Donboscoland

Con Cristo sulla croce

Testimonianza sacerdotale tenutasi nel primo incontro internazionale dei sacerdoti (Fatima 17-21 giugno 1996): «...oggi ripercorrendo col pensiero la mia vita, mi rendo conto che essa è stata un miracolo della grazia di Dio e mi stupisco di aver potuto sopportare tanta sofferenza, con una forza che non è la mia forza, conservando una serenità che non poteva avere altra sorgente che il cuore di Dio. Mi hanno oppresso con ogni genere di torture».


Con Cristo sulla croce

da Teologo Borèl

del 25 marzo 2005

 Maria, carissimi fratelli sacerdoti, diviene 'lo specchio' della nostra missione sacerdotale, modello di come vivere la nostra vita, anche quando l'ombra della croce, della prova, della solitudine si allunga su di essa.

Benedico il Signore che a me, povero e debole suo ministro, ha dato la grazia di rimanergli fedele in una vita praticamente tutta vissuta in catene. Solo la sua grazia poteva fare questo.

Io sono albanese e voi tutti sapete che il mio paese è appena uscito dalle tenebre di una dittatura comunista tra le più crudeli ed insensate, che ha riversato il suo odio contro tutto ciò che poteva in qualunque modo parlare di Dio. Molti miei confratelli sono morti martiri: a me invece è toccato di vivere. Sono entrato in prigione nel 1947, dopo un processo falso ed ingiusto: avevo appena terminato la formazione. Ho vissuto diciassette anni di prigionia stretta e tanti altri di lavori forzati. Praticamente ho conosciuto che cosa è la libertà a 80 anni, quando nel 1989 ho potuto dire la prima messa in mezzo alla gente. Umanamente parlando sono stato depredato del diritto di vivere.

Ma oggi ripercorrendo col pensiero la mia vita, mi rendo conto che essa è stata un miracolo della grazia di Dio e mi stupisco di aver potuto sopportare tanta sofferenza, con una forza che non è la mia forza, conservando una serenità che non poteva avere altra sorgente che il cuore di Dio.

Mi hanno oppresso con ogni genere di torture: quando mi arrestarono la prima volta mi fecero rimanere per nove mesi in un gabinetto: mi dovevo accovacciare per terra sopra le feci indurite senza mai riuscire a stendermi completamente, tanto il locale era angusto. La notte di Natale di quel primo mese, sempre in questo locale, mi fecero spogliare e mi appesero con una corda alla trave in modo che potevo toccare terra solo con la punta dei piedi. Faceva freddo. Sentivo il gelo che saliva lungo il mio corpo: era come una morte lenta: quando il gelo stava per arrivare al petto emisi un grido disperato. I miei aguzzini accorsero, mi riempirono di calci e poi mi tirarono gi√π. Spesso mi torturavano con la corrente elettrica: mi mettevano i due poli alle orecchie: era una cosa orribile, orribile. Per un periodo usavano legarmi mani e piedi con il fil di ferro, steso per terra in un locale buio pieno di grossi topi da fogna. I topi mi scorrazzavano sopra senza che io potessi cacciarli. Porto ancora ai polsi i segni di questo filo di ferro che mi entrava nella carne. Vivevo nell'incubo dei continui interrogatori, che erano sempre accompagnati dalla violenza fisica: mi ricordavo allora della violenza su Ges√π quando veniva interrogato davanti al Sommo sacerdote.

Una volta mi misero davanti un foglio di carta e la penna e mi dissero: 'Scrivi una confessione piena dei tuoi crimini e se sei sincero potremmo anche mandarti a casa'. Per evitare pugni e bastonate mi misi a riempire qualche pagina con nomi di morti o di fucilati con i quali non avevo avuto nulla a che vedere. Alla fine aggiunsi: 'Tutto quello che ho scritto non è affatto vero, ma l'ho scritto perché ero costretto'. L'ufficiale cominciò la lettura con un sorriso di soddisfazione, sicuro di aver raggiunto l'intento. Ma quando lesse le ultime righe, mi riempì di botte e bestemmiando intimò ai poliziotti di portarmi via gridando: 'Sapremo noi come far parlare questa carogna!'.

Quando mi fecero uscire dalla prigione, dovetti fare il bracciante agricolo in una azienda dello Stato: mi misero a lavorare nel risanamento delle paludi. Era un lavoro faticoso e col poco cibo che avevamo eravamo ridotti a larve umane: quando uno di noi cadeva veniva lasciato a morire nel fango. Ma in quel periodo riuscivo anche a dire la messa di nascosto, dall'offertorio alla comunione, da solo. Ero riuscito a procurarmi un poco di vino e delle ostie: ma non potevo fidarmi di nessuno perché se mi avessero scoperto mi avrebbero fucilato. Andai così avanti in questo lavoro per undici anni. Il 30 aprile del 1979 fui arrestato per la seconda volta, mi portarono a Scutari e mi perquisirono. Non avevo che la corona del Rosario, un temperino e l'orologio. Dopo la perquisizione aprirono una porta e mi gettarono dentro ad una cella. Sapevo che mi stavo avviando verso un nuovo Calvario. Ma fu in quella occasione che ebbi una esperienza interiore straordinaria, che mi richiama in qualche modo la ' trasfigurazione' di Gesù, nella quale egli attinse forza mentre andava a soffrire. Egli salì sul monte, io mi sentivo all'inizio come sepolto in fondo alla terra. Ma all'improvviso lo sconforto cedette il posto ad una straordinaria presenza del Signore. Era come se l'avessi lì davanti a me, e gli potevo parlare. Fu per me determinante quel momento perché ripresero le torture e un nuovo processo. Il 6 novembre del 1979 mi condannarono a morte per fucilazione. Accusa: sabotaggio, propaganda anti governativa.

Ma, due giorni dopo, la pena di morte mi fu commutata in 25 anni di carcere. La mia vita è passata così. Ma non ho mai avuto nel cuore sentimenti di odio. Incontrando un giorno, dopo l'amnistia, uno dei miei torturatori sentii l'impulso interiore di salutarlo e lo baciai. La formazione della Compagnia mi aveva abituato all'idea che la fedeltà a Gesù è ciò che più vale nella vita del gesuita e che essa talvolta deve essere pagata a caro prezzo. Anche a prezzo della vita. Ma oggi contemplando la gloria di Maria nel cielo e pensando che anche a noi è offerta questa speranza di una gioia futura con Dio, non posso fare a meno di rivolgermi a voi, cari fratelli sacerdoti, con le parole di San Paolo: 'Io ritengo che tutte le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi'. (Rom. 8,18). Contemplando la gloria di Maria nel cielo, restiamo fedeli in piedi, con forza e dignità accanto alla croce di Gesù, in qualunque modo la croce sia presente nella nostra vita. Noi siamo gente votata all'Amore di Cristo. Chi ci potrà mai separare da questo Amore ? Questo è il messaggio della mia esperienza di vita: in tutte le sofferenze e le prove u noi siamo più che vincitori in virtù di Colui che ci ha amati' (Rom. 8,37).

Vergine Maria, regina degli Angeli e dei Santi, regina dei martiri, conosciuti e sconosciuti, prega per noi, sostienici e facci giungere accanto a te, nella pienezza della vita e della gioia che Ges√π ci ha promesso. Amen.

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