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Cos'è la libertà?

Siamo liberi se facciamo come vogliamo, o forse se possiamo essere spontanei, o si tratta di saper scegliere qual'è il bene per noi.....?


Cos'è la libertà?

da Quaderni Cannibali

del 02 gennaio 2008

L’essere umano, a differenza degli animali, non è determinato dai fattori ambientali endogeni ed esogeni, i geni o le esperienze: è condizionato, ma non è determinato. Allora, vi propongo questa immagine: se noi avviciniamo un bambino piccolo, troviamo che piange quando ha fame e dorme quando ha sonno, vuol dire che vive totalmente assoggettato ai bisogni naturali. Eppure quello stesso bambino sarà capace gradualmente di maturare la disposizione a rinviare la soddisfazione del bisogno se, evidentemente, c’è un motivo per farlo. E’ questo il vettore che guida la libertà alla sua espressione: la capacità di contenere, se non rimuovere, l’istanza del bisogno. Perché la persona libera è quella che (riprendo l’esempio di prima) sente il bisogno alimentare, ma se c’è un motivo per cui questo bisogno vada rinviato, sa farlo; il bambino più è piccolo meno ne è capace.

La libertà si esprime nella capacità molto concreta di contenere il bisogno; in questo senso l’essere umano, piuttosto che nascere libero in atto, nasce libero di liberarsi, cioè disposto a diventare padrone di sé.

 

E questo ci fa fare i conti con alcune concezioni improprie della libertà che si sono espresse negli ultimi trent’anni.

La prima è quella che potremmo ricondurre alla libertà come spontaneità.

Se avete presente il paesaggio culturale di fine anni Sessanta, primi anni Settanta, era la stagione dei “figli dei fiori”. Direi che questa immagine dice molto di questo modo di concepire la libertà, perché se c’è una cosa spontanea è il fiore: però attenzione, una volta superata l’impressione estetica, ci rendiamo conto che quella spontaneità in realtà è tutta determinismo. Perché nel fiore tutto è prevedibile, avendo evidentemente le variabili biologiche, o meglio botaniche, chiare. Quindi in realtà ci rendiamo conto che questo modo di concepire la spontaneità diminuisce l’essere umano, riducendolo ad un ente vivente e basta. Infatti in quegli anni ha preso forma tutta una deriva di tipo ecologistico, che va molto oltre l’ecologia come custodia dell’ambiente, perché conduce alle forme di post-umanesimo odierno, in base alle quali sembra che l’essere umano, quando non abbraccia comportamenti animali, diventa un problema per l’ecosistema. Ma questo è evidente, perché, se c’è un essere vivente che è perfettamente integrato nell’ecosistema è appunto l’animale, ma in una logica di puro adattamento. Perché non pensare che invece l’essere umano, nell’ecosistema, debba esercitare la libertà come capacità di trasformarlo migliorandolo?

Può sembrare un discorso astratto, ma non è così. Provate a pensare a come negli ultimi trent’anni si è presentata a livello internazionale l’emergenza demografica: come se fossimo in un grande allevamento zootecnico… il puro e semplice computo delle bocche da sfamare. Certo, ci sono le bocche da sfamare, ma queste bocche da sfamare sono anche intelligenze, volontà, libertà che possono contribuire ad affrontare la sfida. Se noi ci fermiamo soltanto al computo delle bocche da sfamare, facciamo come se non esistesse tutta questa componente, ma questo vuol dire non riconoscere l’essere umano per quello che è. Stiamo attenti che è una logica, questa, che tende a catturarci in quanto la funzionalità evidentemente non è estranea alla libertà, ma la libertà supera la funzionalità. Evitiamo di lasciarci suggestionare dalle letture di carattere puramente descrittivo che rischiano di renderci accondiscendenti rispetto a ipotesi di partenza che con la prospettiva cristiana non c’entrano assolutamente niente.

 

Comunque l’essere umano ha risorse che lo distinguono radicalmente dall’animale, quindi in poco tempo ci si è accorti che questa prospettiva di carattere spontaneista non è adatta alla persona; infatti oggi nessuno la abbraccia più o è molto raro che venga abbracciata.

Se noi interroghiamo i nostri ragazzi, difficilmente qualcuno ci dirà che la persona libera è la persona spontanea, piuttosto è facile che dicano che la persona libera è la persona che può scegliere: è questa infatti è la categorizzazione di libertà che l’ha fatta da padrone negli ultimi vent’anni.

Si tratta di un richiamo molto intrigante, perché ci rendiamo conto che la possibilità di scegliere è molto vicina alla verità, richiama la libertà d’arbitrio, che sicuramente è sconosciuta al mondo animale, quindi è molto più vicina a quello che noi siamo.

Ma dove sta il limite di una libertà interpretata solo come arbitrio?

Io credo che stia in questo (richiamo alcune riflessioni agostiniane):  la libertà d’arbitrio va liberata  a sua volta, perché rappresenta una libertas minor sovrastata da una libertas maior che consiste nello scegliere il bene, non nel poter scegliere tra il bene e il male (anche perché, dice Agostino, in realtà il male è un bene deficitario).

Credo che noi oggi cominciamo a renderci conto della insufficienza della libertà ridotta a puro arbitrio, perché ci rendiamo sempre più conto del fatto che solo apparentemente scegliamo tra alternative mentre in realtà qualcuno ha gia scelto per noi. È un po’ la libertà del supermercato: io vado nella corsia del supermercato, trovo venti marche di biscotti e posso credere che scegliendo tra queste esercito la mia libertà. Attenzione perché queste marche qualcuno le ha già selezionate per me. E allora? Che libertà esercito io in realtà?

In realtà, al di là dei pesanti condizionamenti oggi esercitati dai media volti a promuovere il conformismo, il problema della libertà d’arbitrio è intrinseco alla condizione umana che, essendo limitata, non può concepirsi come assoluta cioè deve fare i conti, quando è chiamata  a scegliere, non soltanto con la facoltà di scelta ma anche con l’oggetto della scelta. Faccio un esempio. Io posso avere davanti due bicchieri: in uno c’è una bevanda innocua e nell’altro c’è un veleno. Domando: io sono libero se posso scegliere tra la bevanda e il veleno, o sono libero se scelgo la bevanda e rifiuto il veleno?

Questo vuol dire allora che in realtà non sono libero se posso scegliere, io sono libero se so scegliere!

Questa può essere una chiave che ci aiuta ad affrontare le questioni che prima toccavo. Pensiamo alle tossicodipendenze: è chiaro che il consumo di sostanze esercita un richiamo forte: è il richiamo di un’esperienza psicofisica alterata, di una suggestione che reca piacere. Ma, se io gioco tutto sull’idea che sono libero perché posso scegliere tra il consumare la sostanza e il non consumare la sostanza, io appiattisco due ipotesi che in realtà sono molto diverse.

 

Credo che a questo punto sia importante cogliere che l’istanza di fondo è nella capacità di educare al controllo del desiderio.

 La libertà è legata al desiderio, ma o siamo capaci di contenere, guidare, controllare il desiderio (sapendo che questa è una conquista che non è mai avvenuta per sempre, per nessuno, ma almeno mi metto su questa strada, almeno spingo qualcuno ad andarci, così avremo la possibilità che qualcuno diventi capace di saper scegliere o che almeno ci provi) o ci consegniamo a una deriva che in ultima analisi asseconda il desiderio indiscriminatamente. Ma appunto perché lo asseconda ci riduce a una condizione infraumana perché ci rende assoggettati al bisogno.

Dove sta la differenza tra il bisogno e il desiderio? Sta in questo: mentre il bisogno mette in campo una dinamica di carattere deterministico che ci trova passivi, il desiderio, che pure può scaturire anche dal bisogno, reca un’eccedenza che va nel senso della disposizione ad essere attivi, responsabili, capaci di limitarci.

  Credo che ci sia un fatto che sotto questo profilo deve farci riflettere: a me sembra che le diverse fattispecie del disagio, dalla tossicodipendenza alla microcriminalità, alle esperienze eccentriche, alle anoressie, alle patologie di questo tipo, eccetera, abbia un vettore comune, la corporeità!

Nella nostra civiltà sta esplodendo il problema del corpo. Forse perché il vettore oggettivante, funzionale, strumentale, senza che ce ne accorgessimo, è arrivato a colonizzare il corpo, facendo credere che lo si possa sottoporre a uso. Ma la categoria dell’uso è radicalmente incongrua con il corpo, perché il corpo è la nostra identità visibile, esattamente come l’anima è la nostra identità invisibile.

Noi non abbiamo un corpo, noi siamo un corpo e solo noi esseri umani possiamo affermare questo. E il fatto che il nostro corpo siamo ancora noi stessi, è quello che può essere associato alla categoria di corporeità, quello che Edith Stein chiama “corpo vivente spirituale”, cioè il fatto che il nostro corpo, pur essendo fisicità e, in quanto tale, vettore di bisogni, non è soltanto questo, è anche capacità di esprimere, comunicare, testimoniare e trasmettere quello che siamo cioè la nostra eccedenza rispetto al bisogno.

 E noi, più di altri, dovremmo essere sensibili a questo, perché è l’esperienza dei grandi mistici cristiani (non so quale sia quella delle altre religioni, ma sicuramente dei nostri, pensate a figure come Teresa d’Avila e Giovanni della Croce). A cosa arrivano infatti a paragonare l’estasi mistica? All’unione coniugale. Ma noi sappiamo che questa è la categoria che nell’Antico Testamento ricorre con grande frequenza, per  parlare del rapporto tra il Creatore e la creatura, e la ritroviamo anche nel Nuovo Testamento quando Paolo dice che il mistero dell’unione tra un uomo e una donna è grande in riferimento al mistero dell’unione tra Cristo e la Chiesa. Ora, se l’autore sacro ha avvicinato il rapporto con Dio al rapporto coniugale, significa che la fisicità di quest’ultimo trasmette qualcosa di ulteriore, spirituale. Questo è quanto manifesta la corporeità: fisicità che va oltre la materia perché testimonia la spiritualità della persona. 

Giuseppe Mari

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