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Omelia di domenica 14 luglio 2013

Rendi il mio cuore capace di compassione, di tenerezza, di commozione di fronte al bisogno di chi mi sta vicino; riempilo della tua capacità di dono, di accoglienza, di misericordia, di perdono!


Omelia di domenica 14 luglio 2013

 

del 14 luglio 2013

 

Se quest’estate avrete la fortuna di passare qualche giorno in Calabria, non lasciatevi sfuggire l’occasione di fare un salto a Rossano Calabro, un paesino sulla costa ionica. Nel Museo Diocesano d’Arte Sacra è conservato un preziosissimo codice, risalente ai primissimi secoli: il Codex Purpureus, ricco di miniature che illustrano le scene evangeliche narrate nel testo.

Una di queste miniature ha come oggetto il brano evangelico odierno: il buon Samaritano.

A parte altre osservazioni sui colori, la ricchezza di particolari... la cosa più interessante è che la figura del buon Samaritano non è quella di un uomo “che era in viaggio” (v. 33), ma è Gesù di Nazaret. La comunità cristiana dei primi tempi ha visto in quel samaritano che ha compassione dell’uomo incappato nei ladroni, che si ferma e gli versa vino e olio sulle ferite, gliele fascia, lo porta a una locanda e si prende cura di lui, l’azione di Gesù! È Lui il buon samaritano che si china sull’umanità, sulle sue ferite, che attraverso la sua incarnazione si fa vicino ad ogni uomo, ha cura di lui e per lui dona la vita.

Tu sei quell’individuo caduto sotto i colpi di ladroni e briganti: quante ferite nella nostra vita! Sentimenti e affetti che ci sgretolano, rancori e desideri di vendetta che incattiviscono e inquinano la nostra serenità, dimenticanza di Dio per cui ci sentiamo sballottati qua e là senza un filo conduttore che leghi le varie età della nostra esistenza... Prova a fare un elenco delle ferite che non si sono ancora rimarginate nel tuo cuore. Lì si vuole fermare Gesù, lenire il tuo dolore versandovi vino e olio, fasciarle e condurti in un luogo di riposo e di quiete...

Una seconda riflessione è legata ai 3 personaggi: un sacerdote ebreo, un levita (addetto al culto del Tempio) e un samaritano (razza disprezzata dagli ebrei sia religiosamente che etnicamente).

I primi due tornano a casa dopo aver prestato la loro azione al servizio del culto nel Tempio di Gerusalemme, cuore della fede ebraica e luogo dove Jhawé abita. Hanno adempiuto la legge, hanno fatto il loro dovere di pii israeliti.

Alla vista di quel poveretto, lasciato mezzo morto sul ciglio della strada, il primo “passa oltre dall’altra parte” e il secondo “passa oltre” pure lui. Non vogliono contaminarsi con il sangue che fuoriusciva dalle ferite, non vogliono avere a che fare con uno che è di razza “bastarda”, fuori dalla ristretta cerchia del popolo eletto!

Noi non siamo molto diversi! Gesù ci vuol insegnare che non ha senso un culto sganciato dalla carità, che a nulla serve l’amore verso Dio se non si invera nel dono della propria vita per il prossimo e questo amore deve avere i connotati della concretezza. “Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore!”

Tutto parte dal cuore: “ne ebbe compassione”.

Gesù, mite e umile di cuore, rendi il mio cuore simile al tuo! È un’invocazione che mi hanno insegnato fin da piccolo. Rendi il mio cuore capace di compassione, di tenerezza, di commozione di fronte al bisogno di chi mi sta vicino; riempilo della tua capacità di dono, di accoglienza, di misericordia, di perdono!

 

 

don Gianni

 

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