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La concupiscenza è l'astuzia della natura

Dalla mela di Eva a quella di Newton, da Biancaneve alla Grande Mela. Il ruolo del Pomo nella storia. Sveglia, giovanotti: ognuno offre quello che ha. In certe passerelle si capisce perfettamente che, più dei vestiti, sono in vendita le signorine...


La concupiscenza è l’astuzia della natura

da Quaderni Cannibali

del 21 ottobre 2006

Nel testo che precede/incoraggia la nostra serie di articoli teoconcupiscenti, mi sembra particolarmente opportuno l’accenno alla Grande Mela, poiché questo Frutto (che en passant leva il medico di torno), contiene simboli piuttosto gravi, nelle storie e nelle leggende che ammaestrano il genere umano. Da Eva a Paride, da Biancaneve a Isacco Newton, il Pomo semina condanne spaventose, discordie e rancori divini, insonnie di bimbi e scoperte epocali, semplici e concrete come l’uovo di Colombo. La Mela di Newton, secondo me, allude anche all’importanza totale e gravitazionale della concupiscenza, la quale ci attira inesorabilmente verso il Pianeta (unica patria dei miscredenti) e ci costringe a popolarlo. Siamo colombe dal disìo chiamate, concupiscimus ergo sumus. Senza la concupiscenza, nessuno di noi sarebbe qui a chiacchierare. Se ci fossimo estinti nel paleolitico, gli angeli animalisti d’allora se ne sarebbero consolati. Ma io, si parva licet, faccio il tifo per i miei simili. E, quindi, m’aggrappo alla fertile concupiscenza.

Sulla questione del peccato originale, poi, ho qualche dubbio. A quanto pare, è gravissimo che il Serpente e quella sporcacciona della moglie abbiano indotto lo stolto Adamo a disobbedire, cioè a mordere un dessert micidiale. Gravissimo? Grazie al peccato del nostro progenitore, siamo diventati uomini e donne, ci godiamo il libero arbitrio e le tempeste dell’amore, non abitiamo più in un fronzuto Club Med dove non potevamo scegliere niente, dove tutti i nostri gesti erano automatici e sempre uguali. E poi, ok, Adamo fece un brutto sbaglio. E’ possibile/concepibile che dobbiamo pagarlo tutti noi? E’ possibile/concepibile che le colpe dei padri sfregino i discendenti nei secoli dei secoli? Se questo fosse vero, quale appiglio avrebbe la nostra sacrosanta ripugnanza nei confronti di chi accusa di deicidio gli ebrei, poiché appartengono alla stirpe di coloro che strillarono (parlando di Gesù, Matteo 27, 25) “il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”? Ponzio Pilato, che oggi subisce troppe calunnie, prese le distanze da quei fanatici e non per caso è venerato come un santo in qualche chiesa cristiana di rito esotico. Ma tutto questo non significa affatto che sia meno infame spruzzare svastiche sui muri d’un Ghetto.

Torniamo al peccato di Adamo che, secondo i devoti, pesa ancora sopra i suoi discendenti e li induce a comportamenti disordinatissimi. Nei secoli e nei millenni non siamo stati puniti né riscattati abbastanza? Di fronte a qualche trasgressione, il Buon Dio, nella Sua misericordia, decise di annientare l’intera umanità con il Diluvio Universale, salvando soltanto una famigliola innocente e le bestie meritevoli (niente brontosauri, insomma). Così si estinse la famosa “stirpe di Caino”, tanto cara agli intellettuali. Noè non discendeva da Caino, ma da Set: tutti gli altri annegarono e amen. Perfino il Signore dell’Arca, benedetto inventore del vino, ha a che fare con la concupiscenza, nel senso che anch’essa, come la bottiglia, deve essere governata da un minimo di buonsenso. Ci siamo capiti, non vorrei eccedere nelle banalità eticamente/etilicamente corrette.

E poi arrivò Gesù Cristo, l’Uomo perfetto, nato dall’unione dello Spirito Santo con una Vergine “sine labe originali concepta”. Cito la lettera di un mio amico biblista: “La bilancia della giustizia divina esigeva che soltanto il sacrificio (sulla croce) di un uomo perfetto (il Redentore) riscattasse ciò che un altro uomo perfetto (Adamo) aveva perduto”. Con il Suo supplizio, dunque, l’Agnello di Dio ha tolto i peccati del mondo. Perché continuiamo a sentirci colpevoli per quel morso di Adamo, perché rivestiamo di rimorsi la nostra concupiscenza, che invece dovremmo accettare come necessaria e (possibilmente) serena?

Qui s’innesta il problema della chiesa sessuofoba, che naturalmente esiste, ma che andrebbe esaminato con un minimo di circospezione nei suoi contenuti, nelle sue fasi storiche, nelle sue decadenze e nelle sue conseguenze. Altrimenti si rischia di avallare le sciocchezze di chi sostiene che gli africani non s’infilano i preservativi e s’infettano d’Aids per compiacere il Papa. Altrimenti si congelano i giudizi sull’Inghilterra puritana/vittoriana, che da quell’Époque tartufesca ha fatto qualche progresso, almeno fino al Blow up di Antonioni. Se fosse stata sempre sessuofoba, la chiesa non avrebbe accolto nel suo Pantheon (addirittura come antenato di Cristo) un filibustiere tipo Davide, che concupì Betsabea, se ne impossessò senza nemmeno corteggiarla e mandò a morire suo marito. Eccetera. Accenniamo soltanto ai comportamenti di Gesù con l’Adultera e con la Maddalena (poiché esistono le redenzioni e i perdoni), alle seducenti Madonne dei sacri dipinti, all’estasi quasi scandalosa di Santa Teresa, agli ambigui Sebastiani, agli artisti omosessuali assoldati senza problemi da diversi pontefici.

A me sembra che la questione del disordine amoroso (o libertinaggio) sia spesso malposta. Le élite intellettuali e sociali ritengono, probabilmente, che i loro comportamenti siano giusti e ragionevoli per tutti i cittadini, per tutti i ceti, per tutte le culture e per tutte le latitudini. Questo, semplicemente, non è vero. Un matrimonio tra gay, che sarebbe normale in un atelier di Milano, provocherebbe qualche difficoltà a due muratori di Pozzomelùno. Lo stesso vale per le cornificazioni. Una signora di Caltabellona, per esempio, legge le riviste, guarda la tv e si convince che le scappatelle siano perfettamente tollerate. E si meraviglia, quando vede luccicare il coltello del marito. Attenzione: le sofferenze (e le vendette) amorose non sono prerogative delle società arretrate. Gli esperimenti delle Comuni americane, dove era quasi obbligatorio il sesso libero, scatenarono autentiche tragedie della gelosia, ben più dolorose dei cosiddetti “peccati sociali”, unici bersagli degli anatemi dei sacerdoti progressisti. Nell’evolutissima California ci si accorse, allora, che la seduzione è governata da rapporti di forza nei quali il più debole soccombe, e la sua sofferenza è tanto più bestiale in quanto è prevista dalle regole interne al gruppo.

La Chiesa (una qualsiasi chiesa) deve tutelare la serenità dell’ecumene, non soltanto le conquiste delle avanguardie. In quest’ottica, il tabù è sommamente utile per i derelitti. Se un individuo è brutto, anziano, povero e privo di fascino, potrà sempre consolarsi dicendosi che le sue astinenze sono volontarie e, anzi, preziose, poiché lo preservano dal peccato. Gli altri, i playboy, i Bel Ami, le playgirl, gli sciupafemmine e le sciupamaschi, se ne fregano dei tabù: se per caso sono credenti, c’è sempre la confessione/assoluzione.

Dentro gli involucri delle diverse concupiscenze lavorano meccanismi potentissimi. C’è, in primo luogo, l’astuzia della Natura, la quale non dimentica mai che far l’amore serve a fare figli. Così anche le donne più imbottite di contraccettivi tenderanno a concupire il leader del loro gruppo, perché (senza saperlo!) desiderano un pargolo che erediti le sue qualità. Dall’altra parte, gli uomini si avventano sconsideratamente su ogni femmina disponibile perché (senza saperlo!) vogliono avere più possibilità di riprodursi, alla rinfusa. Poi, certo, ci sono le palesi astuzie del dominio, dei soldi, del prestigio. Ciò spiega (forse) la circostanza, apparentemente misteriosa, per cui, dalla preistoria a oggi, sono quasi sempre i signori a pagare (in vario modo) le signore. Lo sostiene anche Lucrezio (“De Rerum Natura”), quando ipotizza che i trogloditi inducessero le ritrose all’amplesso con minacce o con doni di pere selvatiche. Ciò è curioso, poiché il maschio è una macchina a geometria variabile: la sua prestazione non è necessariamente garantita (sempre e con tutte) e, dunque, dovrebbe risultare più preziosa. Invece non è così, probabilmente perché i maschi, in genere, detengono il potere e lo esercitano, stoltamente, anche sborsando soldi o promettendo comparsate in tv alle ragazzotte.

Le quali, in parte, sono tutt’altro che agnelline. E non da oggi. Basta leggere il bellissimo libro di Benedetta Craveri, “Amanti e Regine” (Ed. Adelphi) per accorgersi di quanto sgomitassero le ragazze d’antan per infilarsi nei letti dei sovrani. Oggi il potere è piuttosto diffuso, anche i funzionari sono piccoli principi, e basta un’apparizione (un’apparizione!) per incominciare una carriera. Ciò è scandaloso? Ma perché? Chi ha stabilito che vendere la bellezza sia più disdicevole che commercializzare lo studio, l’intelligenza, il sudore? Mai dimenticherò un convegno di femministe a New York. Correva (eccome!) l’anno 1970 e un mucchietto di generose intellettuali desiderava riscattare le prostitute dall’umiliazione e dallo sfruttamento. Dopo tanti bei discorsi, due puttane conquistarono il palco e gridarono la loro verità: “Chi è più sfruttato, noi che in un quarto d’ora guadagniamo quanto voi in una settimana, oppure le impiegate che al capo devono dare il loro cervello, la loro obbedienza e magari (gratis) qualcos’altro?”. Sull’assemblea calò il silenzio.

E dovrebbero tacere anche tutti quelli che fingono di non comprendere l’immenso volano di mobilità/promozione sociale della concupiscenza di massa. Buffo: la stessa cultura politica che promuove e sdrammatizza l’amore libero, invoca la galera (molestia sessuale!) per il delinquente che infligge un bacetto indesiderato o che (addirittura) spalma sguardi libidinosi su qualche scollatura. Ma non lo sapete che, ben prima del consumismo (“Chi Vespa mangia le Mele!”) le belle del paese erano prede del ricco del paese, o gli si offrivano? Ma non lo sapete che, con tre o quattro ospitate in tv, una ragazza può mettersi in piazza e trasformarsi in show girl, presentatrice, attrice, ballerina e fare i calendari, le pubblicità e fidanzarsi (sposarsi) con un manager e/o con un calciatore, e diventare miliardaria? E’ immorale, tutto questo? Oppure è più immorale chi sfrutta le donne (laureate) con un lavoro precario da mille euro al mese? Sveglia, giovanotti: ognuno offre quello che ha. In certe passerelle si capisce perfettamente che, più dei vestiti, sono in vendita le signorine. In senso buono, naturalmente: si fanno vedere, conquistano una crociera, un invito a cena, una foto sui giornali con i vip e un bel marito biondo, un po’ più trendy del rustico fidanzato di Valmostella. Chi si meraviglia? Nella storia dell’umanità, il matrimonio d’amore ha scarse tradizioni: è soltanto una trovata del romanticismo ottocentesco e “piccolo borghese”. Le avanguardie femminili (ma anche maschili) voltano pagina, acchiappano il tesoro dell’altrui concupiscenza, fanno girare l’amore e i soldi sulle autostrade del mercato globale, con un notevole indotto nei comparti dell’intimo, dei tacchi a spillo, della ristorazione, della cantieristica eccetera. Che volete di più? Chi ha qualche dubbio può sempre rivolgersi alla chiesa.

Giuliano Zincone

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