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Fatta l'Italia, la scuola cattolica ha fatto gli italiani

Quando lo Stato ignorava l'istruzione professionale, i Salesiani e i Giuseppini formavano tecnici e specialisti, contribuendo all'industrializzazione dell'Italia del nord. Intervista con Francesco Motto, storico dei Salesiani


Fatta l’Italia, la scuola cattolica ha fatto gli italiani

da Quaderni Cannibali

del 26 aprile 2006

Intervista con Francesco Motto di Giovanni Ricciardi

La scuola cattolica in Italia ha una storia complessa e variegata. In età moderna, molti ordini e congregazioni, dal Cinquecento in poi, si dedicarono all’educazione della gioventù. Ma è l’Ottocento il secolo che ha conosciuto la maggiore fioritura, soprattutto a nord, tra Piemonte, Lombardia e Veneto, di una vasta schiera d’istituti maschili e femminili impegnati sul terreno dell’istruzione. Significativo è il caso delle scuole professionali, di cui don Bosco fu instancabile promotore. Ne parliamo con don Francesco Motto, che da 14 anni dirige a Roma l’Istituto storico salesiano.

     

Quale fu il ruolo di don Bosco nella nascita delle scuole professionali in Italia?

Motto: Certamente non fu né il primo né l’unico a promuoverle. Ma l’epoca in cui diede l’avvio a quest’esperienza, la fama di educatore che raggiunse già in vita, l’alto numero d’istituti e collegi da lui fondati ne fanno una “pietra miliare” nella storia dell’istruzione professionale. Basti pensare che la prima legislazione relativa agli istituti professionali nel nostro Paese è del 1912, mentre don Bosco aveva iniziato a creare laboratori artigianali già a partire dal 1853.

     

Come nacquero queste scuole?

Motto: Il quadro storico è quello della Torino di metà Ottocento: una città in grande crescita, che raddoppia in pochi anni il numero dei suoi abitanti. Una città in cui il fenomeno dell’immigrazione dalle campagne assume proporzioni notevoli. Giovani di tutte le età vi approdano in cerca di fortuna e spesso cadono preda dello sfruttamento del lavoro, vivono in alloggi malsani, sono per lo più abbandonati a sé stessi. Don Bosco cerca di dare risposte concrete a queste difficoltà. L’Oratorio di Valdocco è all’inizio un luogo di aggregazione domenicale per lo svago e la formazione religiosa. Ma ben presto don Bosco comprende che questo non basta. Per dare un futuro ai tanti giovani che lo frequentavano occorreva insegnare loro un lavoro. E così, nel volgere di un decennio, nasce la prima, embrionale, esperienza di quella che diventerà decenni dopo una vera scuola professionale: sei laboratori interni all’Oratorio, dove i ragazzi potevano apprendere, nel giro di uno o due anni, un mestiere: fabbro, sarto, falegname, tipografo e via dicendo. Contemporaneamente, don Bosco accoglie i ragazzi nell’Oratorio, dando loro vitto e alloggio per il tempo necessario allo svolgimento dell’apprendistato.

     

Lo Stato non si faceva carico di formare operai specializzati?

Motto: In quegli anni tumultuosi di preindustrializzazione, non esistevano, occasioni per formarsi al di fuori delle regole selvagge di un mercato del lavoro precario e mal pagato. Insegnare un mestiere in un ambiente sereno e sicuro, al riparo dallo sfruttamento, significava per don Bosco “salvare” i suoi ragazzi dalla precarietà, offrire loro l’opportunità di guadagnarsi il pane onestamente, formarsi una famiglia, diventare “buoni cristiani e onesti cittadini” come soleva dire e scrivere. Perciò la sua era un’opera importantissima di prevenzione sociale, un contributo prezioso a una società in rapida evoluzione, un’attenzione a tutto il percorso formativo della persona, non escluso un inserimento non selvaggio nel mondo del lavoro. Don Bosco giunse spesso a patrocinare i contratti tra i suoi ragazzi e i datori di lavoro, che prevedevano precisi obblighi e doveri da entrambe le parti. Un’opera sindacale ante litteram.

     

Don Bosco non poteva fare tutto da solo…

Motto: Certamente no. Dovette avvalersi di collaboratori, anche se era sempre stato un lavoratore instancabile, proveniva da una famiglia contadina e da giovane aveva fatto molti mestieri manuali. E soprattutto sapeva comunicare non solo i contenuti dell’apprendistato, ma anche l’amore al lavoro ben fatto, la serietà dell’impegno, e non per il puro e semplice guadagno. Per questo ebbe sempre molta cura della formazione dei suoi insegnanti. Con l’inizio della sua congregazione, il ruolo dei maestri di “arti e mestieri” fu man mano assunto da fratelli laici, i “coadiutori”, che si consacravano a questo compito così delicato.

     

Le sue scuole erano rivolte solo alle classi popolari?

Motto: Fondamentalmente sì. Pochi anni dopo nacque anche una scuola di tipo “umanistico” all’interno dell’Oratorio, che cominciava dagli ultimi anni delle elementari e arrivava fino al ginnasio, a cui accedevano ragazzi di condizione medio-bassa. In questa scuola si formarono le prime vocazioni da cui nacquero i Salesiani. Ma gli studenti e gli “artigiani-apprendisti” a Valdocco condividevano la stessa vita. E qui già s’intravede un’idea centrale della pedagogia di don Bosco: che il percorso della formazione professionale abbia pari dignità di quello della scuola “umanistica”, non sia cioè una scuola di “serie b” o addirittura di “serie c”, ma una scuola a pieno titolo, anche se con finalità diverse. Una visione che non sempre è stata condivisa dallo Stato, che a fatica è riuscito a passare dall’esigere dal ragazzo l’“obbligo dello studio” al “diritto allo studio” da parte dello stesso ragazzo.

     

Lo Stato sabaudo favorì l’opera di don Bosco?

Motto: Senza dubbio ne comprese e ne apprezzò l’importanza. Don Bosco ebbe cura di mantenere sempre buoni rapporti con le autorità civili, sia locali che nazionali, da cui ottenne spesso finanziamenti ed elargizioni, anche se rimase sempre geloso della propria libertà in campo educativo e preferì, di norma, far ricorso alla beneficenza dei privati. Tale collaborazione per altro non significò condivisione di scelte politiche, dal momento che sul modo di fare l’Unità d’Italia don Bosco la pensava diversamente dai vari Cavour, Rattazzi, Lanza… che pure lo ammiravano, gli raccomandavano ragazzi, magari anche parenti.

 

Quest’apprezzamento perdurò anche dopo l’introduzione dell’obbligo scolastico e la nascita della scuola statale?

Motto: Non solo perdurò, ma le occasioni d’intervento per don Bosco si moltiplicarono. La legge Casati, del 1859, che segna la data di nascita della scuola pubblica in Piemonte e in Lombardia – e che successivamente sarebbe diventata la legge organica della scuola italiana per sessant’anni, fino alla riforma Gentile – imponeva il principio dell’obbligo dell’istruzione scolastica elementare per tutti. E assegnava ai comuni il compito di organizzare scuole primarie sul territorio. Ma nei primi decenni l’applicazione della legge fu difficile e faticosa. I comuni erano impreparati, mancava il personale, erano carenti le risorse economiche, non c’era organizzazione. Perciò molti enti pubblici chiesero aiuto a don Bosco, e le richieste furono così numerose che i salesiani poterono soddisfarne una percentuale minima. Già nei primi anni dall’entrata in vigore della legge, precisamente dal 1863 al 1872, a don Bosco fu affidata la gestione di un certo numero di scuole elementari pubbliche in Piemonte e Liguria. Il comune, stipulando un contratto, s’impegnava a fornire i locali – che spesso erano conventi requisiti a seguito della legge Rattazzi –, a garantirne la manutenzione, a pagare gli insegnanti, e don Bosco assumeva, in piena libertà, l’onere della gestione diretta della scuola. Don Bosco entrò così a pieno titolo anche fra i protagonisti dell’applicazione dell’obbligo scolastico, e diede un importante contributo alla sua progressiva attuazione, considerata anche l’inadeguatezza dei comuni ad affrontare i pesanti problemi di un analfabetismo che caratterizzava la fascia più larga della popolazione complessiva del nuovo Stato. Da questo momento in poi la sua opera educativa si dividerà in due filoni: quello dell’istruzione artigianale e quello della scuola primaria o ginnasiale, con qualche rara eccezione nel campo dei licei, come quelli di Alassio e Valsalice. Ma il suo obiettivo rimane sempre quello dell’elevazione culturale e religiosa dei figli del popolo. E questo non in competizione, ma in sincera collaborazione con le autorità civili.

     

Queste nuove scuole furono organizzate sul modello dell’Oratorio di Valdocco?

Motto: Sì. Furono concepite come collegi per alunni interni cui venivano forniti vitto e alloggio. E si svilupparono prestissimo. A Valdocco, per esempio, i sei alunni ospitati nel 1847 erano divenuti 35 nel 1852, 115 nel 1854, 400 nel 1860, 600 nel 1862. Toccarono quota 800 quando ancora era vivo il fondatore, divisi, come dicevo, tra studenti e artigiani. Ed è stato, quello del collegio, il modello prevalente fino agli anni Cinquanta del secolo XX in Italia, anche perché la diffusione delle scuole non era capillare sul territorio. Per dare un’idea del fenomeno, si consideri che dall’Ottocento al primo dopoguerra in Italia i salesiani hanno fondato circa 250 collegi, a fronte di una richiesta esorbitante, almeno dieci volte superiore: il nostro archivio storico è colmo di richieste con cui si chiede alla Congregazione di fondare l’una o l’altra scuola; e provenivano dal mondo ecclesiastico così come da quello civile. In questo primo decennio del secolo si stanno celebrando decine di centenari di opere salesiane in Italia e all’estero, con ampi riconoscimenti della società civile, per il servizio reso ai propri concittadini sia nell’ambito della scuola umanistica, sia in quello della scuola professionale – un po’ il fiore all’occhiello –, come anche in altri ambiti educativi – oratori, centri giovanili, parrocchie, attività di tempo libero.... Non per nulla il rettor maggiore è continuamente nominato cittadino onorario di città italiane e straniere.  

     

L’istruzione professionale conobbe nel tempo un’evoluzione?

Motto: A partire dal Capitolo generale del 1886, vivente don Bosco, i Salesiani si posero il problema di riformare i laboratori fondati negli anni Cinquanta, per trasformarli in vere e proprie scuole professionali, capaci non solo di insegnare rapidamente un mestiere, ma anche di offrire una più ampia cultura generale e un’acquisizione di competenze necessarie alle fasi successive del lavoro. Le ragioni furono diverse. Erano gli anni della trasformazione di Torino in una città industriale, e i tradizionali mestieri artigiani cominciavano a entrare in crisi; la Chiesa, con la Rerum novarum del 1891, aveva dato grande importanza alla questione sociale; la stessa legislazione civile spingeva nella direzione di una formazione più completa del lavoratore. Si cominciò così a dividere il tempo-scuola in ore dedicate alla formazione culturale e altre consacrate all’apprendimento del lavoro. Fra l’altro, proprio sulla spinta dell’enciclica, i Salesiani inseriscono nei loro programmi un corso di “Sociologia” in cui si dà spazio a temi come i diritti del lavoratore, lo sciopero, i caratteri e gli errori del capitalismo e del socialismo, e altri argomenti legati alla “questione sociale”.

     

Anche lo sviluppo degli istituti professionali fu rapido come quello delle scuole elementari?

Motto: Alla morte di don Bosco, nel 1888, le scuole di “arti e mestieri” salesiane erano 14. Nel 1910 erano già 53. Questo per dare un’idea anche statistica dell’incidenza sulla formazione dei giovani che ebbero queste scuole in quegli anni. Non dimentichiamo che sono gli stessi anni in cui milioni di italiani emigrano per sfuggire alla povertà e alla fame. Lo sviluppo industriale dell’Italia fu reso possibile anche per la presenza di queste maestranze, che non era lo Stato a formare, né le industrie, ma enti privati come i Salesiani e gli altri ordini religiosi impegnati in quegli anni sullo stesso terreno.

     

A questo proposito, don Bosco era molto legato, per esempio, a san Leonardo Murialdo…

Motto: San Leonardo, il fondatore dei Giuseppini, era un po’ più giovane di don Bosco, ma condivise con lui la passione per l’educazione della gioventù, specialmente quella più a rischio. Vissero entrambi a Torino, legati da profonda amicizia; per qualche anno collaborarono direttamente. L’impostazione pedagogica era più o meno la stessa, così come la rete di opere fondate; mentre però don Bosco scelse di occuparsi soprattutto della fascia dei ragazzi e adolescenti dai 10 ai 16 anni, il Murialdo concentrò il suo campo d’attività anche sui giovani lavoratori, sul mondo rurale e sugli operai, in un ambito che affrontava più direttamente i problemi legati alla classe operaia nascente, non escluso un diretto coinvolgimento nel Movimento cattolico.

 

Non vi furono mai attriti con le autorità per queste attività?

Motto: Nel 1902 fu approvata la legge che proibiva il lavoro minorile. Ne seguì anche una polemica contro i Salesiani, accusati di gestire “opifici industriali” e non vere e proprie scuole, cioè di sfruttare il lavoro dei propri studenti. Questo nasceva dal fatto che i lavori eseguiti nella “cittadella” di Valdocco in parte erano immessi nel mercato e in parte servivano alle esigenze della comunità educativa; quindi vi era una vera e propria produzione di beni di consumo. I libri stampati nella tipografia erano, ad esempio, i libri stessi che utilizzavano gli studenti dell’Oratorio: tra essi moltissimi erano i titoli usciti dalla penna stessa di don Bosco – basti pensare alla Storia d’Italia, alle molte operette catechistiche e pedagogiche, al fortunato libricino che spiegava il sistema metrico decimale da poco introdotto in Italia. La polemica, per quanto capziosa e anche ricorrente, spinse i Salesiani nel primo decennio del Novecento a orientarsi sempre più verso una riforma dei programmi. Così le originarie scuole di “arti e mestieri” fondate da don Bosco assunsero la forma di vere e proprie scuole professionali, che duravano cinque anni e tendevano a offrire una formazione più completa, non solo un apprendistato. Comunque, al di là di qualche polemica locale e isolata, le opere dei Salesiani in genere riscuotevano più apprezzamenti che critiche. Già nell’Esposizione italiana di Torino del 1884, lo stand dei laboratori di don Bosco aveva destato impressione, per la professionalità dimostrata. E in quella del 1910, un giornalista della Stampa, certamente non tenero con le opere cattoliche, scrisse: «Noi, come ogni visitatore equanime e sincero, potremo trarre conclusioni ben confortate da speranze di un risveglio intelligente e razionale delle nostre maestranze, quando i sistemi adottati in queste scuole e i loro principi pratici vengano attuati su larga scala nell’educazione ed istruzione operaia». Era insomma un invito allo Stato a prendere esempio dal modello salesiano.

 

Lo Stato riconobbe queste scuole?

Motto: La legge del 1912, con cui lo Stato regolamentò per la prima volta l’insegnamento scolastico professionale, fissando le grandi linee di separazione fra tutte le istituzioni che formavano l’aggrovigliata matassa dell’istruzione professionale, recepì molto dall’esperienza salesiana e da altre analoghe iniziative dovute all’opera di congregazioni religiose. Non va dimenticato che la legge Casati non aveva neppure nominato le scuole di arti e mestieri e che lo Stato, per tutto l’Ottocento, non aveva mai ritenuto di doversene occupare seriamente. Oltretutto, la legge del 1912 e il successivo regolamento del 1913 non sortirono effetti significativi a causa della Grande Guerra. Fornirono però degli indirizzi cui anche i Salesiani si adeguarono, per esempio quello di equiparare il monte ore dedicato alla cultura generale a quello riservato all’attività professionale vera e propria.

     

Dopo la Prima guerra mondiale, con la riforma Gentile del 1923, la situazione delle scuole professionali mutò?

Motto: La riforma Gentile fu tutta concentrata a consacrare il ruolo dei licei e non considerò la formazione professionale come una scuola di “pari dignità” con gli indirizzi umanistici. Con Gentile, il liceo diventa la scuola per eccellenza, la “fucina” della classe dirigente del Paese. Il resto perde d’importanza. È un’impostazione che in parte pesa ancora oggi sulla scuola italiana. È meglio che il proletariato resti proletariato, così si pensò anche in ambito non liberale. Solo Gramsci e Mondolfo protestarono contro questa tenuta al ribasso della classe popolare. Tentativi di correggere il tiro negli anni successivi non sortirono effetti importanti. Perciò, durante il fascismo, la scuola professionale rimase per così dire in un “limbo” legislativo per lo Stato. E così anche durante il Ventennio le scuole salesiane, e non solo, continuarono la loro esperienza, lavorando in un ruolo di “supplenza” rispetto allo Stato, ma rappresentando anche uno spazio di libertà educativa importante nel Paese. Vero è che il ministro Bottai, nella Carta della scuola del 1939, tentò di correre ai ripari, assegnando un ruolo più significativo alle scuole tecniche e professionali, ma questa volta lo scoppio della Seconda guerra mondiale rese lettera morta la riforma.

 

Dal secondo dopoguerra in poi è cambiato qualcosa?

Motto: Negli anni Cinquanta, con il boom economico, furono promossi dallo Stato molti corsi di “addestramento al lavoro” in conseguenza della richiesta del mercato del lavoro, allora in grande espansione. Anche la legge sull’apprendistato del 1955 fu comunque un episodio piuttosto circoscritto. Poi venne la scuola media unica, nel 1963, e una generale diffusione dell’istruzione, molto più ampia che in passato. Ma le scuole hanno sempre risentito dell’impostazione gentiliana, almeno fino alla prima riforma globale del sistema dell’istruzione professionale, per la quale si deve attendere la legge n. 845 del 1978. Vale forse la pena di rilevare qui come la formazione professionale in Italia abbia continuamente cambiato il Ministero di riferimento: si è assistito a un costante balletto fra la Pubblica istruzione e i Ministeri economici – Agricoltura, Industria, Lavoro…– a riprova della costante mancanza di unitarietà fra istruzione scolastica e formazione professionale.

     

Oggi il ruolo delle opere salesiane è ancora attuale e importante come lo fu nell’Ottocento?

Motto: Sono radicalmente cambiate le condizioni economiche, sociali e culturali, ma l’opera educativa – e non solo scolastica – di don Bosco mi sembra quanto mai attuale. La presenza salesiana in alcune zone del mondo, come vari Paesi dell’America Latina, dell’Asia e dell’Africa, segue un modello ancora molto simile a quello originario di don Bosco: insegnare un mestiere e, nel contempo, formare la persona, in modo integrale. Ma restiamo all’Italia di oggi, dove l’abbandono scolastico è una piaga nient’affatto sconfitta, e dove spesso approdano alle scuole salesiane di formazione professionale ragazzi che hanno fallito in percorsi formativi di tipo liceale, tecnico o che addirittura non hanno completato la scuola dell’obbligo. Chi si occupa di loro? I nostri educatori, salesiani e collaboratori laici, quando li ricevono nelle loro classi, passano spesso un anno intero soltanto a cercare di rimotivarli allo studio, all’impegno anche culturale, facendo capire che in un mercato del lavoro selettivo come quello attuale, una formazione globale e armonica è ancora più necessaria di ieri e che l’epoca “del martello e del cacciavite” è ormai superata. Per fare questo occorrono tempi lunghi, un impegno serio, insegnanti che si coinvolgano umanamente e spiritualmente nella vita dei ragazzi, sul modello di don Bosco. Gli studenti delle scuole di formazione professionale di oggi, per l’ambiente da cui a volte provengono, per le precedenti esperienze negative in campo scolastico, sono spesso i più difficili da seguire. Per questo si vuole continuare a essere presenti nella società, collaborando con le istituzioni, e si chiede allo Stato di investire risorse nella formazione e istruzione professionale, perché non torni a essere un mero apprendistato – con conoscenze destinate a diventare obsolete in pochi anni – ma sia una vera “scuola del lavoro” nel senso più pieno del termine, come la intendeva don Bosco. A ragione è stato definito un antesignano terapeuta di quella malattia che sempre più avrebbe creato dicotomia fra scuola e lavoro. Don Bosco ha portato la “scuola nell’officina” e non tanto l’“officina nella scuola”; dunque un modello educativo che promuove allo stesso tempo maturazione umana, socializzazione e professionalizzazione, vale a dire una crescita armonica della personalità.

 

La formazione professionale gestita dai Salesiani è attualmente in crisi o in crescita?

Motto: Nel 1995 i Salesiani avevano annualmente 600 corsi e 13mila alunni. Oggi i corsi sono 1.500 e gli alunni oltre 26mila, sia pure con forti disparità fra le diverse aree del Paese. Fra l’altro assistiamo oggi in Italia, come nella Torino dell’Ottocento, all’ingresso nella formazione professionale di molti immigrati di “seconda generazione”, nati e cresciuti in Italia. Quindi l’esigenza di promuovere seriamente questo tipo di scuola è sempre urgente. Purtroppo alcune regioni tagliano continuamente fondi a queste scuole e non sembrano disposte a promuoverle. E tolgono così a tante famiglie il diritto di fare una scelta importante per i figli: la scelta di un percorso formativo che ha pari dignità con quello “liceale”, senza che per questo debba necessariamente assomigliargli nella forma o nei contenuti. L’Italia di oggi e del domani ha bisogno anche di chi dispone di abilità logico-operative e non solo di quelle logico-verbali, di chi apprende in via induttiva e non solo deduttiva. Il rischio di una scuola che non serva alla vita, di larghe fasce giovanili emarginate socialmente ed economicamente, è sempre incombente e tutte le forze politico-sociali, ai vari livelli, dovrebbero farsene seriamente carico. Ne va del futuro del nostro Paese e delle nostre famiglie che hanno diritto di dare un futuro sereno ai propri figli.  

 

 

Fonte: 30GIORNI nella Chiesa e nel mondo, Marzo 2006.

Giovanni Ricciardi

http://www.30giorni.it

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