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La malattia dei Principia (prima parte)

Se fosse possibile guardare una società attraverso una visione d'insieme... indubbiamente verrebbe da dire che quella in cui viviamo è una società in cui mancano i princìpi. [...] A me pare tuttavia che non si tratti affatto di una rotazione tra i princìpi, quanto invece della distruzione del termine stesso: i princìpi non li si vuole, si pensa che ogni legge pretenda di ingabbiare il comportamento e limitarlo...


La malattia dei Principia (prima parte)

da Quaderni Cannibali

del 05 febbraio 2006

Se fosse possibile guardare una società attraverso una visione d'insieme o un coup d'oeil, come si fa di fronte a un paesaggio o a un'opera d'arte, indubbiamente verrebbe da dire che quella in cui viviamo è una società in cui mancano i princìpi. E forse, passando alla semantica, potremmo affermare che termini come leggi, categorie, concetti, concezioni… appaiono stonati rispetto ad altri, quali flessibilità, adattamento, creatività, novità, successo, avventura, che invece sembrano à la page, e dunque esemplificativi del nostro tempo.

Un florilegio, quest'ultimo, che richiama piuttosto il tempo corrente, l'attitudine a cogliere la palla al balzo e dunque di mostrare abilità nel cambiare maschera a seconda del personaggio che si interpreta in quel preciso istante, sul palcoscenico di una esistenza che si improvvisa e si inventa momento per momento. Persino il lavoro, che dovrebbe essere legato a un mestiere appreso dapprima per via teorica e poi esperito con la pratica, si è trasformato nella capacità di fare quasi di tutto e di farlo solo per poco.

 

 

UNA E MILLE MASCHERE

 

Questa impressione di tipo generale non può che far riferimento a un tempo in cui non era così, e nel quale prevalevano gli inviti alla coerenza, all'identità propria di ciascuno, per far sì che questi non diventasse un burattino tirato da fili senza però che lui conoscesse che cosa il burattinaio gli avrebbe fatto fare. Oppure per non finire come uno di quegli attori che ora sanno rappresentare un personaggio tragico, ma subito dopo uno allegro e sciocco. Ancora fa riferimento ad una cultura letteraria dove dominava la scrittura di Pirandello, che in Uno, nessuno e centomila rappresentava nel personaggio di Vitangelo Moscarda il disagio di chi non riesce più a riconoscersi e, guardandosi allo specchio, ha l'impressione di essere un altro, in quella serie di sensazioni per cui il gioco è di essere diverso da come ti vedono gli altri ma anche diverso da come ti vedevi tu, per cui alla fine sei un indistinto che vaga in un mondo nel quale non ti riconosce nessuno e d'un tratto diventi estraneo a te stesso e a tutti quelli che ti sono attorno.

Insomma, un tempo in cui il termine schizofrenia - che indica una scissione dell'Io che, dunque, diventa un doppio fino a frammentarsi - era impiegato dagli psichiatri per indicare una situazione patologica assai grave, mentre ora suona come una caratteristica non negativa, e semmai un segno di ricchezza dove invece del solito Io si possono giocare diverse identità.

E si giunge ancora a un dato del tempo presente in cui persino l'identità di genere - quella che permetteva di distinguere il maschio dalla femmina e si poteva dire: «Questo è veramente maschio e quest'altra è un esempio pieno di femminilità» - è venuta ora meno e ognuno, guardando la propria biologia e scoprendosi con segni evidenti dell'uno o dell'altro sesso, subito si interroga con ansia per trovare tracce dell'altro genere che vuole dentro il proprio insieme. E allora, per fortuna, quel ragazzotto muscoloso scopre di avere il 25 per cento di femminilità, che vede nella dolcezza del desiderio, o nel darsi da fare ai fornelli, o nell'accudire al pupo, giungendo ormai a fare perfino sogni ricorrenti in cui si scorge gravido.

Il riferimento ideale del tempo presente è l'anfotero, termine usato nella chimica, che indica però anche colui che è maschio e insieme femmina, un efebo se è un giovanotto. E ormai nella storia di Giulietta e Romeo si racconta come lui dal balcone faccia scendere le trecce perché lei, con la zazzera all'umbertina, possa salire per il fatidico bacio.

Insomma, la mia impressione appare, pur a questo livello, fondata e sembra che si possa confrontare con un passato in cui la società era completamente differente.

 

 

S'È ROTTO IL VASO

 

Ma proprio a questo punto bisogna riflettere, poiché potrebbe semplicemente trattarsi di una società cambiata, il che non è di necessità un difetto, almeno sul piano generale, come la mancanza rilevata sarebbe da ricondursi ad un'insana voglia di passato, e quindi a una nostalgia che candidamente mostra amore per ciò che è già stato e fobia per il nuovo. Insomma, la sensazione che non ci sono più princìpi potrebbe concludersi con una precisazione secondo cui a non esserci più sono i vecchi princìpi, e che ciò di per sé potrebbe essere segnale di un cambiamento che è anche progresso. Inoltre, potrebbe voler dire che consideriamo princìpi, e diamo questo nome a ciò che per noi riveste un certo significato, mentre ciò che non lo evoca viene da noi definito perdita di princìpi solo perché non saremmo pronti o disposti ad attribuirgli una nuova valenza, e quindi a cambiare.

Se il tutto si risolvesse in una sostituzione di princìpi, o della tavola di valori - come si diceva un tempo -, non ci sarebbe da meravigliarsi più di tanto, limitandosi piuttosto a considerare che nell'uomo c'è una difficoltà al cambiamento e dunque una resistenza a seguire la nuova strada sulla quale in qualche modo si è pur andati avanti.

A me pare tuttavia che non si tratti affatto di una rotazione tra i princìpi, quanto invece della distruzione del termine stesso: i princìpi non li si vuole, si pensa che ogni legge pretenda di ingabbiare il comportamento e limitarlo, che i concetti stessi siano al pari di steccati che escludono da svariate altre cose, anzi infinite altre, e dunque non ha più nemmeno senso la fatica di identificarli con una parola.

Insomma, l'impressione è che non si sia tanto distrutto un principio, ma la struttura, la categoria stessa dei princìpi, perché non servono, anzi rendono la vita difficile, quasi la ingessassero completamente come capita nel caso di fratture multiple e uno, certo, in quella situazione sopravvive, ma non si muove e rimane immobilizzato in un letto di ospedale di un reparto di ortopedia.

Per usare una vecchia metafora della forma e del contenuto, o del vaso e di ciò che contiene, qui non è stato cambiato il contenuto, l'olio o gli aromi, ma è stato rotto il vaso, e quindi non c'è un luogo - metafora della categoria - per contenere i princìpi. Volendo giocare con le parole, potremmo dire che l'unico principio inconsapevolmente assunto è appunto quello di non avere princìpi. Oppure, facendo un esempio inerente alle varie forme di governo, si tratterebbe di un'anarchia, non però finalizzata a sostituire una formula di governo con un'altra, ma un'anarchia che rifiuta in toto qualsiasi forma di governo. E anche qui il gioco di parole è che l'unica forma di governo accettabile sarebbe quella di non averne alcuna, negando per ciò stesso il problema del governare e affermando invece il puro e semplice laissez vivre.

 

Si tratta fin qui delle prime e immediate considerazioni che sorgono da quel colpo d'occhio sull'attuale società di cui dicevamo all'inizio, che evoca una sorta di desertificazione dei princìpi, di ogni principio, a vantaggio di non importa chi, in quanto ci si limita semplicemente e unicamente ad agire: importante è farlo, e non guidati da uno scopo o da un fine, quindi da un progetto, ma solo per rispondere a degli stimoli, dove tutto si riduce a saper reagire prontamente a quel dato impulso, senza che si avverta minimamente l'esigenza di pensarci sopra, basta intravedere rapidamente un vantaggio, un risultato, e l'atto è compiuto.

Se ci si limita alle regole di comportamento, dominante risulta 'il tutto è possibile': che ha come unica variante il quando e il come, non certamente il proibito o l'indegno, che infatti diventano termini altrettanto obsoleti, dunque da cancellare ormai da qualsiasi dizionario della lingua viva in quanto appartenenti solo all'archeologia.

 

 

NEL REGNO DELLA VELOCITÀ

 

L'analisi che stiamo facendo è indubbiamente avvalorata da un mondo che va modificandosi con un'accelerazione che spaventa tanto è vorticosa. Ci si accorge così che la tecnologia sta cambiando comportamenti che hanno radici nella storia più remota dell'uomo. Basti pensare ai sistemi di comunicazione che hanno di fatto eliminato qualsiasi distanza anche tra i Paesi più lontani, per cui si può raggiungere un amico in Australia con la stessa velocità con la quale un'e-mail passa dal salotto alla cucina dove c'è nostra madre a riceverla. La comunicazione in tempo reale esprime non solo una variabile di velocità, ma un modo nuovo di relazionarsi, poiché ricevuta una e-mail subito si risponde con un'altra e-mail e qualora si dovesse aspettare più di dieci secondi si trasmetterebbe un segnale indiretto di inefficienza, di non organizzazione. In un'epoca in cui tutto deve necessariamente avvenire in tempo reale, si darebbe prova di una latenza che ti butta fuori mercato, per cui capisci allora che non c'è assolutamente tempo per pensare, o meditare (altro termine desueto, ormai da buttare). Ogni notizia diventa stimolo che fa partire un'immediata risposta, come se non dovesse sostare neppure un attimo dentro la testa ma subito produrre una reazione che di fatto si pone come nuovo stimolo cui si 'deve' rispondere, e così ad infinitum. E allora la mente non serve, ma contano di più le dita che digitano; la vita dipende, più che dal pensiero, dalla velocità dei polpastrelli che battono su una tastiera di computer, anche se per poco ancora, visto che molto presto per attivare la macchina basterà pronunciare alcune parole o fissarla con uno sguardo che attiva l'on e poi l'off.

 

Insomma, si tratta di un mutamento non di quantità, ma di qualità della relazione. Noi ormai siamo in contatto con persone che non si sentono né si toccano, che forse nemmeno esistono, ma che comunque attivano il mondo. Assistiamo sempre più all'affermarsi non dell'uomo mentale ma dell'uomo sensitivo, che reagisce allo stesso modo di uno che mette la mano sul fuoco e la ritrae immediatamente prima che il segnale giunga al cervello, perché, se riflettesse, questo richiederebbe un tempuscolo che, per quanto piccolo, causerebbe l'ustione dell'arto.

Ecco, è come se il pensiero rallentasse le operazioni: se ci mettessimo a pensare, finiremmo per andare fuori mercato, bruciati. Mentre sono necessarie la fretta e la risposta istantanea.

 

 

GUAI A PENSARE

 

Ma senza cervello - cioè senza il pensiero - non si possono salvare i progetti, pretendere di avere ancora princìpi, leggi, categorie di pensiero, concetti. Questi richiedono tempo, sono noiosi, rallentano la vita che invece è un'istantanea, come si capisce bene dal telefonino che permette sì di parlare con una persona lontana e subito, ma anche di vederla, di scattare una foto, di collegarsi con internet, avere le news che riguardano il preciso istante in cui schiacci il pulsante.

Se si osserva la società, si scopre che la sua principale richiesta è una digital life (una vita tutta riversa sulla tecnologia), non importa se umana o meno. La human life invece è vissuta come una forma di degenerazione, propria di gente ormai fuori mercato, che non sa cos'è il successo, il quale arriva infatti proprio nell'attimo presente e fra un istante già non ci sarà più.

La velocità del comportamento sociale, insomma, sembra aver espulso dal circuito che conta tutto ciò che necessita di tempo. Di conseguenza, mettendolo ai margini lo si dissipa. Che senso ha allestire princìpi, domandandosi a quale concezione del mondo è improntata la nostra vita? E poi quale vita? Quella del sabato sera e della domenica? O la vita del lunedì mattina? Che senso ha parlare di vita, quando questa si presenta come una serie di frammenti che si susseguono regolati non secondo princìpi ma soltanto sulla base di occasioni, e la nostra giornata cambia a seconda che le si colgano al volo o le si lascino cadere?

Il principio del consumo della sessualità? Ma non siamo ridicoli! Se ci concediamo per una 'sveltina' sull'ascensore a un capo struttura tv che in cambio ci offre la possibilità di una 'comparsata' nella trasmissione del momento, come posso considerare il mio corpo parte gelosamente integrante di una persona che vuol relazionarsi in modo proprio con la società? Cose da pazzi, altroché.

Per non parlare della follia. Cosa sarà mai, la follia? Basta con le definizioni e con i distinguo. Vivere è l'unica regola; correre, appagare il proprio istinto. Esistere non è rispettare, ma avere successo. E chi mai ha stabilito le regole con le quali ottenerlo? La fortuna, la tempestività, l'intuizione: tutte cose che nulla hanno a che fare con il pensiero. Se indugi troppo a pensare, trovano un altro al tuo posto, e tu perdi magari l'occasione della vita, e brancolerai correndo nel buio senza mai incontrare nessuno.

 

Ora però, in questo incipit del nostro viaggio, condito piuttosto di impressioni e generalizzazioni, devo introdurre una mia valutazione personale. Io amo il tempo presente, lo ritengo straordinariamente ricco di novità e di persone eccezionali. Il che è vero, in particolare nel mondo dei giovani, nonostante alcune evidenze che ne fanno dei massacratori di ogni principio e di ogni rispetto, legati a un 'iperconcreto' che non si spinge mai oltre il prossimo week-end. Io semplicemente credo che oggi possiamo contare su moltissime risorse, impensabili appena qualche anno fa. Cioè, non sono tra coloro che sognano una sorta di pulizia generale, un'apocalisse necessaria per rimettere in piedi un passato che, anche se forse migliore in termini di confronto, era pur sempre attraversato da altrettanta distruttività. Mi limito a ritenere che tutta la ricchezza tecnologica degli uomini di oggi non possa dare, senza i princìpi, ciò che potrebbe e dovrebbe dare. E come se pensassi a una imbarcazione modernissima, bellissima ed elegante, che però affronta l'oceano senza strumenti di bordo, senza nulla che segnali la profondità dei fondali sui quali potrebbe incagliarsi, senza un radar che segnali gli ostacoli contro cui andrà a sbattere. Un'imbarcazione dotata, tra l'altro, di una cucina raffinatissima e di una cambusa ben rifornita di bottiglie d'annata, e affidata a un comandante che sa fare un risotto straordinario, peccato però che non sia in grado di distinguere il nord dal sud e non conosca i codici per decifrare i segnali di un faro. E così, invece di leggerli per individuare il punto in cui si trova, ne apprezza il ritmo che assimila a quello del rap, e considera l'insieme una luminaria natalizia.

Sono convinto che si debba vincere la tentazione della formula fatta e del giudizio tranchant, persino quello di indicare dei princìpi bell'e pronti a cui riferirsi, come per appellarsi a strumenti di bordo già noti, poiché si rischierebbe di porre su un'imbarcazione nuovissima e velocissima un contagiri non adeguato, non all'altezza.

 

Ma non si può nemmeno lasciare andare tutto nella certezza che prima o dopo quella barca, cioè questa nostra civiltà, affondi. E io sono esattamente preoccupato della fine di una civiltà, poiché si tratta di una grande civiltà che ha prodotto risultati straordinari e che senza binari concreti, senza categorie, in una parola senza princìpi, finirebbe per affondare.

 

Attenzione, però: non si tratta di catastrofismo inventato, gratuito, bensì di un tipo di evento che la storia ha già conosciuto, e che non mi pare nemmeno troppo remoto, visto che in questa società accelerata tutto arriva repentinamente, anche la fine. Si sappia che la morte di una civiltà può prodursi per un embolo, per una grave emorragia celebrale, ovvero il suo trovarsi colpita proprio sugli elementi fondanti.

 

 

FASCINO PER LA MAGIA

 

Sembrerà strano, ma io penso che il fondamento della nostra civiltà sia stato e stia nei princìpi, nella forza cioè con cui ha elaborato delle categorie portanti. Credo, per esempio, che si fondi sulla scienza, la quale prima di essere una scoperta - non importa quale - è un metodo per valutare la materia, e la realtà tutta. E la scienza si fonda a sua volta sulla razionalità, su alcuni princìpi precisi: quello di causa-effetto, tanto per indicare il principale, perché se cadesse l'idea di una simile consequenzialità, tenuta insieme da una causa efficiente, e quindi dal principio di una ragione sufficiente che sta alla base di quell'effetto, imprimendovi la sua proporzione, e lo sostituisse con il caso o la frammentazione intesa come sequenza casuale e senza alcuna 'logica', se tutto questo succedesse la scienza dovrebbe cedere il campo alla magia. Questo sì, allora, sarebbe catastrofismo. Già peraltro si intravede quanto le magie stiano prendendo sempre più piede, originando superstizioni che vanno contro ogni regola della ragione e ogni osservazione puntuale e riflessiva di un evento. Basterebbe analizzare non tanto il comportamento del singolo, che non sarebbe poi così rilevante per una società costituita da milioni di persone, ma porre l'attenzione sulla psicosi - per dire - dell'influenza aviaria, per cogliere l'eccelso tasso di magia di certe misure che sono mere risposte alla paura, costosissime e tuttavia prive di ogni rilievo scientifico.

Ecco lo scontro tra una scienza che parla ma non conta, e interventi razionalmente assurdi, eppure capaci di sedare l'ansia, i quali hanno proprio quell'impronta magica che non rivela certo la nostra civiltà - quella che potrebbe morire -, bensì le civiltà che un tempo venivano chiamate primitive.

E non mi riferisco soltanto ai princìpi primi, alle basi stesse del procedere cognitivo e delle leggi che regolano la convivenza di più soggetti, e dunque ai princìpi della socialità, ma anche ai princìpi minimi, quelli che sono alla base dell'educazione, del rispetto dell'altro, di ciò che pur non essendo mio appartiene a quell'insieme di cui io sono parte.

 

Amo, dicevo, il tempo presente, ma questo tempo deve finalmente decidere di occuparsi dei princìpi come fa per le economie e i disastri ecologici. I princìpi sono indispensabili. Se sosteniamo che l'economia debba essere sostenuta unicamente dai consumi, siamo nel mero campo della follia; immaginare di riempire le nostre città con automobili che inquinano, significherebbe investire in operazioni che non danno la vita, né la migliorano, ma la complicano, sia perché mantenere un'auto costa ormai quanto mantenere, o meglio allevare un figlio, sia perché le somme che si dovrebbero investire per ridurre o eliminare l'inquinamento da esse causato supererebbe largamente il profitto ottenuto inizialmente dalla loro produzione. Dunque, servono i princìpi.

 

 

MORTE DI UNA CIVILTÀ

 

E voglio usare uno strumento, il giornale, per portare all'attenzione di tutti questo tema cruciale, e per farlo con calma, senza la fretta delle formule fatte o della 'trovata' delle nove e mezzo di sera, quando scattano i talk show, ricorrerò alla lettura e alla ricerca storica, proponendo non formule ma considerazioni da approfondire, non per insegnarle a chicchessia ma per valutarle insieme, seriamente, senza colpi di fulmine, senza coups de théâtre o scoop. Con molto senso di responsabilità e anche con la consapevolezza dei tanti limiti, perché a farlo è uno psichiatra che certo si attacca al senso dell'uomo, uno psichiatra che ha tanti dubbi di suo, anzi sempre di più: sia sulla psichiatria che sull'uomo. Sono una persona che rispetta molto le verità, ma che non le possiede e le ricerca continuamente. Sono semplicemente uno che vuole riflettere, pensare con la convinzione - una sorta di ansia - che la mente non possa essere ridotta al nulla, o, peggio ancora, sostituita da un computer o da internet. Poiché ciò che manca a un computer e a qualsiasi intelligenza da video è proprio la capacità di pensare, di approfondire, di meditare; e poi manca dei principia, della capacità di elaborare concetti, di stabilire leggi e di formulare categorie del sapere e sul sapere. Insomma, quella capacità autoriflessiva che il bambino nel suo sviluppo acquisisce intorno ai cinque anni e che poi può perdere, come può perderla una società che così celebra l'agonia di una civiltà, della 'sua' civiltà.

Lo so: chi possiede con un vissuto di esperienza diretta la verità propria di una religione, potrebbe semplificare il percorso e indicare il che cosa fare in nomine veritatis. Temo però che non servirebbe più di tanto, perché occorre procedere lentamente, passo dopo passo, e rispettare tutti, perché una civiltà è fatta - poniamo - dalla verità cristiana, ma anche da uomini che ancora non credono e da altri che hanno fedi diverse. Una civiltà rispetta tutti, e difende i propri princìpi.

E così, eccoci ancora una volta ai princìpi. Per poterli difendere o proporre, infatti, bisogna che siano recepiti, che ci siano dei recettori capaci di identificarli e poi certamente discuterli, per analizzare in che modo si configurano in base alle proprie esperienze e al proprio senso. I princìpi sono di interesse comune, e qui partiremo proprio dai princìpi, non da questo o quel principio. Se uno non sente più il gusto in quanto ha perduto questa funzione, è inutile discutere se quel risotto era troppo salato o se quel vino era un poco acido. Semplicemente, senza papille gustative non c'è nulla da discutere, e si mette in bocca tutto e tutto è identico, senza distinzioni di sapori e di qualità. Quando una civiltà sta per morire tutti sono coinvolti. L'Apocalisse di Giovanni (ma anche quelle degli apocrifi) non è selettiva: crepano tutti, certo poi i giusti andranno in alto e i reprobi in basso, verso l'inferno, ma la vita è finita per tutti, almeno su questa terra. E le civiltà sono di questo mondo, sono modalità che riguardano i singoli e modalità di vivere su questo pianeta, che a me piace molto e che potrebbe essere il giardino perduto, l'Eden. Basterebbe poco, forse è questione di princìpi.

La morte delle diverse civiltà si accompagna ai tanti annunci di morte senza esiti. Ogni tanto si parla di morte della cultura, della letteratura (il romanzo è morto almeno una decina di volte), di morte del cinema, di morte della poesia, e certamente ci sono stati annunci della morte di Dio, della fine delle religioni. Non aspiro a fare parte di questa serie vitalissima di annunciatori di morte, tuttavia intendo esprimere una seria preoccupazione per la salute della nostra civiltà e cercare, con il mio atteggiamento di medico, di prevenirla e comunque di ristabilire la salute del momento, perché questo è il desiderio di un medico che almeno in ciò si differenzia da quello di un impresario di pompe funebri.

Da pessimista attivo quale mi definisco, intendo richiamare l'attenzione sui princìpi per verificare la salute di questo fondamento della nostra civiltà, per verificare non tanto il cambiamento, ma piuttosto la possibilità di cambiare, che si lega comunque alla presenza di recettori, di forme che li possano contenere e avvertire.

Con questo spirito cominciamo un viaggio che immagino affascinante all'interno dei princìpi, alla ricerca dei princìpi, per poi ritornare all'uomo, per vedere se ciò di cui questi ha bisogno non sia proprio una somministrazione molto attenta di princìpi antichi, forse però anche del tutto nuovi.

Vittorino Andreoli

http://www.avvenire.it

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