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La Russia Salesiana da Giovani per i Giovani

“Dasvidania Tovarish”, è il saluto che sente ogni mattina don Andrea Ballan, un sacerdote salesiano trevisano, che ormai da qualche anno, insieme ad altri tre confratelli, risiede alla periferia di San Pietroburgo, in un grosso centro per l'educazione dei giovani. Lo ha raggiunto la nostra inviata speciale con questa bellissima intervista.


La Russia Salesiana da Giovani per i Giovani

da GxG Magazine

del 25 settembre 2006

- Caro don Andrea, tu vivi nell’opera salesiana di Gatchina… Ma dove si trova?

Gatchina si trova a 30 km a Sud di San Pietroburgo.

 

- Da quanti confratelli è composta la tua comunità?

In questo momento siamo rimasti in tre: due italiani e un bielorusso. Vediamo se la Provvidenza manderà ancora qualcuno per l’anno prossimo.

 

- Quando si pensa ai missionari ci vengono in mente persone che vanno in Africa, Asia, America del Sud… Voi invece siete missionari in Europa: in Russia. Ma che ha senso ha?

In Russia è meglio non usare il termine “missionario” per non far venire la pelle d’oca agli ortodossi. Ci sono tante idee di missionario: c’è chi crede sia uno che va a convertire i “selvaggi” alla vera religione, un po’ come ai tempi di don Bosco. C’è chi usa questo termine in senso stretto, per connotare quelli che portano l’annuncio del Vangelo a coloro che non hanno mai sentito parlare di Gesù. Ma ognuno di noi, in realtà, è missionario perché battezzato. Il Signore non consacra per mettere in vetrina, ma per mandare. Ad ognuno di noi è affidata la missione di essere suoi testimoni nel mondo. In questo senso, si può dire che si è missionari anche in Italia.

Se noi diciamo che siamo missionari, gli ortodossi capiscono che siamo dei predatori che vanno a caccia di anime nel loro territorio. Ecco da dove nasce e si alimenta l’accusa di proselitismo che ci viene rivolta. Sa un po’ di campanilismo, ma è così! Parecchi anni fa su un giornale locale era apparso un articolo contro i salesiani. Il giornalista, avendo saputo che il motto di don Bosco era “da mihi animas”, metteva in guardia i genitori dal mandare i loro figli da noi perché, diceva, noi volevamo rubare loro l’anima…

 

- Come è cominciata questa missione? Raccontaci qualche episodio dei primi tempi in cui avete iniziato la vostra presenza in Russia…

L’inizio è stato alquanto travagliato. L’opera è nata per iniziativa di un gruppo di imprenditori, politici e professori italiani e russi. L’idea di una scuola salesiana era piaciuta subito ai russi, ma prima di atterrare a Gatchina... All’inizio si era puntato su Mosca. Poi su San Pietroburgo. Tante trattative, incontri interminabili, ma non si arrivava mai a nulla. Poi il Comitato per l’educazione e la formazione professionale della regione di Leningrado ha offerto Gatchina perché era un centro professionale che volevano chiudere. La scuola nr. 213 allora preparava falegnami e muratori, ma con la crisi dell’edilizia di quegl’anni non c’era più bisogno di loro…

E’ stato un exallievo salesiano, l’ing. Zanus, a far conoscere i salesiani ai russi. Poi ci ha pensato don Walter a seguire le trattative e, una volta firmato l’accordo, don Martino ha diretto i lavori per aprire la scuola: quanti tir e quante squadre di operai sono finiti a Gatchina. Il pioniere dell’opera è stato comunque don Giuseppe Pellizzari, partito già verso la fine del 1992 in avanscoperta, raggiunto poi dal sig. Giovanni Grossi, dal sig. Mario Gottardello e da don Onorino Pistellato. Sono stati loro i veri fondatori dell’opera. Noi che ora siamo lì siamo già gli operai della seconda ora.

 

- Che tipo di servizio svolgete?

L’opera di Gatchina è impegnata su più fronti. Principalmente Gatchina è un centro di formazione professionale a cui si affiancano l’oratorio e il convitto. Curiamo inoltre l’animazione di una piccola parrocchia cattolica, visto che lì all’inizio del Novecento, ossia prima della rivoluzione, la comunità polacca del posto aveva costruito una bella chiesa che si è conservata fino ad oggi. A dire il vero la chiesa è un po’ in rovina, ma le vecchiette sono rimaste, e tra loro, i loro figli e i nipotini, in tutto siamo circa una settantina. Infine, c’è anche l’editrice salesiana che pubblica libretti di carattere educativo e il Bollettino Salesiano in russo.

Il nostro è un servizio educativo. Il metropolita ortodosso di Minsk, di recente, partecipando ad un dibattito sull’insegnamento della religione nella scuola statale in Russia, ha fatto notare che i verbi “educare” e “nutrire” in russo hanno la stessa radice (vospitàt’ e pitàt’). In altri termini, dunque, possiamo dire che la nostra missione è di nutrire le anime, visto che “non di solo pane vive l’uomo”.

Il comunismo, purtroppo, riducendo l’uomo a materia, ha insinuato il sospetto verso il cibo spirituale, il famoso “oppio dei popoli”. C’è come la paura di essere avvelenati, accalappiati. C’è ancora molta diffidenza, ma è comprensibile. A me piace dire che il nostro obiettivo immediato, prima ancora di nutrire le anime, è quello di suscitare in loro un certo appetito per le cose spirituali.

 

- Com’è la realtà giovanile cattolica in Russia in questo periodo? Cosa sta cambiando?

La realtà cattolica in Russia è abbastanza vivace. La Russia è grande. Ma non dimentichiamoci che noi cattolici in Russia siamo proprio una minoranza: l’ 1% della popolazione. Diciamo che i cattolici sono concentrati in Siberia, perché Stalin li aveva spediti là a più riprese, e nel Sud della Russia, dalle parti del Volga, dove ci sono i cattolici di origine tedesca. Ma anche a San Pietroburgo ci sono già sette parrocchie. A Mosca in cattedrale c’è una buona affluenza e il vescovo non si lamenta. Il rapporto dei russi con la Chiesa cattolica si può dire bipolare: da un lato c’è una certa avversione perché storicamente la Chiesa cattolica in Russia era la Chiesa dei polacchi, e tra i due popoli c’è un odio storico ben radicato. Dall’altra la Chiesa cattolica attira soprattutto gli intellettuali, gli uomini di cultura, e anche molti giovani perché teologicamente più in dialogo con il pensiero contemporaneo e pastoralmente  più vicina ai bisogni della gente.

 

- Cosa diresti a un giovane che è affascinato dalla vocazione missionaria?

Di fare fagotto e partire. Quando il Signore chiama, bisogna buttarsi, senza fare tanti calcoli. Chi si fida del Signore non rimane deluso.

 

- Ma è proprio vero che il russo è una lingua difficile? Ovvero… la lingua è davvero un ostacolo alle attività dell’opera per i missionari stranieri?

Sì, sì: il russo è proprio un osso duro. Però è una bella lingua, molto ricca, interessante da studiare.

Si può venire in Russia anche senza sapere una parola di russo, come molti dei volontari che in questi anni hanno partecipato alla nostra estate ragazzi. Con i bambini basta un sorriso, un fischio, un gesto con la mano per capirsi al volo. Un po’ d’inglese, il vocabolarietto sempre in tasca. E poi sono loro che imparano più in fretta l’italiano. Un ragazzo sente quando qualcuno gli vuole bene! E’ attirato dall’amore come da una calamita.

Certo però che se vuoi accompagnare un giovane spiritualmente devi masticare bene la lingua e conoscere veramente la cultura del posto. Ci vuole tempo per conquistare la confidenza di un ragazzo. C’è una certa resistenza iniziale ad aprirsi, perché c’è molta sofferenza nelle loro storie familiari, spesso casi di violenza domestica durata anni. L’alcolismo è una vera piaga in Russia. Quando un ragazzo trova il coraggio di parlare di sé, tu devi essere in grado di capire quello che sta dicendo, di raccogliere il suo grido di aiuto e rispondere a tema.

 

- Ci sono giovani sensibili alla proposta vocazionale alla vita consacrata?

Forse che in Italia c’è la fila per entrare in convento? Tutti i ragazzi russi che in questi anni sono entrati in congregazione, poi sono anche usciti. La vita consacrata è una cosa delicata. Non si può costruire una casa sulla sabbia. Ci vuole tempo. Il comunismo è caduto solo quindici anni fa. Siamo ancora nella fase dell’aratura e della semina. I frutti verranno: bisogna saper attendere. Lasciarsi conquistare da Gesù Cristo fino al punto da seguirlo sulla via dell’obbedienza, della povertà e della castità per tutta la vita è una bella impresa.

Non dobbiamo però misurare l’efficacia del nostro lavoro dal numero di speciali vocazioni. La vita consacrata non è per tutti, e neppure per la maggioranza. Noi siamo chiamati ad essere lievito nella pasta. Ne basta un pugnetto per farla fermentare tutta. Ma col lievito solo non fai il pane. Ci vuole la farina. Riuscissimo a coltivare nei giovani la vocazione ad essere buoni sposi e buoni genitori, faremmo un bel regalo alla Russia, più che darle tanti frati, preti e suore!

 

- Che sogni coltivano i giovani russi?

Direi quelli standard: prima il computer e il cellulare, poi, quando sono un po’ più grandini, la macchina, la ragazza e tanti soldi. E ovviamente una bella “dacia” con la “bania”. Ce l’hanno nel sangue la casetta in campagna per il fine settimana con la sauna. D’estate in dacia coltivano l’orticello, invece non vedono l’ora che arrivi l’inverno per infilarsi in sauna a più di cento gradi per poi uscire e buttarsi sulla neve e tornare dentro un’altra volta.

 

- Qual è il profilo di un ragazzo russo “medio”?

Il ragazzo o la ragazza russa medi vivono con la mamma e con la nonna. Chissà perché il primo matrimonio fallisce in più della metà dei casi? Chissà perché la moglie di uno va più d’accordo con l’ex marito di un’altra? A volte prima di trovare l’uomo o la donna giusti devono cambiare anche tre letti.

Il ragazzo medio russo si sposa in quattro e quattr’otto, prima ancora di iniziare a farsi la barba. Ci sono ragazze che a 18 anni sono già mamme! Certo è che molti cercano di andar via di casa il prima possibile. Una volta era più facile quando lo Stato ti dava il posto nel convitto della scuola mentre studiavi, o della fabbrica quando iniziavi a lavorare dove ti avevano mandato. Oggi è un bel problema anche per loro trovare un tetto.

Il ragazzo medio russo preferisce la birra alla vodka, gli piace avere sempre la sigaretta in bocca, andare in giro a divertirsi con gli amici, molto meno studiare e lavorare. E’ ancora un convinto patriota, ma si è anche molto occidentalizzato.

 

- Qual è la difficoltà maggiore nell’educazione?

Non so se sia proprio la difficoltà maggiore, ma un grosso problema dal punto di vista educativo è la corruzione che dilaga nella società. La corruzione è un tarlo che mina il futuro dei giovani. Come puoi sognare il tuo domani e prepararti a guadagnarti il pane con il lavoro onesto delle tue mani quando sai che i prepotenti con i loro soldi ti possono schiacciare a loro piacimento? Voler andare contro di loro è come lottare con i mulini a vento. L’egoismo e l’ingordigia dei potenti è il male della società russa. Dicono che i mafiosi russi ormai possono far scuola anche a quelli italiani…

 

- Come definiresti la mentalità russa?

Un po’ remissiva. Il popolo russo per certi versi è sempre stato sottomesso: prima agli zar, poi al regime con quell’utopia del comunismo sempre a un passo di distanza ma mai raggiunto, ora ai nuovi oligarchi. Bush ha chiesto a Putin di incentivare le riforme democratica in Russia. Putin ha gentilmente declinato l’invito, temendo che il presidente USA volesse appioppare anche a lui il modello dell’Iraq, e si è affrettato a ribadire che la Russia ha un suo modo di intendere la democrazia. In effetti è vero che la Russia non è mai stata un Paese democratico, e che la gente preferisce immedesimarsi nel suo baldo condottiero.

 

- Come festeggiate don Bosco?

Al mattino in comunità celebriamo una bella messa. Con i ragazzi e gli insegnanti, invece, organizziamo la tradizionale “accademia”. Quando non c’era il computer e la TV, ai ragazzi piaceva molto recitare, suonare, cantare e ballare. Moltissimi dopo la scuola frequentavano il conservatorio, i laboratori teatrali, il circo, le scuole di danza. Oggi sono un po’ più pigri, e dunque per convincerli a partecipare ce ne vuole, ma cerchiamo di tenere duro.

 

- In che cosa vedi gli strascichi di un passato comunista?

L’Unione Sovietica si è disintegrata, ma il comunismo non è morto. Te ne accorgi ogni volta che hai a che fare con i funzionari statali. E poi c’è ancora nella gente quella mentalità assistenzialistica creata dal regime quando lo Stato pensava a tutti i tuoi bisogni, quando tutto ti era dovuto: dalla casa al posto di lavoro, dal cibo alle ferie al mare già prenotate. Allora tutti erano poveri, ma gli facevano credere di essere ricchi perché quello era il paradiso dei lavoratori. Oggi si accorgono di essere stati ingannati, ma stentano a rimboccarsi le maniche.

 

- Qual è la religione più diffusa in Russia?

La Russia è un Paese a maggioranza cristiana. Storicamente la Chiesa ortodossa ha fatto molto per la Russia. Settant’anni di comunismo hanno indebolito il legame tra il popolo e la Chiesa ortodossa, ma un po’ alla volta questo vuoto si sta colmando.

La seconda religione è l’Islam: tutte le repubbliche meridionali, in pratica, sono musulmane, e anche in Russia in questo momento le tensioni con loro non mancano.

 

- Quando guardi negli occhi i tuoi ragazzi, che cosa vedi?

A volte mi pare di vedere la volpe che, non riuscendo a raggiungere l’uva, cerca di convincersi che è ancora acerba.

A volte mi viene in mente il commento di Gesù: “come pecore senza pastore”…

A volte mi pare di sentire don Bosco quando andava a trovare i ragazzi in carcere: “se trovassero un amico che si prendesse cura di loro…”.

 

 

Don Andrea Ballan

don Andrea Ballan

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