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Correzione fraterna: facciamoci qualche domanda...

Quanto è importante la correzione fraterna in una parrocchia? Tollerare sempre e comunque in nome dell'amore per non perdere nessuno o sempre in nome dell'amore indirizzare chi sbaglia sulla retta via col rischio di perdere un fratello?


Correzione fraterna: facciamoci qualche domanda...

del 27 gennaio 2014

 

 

 

Desidero condividere con voi quest’oggi qualche pensiero su un delicato tema che ha a che fare spesso con le nostre comunità… e i nostri preti!

 

La domanda che mi viene posta è la seguente: 

«Quanto è importante la correzione fraterna in una parrocchia? Quale è il giusto intervento di un sacerdote? Tollerare sempre e comunque in nome dell’amore per non perdere nessuno o sempre in nome dell’amore indirizzare chi sbaglia sulla retta via col rischio di perdere un fratello?». 

 

È ben evidente che dare delle risposte “confezionate” e risolutrici non è possibile, ma dare qualche chiave di lettura può tornare utile, indubbiamente…

Se siamo d’accordo che la parrocchia è l’insieme di quanti, cristiani, vivono e desiderano vivere la loro fede, nei più svariati modi, ma che hanno comunque l’unico obiettivo di riconoscersi in Gesù Cristo, allora risulta facile affermare che la correzione fraterna è un ingrediente indispensabile, al suo interno. Pensare che ognuno basti a se stesso, e sia il possessore dell’assoluta verità è infatti il peggior modo di presentarsi di chi si sente parte di una comunità; ecco, perciò, il grande dono della correzione, del darsi una mano, perché il tutto vada per il meglio.

È inevitabile aprire una parentesi a questo punto, però. La bellezza di una comunità si denota e si costruisce nell’unità creata tra le diversità di ciascuno e qui, spesso… cade l’asino! Siamo davvero convinti che la diversità sia una caratteristica positiva? Apprezziamo e valorizziamo chi non ha il nostro stesso pensiero o non viaggia sulla nostra stessa linea d’onda?

L’intervento cauto e opportuno del “pastore” è far sì che il gregge non si disperda, ma… fino a che punto? Difficile dare una risposta secca! Ma, sicuramente, è quanto mai necessario che ognuno, alla fine, ha da fare i conti con la propria coscienza, non con il prete di turno, con il delegato dell’oratorio, o con l’economo delle strutture parrocchiali… 

Ma è davvero sempre così? Ogni nostra assunzione di un impegno nella comunità ha come finalità il prestigio personale, la ricerca di consensi e applausi, o siamo consapevoli che siamo “a servizio” degli altri, per il bene della comunità?

Che fare, allora, quando le situazioni sono non proprio rosee? 

Mi permetto di invitare a fare quanto dice Gesù stesso: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano» (Mt 18,15-17).

Ecco come dovrebbe essere nelle nostre comunità e parrocchie: non aver paura di far presente il fatto, quando ci si accorge che qualcosa non va, curando la modalità dell’intervento. 

I nostri pastori non sono perfetti: ogni tanto qualche “tirata d’orecchie” fa bene anche a loro, senza dubbio alcuno! Allo stesso tempo, anche i nostri laici accettino qualche dritta dai pastori.

All’interno della comunità, qualora venisse a mancare l’obiettivo primario del nostro esserci, non avrebbe senso parlare di “perdere” qualche persona: è la persona stessa che sceglie di non condividere la fatica del confronto, della correzione, del costruire unità, anche (e soprattutto) nella diversità!

 

Sempre con gioia e con perseveranza, sentiamoci coinvolti tutti nel fare il bene della e per la Chiesa! Così, se essa va bene o male, potremmo affermare che… è anche merito/colpa nostra!

 

 

Don Federico Fabris

 

 

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