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Ora di religione: altro che tramonto

Il ministro Moratti: «Le anticipazioni del mese scorso non erano attendibili, erano assolutamente non rappresentative». In realtà le cifre dimostrano una sostanziale tenuta, con variazioni rispetto al passato statisticamente non rilevanti. Nelle scuole dell'infanzia e nelle primarie il 95,9 per cento segue questo insegnamento; nelle medie il 94,3 per cento


Ora di religione: altro che tramonto

da Attualità

del 07 settembre 2005

Non c'è nessun crollo nelle scelte dell'ora di religione. Anzi, i dati ufficiali diffusi ieri dal ministro Letizia Moratti confermano che l'Irc riscuote il gradimento e la fiducia della stragrande maggioranza delle famiglie e degli studenti italiani. Per la precisione il 95,9 per cento nella scuola dell'infanzia e in quella elementare. Il 94,3 per cento nella scuola media e l'87,4 per cento in quella superiore. I numeri sono stati forniti dal ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca nel corso della conferenza stampa in cui è stato presentato il nuovo anno scolastico. Rispondendo ad una specifica domanda di Avvenire, Moratti ha fornito innanzitutto le cifre relative all'anno scolastico 2004-2005, mettendole a confronto con quelle del 2003-2004. E poi ha sottolineato: «Questi sono gli unici dati ufficiali. Le anticipazioni fornite il mese scorso non erano attendibili, in quanto parziali e assolutamente non rappresentativi dell'intero campione». Evidentemente il ministro si riferiva a un servizio apparso sulla prima pagina di Repubblica poco prima di Ferragosto e in cui si parlava senza mezzi termini del «tramonto dell'ora di religione». Di tutt'altro tenore sono, invece, le percentuali rese note ieri dal dicastero di viale Trastevere.

 

Una sostanziale tenuta. I numeri dell'anno scolastico concluso a giugno scorso parlano, infatti, di una globale tenuta in tutte le scuole di ogni ordine e grado. C'è a dire il vero un lievissimo calo (mezzo punto percentuale in media) rispetto all'anno scolastico 2003-2004, ma la variazione viene considerata non significativa, perché come ben sanno gli esperti di statistica potrebbe essere imputata anche a parziali differenze nel metodo di rilevazione. Ad ogni modo si conferma che gli allievi continuano a frequentare l'ora di religione con grande fiducia.

 

Le scuole superiori. Il dato forse più significativo è quello che si riferisce alle scuole superiori, perché - data l'età - è quella in cui la scelta coinvolge maggiormente i diretti interessati. Durante lo scorso anno scolastico si è avvalso dell'Irc l'89,4 per cento (era l'89,8 nel 2003-2004) degli studenti dei licei classici e scientifici e degli ex istituti magistrali. Negli altri tipi di istituti una analoga scelta è stata fatta dall'86,1 per cento (era l'86,8 per cento nell'anno scolastico precedente). E dunque in totale, sempre per quanto riguarda le superiori, il numero di coloro che hanno scelto di frequentare l'ora di religione durante l'anno scolastico 2004-2005 è stato pari all'87,4 per cento, lo 0,5 per cento in meno rispetto al 2003-2004.

 

Le altre scuole. Si mantengono ben al di là del 90 per cento le scelte negli altri ordini di scuola. Quasi il 96 (95,9) alle materne ed elementari, poco meno del 95 per cento (94,3) nelle scuole medie.

 

Regione per regione. Se poi si analizza il dato regionale (sempre in riferimento a licei e scuole superiori) si può notare una certa differenza tra il nord e il sud. La regione in cui il gradimento dell'Irc è massimo è la Campania (98,8 per cento), seguita dalla Basilicata (98,6), dal Molise (98), dalla Calabria e dalla Puglia (entrambe con la stessa percentuale: 97,9). Nella parte bassa della classifica troviamo invece la Toscana (67,3 per cento), il Piemonte (71,4), la Liguria (72,9), la Lombardia (75,7) e l'Emilia Romagna (77,9). In linea con il dato nazionale il Lazio (87,5), significativamente al di sopra Umbria (91,9 per cento) e Marche (93,5). Le motivazioni di queste differenze, secondo gli esperti, non andrebbero ricercate nel parallelo con la prevalente coloritura politica delle singole regioni, quanto in fattori di più ampio respiro culturale. Zone come Toscana, Emilia Romagna e Liguria, ad esempio, hanno conosciuto forme di laicismo anticlericale molto forte. Piemonte e Lombardia vivono invece fenomeni di secolarizzazione di carattere economico-sociale, collegate per lo più alla forte industrializzazione.

 

 

«L'insegnamento religioso saldamente radicato nella scuola»

 

Il segretario generale della Conferenza episcopale: «Proficua la collaborazione col ministero, e la società resta vicina al mondo ecclesiale. La qualità dei docenti cresce»

 

Monsignor Giuseppe Betori non è sorpreso dai dati sull'Irc diffusi ieri dal Ministero dell'Istruzione. «I numeri - dice il segretario generale della Cei - confermano quelli che da ormai 12 anni stiamo raccogliendo attraverso gli uffici diocesani di tutta Italia. Anzi le percentuali del Ministero in alcuni casi sono superiori alle nostre».

Sono state, dunque, smentite le anticipazioni allarmistiche di stampa

 

Non solo. Stando a questi dati, c'è la conferma che l'ora di religione tiene anche nel lungo periodo. Si pensi che in 12 anni di monitoraggio abbiamo osservato un calo di appena l'1,7 per cento. Certo, ci sono alcune zone e alcune scuole che richiedono attenzione, ma anche in questo caso non si tratta dei dati allarmanti che imprudentemente qualche giornale durante l'estate ha accreditato come segnale di ulteriore secolarizzazione della società italiana. Le percentuali sono invece uno dei segni di vicinanza della mentalità di fondo delle nostre famiglie e degli stessi giovani con il mondo ecclesiale. Al pari delle ricerche sociologiche che attestano come ci sia ancora un diffuso sentimento di appartenenza alla Chiesa Cattolica. E come è confermato anche dalle scelte relative all'otto per mille.

 

Perché l'Irc continua ad avere un così ampio seguito?

Penso che il risultato abbia diverse motivazioni. È sicuramente il frutto della proficua collaborazione che si è instaurata tra la Cei e il Ministero e anche tra le diocesi e le amministrazioni periferiche del Ministero stesso, fino a giungere alle scuole. Evidentemente l'Irc non è ritenuto un corpo estraneo alla struttura scolastica. E per quanto ci riguarda, il nostro sforzo è quello di inserire sempre più questa materia nell'orizzonte e nelle prospettive della scuola, ad esempio seguendo la riforma e puntando sui nuovi obiettivi specifici di apprendimento.

 

C'è anche una motivazione di qualità dell'insegnamento?

Direi proprio di sì. Se i nostri insegnanti non avessero garantito la qualità, oggi i numeri sarebbero diversi. Quindi nessun trionfalismo, ma è bene sottolineare un dato di fatto. La tenuta nel tempo è dovuta al fatto che mai gli insegnanti e le diocesi hanno dato per scontata l'adesione delle famiglie e degli studenti. Ogni anno si è lavorato sulla qualità dei docenti, sull'aggiornamento dei programmi e sulla verifica dei testi, in stretta collaborazione con le autorità scolastiche. Uno stile da adottare anche in futuro.

 

Che cosa rimane da fare?

Prima di tutto è da eliminare l'idea che all'Irc possa darsi come alternativa il nulla. Invece questo è ancora oggi un problema irrisolto. Poi c'è da accrescere ulteriormente la qualificazione degli insegnanti (da questo punto di vista il recente concorso per l'entrata in ruolo è stato un ottimo strumento). Io ho fiducia anche nei nuovi obiettivi specifici, perché legano di più l'Irc al complesso delle materie della scuola. E questo dovrebbe favorirne ancor più l'apprezzamento da parte di tutti.

 

Mimmo Muolo

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