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I giovani e la cultura della fragilità di Vittorino Andreoli

«Vi parlerò di alcune percezioni del mondo giovanile di oggi, che caratterizzano probabilmente anche il singolo giovane cui voi vi rivolgerete». Intervento al IX Convegno Nazionale di Pastorale Giovanile “Ma io vi dico. Nuove Parole per la fede”.


I giovani e la cultura della fragilità di Vittorino Andreoli

da Quaderni Cannibali

del 08 maggio 2006

Educare alla percezione del tempo, del rischio, dei sentimenti e del sacro.

 

Vi parlerò di alcune percezioni del mondo giovanile di oggi, che caratterizzano probabilmente anche il singolo giovane cui voi vi rivolgerete. Vi parlo quindi di percezioni in generale; per ogni caso occorre chiedersi quale sia il livello e l’incidenza della singola percezione..

Che cosa intendo per percezione? Si distingue abitualmente tra sensazioni e concetti. La sensazione è una constatazione sensibile, mediata dai nostri sensi. La sensorialità permette di dire qual è la consistenza di una cosa, il dolore che provoca... La sensorialità è qualcosa di immediato, che si lega alle caratteristiche biologiche di un soggetto. Dall’altra parte abbiamo i concetti, la cultura: qualcosa che si acquisisce, che diventa pensiero, metafora, concetto; può diventare persino una concezione astratta. Tra questi due punti sta la percezione: non è sensorialità ma è - potremmo dirlo per paradosso - la sensazione che ha l’io, un’individualità. È già qualche cosa che viene coordinato da una identità. La percezione è legata ad una persona, ad un individuo, mentre il senso del tatto è, per esempio, legato all’organo – una mano - e all’oggetto. Nel caso della percezione si tratta di un io che percepisce in modo diverso dalle potenzialità dei cinque sensi, perché entra in gioco l’individualità. Le percezioni si presentano, quindi, come qualcosa di non riflesso ma neppure di completamente istintivo (è difficile individuarne delle motivazioni o darne delle spiegazioni).

Dobbiamo tener conto della percezione se vogliamo capire un adolescente di oggi. Quando parlo di adolescenza, mi riferisco in particolare a quella età - socialmente identificabile - che va dalla pubertà in avanti.

 

 

La percezione del tempo

 

Quando un adolescente vuole fare una valutazione del proprio mondo interiore, oppure quando un genitore, un insegnante o uno che si occupa di pastorale giovanile, di gruppi, vuol cercare di capire un adolescente, fa i conti con quella che io ritengo essere la percezione più importante, espressa dalla domanda: “Qual è la percezione del tempo di quell’adolescente?”.

Parlando di percezione del tempo si capisce meglio cosa intendo per percezione: non si tratta infatti solo della sensazione del tempo che passa, né della concettualità agostiniana del tempo: è la sensazione provata dall’io, da tutta la persona, di fronte al tempo. Bisogna chiedersi: “Questo giovane che percezione ha del futuro?”. Non il concetto di futuro: magari, può ricordare benissimo una formula appresa studiando e dare una definizione di futuro; ciò però non risponde al quesito. Si tratta di vedere se e come è presente in lui la percezione del tempo futuro. È una domanda straordinariamente importante. Voi scoprirete – molti di voi l’hanno già scoperto – che sovente gli adolescenti sono privi della percezione del futuro. In altre parole, è come se vivessero un presente continuo, fatto di frammenti: “Adesso vivo questo frammento di tempo, poi un frammento successivo, poi un altro ancora”. Non c’è però un continuum; non c’è, cioè, la percezione di uno sviluppo che in questo tempo si può realizzare. Pensate quanto è importante questo atteggiamento: se manca la percezione del futuro o questo futuro è percepito poco lontano (il prossimo week-end, le prossime vacanze...), il desiderio si struttura in funzione di questa percezione.

Assieme alla percezione del tempo, si può valutare anche la qualità del desiderio. Il desiderio infatti è la capacità di pensarsi domani, nel futuro, diversi da come si è oggi. Se, per esempio un adolescente avverte la propria condizione di metamorfosi come sgradevole (non si piace, vorrebbe essere come qualcun altro, non ha stimoli perché pensa che in quella condizione non riuscirà a fare nulla), avere la dimensione del futuro e il desiderio significa poter immaginare che domani cambierà la condizione che si sta vivendo, e persino di fare un progetto perché questo avvenga.

Credo di conoscere i progetti che fate sui gruppi di giovani: è inutile però che spieghiate progetti ad un ragazzo che manchi della percezione del futuro. Potrà stare ad ascoltare, ma non capisce, perché non riesce a pensare che quel tempo finirà, a pensare quindi che l’insoddisfazione del momento presente potrà cessare, perché ci sarà un domani, un futuro in cui si sarà diversi e magari si potrà lavorare.

Quando dunque siete di fronte a un adolescente, chiedetevi sempre se c’è e che estensione ha la sua percezione del futuro. É possibile fare un lavoro per insegnare il futuro: non insegnare come sarà, ma insegnare che questa dimensione c’è, e che in questa dimensione si deve proiettare la propria esistenza presente. Voglio insistere ancora un attimo su questo punto. Chi si è occupato o si occupa di psicologia sa che generalmente ognuno di noi deve trovare dentro di sé due “io”. Non sono molto entusiasta di parlarvi dell’io: è un secolo che parliamo di “io”, da quando Freud ha scritto L’interpretazione di sé (dei sogni). È un delirio: tutti continuiamo a nominare questo “io”: io penso, io credo, io dico... Ognuno di noi ha due “io”: il primo è quello che chiamiamo l’io attuale, che corrisponde a come sono adesso; c’è poi un io ideale, che è il come vorrei e come potrei essere.

La storia di una persona dovrebbe configurasi sempre come un io attuale che rincorre un io ideale, sperando di non raggiungerlo mai: c’è infatti sempre qualcosa ancora da fare, da conquistare, da migliorare. Ma come è possibile concepire un io ideale, se non c’è il tempo che permetta di sanare lo scarto che esiste tra il come sono e il come vorrei essere? Tutto questo non ha niente di immorale: è una dimensione psicologica. Ha ricadute etiche quando vi si associa un contenuto, e si prefigura un io ideale in base al significato che viene da una fede, da un credo. Però la dimensione dell’io ideale ha bisogno del tempo.

Vi ho parlato del futuro, ma non ho ancora finito, perché c’è un punto a cui io sono molto attaccato: quando il futuro fa i conti con la morte. Dovete chiedervi se l’adolescente che avete davanti a voi ha la percezione della morte. Devo dire che negli ultimi anni la pedagogia ha avuto paura della morte; persino i preti non parlano più di morte, che è stato un tema forte nella gestione delle persone in passato. Noi continuamente offriamo agli adolescenti una morte-spettacolo, eppure abbiamo paura di vedere quale sia la loro percezione della morte. Pensiamo che non sia più il tempo di farlo, che si debba parlare della gioia. Questo però è strano: come si fa a pensare ad un futuro senza immaginare che quel futuro ha un limite e quindi si fermi inesorabilmente, e che addirittura il senso del tempo che mi porta da qui fino a quella condizione ideale s’incontri con la morte? Allora parliamo della morte: non dobbiamo averne paura, perché è un grande tema, non solo per dare significato all’attualità, ma addirittura per mostrare bene che cos’è il futuro. È stranissimo il fatto che voi, che avete la grande forza di poter parlare dell’eterno, parliate così poco di morte e di eternità; è una cosa incredibile: sembrate accecati. Come è possibile? Chi più di voi ha certezza dell’eterno? Se altri si fermano alla morte, noi potete parlare di morte e di eternità.

Questa è l’importanza della percezione del futuro; (…) essa non esaurisce però la questione della percezione del tempo, che investe infatti anche il passato. Quell’adolescente ha la percezione del proprio passato? Conosce la storia a cui è legato, magari una storia piccola e familiare? È un peccato che noi – ma anche gli insegnanti di storia – parliamo sempre della storia con la “S” maiuscola (quella che poi viene sempre manipolata a seconda dei tempi e a seconda del potere dominante), ma non andiamo alla ricerca della piccola storia di ciascuno di noi. C’è quasi una specie di pudore o di vergogna a parlarne. Stiamo dimenticando le nostre storie individuali; dimentichiamo la fatica che i nostri nonni e i nostri bisnonni hanno fatto per arrivare a darci la vita, i grandi sacrifici che hanno fatto per arrivare a mantenere le famiglie. Qual è il passato di questo adolescente? Magari è convinto che il mondo sia incominciato quando è nato lui. Mancando di senso della storia, sarà anche convinto di non aver nulla da imparare, perché tutto è legato all’esperienza presente; altrimenti dovrebbe basarsi sull’esperienza delle generazioni precedenti, non sulla propria. Ho una grande sensibilità per questo, avendo già compiuto i 65 anni: dato che ho dei nipoti, so che l’importanza del ruolo dei nonni è legato al senso della storia.

Insegnate ai giovani che hanno delle radici. Partite pure dalla loro storia personale, ma dite loro che c’è anche un’altra storia, che sono parte di una grande storia: una storia più lunga, più importante, di grandissimo significato. Chiedete ai ragazzi a cui parlate su che radici si pongono; che legame hanno con la famiglia… Parliamo tanto dell’importanza della famiglia, ma spesso i ragazzi non sanno la storia della propria famiglia: i padri non raccontano loro dei nonni, perché c’è sempre qualche cosa di misterioso di cui è bene non parlare.

Questo primo punto stimola ad una grande riflessione: la questione del tempo per l’adolescente ha una importanza vitale; poi c’è questa grande questione del pensiero sul tempo, che va con l’eternità e per questo niente più di Sant’Agostino può parlare di questo. Lo troverete strano, ma credo che questo sia il primo grande punto che noi dobbiamo affrontare per capire quell’adolescente.

 

 

La percezione del rischio

 

La percezione del rischio è un punto fondamentale. è infatti una delle vie in base alle quali è possibile cercare non dico di sanare, ma almeno di far comprendere i grandi dissidi che esistono tra le generazioni: tra padri e figli, tra madri e figli. Due generazioni che noi sappiamo scontrarsi rapidissimamente: da qui il tipico adolescente che è stufo del proprio padre, che non riesce più a stare in famiglia e che quindi fa progetti di andarsene sbattendo la porta, di non riconoscere più nemmeno un padre e una madre.

Sapete che nel progetto del nuovo Tribunale della famiglia si pensa anche alla possibilità che un adolescente vada dal giudice e dica: “Senta, io quel padre non lo voglio”. Che tanti padri non siano straordinari questo lo sappiamo, ma che si possa addirittura pensare al diritto di poterli misconoscere, mi sembra che sia eccessivo.

Esiste però un conflitto: per poterlo affrontare – almeno in parte – è utile affrontare il tema della percezione del rischio; infatti la maggior parte delle ragioni di dissenso e di contrapposizione si fondano sulla percezione del rischio che hanno la madre o il padre, rispetto alla percezione che dello stesso comportamento ha invece l’adolescente.

Facciamo subito un esempio: le famose discussioni sull’ora in cui tornare a casa la sera – che avvengono in ogni famiglia – su che cosa si fondano? Il padre o la madre vorrebbero un rientro non dopo le 11.00; il figlio invece vorrebbe rincasare alle 3.00 di notte. Non possiamo pensare che si tratti di giochetti. Né credo che alcuno – io o voi – abbia il diritto di stabilire che va bene rientrare alle 11.30. è una decisione che va presa in quella famiglia. Un educatore non deve mai sostituirsi, o arrogarsi compiti propri della famiglia. Potrà aiutare quel ragazzo e quel padre a far sì che lo possano decidere, ma non spetta a lui stabilire un orario. Si tratta infatti di un problema di comprensione, legato alla percezione del rischio.

Quando la madre chiede di tornare alle 11.30 – aprendo una contrattazione sindacale che arriverà a fissare il rientro all’una – lei dall’una e un minuto percepisce che il proprio figlio è morto, coinvolto in un incidente da qualche parte. Ha la percezione che possa essergli capitato qualsiasi cosa, mentre quello si sta magari divertendo. Fate capire al ragazzo che cosa significa tornare a casa più tardi; fategli capire qual è il vissuto di sua madre. Fate capire a quella madre che può avere una percezione del rischio che il figlio non ha, e che forse la sua visione è eccessivamente pessimistica, o perlomeno è troppo catastrofica.

È questo l’incontro da favorire, in relazione a tante questioni che riguardano i piccoli e grandi drammi familiari. Se volete capirli e soprattutto se voi volete aiutare a farli capire alla madre, al padre o a quell’adolescente – ragazzo o ragazza che sia – la percezione del rischio è uno dei temi che entrano fortemente in causa. Certamente le percezioni del rischio mutano: lo dico non solo come affermazione scientifica, ma anche in forza del mio vissuto personale.

Ci sono delle generazioni che da adolescenti hanno vissuto in mondo differente da quello degli adolescenti di oggi: quindi esso viene percepito diversamente. È comprensibile – e in qualche modo da attendersi – che esista una diversità di percezione. Per una madre, sapere che i ragazzi vanno in quattro su un motorino è foriero di catastrofi. Ciò può anche essere, non è del tutto immaginario: la cronaca parla di disgrazie del genere. Quei quattro ragazzi, invece, non percepiscono nemmeno di andare contro delle regole. È chiaro che questa situazione invita a lavorare sulla percezione del rischio.

Bisogna quindi chiedersi: “Questo adolescente, che percezione ha del rischio?”. Esistono due atteggiamenti estremi: da una parte c’è la figura dell’eroe, di chi vuol fare qualche cosa di straordinario, come l’eroe greco (che aveva anche bisogno di morire). In qualche modo nella figura dell’eroe c’è una specie di accettazione di un destino che la madre e il padre non possono nemmeno immaginare, perché ne sarebbero atterriti. Se uno ha la percezione di dover essere un eroe, magari perché nell’ordinario non è nemmeno piccolo protagonista, cerca di compensare la “trasparenza” del proprio quotidiano (quasi un non-esserci) con il grande gesto, da compiere appunto in discoteca, nel sabato sera (terreni di molti piccoli eroi). Nel caso di una concezione eroica del rischio, bisogna lavorare sulla percezione del rischio. Certamente, infatti, un adolescente che voglia essere eroe è uno che non esercita alcun protagonismo nel quotidiano. Attraverso l’indagine sulla percezione del rischio, si riesce a comprendere perché, se uno ha bisogno di essere eroe, tenderà ad eroicizzare qualsiasi cosa; dall’altra parte, la percezione del rischio che in genere hanno i genitori qualche volta è eccessiva. Essi sono terrorizzati – fra l’altro – da una cronaca che fa riferimento agli adolescenti solo quando non tengono conto del rischio. Infatti, se guardiamo la cronaca sugli adolescenti, abbiamo l’impressione che siano una massa di cretini-eroi. Non è affatto vero: è questa società idiota che mostra i giovani come dei piccoli mostri, mentre è incapace di insegnare a percepire correttamente il rischio.

Bisogna insegnare il rischio. E non mi riferisco solo al fatto che bisogna fermarsi con il rosso: il rischio ha a che fare con il rischio della propria vita e quindi si ricollega all’interruzione del proprio futuro, alla morte, al fatto di essere in dissonanza completa con quelle che sono invece le aspettative e i sogni dei propri genitori… I genitori hanno diritto di sognare sui figli, bisogna insegnarlo agli adolescenti. Proveniamo da una psicologia – di cui io sono in parte responsabile – in cui abbiamo sposato l’idea che l’equilibrio è raggiungere sempre la gratificazione, e che quindi si dovrebbe lottare contro la frustrazione, perché rende l’esistenza difficile. Bisogna invece usare un’altra dimensione, che non è più quella dell’io, ma che è anche quella di considerare gli altri, a partire dal proprio padre e dalla propria madre. Non dico che necessariamente si debba dire di sì, però è assolutamente necessario capire perché i propri genitori vorrebbero che le cose andassero in un certo modo. Quanto meno capire, comprendere quella richiesta.

 

 

La percezione dei sentimenti

 

C’è una terza percezione: quella dei sentimenti. Il sentimento è un legame che ciascuno di noi stabilisce con un’altra persona, o con un’idea. È certamente un legame anche quello di un eremita; anzi egli si apparta proprio per poter avvertire meglio un legame speciale. Un sentimento è la capacità che ciascuno di noi ha di legarsi con l’altro, di sentire che l’altro serve a noi e che noi serviamo all’altro.

Quale percezione quell’adolescente ha dei sentimenti? Che importanza dà ai legami? Dovete farvi questa domanda perché risulta sempre più evidente che assistiamo ad un consumo rapidissimo dei sentimenti. Negli anni 60 e 70 eravamo preoccupati per il consumo degli oggetti, tipico delle persone che avevano fatto, come me, l’esperienza della guerra e della povertà, e che si trovavano rapidamente in una situazione in cui si buttavano le scarpe buone o l’abito che era passato di moda. Adesso c’è una preoccupazione più grande: il consumo dei sentimenti, ragazzi che consumano i legami con una rapidità travolgente. Anche gli adulti ormai consumano i sentimenti. Ma se voi sentite le storie di questi ragazzi, il consumo dei sentimenti ha una accelerazione spaventosa. È un segnale dell’incapacità a stare dentro il legame. Qual è dunque la percezione dei sentimenti? A questo si lega l’amore. Recentemente è stato presentato un documento sull’amore (Deus caritas est n.d.r.]. Si può dare la più bella definizione dell’amore, ma se non c’è la percezione che il legame è importante, il legame sentimentale o il legame d’amore non regge. Per seminare l’amore occorre il terreno; questo lo dovete creare voi: analizzate se quell’adolescente sente il bisogno dell’altro, se sente che quel legame è importante. Sarà un legame con un amico, sarà un legame con voi che lavorate con lui, ma il legame è importante. Chiedetevi se è uno attento ai legami, oppure li consuma come un tempo si consumavano le scarpe.

Io sono molto più preoccupato del consumo di sentimenti. Se parlate con i genitori di questi ragazzi diteglielo: preoccupatevi anche dell’ennesimo paio di scarpe da ginnastica che vogliono, perché è cambiata la moda, ma soprattutto del consumo dei sentimenti. Insegnate l’importanza dei legami; insegnate che un legame ha una storia (ecco di nuovo la percezione del futuro). Certi pensano che un legame rimanga così come è iniziato; il legame invece si rinnova. È straordinario! Lo dico da vecchio: sono contento di essere vecchio, perché sto capendo quando è bella la funzione del tempo su legami che potevano sembrare vecchi, passati: c’è invece una specie di ritorno. Si dovrebbe far pensare alla bellezza di giocare il sentimento nel tempo, sapendo che esso è qualche cosa che permane, ma che si modifica. Se non c’è questa percezione dei sentimenti, come volete parlare di un legame con Dio? Dovete prima sapere che quel ragazzo ha bisogno di esser legato, di dare importanza ai legami. Come potete proporre un legame straordinario, ma anche così difficile (nel senso che deve andare oltre i sensi, oltre l’esperienza del quotidiano…) senza insegnare la bellezza dei legami?

Vi dico questo perché oggi la più grande malattia degli adolescenti è la solitudine, pure in mezzo a tante persone. Se voi seguite la vita di gruppo degli adolescenti, qualche volta sentite un mutismo che dura: non si dicono niente. Certo, ci sarà una comunicazione tra corpi, una comunicazione diversa, non verbale, ma devono capire che questa insicurezza la si vince attraverso i sentimenti, non con internet.

Permettetemi di fare una distinzione: c’è una differenza enorme tra emozioni e sentimenti: l’emozione si può avere anche davanti al computer, a internet; l’emozione è una risposta immediata ad uno stimolo. Pensate ad un’immagine che abbia un potenziale erotico e suscita una reazione di tipo emotivo; invece il sentimento, che è quel legame che si stabilisce tra una persona e un’altra persona (ed implica corresponsione, un dare e un ricevere) non può avvenire tramite la tecnologia. Insegnate i sentimenti!

 

 

La percezione del sacro

 

Arrivo all’ultima percezione, la quarta: la percezione del sacro. Il mondo giovanile di oggi ha un grande bisogno di sacro: si tratta al massimo di verificarlo e di stabilirne la dimensione.

Una piccola distinzione tra sacro e religioso. Il sacro, diceva un grande antropologo – Rudolf Otto, che ha scritto nel 1927 un bellissimo saggio in materia – è una caratteristica di ciascun uomo. La definiva anzi una categoria della mente (in riferimento alle categorie di Kant, cioè ad una specie di forma a priori che ci permette di percepire): come c’è una categoria per la razionalità, così c’è anche la categoria per il numinosum, che riguarda tutto ciò che è misterioso, che ha un effetto di attrazione ed anche di paura.

Il religioso è la risposta al bisogno di sacro. La religione cristiana dà delle risposte a tutta questa percezione fascinosa, del mistero; dice esattamente qual è la risposta da dare a quel bisogno. Naturalmente osserviamo che questa risposta è diversa, a seconda delle religioni.

C’è una grande voglia di sacro nel mondo giovanile. Qui non c’è il tempo per farlo, ma sono sicuro che molti di voi avranno notato che diversi comportamenti del mondo giovanile hanno la caratteristica della sacralità, persino comportamenti che socialmente non possiamo accettare. Mi riferisco per esempio alla “liturgia” della discoteca, alla “liturgia” dell’uso delle sostanze stupefacenti (almeno di alcune). Potete interpretare e leggere tutto questo come un grande bisogno di sacro privo di adeguata risposta.

Se una persona usa sostanze stupefacenti non va messa in galera; bisogna piuttosto interrogarsi come mai quel suo bisogno di sacro non sia stato soddisfatto dalla riposta che c’è, ma che non è arrivata. In quel caso si va a sostituire la risposta religiosa, con qualcosa che è puramente empirico, legato non all’insegnamento di un’istituzione, ma al seguire un gruppo. Pensate che molti ragazzi imitano ciò che fa un gruppo per dare risposta al bisogno di sacro, mentre in quello stesso ambito culturale e sociale ci sarebbero delle grandi idealità e c’è una grande religione.

Credo che dovremmo – e dovreste – sentirci tutti in colpa (sono convinto che questa società ha bisogno un po’ di senso di colpa, perché l’abbiamo perduto): quando vedo questi ragazzi che si comportano in quel modo, penso che potrebbero aver avuto risposte diverse; magari le potrebbero avere ancora, invece li mandano in galera. C’è veramente da pensare di essere arrivati in una di quelle civiltà che stanno per scomparire, perché fatta di imbecilli.

C’è un grande bisogno di sacro: questo è il grande momento delle religioni. Bisogna solo trovare una maniera adeguata di proporre il linguaggio di Cristo, una figura straordinaria che appartiene a tutti, sia che uno lo veda come uomo, che lo veda come Dio. Gli adolescenti aspettano solo che vengo loro proposta quella straordinaria figura umana. Essi infatti cercano qualcuno da seguire e da imitare: facciamo loro scoprire una cultura, degli ideali, delle immagini, degli esempi… Voi avete un compito: avete dei ragazzi che hanno un bisogno enorme, perché hanno una grande percezione del sacro. Avete una grande missione: dare a questi ragazzi, al loro grande bisogno di sacro, la risposta religiosa. Perché la religione è la risposta.

 

 

La cultura della fagilità

 

Sono convinto che bisogna parlare di una cultura di fragilità. Faccio un esempio personale (non in chiave nostalgica): ho fatto parte di una generazione che veniva dalla guerra. Noi sentivamo, percepivamo che c’era un mondo da rifare, perché la guerra era stata un disastro per tutti. Avevamo perso tutto e c’era l’idea che dovevamo ricostruire tutto. Ricordo ancora queste esperienze: dovevamo essere forti. Ricordo mio padre, grandissimo uomo, che mi metteva davanti al pericolo che tutto ciò che si ottiene facilmente generalmente non ha alcun significato. Pensate: adesso è sufficiente che uno lavori come odontotecnico e in due anni diventa uno dei più grandi finanzieri, pieno di miliardi! Allora c’era l’idea che, se era stato troppo facile o veloce per qualcuno guadagnare dei soldi, ci fosse qualcosa che non andava. C’era una cultura della forza, del più forte, di quello che faceva di più. Uscivamo da una situazione in cui sapevamo di dover essere forti.

Per esempio: sapete bene quale problema rappresenti per gli adolescenti di oggi rappresenti il proprio corpo. A me del mio corpo non importava niente. Adesso se uno ha un brufolettino che non si vede, ma lo si vede con quegli specchi orrendi che sono nei bagni, ne fa un dramma: ricordo degli amici che erano tutto un brufolo e non se ne facevano problemi. Ricordo quando mi dicevano: “Vittorino, forse compriamo un abito per il papà e il suo lo rigiriamo per te”. Adesso i ragazzi piangono perché non possono uscire. Adesso gli adolescenti sono belli, bellissimi; noi da adolescenti eravamo veramente brutti. Oggi però sono fragilissimi.

Cosa vuol dire fragilità? È l’incapacità di gestire le emozioni e di stabilizzare i sentimenti. Gli adolescenti oggi sono intelligenti, sanno usare il computer (è difficile che troviate un bambino che non lo sappia adoperare), hanno delle capacità per tutto ciò che ha a che fare con la parte sinistra del cervello. Però non sanno vivere, non sanno controllare i sentimenti e le emozioni: sono come dei bellissimi vasi di Murano, tutti decorati, ma se li toccate in un certo punto vanno in mille pezzi.

Non è il problema di qualche individuo: la fragilità è una caratteristica comune. Dobbiamo allora immaginare che sia necessario che i giovani divengano forti, come è stato per le generazioni passate, oppure dobbiamo in qualche modo accettare questa fragilità e renderla possibile? Infatti anche la fragilità ha dei valori umani. Stiamo attenti a pensare che senza grande forza non sia possibile educare. Io mi occupo di matti da sempre: la cosa straordinaria è che molti miei malati (“matto” per me è un termine molto affettivo, non dispregiativo) si sono sentiti sicuri con me: quasi tutti pensano che io sia fortissimo, solido. Io, invece, dico loro che la grande forza che caso mai ho avuto nell’aiutarli sta forse proprio nella mia fragilità. Dico loro che qualche mattina mi alzo e ho l’impressione di aver sbagliato tutto: mi sento fortemente insoddisfatto, a volte persino malinconico. Sapeste quante cose si possono fare dentro la fragilità, quanto si può fare essendo imperfetti. Non pensiate che per fare gli educatori bisogna essere forti; io spero che siate deboli, perché se siete troppo forti il rischio è che deviate i giovani. Allora sareste veramente da curare. La vostra fragilità deve però essere consapevole, per insegnare agli altri che in essa si può vivere degnamente, umanamente e – per voi – addirittura attaccandosi alla città del cielo, ma anche alla città della terra.

Perché parlo della cultura della fragilità? Perché voglio che voi consideriate che le persone fragili possono essere non solo straordinariamente umane, ma – come diceva un grande Papa – una volta diventate umane possono anche diventare divine. Non voglio che, di fronte alla fragilità degli adolescenti, si risponda cercando di curarli, mandandoli dallo psicologo. Se necessario mandateli, ma non abbiate troppi psicologi, o – peggio ancora – psichiatri, dentro le vostre associazioni: fate piuttosto in modo che la loro fragilità non sia qualche cosa che li faccia sentire in colpa rispetto ad un progetto che voi proponete loro. Fate progetti che siano prima di tutto compatibili con la fragilità. Cominciate a guardare la fragilità non come difetto, ma come cultura. Altrimenti, c’è il rischio che voi tutti vi riteniate troppo forti: in tal caso sarebbero allora da invertire i ruoli tra educatori ed educandi.

 

 

Intervento, non rivisto dall’Autore, al IX Convegno Nazionale di Pastorale Giovanile “Ma io vi dico. Nuove Parole per la fede”, organizzato dal Servizio nazionale per la Pastorale giovanile della CEI a Lignano Sabbiadoro dal 6 al 10 febbraio 2006.

Vittorino Andreoli

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