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MGS e Lavoro...intervista a due insegnanti! da Giovani per i Giovani

Molti di noi abbiamo conosciuto il mondo salesiano e Don Bosco, frequentando per periodi più o meno lunghi la scuola Salesiana. Qui ogni giorno, personaggi a volte non troppo amati (scusate, ma abbiamo finito il liceo solo un anno fa (ndr)), cercano di far aumentare la cultura dei ragazzi che vengono loro affidati. Così, giusto per dimostrare a tutti che anche nei professori esiste un lato umano, soprattutto in quelli salesiani, abbiamo pensato di intervistarne due, giusto per capire come vivono il loro rapporto con la scuola e con Don Bosco in particolare.


MGS e Lavoro...intervista a due insegnanti! da Giovani per i Giovani

da GxG Magazine

del 02 marzo 2002

 

 

 

 

Nome

 

 

Camilla Cicogna

 

 

Carla Mezzalira

 

 

Professione

Insegnante di Religione

 

 

Insegnante di chimica e materie a carattere biologico

 

 

In quale scuola?

Al Don Bosco di Verona

 

 

Al Don Bosco di Padova

 

 

Da quanti anni insegna nell’ambiente salesiano?

Da 5 anni

 

 

Da 27 anni

 

 

Perché questa scelta

è nata dalla proposta di un’amica, ora collega, di portare il mio curriculum anche al don Bosco; ho accettato la proposta e ho portato al Preside il mio curriculum. A settembre poi il Preside stesso mi ha telefonato offrendomi l’insegnamento della religione. Conoscevo il don Bosco da altri amici che lo avevano frequentato, ma al momento la proposta mi ha un po’ intimorita. Poi la Provvidenza ha scelto per me, mi ha dato un bello spintone e ho cominciato.

 

 

Ho ricevuto molto dalla famiglia salesiana sia in termini culturali che di crescita personale, e ho trovato logico lavorare in questo ambiente per “passare ad altri” i doni acquisiti.

 

 

Conosce alcuni avvenimenti della vita di Don Bosco?

 

 

 

 

 

 

Un episodio della vita del Santo Che l’ha colpita.

 

 

Ultimamente rileggevo ai ragazzi quando don Bosco racconta la morte del padre e riflettevamo insieme sul ruolo che nella sua vita e nella sua scelta ha avuto la figura del padre: Dio è Padre, don Bosco diventa padre per i suoi orfani e per i suoi ragazzi, insegna ai suoi preti la cura del papà verso i suoi piccoli.

 

 

L’episodio di Bartolomeo Garelli perché evidenzia come Don Bosco fosse in grado di valorizzare tutti, di trovare qualcosa di positivo in ciascuno. E questo è un aspetto che favorisce la fiducia in se stessi, che incita a migliorarsi.

 

 

La frase di Don Bosco “Voglio che siate buoni cristiani e onesti cittadini” cosa le dice?

 

 

Che la nostra scuola deve insegnare entrambe le cose, educando a essere nel mondo, senza lasciarsi vivere.

 

 

Mette in evidenza che Don Bosco valorizza l’uomo nella sua globalità e ha a cuore la sua dignità.

 

 

E lei, con che atteggiamento personale cerca di dare testimonianza di Don Bosco ai suoi alunni?

 

 

stando con loro, crescendo con loro, imparando con loro, volendo loro bene

 

 

Cercando di dare il meglio di me stessa in termini professionali; prestando attenzione ai miei alunni, attenzione che punta a cogliere le loro potenzialità e la loro difficoltà; aiutando gli alunni a non perdersi d’animo e incoraggiandoli a migliorarsi

 

 

Crede in Dio, e qualè il suo rapporto con Lui?

 

 

Si ci credo, e cerco ogni giorno di stabilire con lui una relazione sempre più totale.

 

 

Si, ci credo. Mi ritengo “figlia” di un padre molto paziente e affettuoso, in grado di apprezzare i miei slanci, di condividere le mie gioie, e di sopportare pazientemente le mie “bizze”

 

 

Ha avuto esperienze con la scuola statale?

 

 

No

 

 

Ha avuto occasione di lavorare sporadicamente nella scuola statale, durante gli anni dell’università

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quale è la caratteristica che differenzia in positivo la scuola salesiana da quella statale?

 

 

l’animazione e il motivo per cui si vuole bene alle persone. Credo che anche nella scuola statale ci siano insegnanti che sono anche educatori, appassionati al loro lavoro e ai giovani che incontrano. Solo che sono mossi da motivi personali, non necessariamente condivisi. So che nella scuola lo spazio educativo è univocamente legato alle discipline; l’animazione è un surplus che anima le nostre attività. È addirittura un’altra attività

 

 

La maggior attenzione per l’alunno inteso come persona con la sua creatività, le sue potenzialità, le sue paure, le sue ansie, le sue gioie. L’alunno non è semplicemente “uno dei tanti”

 

 

E in cosa la scuola salesiana deve ancora migliorare per raggiungere il livello di quella statale?

 

 

La consapevolezza e il riconoscimento delle molte energie che ci lavorano. Però già si sta facendo qualcosa in questo senso.

 

 

La scuola salesiana deve potenziare la sua identità, deve perseguire le sue direttive pedagogiche, deve evitare di imitare la scuola statale e puntare sulla qualità dell’insegnamento.

 

 

Naturalmente, ha sperimentato che il primo giorno di scuola, soprattutto per i ragazzi del primo anno, può avere un sapore particolare; ci racconterebbe il suo debutto come insegnante?

 

 

Due ore dopo la ricreazione. Ero abbastanza impaurita e purtroppo credo di aver un po’ comunicato questo stato d’animo. La prima classe era una terza. Naturalmente li ho conosciuti, non abbiamo fatto un granché in quella lezione. Avevo l’impressione che il tempo fosse lunghissimo, anche perché ho dovuto fare i conti subito con la disciplina. I ragazzi però sono stati molto accoglienti e questo mi ha permesso di tranquillizzarmi molto. In quell’anno in modo particolare è molto più quello che ho imparato che quello che ho insegnato.

 

 

Avevo terminato da pochissimo tempo l’università, quando sono stata assunta e catapultata a insegnare matematica e scienze in varie classi delle medie. Avevo una fifa tremenda, in particolar modo mi incuteva un timore reverenziale la cattedra…… per me era qualcosa di proibito…….di irraggiungibile…. Tant’è vero che per quindici giorni non ci ho messo piede!!

 

 

Un situazione creatasi in classe nei suoi anni di insegnamento che ricorda con simpatia

 

 

Sempre una terza, un paio d’anni dopo. Era una classe piuttosto effervescente, con i soliti furbi per i quali qualsiasi sciocchezza serve per fare un po’ ridere… Credo che stessimo leggendo qualcosa, non ricordo. Uno dei ragazzi alza un pezzo di stoffa e chiede: “Di chi sono queste mutande?” Tra l’ilarità generale e la reazione schizzinosa di molti, cominciavano a volare le attribuzioni di proprietà, rigorosamente smentite. E naturalmente a voce tutt’altro che controllata. Al momento non ho saputo inventare niente per togliermi d’impiccio e per quietare il clima. È intervenuto il Preside costringendo in ragazzo a buttarle via. I ragazzi hanno cominciato a tranquillizzarsi. Per qualche giorno si è cercato invano il proprietario. Poi è rimasto solo un appunto sul registro di classe: “Viene rinvenuto in classe un paio di mutande”.

 

 

 

L’aver svolto la lezione con una parte della scolaresca vestita con i costumi più strani (era carnevale) ma che ascoltava e prendeva diligentemente appunti.

 

 

 

 

 

E questi sono alcuni aspetti della vita degli insegnanti che solitamente non traspaiono durante le lezione e tra i banchi di scuola.

 

 

 

 

 

Matteo e Gigio

Matteo e Gigio

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