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Cosa ci tocca difendere

Vogliamo sapere quanti sono i feti espulsi vivi, vogliamo sapere quanti ne sopravvivono, vogliamo sapere se viene fatto di tutto per salvarli. Vogliamo sapere se ci sono violazioni alla legge 194 (e al codice penale). Noi quella legge non l'abbiamo voluta. L'abbiamo subita. Adesso chiediamo che venga rispettata in tutte le sue parti. Cosa ci tocca difendere!


Cosa ci tocca difendere

da Quaderni Cannibali

del 13 marzo 2007

All'ospedale di Careggi il piccolo Tommaso è sopravvissuto ad un aborto tardivo (non usiamo volutamente la parola terapeutici, troppo ambigua), non è stato assistito per venti minuti dopo la nascita, ed è sopravvissuto sei giorni. All'ospedale San Camillo a Roma chi si sottopone ad aborto tardivo firma un 'consenso informato' con cui chiede di non rianimare il neonato, se sopravvive all'aborto. Questi fatti ci fanno orrore. E sembrano non essere eventi eccezionali, almeno da quanto trapelato dai giornali. La legge 194/78 sull'aborto nell'art 7 prevede che dopo i primi novanta giorni di gravidanza: 'Quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, l'interruzione della gravidanza può essere praticata solo nel caso di cui alla lettera a) dell'articolo 6 e il medico che esegue l'intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto. art.6, a) L'interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni, puo' essere praticata: a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna'. Cioè, se la gravidanza è in fase avanzata, tanto da far ipotizzare la possibilità che il feto nasca vivo, la madre può abortire solo se è in pericolo di vita, e bisogna far di tutto per salvare il neonato: la 194 cerca di limitare al massimo gli aborti tardivi. I fatti del Careggi e del San Camillo, così come riferiti dai media, sembrano evidenti violazioni di questa legge, che tutti a parole dicono di non voler toccare, ma che poi molti disattendono. Vogliamo sapere cosa sta succedendo negli ospedali italiani dove si praticano aborti tardivi. Vogliamo sapere quanti sono i feti espulsi vivi, vogliamo sapere quanti ne sopravvivono, vogliamo sapere se viene fatto di tutto per salvarli. Vogliamo sapere se ci sono violazioni alla legge 194 (e al codice penale). Noi quella legge non l'abbiamo voluta. L'abbiamo subita. Adesso chiediamo che venga rispettata in tutte le sue parti. Cosa ci tocca difendere!

 

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MALFORMAZIONI

 

La vicenda è di quelle che fanno accapponare la pelle, che dicono ancora una volta che il re è nudo, che dietro alla parola “aborto” sia anche “terapeutico” c’è una tragica verità, che si tratta della soppressione di una vita, quella di un figlio e “terapeutico” è un aggettivo messo lì, come un piccolo cerotto su una ferita troppo grande.

La storia è quella di una donna che ha deciso di interrompere la gravidanza al quinto mese.

I medici avevano sollevato dubbi su una possibile «atresia dell’esofago» di cui sarebbe stato affetto suo figlio.

L’atresia dell’esofago è una malformazione che colpisce circa 1 bambino su 3.500. Si sospetta soprattutto quando nell’ecografia non si vede lo stomaco. Il problema è che questo organo è invisibile, sostengono gli esperti, su un feto ogni 100, cioè anche in casi in cui non ci sono problemi. E così chi valuta gli esami è indotto all’errore, cioè ad inciampare in un cosiddetto «falso positivo».

Ora dicono che le hanno consigliato ulteriori esami e che lei non li ha voluti fare e si è rivolta ad altri medici, insomma, la colpa è tutta sua, i medici hanno seguito le procedure.

Sta di fatto che nessuno si è fatto scrupolo di eseguire quello che è chiamato “aborto terapeutico” ma il piccino è nato vivo, piangeva, pesava 500 grammi e  della malformazione? Nessuna traccia.

É morto.

Non aveva malformazioni, ma a soli cinque mesi di gestazione era troppo fragile per farcela. La malformazione ce l’hanno gli adulti.

Quelli che fanno degli esami diagnostici la loro musa.

Quelli che fanno della gravidanza una malattia.

Quelli che credono che un figlio debba essere sano oppure non sia un figlio.

I giornali giustamente mantengono la riservatezza sul nome della famiglia che sta vivendo questo dramma, sia chiaro che a loro va tutta la solidarietà e la comprensione.

Non c’è dramma più grande di chi dovrà portarsi nel cuore questo dolore, di chi ha visto piangere e ora lottare per la vita un figlio di cui non aveva la consapevolezza.

Perché il nostro mondo ci toglie la consapevolezza di chi sia 'il figlio”, ci raccontiamo un sacco di bugie, balle,  che reggono sino a quando un vagito non ci riporta duramente alla realtà, pura e semplice.

Tuo figlio piange

Redazione Samizdatonline

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