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Omelia nella Eucaristia di chiusura del Seminario “Europa terra di missione”

Aiutiamo l'Europa, accecata dalla sua autosufficienza ed abbondanza, accompagniamo i giovani europei privi di tanti luci ad un incontro col Cristo misericordioso e i giovani e l'Europa ritorneranno a credere e a seguire Gesù.


Omelia nella Eucaristia di chiusura del Seminario “Europa terra di missione”

da Rettor Maggiore

del 20 novembre 2006

 

¬´Beato chi legge e beati coloro

che ascoltano le parole di questa pro­fezia

e mettono in pratica le cose che vi sono scritte»

 

Omelia nella Eucaristia di chiusura

del Seminario “Europa terra di missione”

Lunedì della 33 settimana del tempo ordinario

Ap 1:1-4; 2: 1-5a; Sal 1; Lc 18: 35-43

 

 

Sono lieto di poter presiedere questa eucaristia di chiusura del seminario che vi ha visti impegnati sul tema “Europa terra di missione”, un tema che ha a che vedere con la nostra presenza in questo continente e nel quale si gioca il futuro della Europa e interessa pure il futuro della Congregazione.

 

Non è indifferente che il seminario si sia svolto negli ultimi giorni dell’anno liturgico, durante i quali la liturgia celebra in anticipo la vittoria definitiva di Dio nella istaurazione del suo Regno, la caducità di tutte le realtà temporanee che a volta hanno la pretesa di essere quelle definitive e assolute, e dunque l’adempimento del disegno meraviglioso di Dio.

 

Naturalmente questo non significa che lo sforzo umano per rendere più degna la vita dell’uomo sulla terra e il compito di evangelizzare perché tutti gli uomini si convertano e credano al Vangelo sia inutile, nel senso che tutto dipenderebbe da Dio. Piuttosto si deve dire che Dio assume la nostra storia umana nella sua storia di salvezza e dunque tutto quanto facciamo per rendere presente la salvezza di Dio nella nostra storia è già anticipo della fine.

 

Difatti domenica prossima celebreremo la festa di Gesù Cristo, Re dell’universo e ribadiremo con tutta la Chiesa il nostro impegno di far sì “che Cristo diventi il cuore del mondo”, ad incominciare da noi stessi. Da questa prospettiva, il messaggio che Dio ci lascia alla conclusione del nostro seminario è quello di mantenere viva la speranza in Europa attraverso l’evangelizzazione. L'Europa non deve avere paura di Cristo, del suo Vangelo e della fede cristiana, perché Cristo non toglie niente di quanto è veramente umano, al rovescio lo porta alla pienezza ed è l’unico a garantire futuro per sempre.

 

La parola di Dio che abbiamo sentito ci dice però che è imprescindibile che ci sia “chi legge la Parola di Dio e coloro che l’ascoltano e la mettono in pratica”, per cui non basta avere un passato glorioso o ricordarlo con nostalgia, ma bisogna ricuperare l’ardore spirituale e apostolico che riscaldi il cuore; c’è bisogno che questa Europa riconosca la sua cecità e abbia il coraggio di chiedere a Gesù il miracolo di riavere la vista. Così ricupererà la sua capacità di lodare Dio e ritroverà la sua gioia. Alla fine tutto si gioca nella scelta di vivere con Dio o senza Dio, come se Dio esistesse o come se Dio non esistesse. Ovviamente la scelta non è indifferente, come canta saggiamente il salmo responsoriale: o sarà “come albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai; riusciranno tutte le sue opere”, o sarà “come pula che il vento disperde e la sua via andrà in rovina”.

 

La prima lettura, presa dell’inizio del libro dell’Apocalisse (che è stato il libro alla cui luce Giovanni Paolo II ha voluto leggere la situazione passata e odierna dell’Europa nella lettera postsinodale “Ecclesia in Europa”), ci presenta alcune chiavi di lettura del libro stesso, usando le quali potremo non solo percepire il messaggio di speranza che da esso si sprigiona, ma anche accoglie­re e fare nostra la beatitudine che esso promette. 'Apocalisse' vuol dire 'rivelazione': nulla di difficoltoso o di impenetrabile, perciò, ma al contrario l’apertura di un varco sul grande mistero della salvezza in Cristo Gesù. Con questo suo libro, Giovanni desidera condurre a ter­mine il suo ministero di evangelista portandoci a cono­scere sempre meglio Gesù, il suo mistero di morte e di risurrezione, la sua vittoria sul male e sul Maligno, e il grande evento del suo ritorno finale. Questa è la ‘rivelazione’ che salverà l’Europa.

 

Ecco, appunto, la beatitudine: «Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa pro­fezia». E’ una beatitudine che si sprigiona dalla rivelazione e che vuole permeare la terra e il tempo nel quale noi viviamo. Occorre però ascoltare Dio che parla e «mettere in pratica le cose che sono scritte» in questo libro: in questo senso la beatitudine promessa in parte è dono e in parte è impegno.

 

«Grazia e pace a voi»: il libro dell'Apocalisse è stato scritto perché anche da esso noi possiamo acco­gliere la grazia che scende dall’alto e la pace che ci è stata assicurata da Gesù. Questi doni sono promessi non solo ai singoli credenti, ma alle chiese, alle quali Giovanni sta per scrivere sette lettere. La salvezza, in­fatti, è dialogo e incontro personale con il Signore Gesù, ma è anche vincolo di comunione tra le comunità dei credenti.

 

Dal canto suo, l’episodio della guarigione del cieco raccontato dal Vangelo di Luca, ambientato nelle vicinanze di Gerico, ci ricorda che per noi si tratta di una città che appartiene sia al passato che al presente della storia biblica; oggi come ieri essa è luogo di teo­fania e di salvezza, così come l’Europa.

 

Di questo cieco è bello rilevare le espressioni che ri­volge a Gesù. All’inizio lo invoca come «figlio di Davide» e gli chiede «pietà». Poi invece lo chiama «Si­gnore» e gli chiede il miracolo. Non possiamo non rilevare una maturazione nella fede di questo povero uomo, al quale Gesù è stato presentato solo come «Gesù il Nazareno» e che egli poi invece riconosce come Messia e Signore.

 

Alla fine, quando avrà ricevuto il dono della vista, si sentirà dire da Gesù: «La tua fede ti ha salvato». E la fede che nasce dall’oscurità, dalla scarsità di luci, una fede che apre alla preghiera ripetuta, sorta dal sapersi senza visione delle cose, una fede che consente di vedere nel profondo quando si tratta di riconoscere il mistero. Si vede bene solo con la fede. Ecco il miracolo che attende l’Europa: tornare a credere, per sanare e riconoscere in Gesù il figlio di Dio.

 

Tra il cieco di Gerico e Gesù di Nazaret si intreccia un dialogo che, a ben vedere, va al di là della particolare si­tuazione storica. Infatti, prima di chiedere il dono della vista, il cieco per ben due volte esclama: «Abbi pietà di me!». Non gli interessa solo risolvere un problema fisio­logico, ma desidera ottenere una guarigione completa. In questo senso egli dimostra di aver intuito fin dall’ini­zio chi è Gesù. Dal canto suo Gesù, da grande maestro, inizia il suo dialogo con il cieco partendo dalla sua ne­cessità fisica per approdare al dono della fede: «Che co­sa vuoi che lo faccia?»..

 

La pietà di Gesù riconosce la presenza di fede in un cieco che chiede la guarigione. Il Gesù pietoso è il Cristo salvatore. Gesù il Nazareno, infatti, è il salvatore dell’uomo, di tutto l’uomo, considerato nella inscindibile unità della sua persona. E’ importante che egli gli doni la vista de­gli occhi, ma è altrettanto e ancor più importante che lo abiliti a riconoscere il mistero di Colui che ora gli sta dinanzi.

 

La fede del cieco di Gerico si traduce subito in due scelte di vita: egli comincia a seguire Gesù e a lodare Dio. La preghiera di lode esprime ciò che questo povero cieco sente nel più profondo del suo cuore e il suo desi­derio di coinvolgere la gente presente nello stesso atteg­giamento. D’altro canto, egli non può non 'seguire' Colui che gli ha ridato la vista, Colui che lo ha liberato dalla sua cecità spirituale, Colui che gli si è rivelato come Messia e Signore. Mentre era cieco, non poteva riconoscere né seguire Gesù; ora che vede, non può non lodare Dio e diventare seguace di Gesù.

 

Dal dono ricevuto al dono comunicato. Questo è l’iti­nerario del cieco di Gerico e di ciascuno di noi. Un itine­rario che, se vuole essere sicuro ed efficace, non può non realizzarsi in termini di sequela. Aiutiamo l’Europa, accecata dalla sua autosufficienza ed abbondanza, accompagniamo i giovani europei privi di tanti luci ad un incontro col Cristo misericordioso e i giovani e l’Europa ritorneranno a credere e a seguire Gesù.

 

Concludo con un testo del Card. Martini, commentando il passo della elezione dei diaconi: “La grazia che il Signore ci suggerisce oggi di domandare è di servire i poveri e i deboli con premura, umiltà, distacco, valutan­do i diversi momenti e i diversi valori in gioco, rispettando il pri­mato della preghiera, della Parola, della misericordia. L'espe­rienza diaconale ci mostra l’urgenza di tante necessità materiali e strutturali del popolo di Dio. In questo senso, per una carente strutturazione della comunità cristiana, noi restiamo sempre un po' diaconi, almeno nel sistema attuale, e dobbiamo occuparci anche di bilanci, di costruzioni, di attrezzature. Ma proprio per questo sarà ancora più importante una valutazione ordinata che non nasce semplicemente da una buona impostazione mentale, bensì soprattutto dalla contemplazione del cuore di Gesù, origi­ne e fonte di ogni diaconia nella chiesa, delle diaconie della fe­de e dalla fede. Le prime ministrano direttamente la fede, men­tre le seconde ‑ a partire dalla fede ‑ compiono servizi di carità, non perdendo mai di vista il primato e il termine della fede”. (C.M. Martini).

 

 

Salesianum, Roma. 21 novembre 2006

don Pascual Ch√°vez Villanueva

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