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L'isola dopo i famosi

Nell'arcipelago dei Cayos Cochinos, in Honduras, vive un popolo che lotta per la sopravvivenza in un paradiso naturale ambito da molti. A speculazioni e minacce si sono aggiunti danni e disagi creati da un noto reality show. Quale la realtà nascosta dietro le telecamere? Che cosa resta dopo che i riflettori si spengono?


L'isola dopo i famosi

da Quaderni Cannibali

del 15 marzo 2007

Ci troviamo a La Ceiba, una cittadina sulla costa caraibica dell'Honduras. Siamo in piena stagione delle piogge. La stanza è caldissima e il piccolo ventilatore combatte a fatica contro l'umidità. Incontriamo Miriam Miranda, leader di Ofraneh, un'organizzazione indigena che dal 1979 lotta per i garífuna che vivono lungo queste coste e nelle isole di fronte. Racconta la loro lunga storia di resistenza. Colpiscono il suo sguardo, fermo e deciso, e un sorriso caldo e profondo.

Ofraneh lavora con 46 comunità, accompagnando i garífuna nella ricerca di un livello di vita migliore in ogni ambito: politico, socio-economico, culturale, di gestione del territorio. Soprattutto lottano per il riconoscimento giuridico delle terre, accompagnando le richieste delle comunità, sviluppando programmi di attenzione alla salute e di rispetto delle biodiversità e perché non vada dispersa l'identità di chi vive qui da oltre due secoli.

È necessaria una presenza di osservatori internazionali a Cayo Chachauate, isolotto della riserva naturale dei Cayos Cochinos, dove vive una comunità garífuna. Bisogna monitorare la presenza dei militari, anche perché, come ci informa Miranda, «da quando è cominciato il programma italiano la situazione è peggiorata». Il programma italiano in questione è la quarta edizione de L'Isola dei Famosi, che si è svolta nel 2006, dal 13 settembre al 15 novembre.

 

MILITARI SULLE SPIAGGE

La mattina seguente partiamo. Due ore e mezza di navigazione sulle onde di un mare cristallino dai fondali verde-azzurri e da lontano cominciamo ad avvistare le prime isole. I Cayos Cochinos sono un insieme di piccole isole che per oltre duecento anni è stata zona di pesca delle comunità costiere garífuna di Nueva Armenia e Sambo Creek. Inizialmente i pescatori utilizzavano questi isolotti sabbiosi, a una ventina di chilometri dalla costa, come base di appoggio, ma a partire dagli anni Sessanta crearono insediamenti stabili in alcuni di essi.

Dei tredici cayo (o isolette) che compongono questo arcipelago, tre sono off limits a causa del reality show: Cayo Paloma, dove si realizza il programma, Cayo Culebra, che fronteggia l'«isola dei famosi» e il cui proprietario è un torinese (ora l'isolotto, villa inclusa, è in vendita per 2 milioni di dollari), e parte del Cayo Mayor, il più grande dell'arcipelago.

Sbarchiamo a Cayo Chachauate, che si trova di fronte all'«isola dei famosi» e dove sopravvive una piccola comunità. Cocco e pesce sono l'alimentazione base e la pesca l'unica attività. Il tempo sembra veramente essersi fermato e dondola sulle amache abbracciate alle palme in questo che sembra un paradiso naturale. In lontananza si vede arrivare un motoscafo: approdano sull'isola quattro militari in uniformi mimetiche che si fermano tutta la giornata nel cayo e, armati di armi automatiche, pattugliano la piccola isola.

L'operazione si ripete ogni giorno. La presenza dei militari nella zona, secondo le autorità, è dovuta a un presunto traffico di droghe e alcool nelle isole. I soldati bevono bibite, regalano caramelle ai bambini, parlano con alcuni pescatori. Solo con alcuni, però. La loro presenza solleva dubbi, alimenta diffidenze e divisioni interne alla comunità. Divide et impera, un detto sempre attuale: si frammentano le relazioni comunitarie e si ottiene un controllo più forte, tanto più forte in un cayo dove vivono solo una cinquantina di persone. Alcune donne e bambini sono spaventati dai soldati, altri raccontano di essersi ormai abituati alla loro presenza che dura da mesi.

 

PRIVATIZZAZIONI E AMBIENTE

Ma i problemi per gli abitanti delle isole sono cominciati molto prima. Occorre risalire al 1993, quando - con l'appoggio dell'allora presidente dell'Honduras, Rafael Callejas, - l'imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny fa una serie di investimenti nella zona. Schmidheiny è noto anche in Italia insieme al fratello per alcuni processi in cui è coinvolto come maggiore azionista del gruppo Eternit, tristemente legato a numerose morti di operai venuti a contatto con le polveri di amianto. Schmidheiny acquista un paio di isole e crea insieme a impresari honduregni l'Honduras Coral Reef Fund, più conosciuta come Fondazione Cayos Cochinos. Ottiene che l'arcipelago venga dichiarato riserva biologica e tenta, insieme a naturalisti dell'istituto Smithsonian, di trasformare la zona in parco nazionale.

L'arcipelago chiaramente non è disabitato. In alcune isole vivono le comunità garífuna, che si mantengono grazie alla pesca. Tuttavia questo non pare un problema: vengono offerti indennizzi agli abitanti perché lascino le isole, ma questi rifiutano. Per un periodo sono imposte forti restrizioni alla pesca, ma nel 1994 il governo concede di nuovo agli abitanti l'uso delle acque per la pesca artigianale e riconosce a Ofraneh il ruolo di rappresentante dei garífuna.

Avina, la fondazione di Schmidheiny che sta dietro a tutto il progetto dal 1997, dichiara di avere come obiettivo lo sviluppo sociale e ambientale sostenibile dell'America Latina, ma non si comprende come questo si concili con le pressioni in corso da tempo per allontanare la gente dalle isole. L'incaricato delle forze armate per il controllo dell'area è un ex allievo della famigerata Scuola delle Americhe, esperto in antisommossa.

Nel 1996, le prime vittime: un pescatore scompare nel nulla e altri due vengono abbandonati in mare dopo il sequestro della loro imbarcazione. Nel 2001 un pescatore subacqueo, Jesús Flores Satuye, viene ferito a un braccio con un proiettile. Il suo caso è portato alla Commissione interamericana dei diritti umani perché nessuno fa luce sull'accaduto. In generale, le minacce di sgombero e di violenze contro i garífuna restano impunite.

Nel 2003 l'arcipelago diventa Monumento naturale marino e il governo assegna per dieci anni la responsabilità della sua gestione alla Fondazione Cayos Cochinos, che, insieme al Wwf, stende un piano ufficiale di gestione approvato nel 2004, ma senza consultare le comunità che lo abitano. Questo «Plan de manejo», che vorrebbe tutelare le risorse naturalistiche della zona, impone nuovamente restrizioni di pesca molto rigide che provocano il progressivo spopolamento delle isole.

Durante tutto il 2006 la presenza dei militari è sempre giustificata con la necessità di controllare presunti traffici illeciti, ma il numero di soldati e il loro comportamento aggressivo dimostrano che il vero scopo è di ispezionare le attività della pesca artigianale. Non sono perciò mancate numerose proteste per chiedere il ritiro dei militari e il rispetto dei diritti di alimentazione.

 

UN PROGRAMMA FUORI POSTO

Con l'arrivo del reality show sono state imposte ulteriori restrizioni alla pesca. Il presidente della Fondazione Cayos Cochinos ha intimato alle popolazioni di non avvicinarsi a meno di un miglio dall'isola, per evitare il rischio che qualche pescatore disturbasse le riprese del programma e compromettesse l'illusione dello spettatore di avere davanti agli occhi un'isola disabitata. L'audience sembra perciò più importante della pesca quotidiana di una popolazione indigena sconosciuta; sale grazie alle lacrime di Den Harrow, che in diretta dall'isola si scusa per aver rubato un cestino - «avevo fame...» -, mentre i reali diritti alla sopravvivenza dei garífuna sono messi in discussione. Scoppia lo scandalo per la bestemmia in diretta di Massimo Ceccherini, che si scusa perchè «aveva fame...». Ma quando gli attivisti di Ofraneh scrivono al direttore di Rai Due, Antonio Marano, per chiedere di trovare uno spazio in cui parlare della situazione della popolazione locale e del problema del riconoscimento dei diritti sulle terre che si trascina da un decennio, dalla Rai non arriva risposta e nei due mesi di trasmissione sulla questione c'è silenzio.

L'Honduras resta un Paese dove oltre metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà, dove i casi di violenze impunite sono stati numerosissimi negli ultimi anni e il rispetto dei diritti civili fatica a imporsi. Non se ne parla nel sito internet della trasmissione, dove la storia del Paese si ferma al 2002, e dove, invece, si può leggere: «Abbandonano la fama per lottare con la fame, lasciano il lusso per sfidare la natura... in questo inferno travestito da paradiso, i naufraghi dovranno cercare di sopravvivere per circa due mesi».

Si può capire, dunque, perché la presenza dei «naufraghi» di Rai Due abbia solo fatto aumentare l'indignazione della comunità e Miriam Miranda definisce vergognoso il comportamento della televisione italiana. «Gli italiani del programma televisivo - racconta - si sono istallati nel Cayo Paloma, dove fino a oggi ai garífuna è stato impedito di avvicinarsi perché è una zona dove le tartarughe depongono le uova ed è probabile che siano state messe in fuga dalla presenza umana». Oltre ai concorrenti del programma, numerose persone, tra tecnici e operatori, per settimane hanno lavorato nella zona ed effettuato continui trasporti.

Le tensioni si sono acuite perché gli abitanti vedono nella presenza della trasmissione un nuovo esempio della gestione ipocrita della Fondazione. «La contraddizione assoluta - aggiunge Miranda - sta nel fatto che un luogo di protezione totale si è tramutato nello scenario di una trasmissione televisiva commerciale. Tutto ciò in una zona dove la popolazione ha visto violati i propri diritti per lungo tempo e si è rivolta alla Commissione interamericana dei diritti umani».

La Fondazione che, da un lato, sostiene di essere impegnata nella difesa dell'ecosistema e per questo tiene alla larga i garífuna visti come minaccia ambientale, dall'altro, permette la registrazione di un programma televisivo a Cayo Paloma. Qui, nell'isola dove prima si potevano solo avvicinare le tartarughe, i finti naufraghi giocano a immedesimarsi in Robinson Crusoe seguiti da cinque milioni di telespettatori (un audience considerevole, seppure in calo rispetto agli anni scorsi).

Un altro motivo di scontento è legato alle preoccupazioni per uno sviluppo incontrollato del turismo che potrebbe essere favorito da questo grande spot pubblicitario che è stata la trasmissione, ma che non porterebbe vantaggi alle popolazioni. Oggi da ciascun turista che arriva nell'arcipelago la Fondazione riscuote una tariffa di ingresso di 10 dollari, senza destinare nulla a chi ci vive.

Betty Schiavon

http://www.popoli.info

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