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Il Vangelo della speranza

“La speranza viene a noi vestita di stracci perché le confezioniamo un abito di festa”. In questa immagine Paul Ricoeur vede una speranza che viene da altrove, povera e bisognosa di noi. Non ha in noi la sua origine. Ma è messa nelle nostre mani: sta a noi aiutare la speranza a diventare la seduttrice festosa di questa nostra epoca... Il compito urgente dei cristiani è quello di reincantare la vita, dare nuovo incanto alla vita...


Il Vangelo della speranza

da Teologo Borèl

del 28 ottobre 2007

Nel vangelo non ricorre mai la parola ‘speranza’: essa nasce con la Chiesa che nasce (Atti e Paolo). È la virtù per il tempo del pellegrinaggio e della profezia, il nostro tempo.

“La speranza viene a noi vestita di stracci perché le confezioniamo un abito di festa”. In questa immagine Paul Ricoeur vede una speranza che viene da altrove, povera e bisognosa di noi. Non ha in noi la sua origine. Ma è messa nelle nostre mani: sta a noi aiutare la speranza a diventare la seduttrice festosa di questa nostra epoca.

L’abito di stracci che la speranza indossa è evocato da molti altri simboli della Bibbia. Ad esempio dal racconto della fuga, lunga e disperata, del profeta Elia, davanti ai sicari della regina Gezabele, nel deserto. Stanchezza, paura, fame e sete, ed Elia, l’indomito, si arrende: cade a terra, si trascina al povero riparo di un ginepro e prega: “basta Signore, non ce la faccio più, riprenditi questa vita, meglio la morte di questa fuga disperata”. Sfinito, cade in un torpore, da cui un tocco lo sveglia. È un angelo che gli dice: alzati. Che cosa gli fa trovare l’angelo per affrontare deserto e sicari? Non un cavallo bardato pronto a divorare al galoppo la steppa di Moab, ma un pane cotto tra due pietre roventi, e un orcio d’acqua. Quasi niente, quasi un castigo per noi. Pane e acqua, scampoli del vestito della speranza.

Eppure si tratta di risorse che hanno lo scopo di risvegliare lui, è energia per il suo corpo, sostegno per la sua forza. Il profeta camminerà 40 giorni, fino all’Oreb: pane e acqua bastano a renderlo protagonista. Il miracolo è avanzare senza miracoli, con pane e acqua. La speranza viene a noi come povertà, non come miracolo; in forma di pane e acqua, le cose più semplici, più vere. Viene con quella semplicità che hanno tutte le cose più essenziali, l’aria, la luce, l’acqua, il respiro.

Noi domandiamo segni straordinari a un Dio illusorio e non ci accorgiamo dei segni quotidiani del Dio reale. La semplicità è tanto semplice che non si vede. Dobbiamo aprire la nostra sensibilità e riscoprire la semplicità della speranza. Viene vestita di stracci, come piccolo granello di senapa, 2 pani e 5 pesci per 5000 uomini. Viene sotto forma di un incontro, di una telefonata, un amico, un sms quando pensavi di non farcela più. Alle volte non fornisce neppure pane, ma solo lievito.

Dio da ricco che era si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà. Ci soccorre il Signore non con la ricchezza, ma con la povertà; non con il miracolo ma con la forza del cuore; non con la sua onnipotenza ma con l’impotenza dell’amore mai arreso. “Ci salva non dalla sofferenza, ma nella sofferenza; non dal dolore, ma nel dolore; non dalla morte, ma nella morte” (Bonhoeffer).

 

 

1. Primo compito: Aiutare la speranza, virt√π bambina (Peguy) affidata alle nostre cure.

Il Signore ama il piccolo, è il suo stile costante. Perché il piccolo non si impone, si propone; può essere accettato o rifiutato. E così garantisce la mia libertà.

 

2. Il secondo compito del credente: Reincantare la vita.

L’epoca nostra è chiusa da una tenaglia, in una morsa i cui denti sono il fondamentalismo e l’indifferenza religiosa, l’integrismo e il nihilismo. I fondamentalisti di tutte le religioni, gli islamici come quelli cristiani, sono degli infelici, sono persone tristi che vedono attorno a sé un mondo corrotto o degradato, dove regna il grande satana, dove tutto va in rovina. Sognano di purificarlo anche uccidendo. Sono la bestemmia della nostra epoca: “mettere la verità prima della persona è l’essenza della bestemmia” (Simone Weil).

I fondamentalisti stanno male al mondo: vedono dovunque il trionfo della morte, per questo sono disperati (S. Agostino). Dall’altro lato ci sono i nichilisti, quelli per i quali niente vale, tutto si equivale, dx e sx è lo stesso, la società va senza meta, la realtà è soltanto questo che si vede, conto solo io e con la mia morte finisce tutto. Hanno creato l’epoca delle passioni tristi e del pensiero debole. Stanno male anch’essi, consumano senza eroismo il proprio mondo, e hanno come unico scopo quello di ritardare la propria obsolescenza. In una sorta di immortalità immorale…

Per spezzare questa morsa il compito urgente dei cristiani è quello di reincantare la vita, dare nuovo incanto alla vita, farne assaporare la bellezza e la profondità e la luce. Lo si può fare ritrovando il senso della vita.

Per farlo indico tre passaggi: Primo punto. La vita ha senso. Non è inutile, né assurda. Secondo: Il senso della vita è positivo. Terzo: questo positivo ha in sé il seme dell’eternità.

 

3. La vita ha senso.

In questa terra barbara e magnifica, non è ovvio che la vita abbia un senso: Il vento gira e rigira e torna sui suoi giri, dice Qohelet, i giorni si ripetono fotocopia di altri giorni. E continua: tutto è un inutile pascolare il vento. E il suo disincanto è Parola di Dio!

Shakespeare scrive: “la vita non è che una favola sciocca raccontata da un idiota, che si agita sulla scena, piena di rumore e di furore, ma che non significa nulla”. Una definizione bella e disperata. Gli fa eco un verso di Bertold Brecht: le madri tutte partoriscono a cavallo di una tomba…Quasi a dire che la vita è risucchiata dalla morte, che cammina sempre sul ciglio dell’abisso. Sull’orlo dell’assurdo.

La parola “assurdo” ha la stessa radice di “sordo”. Entra nell’assurdo chi è sordo, chi non sa ascoltare. Esce dalla sordità e dall’assurdo chi invece ascolta: la Parola e la vita, la Parola dispersa in sillabe nei volti. Ascoltare la vita: perché, contro Brecht e i nichilisti, il Vangelo afferma: la vita è la luce degli uomini.

C’è una piccola poesia di Martin Luther King che dice così sulla luce della vita:

 

Se non puoi essere un pino sul monte sii una canna nella valle,

se non puoi essere albero sii un cespuglio,

ma sii la migliore canna sulla sponda del ruscello,

il migliore piccolo cespuglio nella valle.

Se non puoi essere autostrada sii un sentiero,

se non puoi essere il sole sii una piccola stella

ma sii sempre il meglio di ciò che puoi essere.

 

Che significa: cerca di scoprire il disegno che sei chiamato a diventare e poi mettiti con passione a realizzarlo. Non tutti devono essere sole, albero, montagna, autostrada, sono preziosi e belli anche il cespuglio, la canna, la collina, il sentiero, la stella, l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo.

È importante Elia, o Geremia, o i grandi profeti, ma è prezioso e bello allo stesso modo un profeta minore, anonimo, che esprime tutto in un una sola parola, in un grido solo. Che nessun altro prima aveva gridato.

Il senso non si eredita. Io non posso trovarlo al posto tuo. Ogni epoca e ogni persona deve riaprire i sentieri del senso.

Secondo una tradizione ebraica nell’ultimo giorno Dio non ti chiederà: perché non sei stato Mosè o Abramo o Elia o uno dei profeti? Non mi chiederà perché non sei stato come padre Pio o madre Teresa? No, la domanda sarà: perché non sei stato Ermes, te stesso? Con tutta la fragilità e la bellezza, con i talenti e i limiti della tua persona? Non cerca eroi per il suo regno, il Signore, ma gente che sia vera e autentica. Perché nessuno può dare al mondo ciò che puoi dare tu, ognuno è una pietra insostituibile della grande cattedrale che Dio sta costruendo con tutti noi. Se tu manchi la tua missione nasce una disarmonia cosmica.

L’importante è compiere in modo esatto e appassionato il proprio servizio alla vita. Molti oggi vivono cercando di cogliere ciò che il mondo può dare loro ( la famiglia, il coniuge, il gruppo…). Errore. Bisognerebbe invece vivere pensando a ciò che io posso dare, a quello che io posso realizzare nella mia vita e creare e donare. Rischiamo di diventare dei puri divinizzatori di noi stessi: gli altri mi devono capire, devono entrare nei miei problemi, aderire a me e coincidere con le mie attese… L’uomo per star bene deve dare… Al Gemelli di Roma, il primario di psichiatria mi raccomanda: “per far star bene questo frate dobbiamo aiutarlo a dare. Ciò che ha e ciò che può. Perché l’uomo per star bene deve dare”. “Perchè?”, chiedo io. Mi risponde: “perché è la legge della vita”.

Nel vangelo il verbo amare si traduce sempre con un altro verbo: dare! Il senso è: essere nella vita datori di vita!

 

4. Il senso della vita è positivo.

Senso significa – etimologicamente- che c’è una direzione verso cui vanno le cose e i giorni: non sono senza meta, non si smarriscono in un labirinto cieco. In che direzione va la vita? Permettetemi una confidenza personale: una delle ultime cose che mia madre mi consegnò avanti di morire era un oggetto con su scritto: no val la pene vivi se alc nol val plui de vite! Che cosa vale più della vita ? Vi affido la domanda. Il dramma vero non è morire, ma non avere niente per cui valga la pena vivere e dare la vita!

Mi appoggio a tre parole del primo libro, la Genesi, dove emerge il progetto di Dio sull’uomo:

a) Dio creò l’uomo e lo pose in un giardino perché lo coltivasse e lo custodisse. Mettere uno in un giardino è come offrirgli la migliore delle possibilità, non è un campo di mais o di patate, non è una steppa sterile, un giardino è il luogo della bellezza e della gratuità. In esso il compito di Adamo è coltivare i semi di bellezza e custodirlo dal nemico. La terra appartiene a chi la rende migliore. Il mondo è di chi lo lascia un po’ più bello e un po’ più buono di come l’ha trovato. Il mondo appartiene non a chi lo compra, ma a chi ne custodisce la bellezza: essa è l’infinito che si abbrevia nel frammento, l’eterno che si accorcia nell’istante, la giusta proporzione in cui si mescolano finito e infinito. La bellezza è la sorgente di ogni comunione. Dio è bello, e la bellezza è l’esca del divino, la trappola con cui più volentieri Dio cattura le anime (Simone Weil). Per reincantare la vita. A noi non interessa un divino che non faccio fiorire l’umano.

b) Il primo verbo che Dio impiega nel dialogo con l’uomo è: voi potete, mangiare di tutti gli alberi del giardino. Il primo verbo di Eva nel dialogo con il serpente: noi possiamo mangiare. La Bibbia indica con il primo verbo: tu puoi, che il senso della vita è una potenzialità, uno sviluppo, un crescere. Vivere è l’esplorazione sulle frontiere del possibile. Vivere è esplorare possibilità. E realizzarle.

Invece il serpente usa come primo verbo: è vero che non dovete? La vita come una trappola di divieti. Tu puoi oppure tu devi. Dio e l’uomo impiegano come primo verbo quello che indica un sì alla vita. Il nemico usa quello del divieto: un no alla vita. L’uomo è figlio di una addizione, non di una sottrazione: voi potete!

c) Tu, dice il Signore al serpente, le insidierai il calcagno. Ma lei ti schiaccerà la testa. Il male può ferire l’umanità, ma può solo ferirla, non sopraffarla. È in basso, è inferiore, non è al centro dell’uomo, non è il cuore del tuo cuore. Il cuore è buono. Solo dietro di te è il male e insidia il tuo piede, da dietro e in basso. Il male ti colpirà alle spalle, è un passato che talvolta ritorna, ma non è davanti a te, non è il tuo futuro. L’uomo proteso in avanti, ha un anticipo, un vantaggio sul male. Questo ritardo del male, per grazia, sarà un ritardo eterno.

Essa ti schiaccerà la testa: la vittoria è dell’umanità. Perché l’uomo ha in sé l’immagine di Dio e non quella del serpente, ha davanti un Eden da raggiungere e non un baratro avvelenato. Il male non è vincente, la sua forza devastante si arresta. Il bene è più forte. Scrive Origene, il più grande commentatore della Bibbia: il bene è presbyteron, che significa più anziano, più antico, più profondo del male.

La benedizione che accompagna Adamo ed Eva fuori dall’Eden è il coraggio di lottare contro il male, perchè il bene è presbyteron. In tre parole: il giardino, il possibile, il male dopo, trovo il senso positivo della vita, una esistenza nella consistenza.

Il vangelo della speranza è quello che fa parlare la vita di Gesù. La sua era la vita buona, bella e beata (una felice formula di Enzo Bianchi). La vita positiva.

Buona la sua vita, perché dice Pietro: passò facendo del bene, guarendo ogni sorta di male, il male di vivere. Buona perché fatta della materia di cui è fatto Dio, di cui è fatta la vita: l’amore, la misericordia. Vivere è amare. Lui sapeva amare come nessuno, amava perfino l’inamabile.

Bella, umanamente bella, la vita di Gesù perché circondato da amici, capace di gustare la bellezza delle pietre del tempio, degli uccelli dell’aria e dei gigli del campo; il Rabbi che amava i banchetti, bella perché libera e perché appassionata. Capace di commuoversi, senza vergogna, per la carezza del profumo dei capelli intrisi di nardo della sua amica Maria, una sera a Betania.

Una vita felice, ha detto che la vita umana è e non può che essere una ricerca di felicità; ha posto nove beatitudini al cuore del vangelo, cioè nove strade per essere felici; ha accettato la croce perché era felice, non si va a morire per un pasticcio di vita insoddisfacente.

Allora chi vive una vita come la sua trova il senso positivo del vivere. Chi vive qualcosa di un amore che assomigli al suo, mette già dell’eternità dentro i giorni. Il Vangelo è pieno di un piccolo avverbio come: amatevi come…siate perfetti come… misericordiosi come… come in cielo così in terra. Come Cristo, come il Padre, come il cielo ed è aperto il più grande orizzonte di senso. Vivere come Cristo. Amare come, e non quanto Lui, impossibile, ma come Lui, con quello stile di libertà, gratuità, con quella arroganza dolce dell’amore che nulla arresta. Perchè come si vive è la vita. Con quale stile, con quale passione, con quale coraggio e libertà, con quale profondità e autenticità, con quale amore. La vita non è nelle cose che fai ma nel come le fai. Lo stile è sostanza. Come vivi conta più del vivere, il come conta più del ciò. Puoi fare l’insegnante o il magistrato, puoi fare lo spazzino comunale o il monsignore in vaticano, la madre di famiglia o la donna manager, non conta ciò che fai ma come lo fai. Madre Teresa diceva: “Nel nostro servizio non contano i risultati ma quanto amore metti in ciò che fai”. L’amore conta più della vita. Infatti: ha tanto amato il mondo da dare la sua vita.

 

Ritorniamo per un momento alla prima parola: il giardino. La nostra vita non avanza per obblighi o divieti, non per sforzi di volontà, ma per una passione, e la passione sgorga da una bellezza. La bellezza è la forza del cuore. Con che cosa ci seduce il Signore? Con l’onnipotenza, perché sa tutto, vede tutto, è dappertutto? No, con questo ci schiaccia. Mi seduce con la bellezza del volto di Gesù. La nostra forza è riscoprire la bellezza di Cristo. Il pastore bello, il padre buono che fa festa al figlio che torna. Capace di amare come nessuno, libero come nessuno, coraggioso come nessuno. Cristo, mia dolce rovina, impossibile amarti impunemente (Turoldo) senza pagarlo in moneta di vita!

Che cosa comporta avere fede? Per me acquisire fede è acquisire bellezza del vivere, è acquisire che è bello voler bene, è bello avere amici, è bello sposarsi, è bello aver figli, è bello per me essere frate, è bello resistere e creare, amare e pensare, perché la vita va verso una liberazione, verso una soluzione positiva, ha un senso profondo e luminoso, nella finitezza e nell’infinito.

Acquisire fede è acquisire bellezza del vivere, reincantare la vita, per un mondo più bello e più buono di come l’ho incontrato. Acquisire fede è risolvere il problema del significato della vita. Chi non trova un senso entra nella malattia (Franck). La fede una offerta di solarità. Di umile piacere di vivere.

 

5. La vita ha un senso, che è positivo, che è per l’eternità.

Lo dico con le parole per me stupende di Paolo ai Romani 8: Nulla mai ci separerà dall’amore di Dio, né angeli né demoni, né vita né morte, né dolore né spada, nulla mai ci potrà separare dall’amore di Dio.

Nulla, mai. Due parole assolute, totali, perfette. Nulla: e sono convocate tutte le creature del cielo e della terra. Mai: e sono convocati i giorni e l’eterno. L’uomo è inseparabile da una cosa, da una cosa soltanto, non separabile dall’amore. Che è già iniziata. Questa è l’eternità. L’amore è ciò che resta quando non resta più nulla.

 

6. Il Vangelo della speranza.

 

A- C’è un speranza per i fragili. Io non sono un eroe, sono il primo dei paurosi, sono l’ultimo dei coraggiosi. Ma il Signore non convoca eroi nel suo regno. Bensì uomini e donne veri. Che lo accolgano. Dio non si merita si accoglie. Il vangelo non si conquista, si accoglie.

Penso alla fragilità non come ostacolo, ma come opportunità di speranza. Gesù non si scaglia mai contro la fragilità, bensì contro l’ipocrisia dei pii e dei potenti. Pietro, dopo la pesca miracolosa dice a Gesù: allontanati da me perché sono peccatore. Gesù ha una reazione bellissima, non dice: “Non è vero, non sei peccatore, non più degli altri”, non lo giudica, non lo umilia, non minimizza, neppure lo assolve. Pronuncia una sola parola: “Non temere. Tu sarai”. Ed è il futuro che si apre, il futuro che conta più del presente e di tutto il mio passato. “D’ora in avanti tu sarai” e il bene possibile domani, vale più del male di ieri e di oggi.

Il peccato rimane, il peccato tornerà, ma non può essere il mio alibi per allontanare Dio, per evitarlo, per non impegnarmi con Lui. Non temere, anche la tua barca va bene! Anche la tua vita va bene per il Vangelo. Anche la tua zattera.

Gesù rialza, dà fiducia, conforta la vita, ma poi la incalza: “D’ora in avanti – dice – tu sarai”. D’ora in avanti resterai peccatore ma diventerai pescatore di uomini. E anche la barca di chi non ha preso nulla può riempirsi, per la sua parola non per il mio talento.

E il miracolo del lago non sono le barche riempite di pesci, non sono neppure le barche abbandonate per seguire il maestro, il miracolo grande è Gesù che non si lascia impressionare dai miei difetti, che non è deluso dalle mie labbra impure, che non ha paura dei miei peccati, ma mi affida il Vangelo e proprio là dove mi ero fermato mi fa ripartire.

Allora posso dire: Credo in te, Signore, perché tu credi in me. Ti do fiducia perché tu mi dai fiducia. Seguirò i tuoi passi perché sulla mia barca hai voluto salire.

Gesù non cerca in me il giusto, l’uomo giusto che non so se riuscirò mai ad essere. Cerca quella debolezza che è in me radicale, originaria, fontale, fatale. Vuole impadronirsi della mia debolezza profonda, quella che è a monte di tutti i miei peccati. E lì vuole incarnarsi come lievito, come sole, come fuoco, come spirito dentro la creta, come pace nella tempesta.

 

B- C’è speranza per chi si sente incompiuto.

Questa parola fu rivolta a Geremia da parte del Signore: Prendi e scendi nella bottega del vasaio; là ti farò udire la mia parola. Io sono sceso nella bottega del vasaio ed ecco, egli stava lavorando al tornio. Ora, se si guastava il vaso che egli stava modellando, come capita con la creta in mano al vasaio, egli rifaceva con essa un altro vaso, Dio non butta mai via la creta, ci rimette sul tornio, ci riprende in mano, ci lavora ancora con la pressione dolce delle sue dita, con il calore del palmo della sua mano. La mia forza è la fiducia del vasaio. Se Dio ha una mania è quella di sperare nell’uomo. Non siamo mai inutili, mai da buttare per il Signore. Io sono creta che viene male sette volte, ma che è rimessa sul tornio otto volte. Vivere è l'infinita pazienza di ricominciare: il vaso riuscirà. La speranza cristiana è espressa da un piccola sillaba: RI, un prefìsso, un inizio di parola che è tipico del cristianesimo: RI. Due lettere sole che significano: di nuovo, ancora, da capo, un'altra volta. Una sola sillaba, la più caratteristica del cristianesimo, che crea un'infinità di nuove parole tipiche del vocabolario cristiano:

- ri-conciliazione - ri-surrezione - re-denzione - ri-generazione - ri-nnovamento - re-missione - ri-nascita. La stessa parola re-ligione, rilegare le pagine disperse delle vite.

Tutte parole che indicano il cammino che riprende, nonostante tutto. Questo prefìsso ri è il prefisso della fedeltà di Dio e della speranza dell’uomo. È il prefisso che genera futuro, in tutte le notti del presente; e il motivo è la fiducia incrollabile di Dio nell'uomo. Per Lui nessuno è mai perduto per sempre.

Mi dà speranza la cura che Gesù ha della fragilità e dell’incompiutezza. Vivere è custodire germogli, come per Adamo nell’Eden, germogli capaci con la loro punta fragilissima, fatta di niente, di aprire e bucare l’asfalto. Fragilità del bambino, fragilità della mitezza, fragilità del peccatore. Fragilità della luce. Che non si impone, si propone e può essere rifiutata. Fragilità del buon grano tra la zizzania. Quanta speranza dalla mia fragilità e dalle mani del vasaio!

 

C- C’è speranza per chi sente fatica. E per chi ha paura.

Non c’è speranza senza paura (Giovanni Paolo II, La bottega dell’orefice). E don Primo Mazzolari scrive: Finchè c’è fatica c’è speranza. Se vedi uno che fatica puoi stare certo che dietro ci sono sogni e speranze. Se qualcosa ti costa fatica, non fuggire: è segno che coltivi progetti, un minimo Eden che merita il tuo impegno. In friulano la parola vita significa al tempo stesso vita e fatica. Ce vite! Ce vitis! Eredità di tempi durissimi in cui vivere equivaleva a nuda fatica. Eredità però anche di speranza, dove la fatica indicava che alc al valeve plui de vite. Se vedi una persona che non sa affrontare fatiche, quello è uno senza speranza, che sta entrando nella depressione. Canta il salmo: alla fatica van tutti piangendo per il sudore che irrora la semina, ma torneranno con passo di danza portando a spalle i loro covoni.

La nostra vita non è raccogliere o arrivare, ma partire ogni giorno seminare in ogni stagione. Finchè c’è fatica c’è speranza. La fatica di andare controcorrente, ad esempio. Sciascia scriveva: io mi aspetto che i cristiani qualche volta accarezzino il mondo in contropelo. Per abitare la terra noi ci siamo scelti il manifesto più stravolgente e contromano che si possa immaginare: beati i poveri, felici gli inermi, i miti, i perseguitati, i misericordiosi. I puri. Lo seguiamo perché costa fatica. Fatevi un bel giro sul pianeta e guardate con attenzione: là dove c’è disperazione e abbandono, là dove tutti hanno gettato la spugna, dalle Nazioni Unite alla Banca Mondiale alle più diverse ONG, troverete un missionario, una suora, un catechista che, in nome del Nazareno lotta, ama, combatte, spera contro ogni speranza. E lo fa gratuitamente. Troverete sporadicamente anche qualcuno di Medici senza frontiere, ma, non me ne vogliano, in Centro Africa ho visto i loro medici ricevere 10.000 euro al mese, e un’infermiera 6.000, e ogni sei mesi hanno viaggio e ferie pagate a Bruxelles. Il missionario non riceve niente.

Ho visitato, nella Repubblica Centroafricana, il dispensario delle suore francescane di Gemona, a Maigarò, ottobre scorso. Lì ho conosciuto suor Giulia, amore a prima vista. Ecco il suo racconto: le portano un bambino che è gravissimo, lei fa di tutto, ma il piccolo muore. Dopo due giorni un altro piccolino allo stremo, lei fa l’impossibile, le muore in braccio. Arrivano il giorno dopo papà e mamma con un altro bimbo che è alla fine, lei fa tutto ciò che può con tutto ciò che ha, ma capisce che il bimbo non ce la farà. Allora, prima di scappare, dice ai genitori: Io torno domani mattina, voi pregate. E se ne va in cappella e inizia una delle sue liti con il Signore: basta, Signore, io non ce la faccio a veder morire un altro bambino, un altro no! Basta. Non farlo morire, non farlo morire…

La mattina il bambino sta bene, non solo meglio, ma bene. Cosa è successo? chiede ai genitori. Abbiamo fatto quello che ci hai detto: uno vegliava il bambino, uno pregava, tutta la notte…solo questo. Ditemi voi se non da speranza questo!

 

D- C’è speranza anche nei giorni spenti.

Un gruppo di giovani chiesero un giorno al Cardinal Martini: quando facciamo una esperienza forte, un ritiro, un convegno, ci sentiamo carichi, entusuasti. Poi si torna a casa e in breve il cuore acceso si spegne. Come fare per mantenere la forza e il calore di questi momenti? Il cardinale rispose: non sempre si può avre l’incandescenza del cuore, ma sempre possiamo avere la memoria della incandescenza. La memoria dell’esperienza forte, dell’amore provato. Così faceva santa Maria che conservava nel cuore tutte le cose, gli angeli e la grotta, il profeta del tempio e i pastori, e le meditava, riaccendeva la lampada della memoria nei giorni spenti, quando al fede diventa fatica del cuore.

Tutti noi possediamo archivi ricchissimi che non sappiamo sfruttare, inutilizzati. Spesso do come penitenza a chi viene a confessarsi: cerca la gioia più bella di quest’ultimo anno e rivivila davanti al Signore e ringrazialo.

La forza e la bellezza della memoria: non sempre sentiamo una fede e una speranza vibranti e appassionate, ma sempre possiamo mantenere la memoria dei giorni dell’incandescenza. Come quando nel mare vedi la scia di spuma di una nave. Sai che la nave c’è, che è appena al di là del promontorio, anche se non puoi vederla.

 

E- La speranza è la passione per il bene possibile, per il sorriso possibile, per un mondo diverso possibile. Anzi, la speranza è la fede che l’impossibile diventi possibile. Dicono i rabbini che il mare Rosso si aprì quando il primo ebreo vi mise dentro il piede. Non già che videro il mare asciutto e quindi vi avanzarono dentro, ma mescolando fede e speranza, speranza e incoscienza, misero il piede nell’acqua e l’acqua si aprì davanti alla loro speranza.

Così l’uomo dalla mano inaridita nella sinagoga di Cafarnao: stendi la mano, gli dice Gesù. E l’uomo non risponde come sarebbe logico: Ma è impossibile, non ci provo neanche, sono vent’anni che è paralizzata. Invece dice il Vangelo: fece così, ci provò, tentò l’impossibile, e la mano fu guarita. L’impossibile che diventa possibile. Se non desideriamo, se non cerchiamo l’impossibile non lo raggiungeremo mai. Questo è uno dei modi per aiutare la speranza. Nulla è impossibile a Dio, ha detto l’angelo. Gli angeli sono inviati per questo, a dire che l’impossibile è diventato possibile. È possibile che Paolo, il persecutore, diventi il più grande diffusore del vangelo; è possibile che Lazzaro oda la voce nel buio della grotta ed esca fuori; è possibile che nella prostituta si risvegli la donna, è possibile amare i nemici e non ucciderli. La speranza è fede nella possibilità dell’impossibile. Il cristianesimo annuncia questo, questo è causa della felicità, altro non c’è. Fuori di qui forza di gioia non la troviamo.

 

 

Conclusione.

 

Un inizio di risposta.

Se vogliamo avere speranza dobbiamo ripartire da ciò che le due culture egemoni del ‘900 (ideologia e soggettivismo) hanno dimenticato: ripartire dall’altro. La speranza ricomincia dall’Altro: Dio è il Totalmente Altro che viene perché la storia diventi totalmente altra da quello che è (K. Barth). La speranza ricomincia dall’altro. Perché il volto di Dio incomincia dal volto dell’altro.

Una riposta sola vedo, per un’etica condivisa: un’etica della responsabilità. Verso l’altro. Ogni azione è responsabilità. Tocca, altera, fa vivere o fa morire l’altro. La maggior parte di noi pensa alla vita come compimento individuale, realizzazione personale. Dobbiamo cominciare a pensare alla vita come a compimento condiviso, a pienezza condivisa. A partire da me, ma non per me. Nel cristianesimo l’altro è il punto di riferimento di qualsiasi compimento.

 

La speranza è dei profeti.

Il profeta crede nella parola di Dio più ancora che nella sua realizzazione. Come Isaia: crede che una vergine concepirà, e non lo vedrà realizzarsi. Per il profeta la parola di Dio è più vera ancora della sua realizzazione. Ogni discepolo ama il vangelo più ancora dei risultati.

È la speranza. Abramo quando muore non ha visto realizzarsi le promesse: avrai più figli che stelle, ha un figlio solo; una terra di latte e miele, ha solo tanta terra quanto basta a scavarvi una tomba, comprata a un prezzo esorbitante, eppure conserva la fede. Ama Dio più delle promesse di Dio. E io? Amo Dio o solo le sue promesse?

Ritorniamo al salmo della speranza e della fatica, del seme e del compimento:

 

Alla fatica van tutti piangendo per il sudore che irrora la semina,

ma torneranno con passo di danza portando a spalle i loro covoni.

Donami speranza tu, Pellegrino dell’eternità,

orizzonte chiaro, libero respiro.

Accoglimi dopo questa vita,

noviziato dell’infinita speranza.

 

 

 

Lignano 29 settembre 2007

Convegno di Pastorale Giovanile

Diocesi di Udine

 

 

Ermes Ronchi

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