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L'alternativa al credere non è il ragionare, ma il credere a tutto

Ciclo di incontri sul tema 'Chi è Cristo?'. Secondo Biffi c'è una opinione diffusa e radicata di parlare della fede “come se fosse una alternativa alla ragione, si suppone che chi ragiona non ha bisogno di credere. C'è il sospetto che chi crede esce dall'ambito della razionalità”.


L’alternativa al credere non è il ragionare, ma il credere a tutto

da Quaderni Cannibali

del 01 gennaio 2002

Il cardinale Giacomo Biffi ha spiegato come la fede non sia “un atto facoltativo e fortuito” o contrario alla ragione, e che nell’abbracciare una alternativa al credere si rischia talvolta di “rassegnarsi all’irrazionale e quindi credere a tutto”.

Questo in sintesi il messaggio contenuto in una lezione svolta dal cardinale Giacomo Biffi, nell’ambito del ciclo di incontri che si tengono presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (APRA), tutti i martedì dalle 10:30 alle 11:15, dal 16 novembre 2004 fino al 31 maggio 2005, in videoconferenza da Bologna, sul tema 'Chi è Cristo?'.

“La fede si realizza nell’accoglimento della verità salvifica”, ha esordito l’arcivescovo emerito di Bologna. “Ma la fede nell’immaginario collettivo assume significati diversi ed è opinione comune quella di essere considerata e contrapposta alla cultura razionale”.

“Per esempio si guarda alla fede come un atto facoltativo e fortuito, si dice io non ho la fede, pressappoco come di dice io non ho gli occhi azzurri, sono basso di statura, c’è chi ce l’ha e chi non ce l’ha”

“Oppure si dice: purtroppo io non ho la fede, con lo stesso rammarico con cui si sente dire, purtroppo sono stonato, oppure purtroppo non riesco in matematica, quasi supponendo che l’assenza della fede sia qualcosa che non dipenda da noi”, ha continuato.

Biffi ha sottolineato che Gesù non ci parlò in questo modo della fede, e non è così che ne parla la dottrina cattolica.

Il cardinale ha ricordato che nella seconda parte del Vangelo di Matteo, “abbastanza censurato dalla cultura di oggi” è scritto: “‘Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato’, dove è chiaro che per Cristo l’atto di fede è tutt’altro che qualcosa di facoltativo, determina la nostra salvezza definitiva, ed è tutt’altro che qualcosa di fortuito e di occasionale”.

Secondo Biffi c’è una opinione diffusa e radicata di parlare della fede “come se fosse una alternativa alla ragione, si suppone che chi ragiona non ha bisogno di credere. C’è il sospetto che chi crede esce dall’ambito della razionalità”.

“Anche in questo caso – ha precisato il prelato – il vocabolo fede non ha niente in comune con la fede come intesa dalla posizione cristiana, anzi nella prospettiva dei discepoli di Gesù, la fede è addirittura l’esercizio estremo, più alto della nostra facoltà intellettiva”.

“Fin dai tempi apostolici, infatti, è chiaro il convincimento che l’adesione all’evento Pasquale, è esperienza trascendente sì, ma assolutamente ragionevole”, ha sottolineato poi.

Biffi ha rilevato che: “In una autentica visione evangelica l’alternativa al credere non è affatto il ragionare, il contrario della fede è piuttosto il rassegnarsi all’irrazionale ed all'assurdo. L’alternativa al credere non è non credere a niente, ma rassegnarsi all’irrazionale e quindi credere a tutto”.

“C’è una piccola controprova storico-sociologica, nel fatto che in una umanità dove la fede si è illanguidita non è che non si creda più a niente, si finisce con il credere a tutto. Anche alle cose irrazionalmente meno fondate”, ha continuato il porporato.

A questo proposito il cardinale ha rilevato come la “cultura che domina i nostri tempi e che ha perso la fede, si affida agli oroscopi, che è la cosa più irragionevole che esiste. Ci sono delle ditte che chiedono l’oroscopo per decidere le assunzioni. Ci si affida alla cartomanzia alle previsioni degli indovini, ai maghi, agli imbonitori di nuovi culti senza saggezza, come il New Age”.

Con una battuta un po’ paradossale, Biffi ha affermato che “non si devono più distinguere gli uomini in credenti e non credenti, è più adeguata alla realtà distinguere gli uomini in credenti e creduloni”.

Il cardinale ha concluso dicendo che: “Se io voglio lodare il Dio che mi ha rivelato il mistero dell’atto di fede, devo sforzarmi di capirlo, perché questo fa parte della mia natura di uomo che è indagatore della realtà”.

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