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Come si può tornare da Colonia?

Vivere nel mondo come veri adoratori di Dio. Per un'altra strada fecero ritorno al loro paese (Mt 2,12).«Tornarono per un'altra strada. Ragazzi non si può tornare a fare le solite cose, soprattutto se incappano e sostengono i tanti Erode che sono pronti a presentarvi i soliti idoli che spengono l'atteggiamento dell'adorazione e la gioia dell'aver trovato Dio. Siate esigenti con i vostri educatori...».


Come si può tornare da Colonia?

da Teologo Borèl

del 28 agosto 2005

Come si può tornare da Colonia?

 

Proviamo a vedere con semplicità quale è il nostro futuro di ricercatori della vera felicità, ricercatori del vero Dio. Stiamo per arrivare alla meta, già ci sentiamo incontrati da Dio, già percepiamo che il viaggio sta per giungere al culmine. Sporgiamoci per un poco oltre l’esperienza. Questo ci aiuta a dare alle due giornate che decisive che ci stiamo preparando a vivere tutta l’importanza che rivestono nella nostra GMG.

 

Voglio bonariamente immaginare come ritorneremo da Colonia

 

Il ritorno del galateo.

Abbiamo promesso a Erode che lo avremmo informato, torniamo da Lui a calmarlo. Gli inventiamo quattro cose, tanto uno grosso così si taglia solo a fette. Gli andiamo a  dire che tutto sommato sì è trattato di due poveracci che hanno avuto un figlio. Vuoi che ci mettiamo ad adorare il figlio di un carpentiere? ci siamo scomodati a fare questo lungo viaggio per trovare soltanto povertà e squallore.  La stella forse ci ha ingannati.

Della serie: l’esperienza che abbiamo fatto la teniamo per noi. Evitiamo di stare a discutere. Troveremo anche a casa tanti Erode pronti a distruggere ciò che ci siamo costruiti. Meglio evitarli.

Purtroppo non sanno questi quanto con la loro testimonianza semplice e convinta potrebbero anche cambiare la vita di tutti quelli che stanno già appostati a spegnere i loro entusiasmi.

 

Il ritorno della serie: tutto come prima

E’ stato bello emozionante, è il ritornello che ripete a tutte le radio che lo interpellano e le televisioni che lo inquadrano. Lo hanno fotografato quando è riuscito a sfuggire alle guardie pontificie e ha scalato tutti i gradini a slalom. Fortuna che non c’erano appostati i cecchini, Dice sempre che è stata una emozione, un momento emozionante, ma non si schioda da lì. Alla TV dicono tutti così, tu non vorrai dire che sei stato colto nel segno, che ti sei visto come un verme e che la tua vita di prima ti potrebbe fare un po’ più schifo adesso che hai incontrato Gesù!

 

Il ritorno ritmato sulla parolaccia “ormai”, alla maniera dei due di Emmaus.

Torni a casa con verbi tutti all’imperfetto: speravamo, ma non è successo niente; credevamo, ma alla fine siamo ancora come prima; abbiamo visto e sentito, ma è impossibile ripeterne la magia. Ho alle spalle una vita affettiva senza sogni, né desideri, sono solo in attesa di scadenze da calendario… ormai; ho fatto tutti gli incontri possibili e i capiscuola più svariati… ma ormai; adesso sono su di giri, ma poi mi bastano quattro birre, è sempre stata così, ormai… Questo ormai è una pietra tombale che si colloca su tutte le speranze che Dio accende. Di pietre tombali di questo genere ce n’è una fabbrica in ogni paese, ne fanno di tutti i tipi e te le offrono pure gratis gli amici, i genitori, spesso anche i tuoi educatori o i preti.

 

Il ritorno: c’è tutto da cambiare per tre giorni e “chi te lo fa fare?” a cominciare dal quarto.

Ho incontrato tanti amici che hanno le idee chiare. Ho parlato con gruppi di giovani che hanno veramente fede, si sanno impegnare, hanno inventato spazi nuovi di relazione con tutti i giovani del loro quartiere, in parrocchia hanno momenti di formazione, esperienze forti. Da me non c’è niente, c’è proprio tutto da cambiare: modo di vivere assieme, interessi, tempi di riflessione, preghiera…In questi giorni sta sognando e sogna anche per tre giorni dopo.

Fare questo però costa fatica, non è appena congiuntura favorevole che ti arriva addosso gratis, è mettercela tutta, saltare le mie piccole fughe, i miei sfizi, uscire dal mio loculo: è il quarto giorno dopo il ritorno. Ma chi te lo fa fare?

 

Il ritorno in virtuale:  mailing list,  sms,  chat e digitali

Se mando un sms al giornale locale mi danno un abbonamento gratis per un mese, se scrivo un sms alla Tv, rischio di essere sorteggiato per il programma: saranno famosi; Con alcuni amici ha deciso di inventare una playstation, della serie: chi ha visto i magi?  Mi sono fatto una mailing list che mi terrà occupato fino a Natale. Il problema non è: e dopo Natale? E’ anche prima perché l’effetto Colonia è diventato tutto e solo virtuale. Raccontare, scrivere è sempre meglio che grugnire con monosillabi come quando si fa relazione ai genitori di quello che si è provato, ma raccontare di una adorazione è ritrovare l’adorato, vederlo vivo che ti aspetta nella concretezza della vita, oltre il virtuale.

 

Il ritorno dell’ite missa est: della serie è stato bello essere assieme, meno male che è finita

E’ stato proprio bello, ma ogni cosa ha una fine. L’esperienza sarà irripetibile, ma purtroppo diventa improponibile ogni chiarezza acquisita, ogni approfondimento di fede raggiunto, ogni conversione iniziata. Mi capita così anche quando vado a messa. Ho proprio fatto una esperienza che ci voleva, diversa dalle solite occupazioni di tutti i giorni, dalla vita di studio, dagli impegni di lavoro, ma la vita non può sempre essere così. Ce n’è un’altra parte che non ha niente a che fare con questa. E’ quella quotidiana.

 

Il ritorno dei congedati e lasciati a riposo.

Anche la mia comunità ha investito molto su questa giornata: incontri, tappe, interviste, coinvolgimenti, volontariato. Probabilmente servivamo a qualche coreografia; al ritorno ci hanno mollati e ci sentiamo ancora orfani. Abbiamo forze da cambiare il mondo, ma non ci aiuta nessuno. Ci dicono che bisogna fare bene le cose di sempre. Vero, ma le cose di sempre devono essere investite dal ciclone che abbiamo incontrato.

 

Il ritorno ai soliti idoli, pi√π o meno cattolici

Lo abbiamo adorato, lui Gesù, il Figlio di Dio, il vivente, la pienezza di ogni sogno, ma il ritorno è ancora presso gli idoli nostrani. L’idolatria è la tentazione costante dell’uomo, ci diceva Giovanni Paolo II. Non è necessario costruirci statuette, anche se è sempre presente l’attaccarsi alle cose, anche per i giovani: la moto, l’automobile, lo stereo, la forma fisica, l’immagine, la stima, la giovinezza, la forza, la prestanza, la salute, la natura, i soldi, il sabato notte, il corso, la disco… nessuna di queste riempie la vita, ma perdere tempo a cercarle una dopo l’altra ti dà la sensazione di aver qualcosa da fare e ti accorgi troppo tardi che continui a girare a vuoto.

Oppure ti riempi anche di cose cattoliche, stai a gestire la sagrestia, ma non ti appassioni alla fatica che tanti giovani come te stanno facendo per trovare la vera felicità. Il centro della vita, lo schivi, lo eviti, lo sotterri. 

 

Tutti questi esiti non ci spaventano, sappiamo che sono in agguato. Noi però oggi vogliamo metterci addosso alcuni punti di non ritorno della nostra esperienza, proprio nel momento culminante in cui stiamo vivendola.

 

1. Adoratori di un Dio esigente in Ges√π, nelle pieghe di ogni vita

Avere seguito i magi, come avete fatto voi, vi ha portato a incontrare Gesù, a toccare con mano la sua Grazia, a smettere ogni relativismo. Siamo qui a dirci con la parola, con l’entusiasmo, con l’amicizia, con l’intelligenza e coi sentimenti, che non è vero che tutti hanno ragione, che una cosa vale l’altra, che tutte le idee sono buone, che tutte le religioni sono equivalenti. I magi dell’oriente ne sapevano di ricerca religiosa, ma l’hanno conclusa in quella grotta; erano fini esperti di vita spirituale, ma hanno trovato la sorgente in quel bambino; avevano comparato religione e religione, ma hanno trovato in Gesù la verità, non una delle tante possibili proposte. Non l’hanno posseduta, ma adorata, cioè hanno arricchito le loro scelte precedenti e le hanno riordinate con quell’atto definitivo: l’adorazione.

Adorare non è un gesto di cortesia, tantomeno un gesto formale, non è il gesto storpiato del sacrista che deve passare troppe volte davanti al tabernacolo, non è una commozione, ma una impostazione nuova di tutta la propria vita nella direzione di quel Dio che si adora, di Gesù. E’ fare ordine nella propria vita, nei propri affetti, nelle proprie intenzioni perché ne è stato trovato il centro, il punto più alto, la meta. E’ dire a tutti che il nostro corpo, la nostra intelligenza si piegano, ma solo a Lui. Non è il danaro che ci farà piegare, non è il datore di lavoro o il professore, da cui spesso dipende il nostro benessere, non è nemmeno l’amato o l’amata, anche il più puro e il più sacro. Ricordate quanto ci diceva papa Giovanni Paolo II a Tor Vergata cinque anni fa: “Voi pensate alla vostra scelta affettiva, e immagino che siate d'accordo: ciò che veramente conta nella vita è la persona con la quale si decide di condividerla. Attenti, però! Ogni persona umana è inevitabilmente limitata: anche nel matrimonio più riuscito, non si può non mettere in conto una certa misura di delusione”[1]. Dio solo adorerai, Dio solo sarà cioè capace di riempire tutta la tua esistenza e di darti la felicità piena.

Spesso siamo infelici perché moltiplichiamo le adorazioni, crediamo che la nostra vita possa inginocchiarsi davanti a tutti e a tante cose. No, ci si inginocchia solo davanti a Dio. Piegare le ginocchia non è un gesto di galateo, ma decisione di mettere la vita a servizio di Dio, riconoscerne la assoluta necessità nel nostro vivere quotidiano e essere sicuri di avere un Padre Onnipotente. Tu che pieghi le ginocchia sei un uomo o una donna nella sua grandezza, nella sua dignità, nello splendore dell’essere l’immagine di Dio. “L’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato”, dice il Salmo. Non c’è cosa creata che tenga, solo Dio merita la nostra adorazione. E solo questa adorazione si porta dentro la pienezza della nostra felicità.

 

2. Contemplatori del suo volto

Colui che adoriamo ha un volto come il nostro, ha occhi che sanno guardare con amore, ha orecchi che sanno ascoltare con pazienza, ha un sorriso che scioglie ogni nostra cattiveria, ha uno sguardo che penetra nel profondo delle nostre vite. Si commuove, piange di gioia e di tristezza, aspetta e sospira, accarezza e accoglie. E’ il volto di Gesù che chiama i discepoli, che stana Natanaele dalle sue sicurezze, che convince Pietro ad andare oltre le sue debolezze e impetuosità e a lasciare il suo lago. E’ Gesù che ci provoca continuamente: “Non sono un guaritore, non sono una riserva, non sono quello che fa i miracoli, non sono il tuo orsacchiotto di pelouche, sono l’amore di Dio fatta persona”.  E’ il volto intenso, che convince, ma non blandisce nè costringe, che sostiene la libertà mal giocata del giovane ricco. E’ quel volto che anche oggi ti lancia quella scarica di verbi: va’, vendi, regala, vieni e seguimi. L’adorazione non è girare i tacchi, ma seguirlo.

E’ il volto drammatico del Crocifisso, di colui che si dona fino all’ultima goccia. E’ quel Figlio di Abramo  innocente che mentre sale il Calvario dice a suo Padre: qui c’è la legna, qui c’è il fuoco, ma la vittima dove è?  Se è possibile passi da me questo calice…

Questo volto martoriato avevano previsto i re d’Oriente offrendo la mirra e lo hanno adorato. Hanno colto che il dolore si porta dentro una magia, direste voi, una promessa e una certezza dice Dio: la vittoria definitiva sul male e sulla morte.

E’ Gesù che motiva ogni nostra fatica, in Lui troviamo ragioni di vita da giocare e da proporre. Sappiamo che le ragioni di vita non si depositano mai, o sono vive o non ci sono, non sono mai archiviabili, non esistono in biblioteca, non le puoi trovare neanche su Internet, te le devi sempre costruire, cercare, attendere, invocare, aspettare. Ti devi prendere in mano la vita ogni giorno, tu con la tua ingenuità e la tua debolezza. Gesù è una persona che ti invade la vita, che vuoi ascoltare e seguire, con cui lottare e stare in compagnia. C’è una vita di preghiera, di ascolto della Parola; ci sono momenti importanti in cui ti “ritiri sul monte a pregare”, ad affidare al Padre la tua vita. C’è una esperienza di salvezza che sta solo in Lui e che devi abitare.

3. Annunciatori della bellezza incontrata

Il mondo è pieno di gente che ha sete di Dio e non c’è nessuno che l’aiuta a spegnere la sete a una sorgente; c’è tanta gente che spera in una salvezza e deve fare la fila dai maghi; molti sentono il bisogno di avere certezze e si rivolgono agli oroscopi; molti giovani hanno domanda di Dio e si vedono rifilare solo la droga o la birra; tanti uomini e donne desiderano il perdono, la pace interiore, e si devono accontentare dei calmanti. Tutti cerchiamo un senso alla nostra vita, una risposta alle nostre domande più profonde e spesso siamo costretti a vivere alla giornata. E’ necessità di avere qualcuno da adorare, ma sono disponibili sempre e solo idoli, inganni, placebo. Oggi c’è molta più domanda di Dio di quante siano le possibilità di trovare risposta. C’è domanda di spiritualità, di preghiera, di al di là, di trascendente, di certezza, di direzione vera da prendere nella vita e non c’è chi ci aiuta a trovare la strada. Oppure c’è, ma ci si colloca su piani sbagliati che non si incontreranno mai. Ci stiamo sintonizzando sempre di più e solo sui nostri caldi loculi. La direzione di chi cerca non incontra la vita di coloro che avrebbero qualcosa di bello da offrire.  Gesù invece aveva incontrato tutte queste domande e le aveva esaudite, ma sentiva ancora più a fondo questa sete incoercibile; la gente che incontrava gli faceva compassione, gli strappava il cuore. Per questo ha preparato quel suo gruppo sparuto di pescatori, di gente semplice. Andate, non vi preoccupate, non v’organizzate con soldi o previdenze. È troppa l’urgenza: parlate, condividete, guarite, alleviate sofferenze, date segni della salvezza che vivete e fate tutto gratuitamente. C’è ancora qualche giovane che percepisce questa sete, che è disposto a lavorare in questa messe? O facciamo finta di niente? Tornare da Colonia dopo aver incontrato il Signore, dopo averlo veramente adorato è anche decidersi di offrire strade di adorazione per tutti, luoghi in cui non ci si accontenta più di sopravvivere, ma ci si incontra per decidersi per Lui. Ragazzi, occorre offrire cenacoli per sentinelle del mattino, luoghi di convivenza nel mondo del quotidiano per disintossicarsi e per prendersi in mano la vita, laboratori di adorazione,  che diventano spazi di discernimento  e di difesa dagli idoli. Ogni giovane credente deve mettere in programma almeno un mese in terra di missione, come mette in programma una settimana di esercizi spirituali. Non sono più sufficienti i campiscuola.

Vogliamo rendere disponibile la gioia di vivere per tutti i giovani non solo entro appartenenze confessionali, ma nei percorsi della vita quotidiana, dalla scuola allo sport, dal lavoro alla notte, dal volontariato allo stare a fare niente tutta sera. Siamo desiderosi di renderli felici e di aiutarli a conoscere la vera fonte della felicità che per noi è il Signore della vita, Gesù. Desideriamo avere a messa giovani felici, che celebrano con noi la gioia di una vita bella riscoperta anche con fatica, anche dopo tutte le balordaggini in cui vengono facilmente intrappolati. Quei ragazzi che hanno gettato sassi dall’autostrada sono nostri fratelli che si sono annoiati anche perché nessuno è stato capace di far balenare davanti a loro una vita bella, nuova, donata e non messa a riposo ancor prima di potersi esprimere.

 

Le nostre associazioni e movimenti, i nostri gruppi non possono trasformarsi in idoli da coltivare, ma devono diventare spazi di adorazione per annunciare, luoghi di ricercatori per approdare alla grotta di Betlemme.  Restano sempre veri gli inviti dei nostri vescovi italiani: “i giovani chiedono di superare i confini abituali dell’azione pastorale, per esplorare i luoghi, anche i più impensati, dove i giovani vivono, si ritrovano, danno espressione alla propria originalità, dicono le loro attese e formulano i loro sogni”(Educare i giovani alla fede, febbraio 1999).

Questo mondo nel quale siamo può veramente cambiare, ne abbiamo tutta la forza e la prospettiva. Il vangelo ha delineato l’Europa dei secoli passati, ha costretto tutto il mondo a fare i conti con la legge dell’amore, con il rispetto della vita, con la ricerca di Dio.

 

 

 

4. Celebranti di una vita nuova

Essere stati ad adorare il Figlio di Dio, morto e risorto, significa diventare celebranti di una vita nuova, diversa, più bella, più vera, più libera, più felice. E’ mai possibile che due ragazzi vivano il tempo dello scambio di affetto, della scelta dell’amore, della vita di coppia, del fidanzamento chiusi in se stessi, senza altro ideale che quello di implodere su di sé, di annoiarsi appiccicati l’uno sull’altra, di essere sempre vestiti come impone la moda o preoccupati di raccontare conquiste o di farsi vedere? Essere la generazione dei pantaloni bassi, non significa che non possiate inventare un nuovo modo di costruire famiglie fondate sull’amore di Dio espresso dal sacramento del matrimonio, che sappiate vivere una castità nuova, inusitata, ma tanto delicata e bella, perché è una forza interiore che vi dona equilibrio di corpo e di spirito, serenità di rapporto, forza di progettazione del vostro futuro e non solo preoccupazione di strappare soddisfazioni al presente. Il divertimento, il tempo libero, la propria bellezza, la propria corporeità, il gusto delle cose, dei contatti, della festa: sono da recuperare, ogni giorno, facendo in modo che diventino espressione della propria persona e, in particolare, della propria disponibilità ad amare.

La corporeità e tutto quello che è legato ad essa, fa parte della globalità della persona e, quindi, va recuperata dal suo interno come un 'segno'; soprattutto deve diventare lo spazio personalissimo e originale per vivere veri rapporti con tutti e veri rapporti di amore. Il primo segno di che tipo di adoratori del Dio di Gesù Cristo voi siete è il rapporto con la vostra corporeità, che smette di essere un idolo.

I veri adoratori del Dio di Gesù Cristo ricuperano fiducia in se stessi, nel futuro, nella vita. Uniscono la mente al corpo, la speranza al presente, il desiderio alla realtà. Sanno credere e trasformare la vita in quello in cui si crede. Hanno il coraggio di rifiutare la banalità, di non fare più le cose che non soddisfano sino in fondo.

Il tempo dello studio non è il tempo dell’incoscienza, del lasciarsi fare, dello sfruttare tutti i modi per evitare l’impegno, comprese le settimane di autogestione che sembrano spesso anticipazioni delle vacanze o riti collettivi di autoesaltazione, piuttosto che capacità di stanare da voi e dagli insegnanti entusiasmo per la ricerca e maggior competenza per la vostra formazione.

Se vivi, come sta capitando a tutti, da precario devi programmare un addestramento alla interiorità. Saper vivere la propria esperienza di precarietà dentro questa dimensione interiore vuol dire saper attingere al profondo della propria coscienza. Una personalità interiore è forza indispensabile per misurarsi con la flessibilità. Il livello della definizione della propria identità non è più quel che fai, ma quel che sei. Il mestiere non ti definisce, anche se ogni lavoro che fai porta qualità nuove alla tua persona, che, appunto per questo, deve sapersi radicare in una interiorità, in una umanità più consistente. Questo significa che la vita cristiana deve andare più in profondità, che c’è uno spazio da costruire in cui risuonano ogni giorno le esperienze della vita e vi trovano la possibilità di diventare senso compiuto.

 

5. Consapevoli di essere popolo sacerdotale, profetico e regale

Siamo una Chiesa; gli adoratori di Dio non sono dei single, ma vivono da fratelli, sanno fare della solidarietà e della fraternità la forza che distrugge gli idoli. Può anche essere vero, come dice qualche pensatore che l’Europa ha una forza particolare di civiltà per l’inarrestabile avanzata dell’individuo, noi cristiani invece siamo del parere che la  forza dell’Europa è l’aver messo al centro la persona che si realizza solo nella comunione con gli altri. Non sono i diritti individuali che fondano il nostro futuro. I diritti individuali fanno crescere spesso solo gli avvocati e gli assicuratori se non sono collocati entro la consapevolezza di essere un popolo fatto di persone, amate e stimate da Dio, capaci di comunione e di collaborazione, di servizio e di donazione, di rinuncia e di intelligenza per il bene comune.

Amiamo senza condizioni la chiesa, come la strada unica e vera per incontrare Gesù, per avere il suo perdono, il suo corpo e il suo sangue, la sua parola, la sua grazia. Non ci interessa se ha qualche ruga di troppo; è quella che le abbiamo procurato noi, come a nostra madre. Non vogliamo costruirci delle comunità gruccia, cui appendere le nostre attese, in cui possiamo anche star bene tra di noi, ma vogliamo stare nelle nostre comunità, nelle stesse parrocchie costringendole a non chiudersi su di sé, a non vivere da autosufficienti, ma a mettersi in rete. Non sono le sacrestie che si spartiscono il mondo giovanile in nostri e vostri, ma è il mondo giovanile che ha bisogno di ridare un assetto diverse alle collaborazioni tra le nostre comunità cristiane.  In questo cammino che state facendo in questi giorni, state godendo della bellezza e del grande dono di essere cattolici, di essere collegati tra di voi da una rete che è più grande, più antica e più profonda di qualsiasi cablatura di Internet. E’ la rete dello Spirito, del Corpo e del sangue di Gesù, della sua chiesa.

Conclusione

Tornarono per un’altra strada. Ragazzi non si può tornare a fare le solite cose, soprattutto se incappano e sostengono i tanti Erode che sono pronti a presentarvi i soliti idoli che spengono l’atteggiamento dell’adorazione e la gioia dell’aver trovato Dio. Siate esigenti con i vostri educatori, con i vostri preti, i vostri vescovi e, perché no, anche con i vostri genitori. La cometa che è stata papa Giovanni Paolo II e che ha acceso la stella che è papa Benedetto ci hanno fatto incontrare il Signore, non scompariranno dalla nostra vista, ma saranno sempre nel cuore e all’orizzonte per indicarci anche la strada del ritorno.

 

+Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina (Roma)

[1] Omelia della celebrazione eucaristica della GMG, Roma 2000

mons. Domenico Sigalini

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