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La sfida dei ragazzi dell´89

Sono i cinquecento diciottenni più bravi d¬¥Italia, selezionati dalla Normale di Pisa. Li abbiamo incontrati per tracciare l¬¥identikit di una futura classe dirigente che crede molto poco alle regole e alle dinamiche della società che dovrebbe guidare...


La sfida dei ragazzi dell´89

da Attualità

del 09 luglio 2007

La maggioranza galleggia sulla media del nove. Crema scolastica superiore, distillato di pagelle pregiate. La Normale di Pisa se li è fatti segnalare dai presidi, i più bravi d´Italia della classe 1989, nati quando cadevano muri e illusioni. Sono i più brillanti tra quelli che hanno appena finito la quarta superiore. Erano quasi duemila: i normalisti hanno scremato ancora, pesando curriculum e auto-presentazioni. Sono scesi a cinquecento. Cerchio ristretto. Le beautiful mind di un´annata, una vendemmia speciale, da non sciupare. Non li vuole arruolare per forza, la nostra scuola d´élite più prestigiosa: se vorranno, fra un anno faranno domanda per entrare nel solenne edificio dove studiarono Carducci e Rubbia, Fermi e Ciampi, altrimenti sceglieranno altri atenei. Questa convocazione estiva, che si ripete da trent´anni, è un servizio al paese: cerca di far sì che il talento non si disperda nell´ambiente, non si smarrisca nel labirinto dell´università italiana, che i più bravi abbiano un suggerimento per scegliere consapevolmente il loro futuro di studio. 'Corso di orientamento pre-universitario': in realtà è una settimana da shock intellettuale, terapia d´urto mentale, full-immersion senza respiratore nel clima degli studi d´eccellenza: lezione sulla produzione energetica, a seguire analisi del dilemma in filosofia morale, di seguito le basi molecolari della chiralità (ascoltare per capire cos´è), poi ancora le controversie religiose nel Novecento... Una scuola di sopravvivenza intellettuale. «Andate pure a pranzo», crolla esausto uno con la maglietta Impossible is nothing, «io devo dormire un´oretta...».

Nei chiostri del convento di Sant´Agostino, il professor Mario Vietri, astrofisico, accoglie così i primi cento: «Voi siete la futura classe dirigente di questo paese». Risatine represse. Imbarazzo. «A diciott´anni è una responsabilità un po´ eccessiva», obietta Sofia, media nove e mezzo al classico di Palermo. «E chi dev´essere allora? Totti? La sua fidanzata?», Vietri è inflessibile. Sembra quasi che qui si allevi una stirpe speciale, Alessia di Foggia s´inalbera: «Non mi va questa cosa della classe dirigente, è classista, appunto». «Non mi sento di un genere diverso dagli altri», l´appoggia Vanessa di Noci, Bari. No, infatti, almeno a primo sguardo non sembrano di un´altra razza. Forse un po´ meno chiassosi di una gita scolastica standard, girano per la cittadina medievale passando inosservati. Magliette dei gruppi rock, jeans, brufoli, minigonne, iPod, collanine, all-star, zainetti: look generazionale adeguato. Forse un tasso leggermente più alto di occhiali. Piercing, scarsi ma non assenti. E soprattutto belle facce da teenager, nessun colorito verdastro da nerd interfacciato al computer ventiquattr´ore al dì. «Impegno sì, morire sui libri no».

Dove stia il segreto di quelle performance, neanche loro sanno dirlo. «A me basta stare attenta a scuola». Ringraziate il Cielo, il Destino, la Natura, il vostro carattere? «La mamma», prova una brunetta, arrossendo. Conta avere una buona famiglia alle spalle? «Sì ma non per i soldi». Piccolo sondaggio sul mestiere dei papà e delle mamme: medici, professionisti, dirigenti, commercianti; meno gli insegnanti e gli impiegati. Una barriera sociale al successo scolastico come quella che denunciava don Milani c´è ancora, ma complicata da nuove variabili. «Buona famiglia è quella che ti fa da filtro», spiega Danila di Borgotaro, «che non ti piazza davanti alla tivù a tre anni, non ti mette in mano il gameboy a cinque e il cellulare a otto». Mamme consapevoli, ok, è questo tutto quel che avete in comune? Ci pensano: «La curiosità per il mondo». Federica di Trento lo dice con autoironia: «Siamo quelli che alzano sempre la mano quando il prof chiede 'ci sono domande?'».

Un po´ poco, forse, per spiegare il talento, come lo chiamano qui in Normale senza farsi scrupoli. Talento è una definizione impegnativa. Esigente. Nella parabola evangelica significa dono, ma anche dovere. Infatti sembra quasi una chiamata alle armi del pensiero, questa naja intellettuale di Cortona. Obbediranno? Si schermiscono. «È quel che si attendono da noi, questo si vede», medita Fabio di Bagheria, «ma chi ha detto che siamo quelli giusti? Una buona media non è di per sé prova dell´intelligenza». Non in queste scuole, almeno. Mica tanto teneri, i sapientini, con quelle che stanno frequentando loro. «La preparazione scolastica conta meno del cinquanta per cento», calcola Luca. Benedetta è impietosa: «Professori sessantottini sfiduciati, avevano ideali, ora hanno delusioni e ci comunicano sfiducia». Alessia ha «incontrato più prof sbagliati che giusti». Almeno uno, però, brilla in ciascuna storia personale, spesso è stato l´incontro giusto, quello che ha fatto scattare la molla segreta che trasforma uno studente vivace in una mente. Ma è difficile far miracoli coi fichi secchi. «La mia scuola è desolante, non c´è neanche un laboratorio», Annarita di Bari si sente «un´autodidatta. Cerco bibliografie, seguo conferenze, al pomeriggio m´infilo di straforo nelle aule dell´università».

Una scuola sofferente forse sforna anche giudizi non così attendibili, e il professor Vietri lo sa bene: «Alla prova d´ingresso in Normale partecipano solo diplomati alla maturità con cento centesimi. Un terzo di loro lascia il foglio in bianco». La docimologia è una scienza imperfetta e applicata in modo diseguale sul territorio nazionale. La scuola premia, ma la scuola sa anche soffocare il talento: «Chissà quanti ragazzi stanno facendo un mestiere che non è il loro», si chiede David Regazzoni, che era uno come loro cinque anni fa, adesso si laurea, e sa che la sua sfida è appena cominciata. E allora, questi ragazzi pieni di medaglie scolastiche sono davvero i migliori? «Lo siamo, ma all´interno del sistema di riferimento dato, che è la scuola», ammette Luca di Arcore, non sa che facoltà scegliere ma ha un linguaggio da fisico teorico. «Abbiamo più che altro il talento di capire cosa la scuola richiede per darci un buon voto», sdrammatizza Andrea di Trieste. «La pagella brillante dice solo che hai propensione a studiare», insiste Massimo. «Siamo solo i meglio adattati», sintetizza infine Danila con scatto darwiniano. Chiara di Trento ha lo sguardo altrove, sta pensando a qualcuno: «Ho un amico che è un genio, è più capace di me. La scuola non gli piace, potrebbe fare tutto, s´accontenta del sei. E lui qui non c´è».

Modestia? No, prudenza. 'Primi a scuola ultimi nella vita', questa è la vecchia scusa dei poltroni, si sa. Ma che sia più vero 'primi a scuola e anche nella vita' non lo garantisce nessuno. «Ci sarà sempre il raccomandato che ti sorpassa». O quello che fa un mucchio di soldi vendendo auto usate, molto più del tuo stipendio da luminare della fisica, anche se prendeva quattro in trigonometria. La meritocrazia, allora? «Ma dov´è?», sbottano. A scuola c´è, voi ne siete la prova. «Ma non si trasmette fuori», lo garantisce Chiara del Visconti di Roma, liceo blasonato. I vostri genitori, almeno, saranno contenti. «Sì, ma ormai danno per scontato che andiamo bene a scuola, come se fosse automatico». Ma spesso sono proprio gli adulti, i parenti, gli amici di famiglia i primi a disincentivare: «Dicono 'ma divertiti un po´, non studiare così tanto, ti perdi gli anni migliori della vita'», sospira Chiara (l´ennesima, questa è di Lucca). O anche peggio: «Prendi matematica? Vai a fare la fame», s´è sentita apostrofare Elisa di Tortona. Il sospetto, diavolo tentatore, è che non abbiano poi tutti i torti, «se quel che ci aspetta dopo la laurea sono anni di precariato intellettuale, allora le nostre belle pagelle a cosa servono? Sarà triste». Questo spiega perché i genietti quando provano a entrare alla Normale puntano alle facoltà difficili e astratte, matematica, fisica, perché un matematico e un fisico che escono dalla Normale hanno un futuro, ma se poi non ci riescono allora ripiegano su ingegneria o medicina o giurisprudenza, perché bisogna pur puntare a uno stipendio.

Comunque, meritocrazia, ammettiamo pure. «Ma chi è che decide cos´è il merito? Chi la nomina una classe dirigente?», chiede Fabio il siciliano e sa che non c´è una vera risposta. «La classe dirigente italiana ha bisogno delle nostre capacità?», è quasi beffarda Gloria di Camerata Picena, «a giudicare da chi è adesso classe dirigente, non direi». I politici? Smorfie. Anche quelli che ci stanno, che accettano la sfida, come Margherita di Alessandria, mica pensano di fare carriera in parlamento: «Per me classe dirigente non è la testa, ma la spina dorsale di un paese». Del resto quella del politico non è una vocazione che possa meritare l´impegno di una vita di studi: «I politici sono come i pannolini, vanno cambiati spesso e per lo stesso motivo», Andrea, quello con tutti dieci, ride alla sua stessa battuta, «l´ho sentita in un film, ma è giustissima». Nella vita futura si vedono primari, fisici nucleari, giornalisti. Ma a diciott´anni si può anche essere più romantici: «Realizzarsi non è per forza raggiungere i vertici», «Successo è non avere rimpianti», «Successo è non annoiarsi mai», all´Andrea di Trieste basterebbe «aprire una biblioteca con cioccolateria, sono due modi per addolcire un po´ il mondo». Non è che non abbiano ambizioni. È che temono la fregatura dopo le illusioni. «Magari diventerò davvero classe dirigente, ma di quale paese?»: è sarcastica, Benedetta di Pisa, o forse rassegnata, comunque ha già le valigie pronte. Intellighenzia take-away, sapere già in formato esportazione: questo dice l´esperienza post-universitaria dei loro fratelli maggiori.

Ma per adesso, è una favola bellissima. Verso sera le lezioni cattedratiche si sciolgono in crocchi peripatetici attorno ai relatori sotto i portici del vecchio chiostro, con la carriera accidentata di Sant´Agostino dipinta nelle lunette. «C´è un rapporto tra materia oscura e antimateria?», «Ma il dilemma etico indecidibile non è una contraddizione in filosofia morale?», d´accordo, questi ragazzi quasi-Normali hanno una marcia in più. Stasera, sul parapetto della rotonda che sbircia da lontano il Trasimeno giocheranno a recitarsi a memoria i film di Pieraccioni, di Verdone, di Troisi, festival di dialetti e risate da bambini. Ma adesso i ragazzi dell´89 allenano i muscoli del ragionamento a costo di sfinirsi, bevono tutto quel che possono, riempiono i serbatoi della mente fino all´orlo, ne avranno bisogno per la traversata del deserto dell´anti-meritocrazia. Premiati da una scuola delle cui capacità di valutare dubitano, lusingati da una società delle cui promesse non si fidano, cercano un posto nel mondo, e contano solo su se stessi. Se partono con un po´ di vantaggio, se arriveranno, forse il merito sarà tutto loro. Poi, magari, in un´altra Italia, il premio Nobel lo prenderebbe l´amico geniale di Chiara, quello che s´accontenta del sei.

Michele Smargiassi

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