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In memoria di Don Oreste Benzi

Omelia del Vescovo Francesco Lambiasi in memoria di Don Oreste Benzi. «Dobbiamo, soprattutto noi adulti, cercare di sfuggire alla tentazione di una lettura “buonista” della vita di don Oreste. Per questo non ci resta che imboccare la strada di una interpretazione “profetica” della sua vita e del suo messaggio...».


In memoria di Don Oreste Benzi

da Teologo Borèl

del 05 novembre 2007

 All’inizio dell’omelia, il Vescovo si rivolge innanzitutto ai bambini, tentando di rispondere alle domande, che essi certamente si pongono. La prima è: perché Don Oreste è morto? Dopo aver risposto a braccio a questa domanda, prosegue:

 

1. (…) Ma ora, cari bambini, devo cercare di rispondere alla seconda domanda: qual era il segreto di Don Oreste? Provo a dirvelo con un sogno. In questi giorni, dopo la santa morte di don Oreste, sono andato a rileggermi un libro che mi è molto caro, intitolato Oscar e la dama in rosa: narra la storia di un bambino malato di leucemia, che sa di essere ai suoi ultimi giorni di vita e che per la prima volta fa l’esperienza dell’incontro con il Crocifisso. Sarà per don Oreste appena morto, sarà per le pagine di quel libro ripreso tra le mani prima di addormentarmi, nella notte ho sognato il piccolo Oscar che mi raccontava la sua scoperta di Gesù, proprio grazie a Don Oreste.

Don Oreste mi ha vestito come se si partisse per il Polo Nord, mi ha preso fra le sue braccia e mi ha accompagnato alla cappella che si trova in fondo al parco dell’ospedale, oltre i prati gelati.

E’ stato un colpo quando ho visto la statua del Crocifisso, quasi nudo, magro magro sulla croce, con delle ferite dappertutto, con il volto sanguinante sotto le spine e la testa che non stava nemmeno più sul collo. Mi ha dato da pensare. Mi sono sentito rivoltare. Se fossi Dio, io non mi sarei lasciato ridurre a quel modo.

Don Oreste, sia serio: lei che è un prete tanto buono, come fa a fidarsi di quello lì?!

Perché, Oscar? Daresti più credito a Dio se vedessi un culturista con la pelle unta d’olio, i capelli corti e i muscoli gonfi che ne fanno risaltare la potenza ? Rifletti, Oscar, a chi ti senti più vicino? A un Dio che non prova niente o a un Dio che soffre?

A quello che soffre ovviamente. Ma se fossi lui, se fossi Dio, se come lui avessi i mezzi, io avrei evitato di soffrire.

Ascolta, Oscar. Guarda meglio il suo viso. Osserva: sembra che soffra?

No, non sembra che abbia male. Ma è curioso, ha il viso buono come il tuo e anche il tuo sorriso gli somiglia tanto.

Vedi, Oscar, bisogna distinguere: c’è la croce come violenza e c’è la croce come amore: la violenza la si subisce, l’amore lo si sceglie. E’ l’amore quello che ci salva”.

La scoperta che Don Oreste aveva fatto fin da bambino è stata quella dell’amore di Gesù. Ha sempre creduto che la fede cristiana non è una serie di idee vaghe e complicate: è una persona, Cristo; è la storia della sua croce e risurrezione. Ha sempre creduto e predicato con le parole e con gesti coerenti e concreti il cuore della fede: ciò che ha reso capace di salvezza lo sconfinato dolore di Gesù è stato l’amore con cui ha trasformato la violenza di una condanna totalmente ingiustificata in una dedizione totalmente gratuita. Gesù con la sua sconfinata bontà ha trasfigurato la crudeltà in amore, ha convertito l’odio in perdono. “Avendo amato i suoi discepoli che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1), cioè fino al limite estremo dell’amore. Non c’è infatti amore più grande: se è un grande amore quello di fare del bene alle persone amate, è amore ancora più grande quello di soffrire per loro. Per sapere quindi quanto Gesù ci ama, basta vedere quanto ha sofferto! E per sapere quanto ci ama Dio, basta vedere quanto ci ama Gesù: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16).

Tutta la vita di Don Oreste si è svolta alla luce di questa scoperta: i suoi oltre 15 anni come padre spirituale in seminario, gli anni dedicati all’insegnamento della religione e all’assistenza dei giovanissimi di Azione Cattolica, i lunghissimi anni come parroco e soprattutto come fondatore e animatore della comunità “Papa Giovanni”. Tutta la straordinaria, infaticabile opera di Don Oreste – a favore della vita non ancora nata, dell’umanità emarginata, umiliata e calpestata, a favore della pace e del rispetto dei diritti umani, a cominciare da quello della libertà religiosa – tutto ha avuto come unico fine e scopo: fare di Cristo il cuore del mondo, e per questo farne il centro del nostro cuore.

L’amore di Dio è stato il segreto della vita di Don Oreste. Ecco come lui stesso ne parla nel commento preparato per il vangelo di questa giornata, che abbiamo appena proclamato:“Non lasciarti inquinare dal calcolo di quanto puoi guadagnare o perdere negli atti che compi, chiediti solo quanto puoi amare gratuitamente. Meno ricevi, tanto più sei gratuito; tanto più sei figlio di Dio che ama gratuitamente. Dio quando ci ha creati non ha pensato a quanto avrebbe guadagnato creandoci. Egli invece ha pensato a quanta gioia ci avrebbe donato. Così non pensare a quanto puoi ricevere, ma pensa a quanta gioia dai perché sei stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Il segno che sei in questa ottica è l’invitare alle tue feste i ciechi e gli storpi, tutti coloro che non ti possono dare il contraccambio” (Il Pane quotidiano).

 

2. Ma ora dobbiamo, soprattutto noi adulti, cercare di sfuggire alla tentazione di una lettura “buonista” della vita di don Oreste. Per questo non ci resta che imboccare la strada di una interpretazione “profetica” della sua vita e del suo messaggio, tentando di vedere cosa ci vuol dire il Signore attraverso don Oreste: don Oreste profeta e messaggero di Dio. E per evitare letture accomodanti, non ci resta che prendere di peso, sine glossa, i suoi appelli più insistenti e provocanti.

Ecco un fascio di alcuni messaggi rivolti a noi, fratelli nella fede:

“Il nemico del bene comune è… siamo noi cattolici. In che senso? Ovunque ci si gira, si è persa, si è sbriciolata e poi scomparsa la coscienza di essere popolo di Dio, con una missione di salvezza da portare” (Pisa, 19 ott. u.s.).

“Coloro che organizzano nella Chiesa le opere di carità e non vivono la relazione d’amore con Dio, diventano impiegati della carità: è un pianto. L’amore di Cristo ci spinge a convertirci da impiegati a innamorati di Cristo per portare la salvezza a tutti” (Il Pane quotidiano, nov.-dic. ‘07, p. 63).

Per la sua comunità:

“Se venissi interrogato se Cristo ha forza sì o no nel cambiamento di vita delle sorelle e dei fratelli della Comunità, direi che in certi fratelli e sorelle non ha forza, perché non è presente nella loro vita e quindi non influisce; in altri è tanto forte quanto il rimorso di non viverlo; in altri ha fatto tanta presa che il modo di vivere è solo quello di Gesù. In altri si vede bene che chiunque è in Cristo è una nuova creatura: l’uomo vecchio non c’è più”.

Ma don Oreste ha parlato e continua a parlare anche alla comunità politica:

“L’interesse di partito, l’interesse del potere, l’interesse delle stanze dei bottoni e tutto ciò che è collegato ad esso è diventato la coscienza pratica e attuativa, e così si ha il tradimento della rivoluzione cristiana, come dice Benedetto XVI, della rivoluzione di Dio. (…) Oggi 100mila donne sono tenute sotto sfruttamento in Italia. Vergogna! Perché viene mantenuto un massacro, un orrore simile? Non si vuole perdere il voto di milioni di clienti…”. (Pisa, 19 ott. u.s.)

Questo messaggio però riguarda anche i cittadini:

“Come potete voi italiani scandalizzarvi della tratta delle schiave romene quando sono italiani coloro che pagano per possedere delle ragazzine di 14 anni?”.

Ma, per concludere, ritorniamo al cuore della vita e dell’opera di Don Oreste. Come Gesù, Don Oreste non si apparteneva: quanto si sentiva di appartenere a Dio, tanto sentiva di appartenere ai poveri. Era tanto vicino a tutti, quanto era distaccato da tutti. Ed era tanto più unito a tutti, quanto più era unito a Dio. Ascoltiamo ancora le sue parole:

“Per stare in piedi, bisogna stare in ginocchio, perché sa stare del tutto con i poveri chi sa stare del tutto con il Signore”.

Ora riprendiamo a pregare.

“Donaci, Signore, Don Oreste come fratello che ci accompagni nel nostro cammino di fede e di santificazione”.

E tu, caro Don Oreste, fa’ presto a riposarti, e torna subito a darci una mano. Ora non avrai più bisogno né del rosario né del cellulare. Ci contiamo: certamente non resterai con le mani conserte. Allora vieni presto e datti da fare...

 

Rimini, 5 novembre 2007

 

+ Vescovo  Francesco Lambiasi

mons. Francesco Lambiasi

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