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L'educazione come sfida della libertà (2° parte)

Domande e risposte inerenti la prima parte. «Voglio fare un esempio proprio provocante: da vent'anni pratichiamo l'educazione esperienziale: che cosa vuol dire? Vuol dire l'educazione conseguita attraverso la pratica dell'esperienza, quasi che se non si fa esperienza di qualcosa non si possa prenderla. Io comincio ad aver qualche dubbio...».


L’educazione come sfida della libertà (2° parte)

da Quaderni Cannibali

del 25 ottobre 2007

 

> Qui la prima parte dell’intervento

A questa sono seguite le domande e risposte di seguito riportate.

 

 

 

 

DOMANDE

 

 Domanda 1: A me è piaciuta molto la riflessione che ha fatto per tanti aspetti, però vorrei magari qualche chiarimento... Mi piace molto anche questo ultimo riferimento al tema della libertà vissuta nel limite.

- Questo limite però, è questa la domanda, non è solamente un aspetto strumentale che mi provoca perché io gestisca bene la mia libertà, mi liberi dai desideri, per poter non essere necessitato, ma poter agire bene moralmente: è qualcosa di più profondo, cioè il limite è anche e soprattutto il fondamento della moralità che è la verità della vita, il riferimento, è il radicamento della libertà, la verità quindi. Il problema allora è il rapporto “verità e libertà” che lei ha sottolineato giustamente bene mettendo in evidenza gli aspetti, diciamo, immediatamente educativi del tema. Dico questo anche perché so che lei sta pubblicando un volume sul tema dell’educazione con un fondamento aristotelico e quindi il rapporto con la realtà con il vero, il bello, il buono, per dirlo con San Tommaso…

- Una seconda riflessione. Mi trovo pienamente consonante quando diceva che le scienze umane sono descrittive , mentre la morale è prescrittiva. Noi facciamo anche un uso nelle scienze dell’educazione e delle scienze umane, in particolare la psicologia. Leggendo ultimamente un volume di Mazzoccato sulle malattie della mente o infermità della volontà, mi veniva da fare la stessa considerazione (per capire alcuni orientamenti anche nella formazione evidentemente). Per non fare un abuso della psicologia che ha una valenza propriamente descrittiva bisognerebbe proprio sottolineare se si tratta  di una malattia della mente oppure un’infermità della volontà, cioè se non vada invece custodito meglio l’agire morale più che una descrizione della moralità.

- E poi una terza cosa. Mi è piaciuto molto quello che ha detto sul tema della corporeità, anche la citazione di Edith Stein sul “corpo vivente spirituale” che è poi una visione biblica del tema della corporeità che non vede solo l’aspetto del “basar” ma vede anche l’aspetto della “nefesh” cioè dello spirito e dell’anima.

 

Domanda 2: Mi soffermo su uno dei questi punti elaborati: quali sono secondo lei i luoghi oggi di confronto sul tema della libertà, della verità? I ragazzi, i giovani subiscono oggi delle concezioni imperanti che, anche se non appare così, negano il confronto e la ricerca… C’è bisogno di confronto, perché, mi sembra che (prendo il versante della psicologia) l’idea che gli psicologi oggi hanno su cosa noi pensiamo come cristiani di verità, di libertà, di corpo, sia proprio frutto di pregiudizi per cui si meraviglierebbero se io dicessi una cosa del genere. Ora questo può essere anche frutto di una certa idea di verità che da qualche parte hanno anche sentito perché se noi diciamo verità come idea, siamo fuori dal cristianesimo perché per noi la verità è una  persona, quindi dice già rapporto, dice già espressione di libertà.

Oggi, dalla sua prospettiva, quali sono i luoghi, quali possono essere le modalità di un confronto più sereno, i tempi, gli spazi che noi dovremmo approfondire come chiesa, come educatori per non rincorrere sempre la verità; noi diciamo tante volte: “Guarda che non è così…”; e i giovani: “Come non è così? Avete sempre detto che il corpo per voi non è importante? Avete tutti i tabù sul corpo…”. E vagli a dire che non è assolutamente così… E gli porti gli esempi di Gesù Cristo, del Magistero della Chiesa e insomma tante cose… però è… “un rincorrere”.

 

Domanda 3: La nostra libertà e la libertà dei nostri giovani che deve essere orientata, illuminata anche da principi morali. Una delle difficoltà che troviamo noi oggi è che nella cultura dei ragazzi del nostro tempo, i principi morali che possono negare questa libertà, non sono più  principi condivisi da tutti in modo assoluto. Quello che dentro di me educatore è chiaro, come punto di riferimento in rapporto a questo, in chi mi ascolta ha un valore molto relativo.

 Il Papa insiste molto in questo tempo in questa relatività dei valori che perderebbero l’incidenza perché quello che è vero per me non è vero per lui, per lei, e quindi… “Si lui è prete… per questo dice così… Sono salesiani per questo dicono così… però…”. E tutto il discorso anche religioso cade perché non abbiamo un punto comune condiviso per cui il nostro discorso pur valido non diventa più valido. Questa penso sia una difficoltà di tutti…

 

 

RISPOSTE

 

Vi ringrazio per questi spunti che cerco ora di riprendere.

 

- Riguardo la prima domanda.

Il riferimento al limite non è strumentale, perché altrimenti metterebbe capo a una sorta di dispositivo meccanico e sarebbe del tutto incongruo rispetto al fatto che c’è in gioco la libertà.

Questo è peraltro il difetto di una certa enfasi sul metodo, come si è praticato nella modernità, cioè il limite di tante visioni educative moderne e anche di tante morali moderne, ben esemplate su quella di Spinoza, che si sono poggiate sulla convinzione che ci sia un unico metodo, aspettandosi che un meccanismo possa suscitare la libertà, e questo evidentemente è paradossale.

Ben diversa è stata, in genere, l’ispirazione nutrita dalla fede, com’è il caso di Don Bosco il quale declina il metodo educativo secondo ragione, religione e amorevolezza. Quest’ultimo riferimento, in particolare, allude a una dimensione che sfugge alla razionalizzazione come la intendono i moderni cioè in forma deduttiva. In effetti, lungo la modernità, accanto al filone che ha prevalso ce n’è uno “minoritario” – pensiamo a Giovanni della Croce oppure Pascal, per fare solo due nomi – che è a tutti gli effetti moderno (in quanto avvalora la centralità del soggetto) ma non conduce nella direzione della formalizzazione cartesiana e postcartesiana perché attinge al rapporto io-Tu (dove la maiuscola connota Dio), quindi rimanda essenzialmente all’incontro fra libertà.

C’è tutto un vettore moderno che credo dovremmo riscoprire, perché noi talvolta cadiamo nell’equivoco che la modernità ci sia estranea, ma non è vero perché senza cristianesimo la modernità non ci sarebbe stata; proprio il cristianesimo ha detto all’essere umano che è a immagine e somiglianza di Dio, quando prima si riteneva che l’essere umano fosse a immagine e somiglianza della natura. Ed è in ragione di questo che ha preso corpo quel vettore di soggettività umana, intesa come affermazione della persona come fine in sé che è coerente con il cristianesimo fino a quando non scambia la “somiglianza” con Dio con l’“identificazione” con Dio: ma è un equivoco dei cui risvolti negativi oggi ci si sta accorgendo con la conseguente possibilità di una revisione.

 Credo che questo discorso vada ricondotto al rapporto con la verità rispetto al quale direi semplicemente questo: ho deliberatamente calcato la mano sulla libertà perché credo che sia il richiamo che oggi noi sentiamo forte e prepotente e quindi può essere la via d’accesso per una ricostruzione pedagogica e anche morale. Via d’accesso che io valorizzerei in questo senso, perché nel nostro impegno a portare verso la verità, credo che noi oggi abbiamo una opportunità importante di questo tipo: stante l’invadenza dei mass media che divulgano un mondo spesso fittizio, se noi mostriamo come sia possibile attraverso la vita di fede incontrare la realtà concreta, possiamo accreditare la fede stessa come vettore umanizzante. Torno sul disagio: alcuni comportamenti sono indotti dalla passiva ricezione – da parte dei ragazzi – di “modelli” che, oltre ad essere immorali, sono irrealistici; se noi mostriamo questo, possiamo volgere alla verità facendo leva sulla stessa aspirazione all’affermazione di sé che i mass media tradiscono ogni volta che divulgano messaggi fittizi e falsi.

 E come possiamo fare per promuovere questo?  Dobbiamo far incontrare dei testimoni “feriali”, cioè persone che, con tutte le fatiche della quotidianità, sanno però mostrare che è bello vivere la vita di ogni giorno scorgendo lo straordinario che reca in sé. Questo vale per il laico sposato oppure no, come pure per il sacerdote, il religioso o la religiosa: i nostri ragazzi hanno bisogno di saper guardare la realtà come qualcosa di grande, che può dare sapore alla vita se si accetta di confrontarsi con le sfide che reca.

 Facciamo cogliere ai nostri ragazzi questo, quindi, attraverso il realismo, introduciamoli dentro un percorso formativo che intercetti i grandi temi della verità, declinandoli in quest’ottica, che – tengo a precisarlo – non è puramente esistenziale. Forse è questo il trabocchetto nel quale siamo caduti: cedere ad un esistenzialismo che, pur essendo importante, non è del tutto congruo con la prospettiva di fede.

Voglio fare un esempio. Da tempo pratichiamo l’educazione in forma esperienziale, la qual cosa è sicuramente fondata perché è attraverso l’esperienza che si modella il carattere e si consegue la maturità. Ma è solo attraverso l’esperienza diretta? Non credo. Infatti, accanto alla conoscenza per esperienza, la tradizione cattolica ha sempre riconosciuto la conoscenza per autorità, cioè fondata sulla testimonianza autorevole di qualcuno, fidandomi del quale non aspiro a sperimentare tutto direttamente. Non vorrei che, dietro a tante condotte sbagliate dei nostri ragazzi, ci sia il fraintendimento del modello esperienziale, banalizzato nell’idea che, se non si fa esperienza diretta di tutto, non si può ricavarne una fondata opinione personale. Non dobbiamo, d’altro canto, dimenticare che negli ultimi quarant’anni abbiamo subito l’influsso delle tendenze permissive e lassiste che forse sono alla base di questo fraintendimento.

 

Seconda considerazione. Credo che noi tutti abbiamo incontrato nella nostra vita (se non ci è accaduto siamo sicuramente impoveriti di una esperienza importante), qualche persona che, pur non avendo studi significativi alle spalle, sapeva o sa educare anche meglio di chi può esibire una laurea oppure un titolo accademico (del resto, la storia della pedagogia non manca di esempi pessimi d’educatore, basti pensare a Rousseau...). Cosa significa questo? Forse che gli studi sono inutili? Evidentemente no; la questione è un’altra.

La pedagogia come scienza umana è recente, rimontando alla modernità di cui ha assimilato l’impostazione metodologica, declinandola – come tutte le scienze umane – a partire dal riconoscimento dell’originalità del profilo della persona. Questa operazione si è giovata (e continua a giovarsi) del contributo delle altre scienze umane, che vanno a ispirare le cosiddette scienze dell’educazione. Lungo questo vettore è venuta crescendo la disposizione e la oggettiva capacità di formare l’educatore come professionista: sicuramente una conquista. Ma il fatto è che l’educazione esisteva anche prima della professionalizzazione come si è espressa durante la modernità esattamente – l’esempio da cui sono partito – come sono esistiti e tuttora esistono educatori che educano bene senza avere titoli di studio particolari: del resto, il “prototipo” dell’educatore è il genitore ma l’identità del genitore non ha nulla di professionale. A me sembra che questo possa spiegarsi così: accanto alla pedagogia come scienza umana, che si riconosce in un profilo epistemologico analogo a quello delle altre scienze umane, c’è la pedagogia come sapere razionale – cioè fondato su una argomentazione che scaturisce dalla maturità intesa come “vita pensata” – che sgorga dalla persona in quanto tale. I due vettori non sono in antitesi e possono anche fondersi in un’unica persona: di certo, a mio avviso, s’integrano a vicenda. In fin dei conti, il sapere delle scienze umane si fonda sulla capacità razionale della persona, in grado di porre domande e trovare risposte rimuovendo – come dice Aristotele – la contraddizione. Questo significa che alle origini della nostra civiltà paidetica ci sono tre sorgenti: la filosofia che si domanda cosa esiste, la morale che si domanda cosa deve esistere (nel senso di può esistere in ragione della libertà) e la pedagogia che si domanda come è possibile passare dalla conoscenza di ciò che esiste a ciò che deve/può esistere, esercitando la libertà. E infatti possiamo fare analogo ragionamento a proposito non solo di chi sa educare a partire da una maturità personale eventualmente non alimentata da studi specifici, ma anche di chi sa porre domande e trovare risposte sul fondamento della realtà (tutti possiamo essere filosofi, dice giustamente la Fides et ratio) come pure sul bene e sul male. E gli studi allora a cosa servono? Ad affinare ed accrescere una capacità che però, essendo peculiare della persona, li precede.

 

- Riguardo la seconda domanda.

Quando lei domanda quali luoghi ci sono per un confronto, io direi che i luoghi, da un punto di vista culturale, sono rari, perché a me sembra che noi cattolici facciamo fatica a liberarci di un complesso di inferiorità culturale che, in realtà, è del tutto infondato. Del resto, se ce ne fosse bisogno, è sufficiente guardare al Novecento. E’ il secolo più secolarizzato della storia e quello che ha grondato più sangue: significa che non è vero che dalla fede viene il peggio dell’uomo, come qualcuno continua a farneticare coniugando monoteismo e violenza tanto per fare un esempio (dimenticando le pratiche di sangue legate ai culti politeisti, ad esempio il sacrificio umano), ma che la violenza – come dice Cristo – contamina dall’interno la persona e può avvelenare il credente esattamente come il non credente.

Quindi, a questo punto, riprendiamo con fiducia la prospettiva culturale ispirata dalla nostra fede e cerchiamo di dare un’argomentazione che, in quanto razionale, possa essere offerta a tutti. Del problema che ho precedentemente evocato a mio avviso c’è un sintomo particolarmente evidente sul terreno culturale, ed è la disinvoltura con cui abbiamo liquidato Tommaso d’Aquino, dimenticando che non si tratta soltanto dell’autore che la Chiesa ha assunto come Dottore comune (e non credo che sia una colpa ma agli occhi di certo anticonformismo ideologico forse potrebbe esserlo) ma che si tratta di un autore che ha saputo con anticipo intercettare le istanze della modernità, a partire dall’avvaloramento del protagonismo umano, e che proprio per questo Leone XIII nella Aeterni Patris ha individuato in lui il testimone da opporre a positivismo e idealismo, entrambi frutti della modernità nella sua espressione anticristiana. Da questo punto di vista, penso che Tommaso sia un buon maestro per affrontare le sfide del presente e dell’avvenire non affidandosi a una replica ma a una ricomprensione la quale, evidentemente, non può che nutrirsi dello studio serio e non stereotipato dell’autore.

Per quanto riguarda gli ambienti dove confrontarsi, ho più fiducia nel fatto che sia possibile ripartire dalle realtà concrete, dove ognuno si spende nel servizio ai giovani, e dove troviamo sia cristiani sia laici che si vanno interrogando sugli abbagli ideologici degli ultimi decenni.

 

-Riguardo la terza domanda.

É vero, noi facciamo i conti con il relativismo, e non è casuale che il Papa ne abbia fatto un richiamo ricorrente del suo pontificato.

È una esperienza defatigante, perché noi ci rendiamo conto che alle volte ci sembra di aver le ruote sollevate da terra, ci sembra di macinare acqua piuttosto che grano...

Però c’è un fatto che vorrà pur significare qualcosa: centinaia di migliaia di giovani hanno seguito Giovanni Paolo II, personaggio carismatico anche per come sapeva affrontare i mass media... con il nuovo pontefice – che non ha mai fatto l’attore a differenza del precedente la cui passione giovanile per il teatro è nota – accade la stessa cosa. Forse questo significa che c’è una domanda nel mondo giovanile la quale non dipende dall’interlocutore “istituzionale” ma sgorga da un vissuto diffuso. Ed è questo che deve motivarci a raccogliere la sfida del relativismo che costitutivamente a questa domanda non può rispondere.

I giovani ci interpellano ad essere adulti significativi, non solo testimoni ma anche – nei limiti di quello che ci riesce – maestri, perché la caduta della cappa ideologica richiede che non stiamo zitti ma offriamo un annuncio che, insieme a quelli altrui, vada a provocare le coscienze alla scelta. Talvolta sembra che l’alternativa sia tra l’imposizione e il silenzio ma questo modo di concepire le cose è viziato dall’ideologia: la vera alternativa – a me sembra – è tra l’imposizione e la proposta: non vogliamo imporre niente a nessuno ma nessuno ci può impedire di proporre quello in cui crediamo facendoci carico dell’indispensabile mediazione argomentativa perché possa calarsi nel tessuto della società democratica in cui viviamo.

Da questo punto di vista, credo che vada evitato l’errore di stemperare il cristianesimo in un generico filantropismo. Quello cristiano è l’annuncio della salvezza la quale, riguardando tutto l’uomo e tutti gli uomini, ha a che fare anche con la filantropia ma la oltrepassa. E’ chiaro che il cristianesimo, essendo la fede in Dio che si fa uomo, vive la tensione tra le polarità umana e divina, oscillando storicamente tra la sottolineatura dell’avvicinamento di Dio all’uomo e dell’uomo a Dio. Non stupiamoci, quindi, se negli ultimi decenni forse il pendolo si era troppo avvicinato alla polarità umana, rischiando di far sembrare che la salvezza dovesse identificarsi con una dinamica di tipo sociale; forse – e mi sembra questo il richiamo del magistero – ora si tratta di mettere in luce come la salvezza parli del cammino dell’uomo verso Dio. Si tratta, quindi, di sottolineare la specificità cristiana, anche in riferimento all’incontro con le altre fedi, a cominciare con l’islam.

Sul versante più pratico forse possiamo attingere a quello che connota il messaggio cristiano in riferimento ad alcuni nodi rilevanti del vissuto giovanile odierno. Prediamo, ad esempio, la corporeità: il cristianesimo, in ragione dell’Incarnazione di Cristo, della sua Passione sofferta nella carne e della sua Risurrezione con il corpo, ha conferito al corpo – più in generale alla materia – una rilevanza sconosciuta al mondo antico-pagano. Facciamo cogliere ai nostri giovani questa ricchezza che probabilmente è stata seppellita – almeno in alcuni – sotto una coltre di pregiudizi ideologici del tutto infondati. Come ha detto il Papa nel discorso tenuto al Convegno ecclesiale di Verona, facciamo cogliere loro che i nostri “no” in realtà sono “sì”, perché impegnano a raccogliere la sfida che la vita pone a ciascuno di noi affinché mostri fino in fondo la dignità dell’essere figlio di Dio. E’ interessante notare che Giovanni Paolo II – e Benedetto XVI sulla sua scia – ha sempre richiamato il concetto di sfida per proporre ai giovani la vita e la morale cristiane, attingendo ad un immaginario agonistico (pensiamo solamente a San Paolo che parla di “corsa nello stadio” oppure di “lotta”) che appartiene alla più genuina tradizione pedagogica cristiana. Forse negli ultimi decenni abbiamo troppo ceduto al richiamo dell’assecondamento delle tendenze innate e congiunturali (pensiamo, ad esempio, all’incertezza in merito al richiamo della virtù in generale e di alcune virtù in particolare, come la castità). Credo che siamo stati indotti a questo anche da intenzioni buone – come quella di voler rendere vicino l’annuncio di Cristo a giovani e meno giovani – ma forse abbiamo ecceduto trasformando – talvolta almeno – l’annuncio cristiano in qualcosa di banale, qualunquistico e insipido. Al contrario, come ricorda spesso Benedetto XVI, il cristianesimo è anzitutto l’incontro con una persona – il Cristo – che sa cambiare la vita.

 

(fine seconda parte)

 

Continua qui: terza parte

 

-Testo sbobinato dalla registrazione e rivisto dall'autore che ringraziamo per la collaborazione-

 

 

Giuseppe Mari

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