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La tv, i cristiani, la democrazia e Chateaubriand

Dobbiamo forse canonizzare in tv l'ignoranza di massa, santificare la stupidità corriva, premiare la viltà opportunista ideologicamente corretta, parificare e omologare il tutto nella coazione a pensare che la natura del sacerdozio è questionabile in nome della lotta alla pedofilia? No.


La tv, i cristiani, la democrazia e Chateaubriand

da Quaderni Cannibali

del 19 giugno 2007

Del Conduttore Unico delle Coscienze non intendo parlare. La sua è una posizione povera, il livello della manipolazione professionale è estremamente basso (lo analizza e racconta in altra parte del giornale Daniele Bellasio, che ha visto il programma di giovedì scorso). Parlo invece di monsignor Rino Fisichella, che è uscito pulito da un tuffo nella spazzatura perché è gagliardo e bravo. Anzi, non parlo nemmeno di lui, parlo dell’unica cosa importante: la relazione tra il mondo cristiano e i mass media.

I cristiani si chiedono da duemila anni se, alla sua seconda venuta, Cristo troverà la fede nel mondo. Non si sa. Si sa che potrebbe trovare il talk show, il format privilegiato del relativismo contemporaneo, lo strumento di manipolazione più adatto a nascondere la verità o almeno a impedire la ricerca della verità. Il talk show se ne lava le mani, perché non è laico ma solo secolarista o neosecolarista, e lo share chiede la liberazione del bandito Barabba. La chiede in nome del fatto che ciascuno di noi preferisce essere lasciato in pace e individua nella ricerca della verità una minaccia al suo apparente benessere: posizione tipica del secolo e dei secoli, ma in particolare del secolo ideologico, diversa distinta e opposta a una vera posizione laica. La verità non soffre l’idea di un’altra verità in conflitto con essa, come dimostra il Papa quando discute della divinità del Signore con il rabbino Neusner, ma le chiacchiere, quelle le soffre, soffre la coralità sottomessa al brusio infinito dell’opinione corrente. Il problema è antico, e c’è un caso tipico, e fulgido, da segnalare.

Alla fine del Settecento, a Londra, Chateaubriand (1) scrive il suo “Genio del Cristianesimo”. Il 14 aprile del 1802 pubblica. Sono centinaia di pagine. E’ un’apologia dotta, fervente, luccicante e qua e là scombiccherata della religione cristiana. Ma non è un libro teologico o almeno non sta nella teologia o nella dottrina la sua intensità significativa, la sua densità semplice che fu il segreto di un grande e controverso successo. Il libro fu un tentativo di interrompere la messa in onda del talk show volterriano. “Voltaire, attaccando il cristianesimo, conosceva troppo bene gli uomini per non cercare di impadronirsi di questa opinione che si chiama opinione del mondo; perciò ha impegnato il suo talento nello sforzo di definire una sorta di bon ton dell’empietà. E ci è riuscito rendendo la religione ridicola agli occhi della gente frivola” (“Génie du Christianisme”, pag. 704, Garnier Frères, Editeurs, ed. 1828). Non è precisamente questa la regola del moderno talk show e di quel linguaggio televisivo che impasta i fatti fino a farli lievitare nella sua ombra, li rende suggestivi con l’immagine documentaristica, ne sequestra la verità complessa a colpi di sondaggi e statistiche manipolate ma facili, e li ributta nel pollaio come becchime a buon mercato, accompagnati dalla complice demenza della filosofia di MicroMega?

Chateaubriand era un convertito del cuore, fu romanziere di se stesso, politico contraddittorio, romantico ispirato e uomo insieme lucente e tenebroso (le sue memorie furono scritte dall’oltretomba), ma questa l’aveva azzeccata. Scopo e piano della sua opera, scritta divinamente in ogni senso ma perfettamente umana e laica nella sua tessitura, erano fusi in un brand molto moderno: cristiano è bello. Alla sapiente diffamazione volterriana, quando le puttanate sul clero morboso e chiuso erano scritte da un grande opportunista della Raison (che ci fece un sacco di soldi e si fece erigere una cappella nel suo castello) e non dagli scrivani della Bbc, replicati nella letteratura televisiva da ludibrio di Raidue e dei suoi complici aziendali, Chateaubriand oppose la luce della cultura, dell’arte, la bellezza della parola cristiana, dell’immagine, dell’architettura, del grande delirio estetico che aveva fondato il mondo occidentale su basi anche orientali, ebraiche e greche, traendo nei secoli il sacro dal profano e sviluppando una lectio divina monoteista e trinitaria, in cui sembrava che cielo e terra prendessero contatto, dall’orgetta interessante ma eccitata del paganesimo antico.

Il Conduttore Unico delle Coscienze è notoriamente di un’ignoranza abissale. Non per altro, ma perché ha studiato una sola cosa nella vita: come suggestionare il pubblico e offrirgli, sotto il simulacro della discussione in tv, un banale pregiudizio comprato al mercato. Come sbocco nel mercato del lavoro, lo studio affannoso e sudato era come si dice perfettamente propedeutico, e redditizio. Come servizio pubblico, caro il mio dottor Cappon, anzi Cappone, è uno sconcio. L’autore dello sconcio, mi dicono, ha cercato tutta la sera di far dire a monsignor Fisichella, che non ha abboccato, l’unica cosa che a lui interessava, a parte lo scopo ultimo e primo di dare l’impressione che il mestiere del prete, “ma naturalmente stiamo parlando soltanto di fatti specifici, per carità”, è quello di farsi i bambini; la cosa che lo interessava era separare la chiesa, che si difende bene da sola, dai suoi difensori laici, che corrompono invece la verità. Anche questa il CUdC l’aveva orecchiata (forse ha letto qualche articolo di Enzo Bianchi, di quelli più brevi). Ma gli era rimasta nel padiglione auricolare.

Si parva licet componere magnis, anche Chateaubriand fu criticato aggressivamente da chierici e laici, quando pubblicò la sua apologia del cristianesimo. Presentare quella religione laicamente come regno della bellezza equivale a corromperla, gli dicevano. Usare argomenti non eminentemente teologici, che non scaturiscano da una fede vissuta, vuol dire fare della religione uno strumento, gli dicevano. E lui rispondeva così: “Quest’opera è concepita per essere letta dal letterato più incredulo, dal più leggero dei giovanotti, e letta con la stessa facilità con cui il primo scrive un libro empio, il secondo un romanzo pericoloso. Dunque voi volete, gridano questi rigoristi così ben intenzionati verso la religione cristiana, voi dunque volete fare della religione una cosa alla moda? Ah! piacesse a Dio che fosse alla moda, questa religione divina, nel senso che la moda è l’opinione del mondo!” (ibidem, pag. 704). E a queste parole seguivano quelle già citate, e geniali, sulla necessità di interrompere la messa in onda del catechismo volterriano.

Noi laici che non possiamo e non sappiamo non dirci cristiani non abbiamo il problema di Chateaubriand, non difendiamo il cristianesimo come religione, anche quando ne sentiamo il vigore e la persuasività sul piano storico e teologico. Noi facciamo apologia della democrazia liberale rettamente formata e intesa, un sistema che non deve per statuto canonizzare l’ignoranza di massa, santificare la stupidità corriva, premiare la viltà opportunista ideologicamente corretta, parificare e omologare il tutto nella coazione a pensare che la natura del sacerdozio è questionabile in nome della lotta alla pedofilia; un sistema che per essere fedele a se stesso non deve per lo meno lasciare tutto questo senza risposta, e senza una risposta fondata anche sul bello, sul poetico, sul mirabile che c’è dietro la grandezza e la miseria, la superbia e l’umiltà di una grande avventura dello spirito universale qual è il cristianesimo. E ci preoccupiamo, perché non abbiamo ancora capito se il mondo cristiano, al quale ci affratellano idee di un certo spessore, come quelle di persona e di essere umano, abbia percepito fino in fondo la sfida della volgarità quando a portarla siano i mass media. Non sono io che devo difendere Fisichella, un vescovo, figuriamoci, un successore degli apostoli, è Fisichella che deve difendermi dai chierici del mio tempo, esercitando con me e con tutti gli uomini liberi il diritto a una parola che sia bella e forte, bella perché forte e forte perché bella.

 

(1) François-René de Chateaubriand (4 settembre 1768 - 4 luglio 1848), scrittore e uomo politico francese.

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