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Il bene fatto bene fa bene!

Don Bosco scelse di puntare sul buono che c'era nei ragazzi, partendo proprio dagli ultimi e incontrandoli con il volto del Risorto, che è un volto che manifesta bontà e gioia. E noi, possiamo solo restare a guardare o ammirare quanto fatto da altri? Certo ad alcune situazioni dovrebbero pensarci le Istituzioni, ma non è forse vero che la prima "istituzione" è proprio l'uomo e che non saranno certo le Istituzioni ad andare in Paradiso o da qualche altra parte più giù?


Il bene fatto bene fa bene!

 

del 23 marzo 2013

 

 

Sam: «È come nelle grandi storie, padron Frodo, quelle che contano davvero, erano piene di oscurità e pericolo, e a volte non volevi sapere il finale, perché come poteva esserci un finale allegro, come poteva il mondo tornare com'era dopo che erano successe tante cose brutte; ma alla fine è solo una cosa passeggera, quest'ombra, anche l'oscurità deve passare, arriverà un nuovo giorno, e quando il sole splenderà, sarà ancora più luminoso. Quelle erano le storie che ti restavano dentro, anche se eri troppo piccolo per capire il perché, ma credo, padron Frodo, di capire ora, adesso so: le persone di quelle storie avevano molte occasioni di tornare indietro e non l'hanno fatto; andavano avanti, perché loro erano aggrappati a qualcosa».

 

Frodo: «Noi a cosa siamo aggrappati Sam?».

 

Sam: «C'è del buono in questo mondo, padron Frodo:  è giusto combattere per questo!». (Da "Il Signore degli anelli - Le due torri")

 

Ogni vita è una storia grande, di quelle che contano davvero e per poter vivere è necessario essere aggrappati a qualcosa, a Qualcuno. In questo mondo, nonostante tutto, c’è qualcosa di buono per cui vale la pena impegnarsi? Don Bosco scelse di puntare sul buono che c’era nei ragazzi, partendo proprio dagli ultimi e incontrandoli con il volto del Risorto, che è un volto che manifesta bontà e gioia. E noi, possiamo solo restare a guardare o ammirare quanto fatto da altri? Certo ad alcune situazioni dovrebbero pensarci le Istituzioni, ma non è forse vero che la prima "istituzione" è proprio l'uomo e che non saranno certo le Istituzioni ad andare in Paradiso o da qualche altra parte più giù? Se vedo qualcuno in pericolo, non è forse mio compito fare qualcosa subito nei limiti della situazione oppure mi giro dall'altro lato, passo oltre, resto a filmare col cellulare, attendo le Istituzioni? Le povertà, vecchie e nuove, non sono forse un segno imminente o reale di pericolo?

 

Scrive Dante nel Canto X del Purgatorio:

 

Quiv’era storïata l’alta gloria

del roman principato, il cui valore

mosse Gregorio a la sua gran vittoria; 75

i’ dico di Traiano imperadore;

e una vedovella li era al freno,

di lagrime atteggiata e di dolore. 78

Intorno a lui parea calcato e pieno

di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro

sovr’essi in vista al vento si movieno. 81

La miserella intra tutti costoro

pareva dir: "Segnor, fammi vendetta

di mio figliuol ch’è morto, ond’io m’accoro"; 84

ed elli a lei rispondere: "Or aspetta

tanto ch’i’ torni"; e quella: "Segnor mio",

come persona in cui dolor s’affretta, 87

"se tu non torni?"; ed ei: "Chi fia dov’io,

la ti farà"; ed ella: "L’altrui bene

a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?"; 90

ond’elli: "Or ti conforta; ch’ei convene

ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:

giustizia vuole e pietà mi ritene". 93

 

 

Dante include l'imperatore Traiano fra i beati del Paradiso, proprio dando credito a questa leggenda assai diffusa nel Medioevo e in base alla quale papa Gregorio Magno, venuto a conoscenza di un atto di umiltà e giustizia compiuto dall'imperatore pagano, pregò intensamente per la sua salvezza fino a ottenerla. Che dire? Che il bene fa bene!

In questo cammino verso la solidarietà e la ricerca del bene, l’ambiente nel quale viviamo potrebbe condizionarci o potremmo essere noi a condizionarlo con le parole che usiamo e i gesti. Lamentele, critiche, calunnie, omissioni, non creano certo un ambiente positivo e educativo, viceversa parole “affettuose” e azioni solidali creano un clima familiare nel quale ci si può sentire a proprio agio e s'impara vedendo. Spesso ci si lamenta della società nella quale si vive senza sforzarsi minimamente di dare il proprio contributo per renderla migliore. Nell’incontro con l’altro, è la capacità di donare non tanto qualcosa ma se stessi che fa la differenza! A volte ci sono incontri che sono "scontri", urti contro la sensibilità, la dignità, l'umanità: sono quelli con i poveri, i diseredati, i senza dimora, gli abbandonati, ecc.

Il poeta tedesco Rilke abitò per un certo periodo a Parigi.Per andare all’università percorreva ogni giorno, in compagnia di una sua amica francese, una strada molto frequentata. Un angolo di questa via era permanentemente  occupato da una mendicante che chiedeva l’elemosina ai passanti.  La donna sedeva sempre allo stesso posto, immobile come una statua, con la mano tesa e gli occhi fissi al suolo. Rilke non le dava mia nulla, mentre la sua compagna le donava spesso qualche moneta. Un giorno la giovane francese, meravigliata domandò al poeta : “Ma perché non dai mai nulla a quella poveretta?”

 

“Dovremmo regalare qualcosa al suo cuore, non alle sue mani” rispose il poeta.

 

Il giorno dopo, Rilke arrivò con una splendida rosa appena sbocciata, la depose nella mano della mendicante e fece l’atto di andarsene.

Allora accadde qualcosa di inatteso: la mendicante alzò gli occhi, guardo il poeta, si sollevò a stento da terra, prese la mano dell’uomo e la baciò.

Poi se ne andò stringendo la rosa la seno.

Per una intera settimana nessuno la vide più.  Ma otto giorni dopo, la mendicante era di nuovo seduta nel solito angolo della via,  silenziosa e immobile come sempre.

“Di che cosa avrà vissuto in tutti questi giorni in cui non ha ricevuto nulla?”

“Della rosa”  rispose il poeta. (Tratto da “L’importante è la rosa, piccole storie per l’anima” Bruno Ferrero ed. Elle Di Ci)

 

Se al povero do una moneta ho fatto l’elemosina, se al povero gli dono un sorriso l’ho considerato una persona. Tutti dovremmo saper prendere una rosa e donarla. Tutti dovremmo donare la rosa e la moneta, perché entrambe sono importanti e necessarie per vivere così come lo sono per noi. Il bene è più contagioso del male, non dovremmo aver timore a contrarre questa malattia e a diffonderla con gioia. La ricaduta educativa sarà enorme nei confronti dei giovani e dei più piccoli, molto più di tante parole: si chiama testimonianza credibile!

Come cristiani siamo chiamati a contaminare il mondo di solidarietà e gratuità. Il vero male oggi è la tiepidezza dei cosiddetti "buoni", che spesso contraddistingue anche noi. Stare bene insieme e far stare bene chi è nel bisogno, e cioè essere “buoni cristiani, onesti cittadini e abitatori del cielo”, era l’obiettivo di Don Bosco e dovrebbe essere anche il nostro. Impegnarsi, insieme e subito, per azioni positive concrete, progettuali, costanti, potrebbe contribuire a diffondere la cultura del bene e del bello, ricordandoci che è l'eredità migliore per le nuove generazioni.

 

Proposte per far bene il bene e nella libertà:

1) Creare una rete di solidarietà mettendo in campo ciascuno le proprie competenze.

2) Creare una rete di solidarietà mettendo in campo ciascuno il proprio tempo (anche poco).

3) Creare una rete di solidarietà mettendo in campo ciascuno le proprie possibilità economiche.

4) Creare una rete di solidarietà mettendo in campo ciascuno le proprie idee.

5) Pensare e progettare - senza perdersi tra le parole - poche ma utili azioni per chi è nel bisogno.

6) Condividere questo impegno con i propri figli.

7) Non rimandare a domani il bene da fare oggi.

8) Contagiare di bene amici e parenti, coinvolgendoli nel progetto.

 

 

Marco Pappalardo

 

 

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