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Da dove può arrivare Dio?

La preghiera unisce; la preghiera fa sciogliere il malumore che circola in casa; sostiene fatiche e speranze, gioie e dolori; allontana la tentazione di dare le dimissioni da educatori...


Da dove può arrivare Dio?

 

del 07 aprile 2014

 

Dio può arrivare a casa nostra su tre strade, su tre piste.

 

La prima pista

 

La prima e miglior strada è quella di mostrarlo, di renderlo verificabile in carne e ossa: di farlo vedere in diretta.

In che modo? Dopo quello che abbiamo detto, non è difficile rispondere: se Dio è giusto, buono, leale, veritiero..., allora genitori pazienti, misericordiosi, amici della pace, sereni, leali, veritieri; genitori capaci di amare, di amare sempre, amare tutti, amare gratuitamente... fanno muovere Dio in cucina, nel tinello, nella camera da letto. Lo portano In casa.

Ed intanto i figli Lo leggono, Lo sperimentano dal vivo. È provato che l'idea che ognuno di noi si fa di Dio, conserverà sempre qualcosa dell'idea che ci siam fatti della vita dei nostri genitori.

Soprattutto del papà.

Bisogna sottolinearlo. Fino ad un certo punto della vita del bambino, infatti, Dio è come il papà, come «il mio papà».

Ecco perché la responsabilità del padre è altissima. Da lui dipende, in buona parte, l'immagine che il bambino si fa di Dio. Il papà che insegna ad andare in bicicletta trasmette al figlio la tenerezza di Dio; il papà che fa sempre le cose con giustizia insegna la giustizia di Dio; il papà che offre sicurezza fa sperimentare la sicurezza di Dio...

Tutto questo spiega una triste realtà: per tanti ragazzi resterà sempre difficile, se non impossibile, formarsi un esatto concetto di Dio: come potrà, per esempio, credere che esiste un Padre buono chi non ha mai potuto incontrarsi con un papà vero?

L'uomo ha bisogno di sentirsi amato dagli uomini per poter credere di essere amato anche da Dio.

 

 

La seconda pista

 

La seconda strada che porta Dio in casa è quella del compiere certi gesti, certe azioni.

Congiungere le mani, alzarle, tenderle in avanti, chiudere gli occhi, portare un fiore, mandare un bacio... son tutti gesti che trasmettono il senso di qualcosa di misterioso, di divino. Perché?

Perché noi siamo fatti così: non comprendiamo solamente con l'intelligenza, ma con tutto noi stessi: anima e corpo, mente e cuore.

Un giorno capitò al famoso filosofo Benedetto Croce, le cui idee non profumano, certo, d'incenso, di entrare, insieme ad un amico, in una chiesa di Bari dove i fedeli stavano cantando alcuni canti popolari religiosi commoventissimi.

Uscendo, mostrava il viso rigato di pianto.

«Oh, com'è che piangi?», gli chiese l'amico.

E il filosofo miscredente, fermandosi e guardandolo fisso: «E se tutto quello in cui essi credono, fosse vero?».

Poi tirarono avanti in silenzio.

Ecco: una bella funzione, o anche umili gesti come il sostare nella chiesa grande, silenziosa; l'accendere una candela, l'alzare lo sguardo ad un'immagine... possono essere efficaci lezioni su Dio.

 

 

Il più eloquente

 

Tra tutti i gesti, però, ve n'è uno che ha un'importanza speciale: è la preghiera familiare.

Vedendo i genitori pregare raccolti, attenti, convinti, il ragazzo introietta (fa scendere in sé) l'esperienza religiosa: la trapianta nella sua anima.

I genitori che pregano, non solo parlano a Dio, ma parlano di Dio: lo contagiano.

Lo sapeva bene il grande papa Paolo VI il quale parlava della preghiera in famiglia con una forza tutta speciale: «Mamme - diceva - le insegnate ai vostri bambini le pre¬ghiere del cristiano? Li abituate, se ammalati, a pensare a Cristo sofferente? A invocare l'aiuto della Madonna o dei Santi? L'esempio vostro vale una lezione di vita, vale un atto di culto...; portate così pace nelle pareti domestiche... così costruite».

No, non sono parole vecchie, idee cadute.

La preghiera non è un gargarismo di parole, né un gesto senile: è una delle «energie più potenti che noi possiamo produrre; una forza reale come la forza di gravità della terra» (Alexis Carrel, premio Nobel per la medicina).

È incredibile quanto le cose cambino, pregando!

La preghiera unisce; la preghiera fa sciogliere il malumore che circola in casa; sostiene fatiche e speranze, gioie e dolori; allontana la tentazione di dare le dimissioni da educatori... Il benessere che viene dalla preghiera è così grande che si può, con tutta tranquillità psicologica e pedagogica, soste-nere che se le famiglie pregassero di più, si ammalerebbero di meno.

 

 

La terza pista

 

Finalmente, abbiamo la terza via per portare Dio in casa: quella delle parole.

È la terza ed anche l'ultima, quella meno forte, perché vaI più un mezzo fatto compiuto secondo lo stile di Dio che mille parole su Dio.

Comunque, c'è pure un momento nella vita in cui, per la prima volta, risuona all'orecchio quel nome: Dio.

Se il primo incontro con Dio è sotto il segno della vita e dell'amore, tutti gli sviluppi successivi saranno più facili. Se, invece, il primo incontro è sotto il segno della paura, allora gli sviluppi saranno più difficili.

È triste leggere nella vita di un famoso pensatore francese l.P. Sartre, una frase come questa: «Avevo bisogno di un Creatore ed invece mi davano un gran Padrone».

Una presentazione sbagliata di Dio, può guastare tutto. Appunto come è successo nel caso del personaggio citato. L'annuncio dell' esistenza di Dio deve essere lieto.

Deve escludere la tristezza della minaccia: «Fa' questo, non fare quest'altro perché Dio ti punisce».

Deve escludere la tristezza del ricatto affettivo: «Fa' questo, non fare quest'altro perché altrimenti Dio piange». Deve escludere la tristezza del calcolo utilitaristico: «Fa' questo, non fare quest' altro, così Gesù Bambino ti porterà tanti regali a Natale».

No, così non va! Servirsi di Dio è il peggior servizio che possiamo rendere a Dio.

Piuttosto parliamo di Dio come di uno che ama, che sente, che chiama a fare alleanza, che è attento ai piccoli, grandi problemi del figlio.

Parliamo di Dio come di un parente. Parliamo di Dio in modo da far venir voglia di Dio!

 

 

Bruno Ferrero

http://www.ilgrandeducatore.com

 

 

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