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Omelia: I Domenica d'Avvento

Domenica entreremo nell'Avvento, un tempo favorevole di grande rinnovamento, di rafforzamento della fede. Vivere l'oggi con la prospettiva del cielo! È questa la strada ed è questo l'impegno per un cammino verso il Natale significativo...


Omelia: I Domenica d'Avvento

da Teologo Borèl

del 28 novembre 2012  

 

Tempo d'Avvento

L’orizzonte della Speranza caratterizza il tempo liturgico dell’Avvento. È la Speranza gioiosa di chi sa che Colui che viene è il Salvatore! Un tempo quindi da vivere nella vigilanza ossia nell’attenzione e dando ‘qualità’ alle nostre giornate. Restare chiusi nei nostri interessi particolari e negli intrecci egoistici di cui spesso sono fatte le nostre relazioni, significa essere incapaci di accogliere la gratuità che ci viene donata. 

Di domenica in domenica, quindi, siamo chiamati a fare memoria di quanto Dio ha fatto e continua a fare per noi. Dio è «Colui che viene» in continuazione nel nostro mondo. Viene, si fa conoscere e ci mostra il suo agire perché anche noi possiamo trasformare la nostra vita in Lui, nel suo stile, nella vita buona del Vangelo.

 

Questo tempo di avvento, può essere per ciascuno di noi un tempo favorevole di grande rinnovamento, di rafforzamento della fede

 

Omelia

Leggendo e meditando la Parola di Dio di questa domenica è particolarmente bello notare come la prima parola profetica di questo ‘Avvento’ sia una parola buona, una promessa di bene che Dio s’impegna a realizzare: «Ecco, verranno giorni nei quali realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda». Fin dall’inizio del nostro cammino, quindi, siamo portati a ‘respirare’ un profondo senso di fiducia e di speranza!

È il profeta Geremia che, nella prima lettura, ci porta a considerare la gioia di questa promessa che si fa realtà. E i motivi principali sono tre.

Innanzitutto i giorni che vengono, ossia il tempo che viviamo. In pochi versetti per ben tre volte si utilizza il termine ‘giorni’: «verranno giorni …  in quei giorni …». Spesso si dà per scontato lo scorrere del tempo e il passare della vita. Geremia ci aiuta a ripensare il senso del tempo. Il tempo è un dono e una opportunità! Il profeta annuncia che ci saranno ‘altri giorni’, altre possibilità. Il tempo è sempre quel momento in cui io incontro Dio, in cui Dio vuole mostrarmi e donarmi la sua vicinanza, la sua grazia, la sua attenzione. Con  l’Incarnazione Dio è entrato nel tempo e lo ha trasformato, così l’uomo, in questo tempo, si unisce a Dio. Carissimi amici, queste non sono le solite parole, ma è la realtà e la possibilità di una vita ‘diversa’. La realtà di un tempo pieno di Dio! Per questo il cristiano non può essere pessimista, ma deve essere ottimista e diffondere la gioia di questa parola buona e nuova.

La seconda realtà/promessa che Geremia sottolinea è quella del ‘germoglio’ che spunterà. Anche questa è una prospettiva nuova e positiva: dal tronco della storia, anche dal passato non sempre positivo, può spuntare una pianta buona, capace di trasformare e far fiorire il giardino di casa e quello del mondo.

La terza promessa è quella della giustizia. Gerusalemme sarà chiamata Signore-nostra-giustizia. Anche questo nuovo nome è la promessa di un tempo e un luogo  dove poter abitare al sicuro ed essere riconosciuti e rispettati.  

Perché tutto questo annuncio non rimanga una semplice notizia o descrizione, S. Paolo, nella seconda lettura, ci aiuta a capire che l’ottimismo per un cristiano deve essere concreto, cioè radicato e vissuto nella quotidianità, nella semplicità e nella verità delle nostre azioni. È nel quotidiano che noi realizziamo l’incontro con Dio. S. Paolo esorta a progredire, a mai accontentarsi e a camminare nell’amore, nella santità, nella fede.

Che bello poter vivere con uno stile di vita evangelico che rende la mia vita gradita a Dio! Don Bosco ripeteva sovente ai suoi giovani: «curate solo quello che di voi potrà dire il Signore, non quello che di voi, in bene o in male, diranno gli uomini» (MB XVIII, 329).  Si tratta quindi, in questo tempo privilegiato, di passare dalla ‘buona notizia’ alla ‘buona condotta’!

Nel Vangelo troviamo una parte del discorso apocalittico del capitolo 21 di Luca. Nella Bibbia il “genere apocalittico” è sempre utilizzato come risposta ad una reazione polemica nei confronti di chi non sa leggere la storia e i segni dei tempi. Quindi, l’apocalittica diventa una forma di interpretazione della storia in senso alternativo e teologico. Gesù, utilizzando questo genere letterario, vuole portarci ‘oltre’, vuole aiutarci a leggere i segni dei tempi, a interpretare i fatti dalla prospettiva del cielo. Insomma, la storia non va verso una fine, ma verso l’incontro con Dio. Ci sarà un altro tempo da vivere in condizioni diverse (i ‘giorni altri’ di cui parlava Geremia nella prima lettura). Ma la cosa interessante è che il testo interpella direttamente ciascuno di noi con un linguaggio che, pur rivolto al futuro, richiede prontezza e responsabilità nell’oggi.  Infatti, se è vero che le situazioni descritte dal discorso su Gesù devono ancora accadere, il risultato prodotto è che la vita del discepolo e della comunità sia modellata a partire dalla venuta del Figlio dell’uomo. Il futuro è oggi! Il futuro, pertanto, non inquieta, ma allarga l’orizzonte e restituisce il gusto e la gioia di atteggiamenti e stili di vita quali la vigilanza, la sobrietà, l’attesa, la perseveranza, la preghiera. È questo stile nuovo che ti permette di «stare attento», che ti aiuta a non «appesantire il cuore». In definitiva, il cristiano non può vivere in ‘pantofole’, ma cammina costantemente  -  progredisce dice S. Paolo  - non si addormenta, non vive di compromessi o di mediocrità, non diventa preda delle manie degli uomini, non si lascia appesantire dalle preoccupazioni, al contrario, mantiene l’agilità del corpo e la lucidità della mente. . È l’uomo o la donna della prontezza e della vita ‘buona’ in ogni occasione.         

Una ‘vivacità’ che matura in noi attraverso un cammino di distacco e di liberazione.

Distacco da noi stessi innanzitutto. C’è una terribile crisi sociale che non è quella politica o economica. È la crisi legata alla logica individualistica della vita: dove domina il benessere individuale, dell’io anziché del noi. È necessario, quindi, rompere il cerchio mortale dell’individualismo ed è urgente ricostruire la ‘cultura dei legami buoni’, in una logica di gratuità e di disponibilità.

Liberazione poi dall’idea che tutto abbia soluzioni immediate e facili. Catene sottili ma che ci esonerano dalla fatica e dalla responsabilità. È necessario, quindi, vivere la vigilanza, la fedeltà, la perseveranza. I problemi del nostro tempo ci obbligano a diventare «cristiani maggiorenni» che esercitano la loro responsabilità di credenti in modo coraggioso, autentico, con la certezza che Dio rimane accanto a sostenere questi sforzi. Occorre essere giovani determinati, perseveranti, capaci di rialzarsi quando si è caduti, pronti nel riconoscere i propri sbagli e docili a lasciarsi istruire e accompagnare dallo Spirito Santo. Ci vogliono quindi prospettive solide, ci vuole la certezza di questo ‘oltre’ che dà pienezza alla nostra esistenza.

Vivere l’oggi con la prospettiva del cielo! In una delle sue stupende ed efficaci espressioni, il Papa Benedetto ha affermato: «nei vostri progetti inserite la prospettiva dell’eternità!».

È questa la strada ed è questo l’impegno per un cammino verso il Natale significativo, cioè verso «l’incontro con una Persona viva che trasforma in profondità noi stessi, rivelandoci la nostra vera identità di figli di Dio» (Benedetto XVI).

Buon cammino a tutti!

 

Don Carlo Maria Zanotti

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