mai visto, forse devo ringraziare questa vicenda per aver potuto incontrare il Vicario di Cristo. Il Papa mi ha baciato le mani, io mi sento indegno», dice.

 

Antonio Sanfrancesco

http://www.famigliacristiana.it

 

 

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