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La scuola cattolica al servizio della società

La libertà di educare per crescere tutti. Il contributo della scuola cattolica e la “disparità” scolastica italiana (Milano-Università Cattolica, 1 marzo 2007). «Rilevo, anzitutto, l'utilità, anzi la necessità di non stancarci mai di “rivisitare”, confermandola e approfondendola sempre più, l'identità della scuola cattolica, il suo vero e autentico “volto” all'interno del più ampio e diversificato mondo educativo e scolastico».


La scuola cattolica al servizio della società

da Teologo Borèl

del 07 marzo 2007

Ringrazio di cuore tutti voi per avermi offerto la gradita opportunità di concludere questo importante Convegno sulla libertà di educare e in particolare sulla scuola cattolica, sulla sua identità e sul suo servizio alla società italiana di fronte ai nuovi orizzonti che si profilano.

Saluto con viva cordialità

-          il Magnifico Rettore e le Autorità presenti, in specie il Signor Ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni, il direttore scolastico regionale della Lombardia, Anna Maria Dominici;

-          i relatori che sono intervenuti nelle due sessioni della mattinata;

-          tutti voi partecipanti che avete condiviso questo Convegno di riflessione e di dialogo.

In particolare, la presenza di chi autorevolmente rappresenta la società civile e le sue istituzioni, accanto ad esponenti del mondo della cultura e della scuola, è un segnale di attenzione ai processi educativi e all’esperienza della scuola cattolica, alla quale va in questo momento il mio apprezzamento, la mia gratitudine e insieme il mio incoraggiamento.

Offro ora alcune riflessioni, nella speranza che esse incrocino, almeno in qualche modo, i problemi e le prospettive trattati nel Convegno.

E vorrei iniziare da una parola, che può sembrare forse un poco “provocatoria”, su quella che chiamerei “l’identità esigente” della scuola cattolica.

     

 

La scuola cattolica: un’identità “esigente”

 

Rilevo, anzitutto, l’utilità, anzi la necessità di non stancarci mai di “rivisitare”, confermandola e approfondendola sempre più, l’identità della scuola cattolica, il suo vero e autentico “volto” all’interno del più ampio e diversificato mondo educativo e scolastico. E questo per molte ragioni, a cominciare dal fatto che tale identità chiede sì di essere “proclamata”, ma  anche “vissuta”. Per sua natura, infatti, un “progetto” educativo-scolastico domanda di incarnarsi, di diventare “storia” concreta: certo, con la sapienza e la pazienza della gradualità, ma anche con la chiarezza delle convinzioni e la forza delle decisioni, con la tempestività e la coerenza delle azioni. L’identità tocca l’essere di una scuola, ma proprio per questo non può non entrare nel suo agire e non imprimervi una precisa qualifica.       

Aggiungo che l’identità della scuola cattolica – così almeno la percepisco – deve dirsi come l’anima e il respiro, la sollecitazione e la spinta per affrontare, senza paura e in modo coerente, le novità storiche, sociali e culturali riguardanti l’educazione e la scuola nei termini di vere e proprie “sfide”. Lungi dal rimandarci al passato e dal rinchiuderci in esso, il recupero e il rilancio dell’identità ci inseriscono appieno nel momento presente e ci aprono  - rendendoci pronti, o addirittura antesignani – alle linee di tendenza e alle prospettive che si profilano all’orizzonte.

C’è anche da aggiungere che l’identità non è fine a se stessa, ma si pone al servizio e in rapporto alle altre realtà educative e scolastiche presenti e operanti nella società. L’identità si afferma e si precisa mediante il confronto, il dialogo, la collaborazione. Quando ci si apre e si entra in rapporto con gli altri, non solo non si rinnega la propria identità, ma la si può definire in modo più preciso e completo.

Infine, se il Convegno intende sottolineare il rapporto tra la scuola cattolica e la società italiana impegnata nell’opera educativa e scolastica, non possiamo esimerci però almeno dall’accennare a un altro rapporto – non meno importante e decisivo -, quello con la Chiesa e, in termini più immediati e concreti, con le comunità cristiane e le varie realtà di Chiesa (come le congregazioni religiose, i movimenti e le associazioni, le famiglie).

In realtà, la scuola cattolica è generata e sostenuta da una comunità, da un contesto comunitario vivo e concreto. In tal senso perché la scuola cattolica, nel suo spirito originale e nella sua concreta proposta educativa-scolastica, possa essere più credibile e incisiva deve coinvolgere, sia pure in modalità differenti e complementari, non solo alcuni soggetti – in particolare gli “addetti ai lavori” -ma la comunità cristiana quale suo soggetto globale e unitario. E se, grazie a Dio, dobbiamo riconoscere le tante “forze” ecclesiali impegnate nella scuola cattolica - forze motivate e appassionate, intelligenti e coraggiose, professionalmente valide ed eccellenti - , dobbiamo però pure riconoscere che nella stessa comunità cristiana permangono verso la scuola cattolica ritardi e disinteresse e perfino dimenticanze e assenze ingiustificate.

Proprio sotto il profilo ecclesiale si deve dire che l’accresciuta consapevolezza circa l’attuale “emergenza educativa” dovrebbe stimolare un rinnovato e più forte impegno di evangelizzazione e di missionarietà che, al di là delle strade cosiddette classiche della Parola, del Sacramento e della Carità, passi attraverso la strada specifica della scuola: non certo perché la scuola cattolica sia luogo di catechesi, ma perché svolga l’insostituibile funzione di far conoscere la portata propriamente culturale della fede e della vita cristiana.

 

 

La dimensione pubblica dell’educazione scolastica

 

Riprendendo ora in particolare il tema di questo Convegno vorrei rilevare che il nostro incontro si inscrive nello spirito degli articoli 33 e 34 della Costituzione Repubblicana. Ci siamo incontrati, infatti, in un atteggiamento di dialogo rispettoso e di collaborazione corresponsabile, nella comune e condivisa ricerca di come meglio rispondere alle nuove esigenze educative che si affacciano nella vita del Paese. In realtà, tutti siamo convinti che l’educazione e l’istruzione rivestono una rilevanza pubblica per i cittadini, considerati sia come singole persone con i loro diritti individuali e con i loro doveri nei confronti della società, sia come gruppi sociali che - con le proprie differenti identità etniche, culturali e religiose – cercano di rapportarsi in una convivenza civile e solidale, libera e democratica. 

Ora, come l’esperienza quotidiana ci sta mostrando, la grande sfida che la nostra società deve oggi affrontare è quella del pluralismo: siamo una società fortemente pluralista. E questa sfida diventa un appello preciso a favorire processi di integrazione culturale, che salvaguardino, da un lato, una continuità dinamica nei confronti del patrimonio spirituale e culturale ereditato dalla nostra storia e che, dall’altro lato e nello stesso tempo, rendano questo stesso patrimonio fruibile a chi è portatore di altre identità. Può nascere allora una reciprocità che permetta, a ciascuno dei diversi soggetti della società pluralista, di coltivare la propria identità e insieme di rispettare i valori spirituali e culturali altrui, quelli che non sono in contrasto con i fondamenti etici della vita civile e sociale sanciti dalla Costituzione.

Educare all’incontro e all’ascolto dell’altro, alla reciproca conoscenza e al dialogo in vista di concrete forme di collaborazione, è una delle più alte espressioni della libertà (che è sempre, come la persona, libertà “relazionale”, ossia di fronte agli altri e con e per gli altri) e, per i cristiani, una irrinunciabile forma della carità (come scambio di doni e condivisione). Per questo come cristiani guardiamo sempre con favore alla funzione pubblica della scuola statale, perché essa, nelle sue diverse forme e gradi, è il naturale luogo d’incontro tra i cittadini in formazione ed è pertanto chiamata a svolgere un ruolo di primaria importanza per i processi di integrazione sociale e culturale.  

Tuttavia, sulla base del patto sociale che è all’origine della nostra Carta costituzionale, non solo affermiamo il diritto di dare vita a scuole libere, ma anche e soprattutto vogliamo mettere a fuoco la funzione pubblica delle scuole cattoliche, nella misura in cui esse sanno e vogliono mettersi a servizio sia della maturazione della persona umana, sia della convivenza civile e democratica, non solo in genere ma anche in specie tra gruppi portatori di identità differenti. La scuola cattolica svolge questa azione formativa attingendo certamente dalla sua ispirazione ideale che promana dalla fede, ma sempre come “scuola”, secondo la modalità tipica della scuola, che comporta capacità di trasmissione della cultura e della tradizione del nostro popolo, con i mezzi e i metodi che la didattica e la pedagogia mettono a disposizione.

In questa linea si deve riconoscere che di fatto la scuola cattolica ha compiuto nel corso degli anni un grande sforzo collettivo per adeguare in ogni ambito il proprio lavoro alle molteplici richieste provenienti dalla società italiana. In tal senso, essa non cerca eccezioni e non domanda privilegi, ma chiede solo di poter offrire – a tutti coloro che la vorranno liberamente accogliere - una professionalità qualificata. E se è vero che tale professionalità si pone al servizio di un progetto più ampio legato ad una precisa e specifica ispirazione che mette in campo un piano educativo originale e concreto, è altrettanto vero che questo piano educativo può essere offerto a tutti. Infatti la scuola cattolica sa di doversi porre in ascolto sia della storia da cui proveniamo, sia dell’attuale società pluralista, e in tal modo sta a fianco delle famiglie, dei bambini, dei ragazzi e dei giovani, nella fase difficile ed affascinante della loro crescita di persone e di cittadini chiamati a vivere nella complessità di un mondo globalizzato. Vorrei dire che è possibile procedere oltre e trovare così nell’ispirazione propria della scuola cattolica motivazioni e risorse più forti per affrontare l’attuale sfida della globalizzazione sotto il duplice aspetto della pluralità e dell’unità.

 

 

Il servizio della scuola cattolica

 

La dimensione di servizio pubblico, che nella scuola cattolica ci pare rilevante e riconoscibile, si esprime nei diversi gradi di scuola.

Innanzitutto nella nostra scuola dell’infanzia e in quella primaria, che non è certo una scuola di lusso, per ricchi o per privilegiati. Gran parte della scuola cattolica della Lombardia è scuola dell’infanzia. Infatti il 70% - cioè 1500 scuole sulle 2100 scuole cattoliche presenti in Lombardia – sono scuole per i bambini dai 3 ai 6 anni. Si tratta di un servizio rivolto alle famiglie, e alle giovani famiglie in particolare, le quali trovano in questa scuola un luogo accogliente, sicuro e qualificato per i loro bambini.

Questo servizio rientra nell’ambito di quella promozione della famiglia  che costituisce un dovere fondamentale e urgente di tutta la società. Oggi infatti la famiglia ha bisogno soprattutto di concrete politiche sociali che la promuovano, più che di campagne verbali che pretendono di difenderla. Come ho avuto modo di scrivere di recente, “la politica familiare deve essere considerata uno degli elementi fondanti, centrali e strutturanti dell’intera azione politica… Come tale, la politica familiare nel senso detto non può non avere precedenza su tutto il resto: precedenza anche nei tempi di intervento, e comunque come criterio per valutare o ‘misurare’ ogni altro intervento” (Consiglio pastorale diocesano, 17 febbraio 2007). Ciò deve dirsi in specie per l’emergenza educativa e, all’interno di questa, per tutto il mondo della scuola. 

In questo senso deve dirsi particolarmente prezioso l’apporto alle famiglie dato dalle scuole cattoliche. In queste, infatti, si cerca concretamente di offrire un aiuto insostituibile di affetto, di tempo donato senza troppo badare a quel che sarebbe dovuto, di competenza coltivata e continuamente verificata. Tutto questo costituisce un dono enorme che le scuole cattoliche fanno alla società italiana nel suo insieme. In particolare le famiglie che vivono l’esperienza di accogliere e di far crescere figli disabili sono sicure di trovare in queste scuole grande disponibilità e risposte qualificate alle loro pesanti necessità.

Diversa e più delicata è la situazione delle scuole di ordine e grado superiore, dove la complessità dei percorsi formativi e delle competenze messe in campo impediscono un contenimento dei costi, che invece sarebbe necessario per renderle più accessibili. Riteniamo che i percorsi culturali e formativi delle nostre scuole secondarie siano ordinariamente di buona qualità. Spesso constatiamo che dirigenti e insegnanti delle nostre scuole secondarie, uniti in un patto educativo ai genitori e agli studenti, sanno offrire una proposta educativa ricca di risposte positive e adeguate alle attese delle nuove generazioni. Infatti rispondere ai bisogni di socialità, di accoglienza, di rispetto della diversità e di reciproco sostegno solidale ed amichevole è l’eccellenza che i cattolici devono e vogliono perseguire. Chi vive l’esperienza di una scuola cristianamente ispirata non può considerare il privilegio dello studio come una moneta da spendere solo a proprio vantaggio, ma come una responsabilità da mettere in campo per il bene di tutti.

 

 

Un  riconoscimento atteso  

 

Ora, alla luce della dimensione pubblica che l’educazione assume in ogni istituzione scolastica - quando essa è realmente a servizio della persona e dell’intera cittadinanza nella società pluralista -, è inadeguato limitare la definizione di ciò che è pubblico a ciò che è statale. Lo attesta in particolare la testimonianza di servizio maturata e collaudata proprio nella scuola cattolica. Pertanto, in linea anche con la legislazione vigente e sulla base di requisiti concordati e verificati, riteniamo che si debba dare un maggiore riconoscimento alla dimensione pubblica delle scuole cattoliche che svolgono un reale servizio nella società.

A chi ha responsabilità della vita civile e politica non possiamo non chiedere di accogliere questa richiesta non indebolendo, ma riqualificando la scuola pubblica, quella attualmente riconosciuta come tale. Essa deve continuare ad essere il luogo naturale dell’incontro e del dialogo fra identità diverse, ma lo può fare positivamente solo nella misura in cui il pluralismo non scade a promuovere forme di indifferenza e di relativismo. Nello stesso tempo la scuola pubblica deve prendere onestamente atto di quanto fa la scuola cattolica e deve saper accogliere gli stimoli salutari che derivano dall’iniziativa libera di soggetti e scuole che, in coerenza con la propria identità cristiana, sono impegnati creativamente a rispondere - attraverso progetti educativi qualificati - alle sfide della società attuale. E proprio nel contesto di una valida coesistenza tra proposte educative qualificate e impegnate a rispondere ai problemi della società d’oggi sarà più facile percepire la dimensione pubblica di tutte le scuole, e delle une e delle altre. Confidiamo che, senza irrigidimenti ideologici e senza preclusioni o pregiudizi, la società valorizzi il ruolo dell’educazione libera di ispirazione cristiana, perché non la Chiesa o i cattolici, ma tutta la comunità civile ne possa trarre  beneficio.

A chi ha responsabilità educative e direttive nella scuola cattolica chiediamo di continuare nel cammino virtuoso intrapreso accentuando sempre di più, nei progetti formativi, la dimensione di reale e qualificato servizio pubblico, nella prospettiva di una stimolante concorrenza, che non è contrapposizione alternativa, ma risposta libera e autonoma in una società pluralista e democratica. Proprio perché coerente con un’ispirazione cristiana, che non ammette identità chiuse o separate ma promuove cammini di incontro e di ascolto, di accoglienza e di dialogo, la scuola cattolica non può che rapportarsi in termini costruttivi nei confronti delle istituzioni della società e delle altre istituzioni scolastiche.

Non intendo suggerire modalità e strumenti che in una società laica e democratica i vari soggetti, chiamati in causa da questo Convegno, sono chiamati a individuare e ad attivare per il cammino che attende la scuola. Ho fiducia che, in un clima di reciproca comprensione e collaborazione, si saprà trovare la via che porti ai giusti e reciproci riconoscimenti. È pure necessario che, nell’attuale contesto pluralista, si abbia l’intelligenza e la prudenza di evitare la frantumazione del corpo sociale attraverso la proliferazione di scuole private legate o addirittura espresse da identità etniche o religiose differenti. I diritti degli individui e delle loro identità particolari devono infatti essere salvaguardati sempre nell’ottica della società che, per essere la casa comune di tutti, non può essere divisa in mondi tra loro non comunicanti e non collaboranti. Le nuove generazioni hanno diritto non solo ad un’esperienza educativa coerente con la fede o la visione del mondo, che, dapprima, la loro famiglia e, poi, essi stessi liberamente intendono abbracciare, ma anche a poter sperimentare nella loro formazione laboratori di relazioni positive e solidali con giovani portatori di identità diverse per un futuro di pacifica convivenza. Le due prospettive devono sussistere senza escludersi a vicenda.

 

 

Conclusione: al servizio della libertà della fede

 

Concludo augurando a coloro che qui rappresentano il prossimo futuro del mondo di porre già oggi, nei loro percorsi educativi di cristiani, il cammino che conduce alla vera libertà, quella cioè che si identifica con la responsabilità verso il vero e il bene, in concreto verso il dono di sé.

Vorrei rilevare soltanto che la prima e più profonda di tutte è la libertà di credere, la libertà che si acquisisce raffinando il senso critico e l’uso corretto della ragione, facendo l’esperienza dell’amore gratuito e misericordioso di Dio Padre in Cristo Gesù, nutrendosi della sua Parola e incontrando la testimonianza evangelica e comunitaria che il suo Spirito continua a suscitare e rinnovare.

Mi pare di poter dire che proprio il mondo laico contemporaneo, apparentemente lontano ed estraneo alla fede, è spesso il primo a cercare e a sentire il bisogno di incontrare cristiani educati e maturati in questa libertà: la libertà della fede. Non è forse questo il servizio più necessario e alto che può offrire la scuola cattolica?

E la marcia “Andemm al Domm”, che quest’anno conosce la sua 25ma edizione, non potrebbe essere interpretata anche così? Un camminare verso il Duomo di Milano quale luogo-simbolo della fede cristiana della nostra Città e Diocesi: un camminare cioè che assume il volto di una proclamazione corale e gioiosa da parte delle scuole cattoliche della loro identità cristiana, dalla cui fede si sprigiona una grande e contagiosa carica evangelizzatrice e missionaria? Sì, la libertà della fede come principio e forza di una storia e di una cultura profondamente rinnovate, secondo il Vangelo e perciò stesso come risposta alle radicali esigenze della persona e della società.

card. Dionigi Tettamanzi

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