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Giovani fragili, angosciati dalla sofferenza

Incapacità a rispondere alle domande sul senso della vita, agli insuccessi, alle difficoltà, in una parola alla sofferenza. Sono queste le fragilità ereditate dai giovani di oggi, figli della globalizzazione, del benessere economico, ma soprattutto della crisi della famiglia.


Giovani fragili, angosciati dalla sofferenza

da Attualità

del 27 febbraio 2007

Quali sono i diversi volti oggi della fragilità psichica nel mondo giovanile? I giovani tra i 18 e i 30 presentano dei tratti comuni nel loro modo di essere e di comportarsi, caratterizzati dall’individualismo, dal soggettivismo, dal consumismo e da una certa de-socializzazione. Sono figli del liberalismo, della globalizzazione, dei cambiamenti della famiglia, segnata sempre più dalla separazione delle figure genitoriali e dall’instabilità del loro essere coppia e non più luogo di fiducia e di sicurezza. Figli di quei giovani vissuti tra gli anni 60-70 – anni pieni di rotture e contestazioni, ma anche di benessere economico –, i quali hanno scelto di non trasmettere ai loro ragazzi quei valori religiosi e cristiani che avevano ricevuto, nell’intento di dare loro la felicità, senza però le regole della felicità. Immersi in un universo virtuale fatto di videogiochi, internet, televisione, cinema e romanzi, si lasciano conformare dalle mode e, soggetti alle regole della società di mercato, sono sollecitati dalla pubblicità alla soddisfazione immediata dei desideri e a un vissuto della propria sessualità disordinato, confuso e antirelazionale. La conseguenza è che poi l’impatto con la realtà, rispetto alle rappresentazioni spesso immaginarie e virtuali di sé e della vita, fa paura. Il non saper rispondere alle domande sul senso della vita, gli insuccessi, le difficoltà da superare per entrare nel mondo del lavoro, le insicurezze generate dalle competizioni, l’incapacità di fare rinunzie, la mancanza di risorse interiori e spirituali, l’abbandono delle responsabilità da parte degli educatori, determinano sempre più psicologie ansiogene, scoraggiate, bloccate dalla paura. Così stress continui e stati ansiosi possono disgregare la personalità del giovane che, stretto nella morsa di negatività protratte, può sviluppare fobie e regressioni emotive talvolta fino al patologico, con paure non più isolabili o circoscritte, ma che invadono ampi settori della personalità: attacchi di panico, angoscia, depressione, anoressia, bulimia, suicidio…

Durante i lavori di un convegno su questo tema si è parlato anche del cosiddetto edonismo spirituale, visto come alternativa a una via di fede sana. Ci può spiegare di cosa si tratta?

L’ edonismo spirituale può essere definito come “ricerca di esperienze emozionanti relative alla spiritualità, per il tramite di sistemi rapidi e fruibili per tutti, a basso costo di tempo e di fatica”. È attualmente presente sul mercato una grande fioritura di metodologie e tecnologie del sacro che promettono di disvelare esperienze spirituali. Hanno avuto successo e si sono espansi nuovi gnosticismi come la New Age, la Psicologia Transpersonale, lo “Junghismo” ed altri metodi di meditazione di provenienza orientale. Ciò che viene ricercato sono emozioni di tipo spirituale veicolate da una tecnica che permetta di risparmiare il tempo che normalmente occorre per una normale via di fede, si cerca un godimento di un qualcosa di raro e di appagante, si cerca, nuovamente, il piacere di un’emozione rara. Quando non vi è solamente ricerca edonica ma si cerca veramente un cambiamento ed una trascendenza, se vengono utilizzati questi sistemi incompleti ed abbreviati di sviluppo della parte spirituale, il messaggio che potrebbe passare è che sia possibile controllare da soli perfino le dimensioni spirituali e che sia possibile pervenire da soli alla salvezza. Il rischio è di giungere ad una delusione ancora più grande e radicale: l’aver provato perfino una soluzione spirituale ai propri problemi senza che questa abbia prodotto effetti degni di nota.

Non crede che la concezione salvifica del dolore propria del cristianesimo possa permettere ai giovani di instaurare un sano rapporto con la sofferenza, spesso procurata dalle delusioni della vita, tale da produrre un rafforzamento della personalità e una autentica maturazione personale e spirituale? Ogni sofferenza unita a quella di Cristo acquista un valore salvifico (cf. Lettera apostolica di Giovanni Paolo II, Salvifici Doloris), è possibilità di maturità e crescita non solo spirituale, ma anche umana. Purtroppo “attualmente viviamo nell’epoca della felicità, è il periodo storico in cui la superficialità è riuscita a vincere ogni tipo di profondità e la dissimulazione ci porta continuamente ad intraprendere attività diversive edonicamente finalizzate; quello che abbiamo perso è la possibilità stessa di star male, è stata eliminata la dignità della sofferenza, il dolore deve essere cancellato a tutti i costi dalle nostre vite. Un effetto collaterale della nostra attuale impostazione socio-culturale è stato di generare in noi un atteggiamento di rifiuto e di ribellione a qualsiasi forma di esperienza di dolore, che è esattamente l’atteggiamento che può produrre l’aggravarsi di una crisi facendola degenerare verso la patologia mentale o verso la disperazione ed il rifiuto della vita. Se anche io volessi star male perché ne sentissi il bisogno, dovrei allontanarmi da tutti e vivere la mia sofferenza in solitudine”. “Un giovane adolescente che non sia pronto ad affrontare la sofferenza, probabilmente neanche lo sforzo e la fatica, non sarà in grado di affrontare la crisi evolutiva che lo avrebbe dovuto far progredire nel suo percorso di sviluppo. Se non vi è alcuna speranza nascosta dietro la sofferenza, se non vi è alcuno scopo e nessun senso, allora sarà impossibile affrontarla. Ciò che rimarrà sarà l’anestesia, che si manifesta con atteggiamenti diversivi, o l’eutanasia, che si manifesta con atteggiamenti suicidari. Parlando di anestesia, può essere facile comprendere come una strada percorribile possa essere quella di rivolgersi ad attività diversive che hanno la capacità di non far pensare al problema che stiamo vivendo, di portarci lontano ed all’esterno di noi stessi proprio nel momento in cui dovremmo rientrare, di farci disperdere in attività mondane mentre dovremmo concentrarci sulla nostra interiorità. S. Agostino ci ha insegnato i pericoli del disperdersi all’esterno invece di concentrarsi sulla propria interiorità, dove si può incontrare lo Spirito: ‘Noli foras ire, in interiore homine stat veritas’”.

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