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Claudia Koll. Nelle povertà dell'Africa ho incontrato Gesù Cristo

Com'è diversa, Claudia Koll, in questo ritratto, dall'immagine stampata sui rotocalchi. Una vera conversione a tutto campo. Gli incontri che hanno cambiato la sua vita. «Quando ho incontrato il Signore, mi ha risvegliato a nuova vita, mi ha dato il senso di un'esistenza più piena...».


Claudia Koll. Nelle povertà dell'Africa ho incontrato Gesù Cristo

da Teologo Borèl

del 17 maggio 2006

Dopo aver messo da parte alcuni ruoli scomodi e detto addio alle pagine patinate dei rotocalchi, Claudia Koll è una donna diversa, con un modo nuovo di intendere la vita e la professione. Da qualche tempo ha deciso di mettere talento, bellezza e popolarità al servizio dei più deboli. Con un orizzonte preciso, anche se non limitante: l'Africa, dove ogni sette minuti un bambino muore di fame, sottolinea. Ed è un impegno per il quale si è messa in gioco completamente, tanto che le più recenti interviste le ha fatte come portavoce delle piaghe del Continente nero e testimoniando il suo incontro con Cristo.

Quando ho incontrato il Signore, mi ha risvegliato a nuova vita, mi ha dato il senso di un'esistenza più piena - ci dice accogliendoci a Roma nella sua casa semplice, con tante immagini sacre, segno di una fede altrettanto semplice e vera -. Ha curato le mie ferite e mi ha dato una vitalità maggiore. Quella stessa vitalità che vorrei trasmettere agli altri. Vorrei testimoniare la sua tenerezza, il suo grande amore per noi. Credo che ce ne sia bisogno.

Eccola, dunque, la Claudia Koll di oggi, quella che ha scelto di diventare testimone - e non semplicemente testimonial - del Vis, l'associazione di Volontariato internazionale per lo sviluppo legata ai salesiani. Testimone - spiega - perché volevo vedere e raccontare. Con il Vis Claudia ha sostenuto la campagna Cibo per l'Etiopia. Ma questa è solo l'ultima tappa di un percorso più lungo. Ho cominciato con l'Associazione italiana celiachia - racconta - perché sono celiaca dalla nascita. Mi chiesero di testimoniare la mia condizione e ho scoperto che potevo aiutare tanti bambini affetti da questa malattia e anche tante mamme preoccupate per i loro figli. Poi ho incontrato per caso, nell'ospedale in cui era ricoverata mia madre, un bambino leucemico: sono andata a trovarlo diverse volte. Ora non c'è più, ma da allora ho cominciato a frequentare le corsie degli ospedali, visitando soprattutto i bambini. Poi, in un parco qui vicino ho incontrato un ragazzo che raccontava poesie da dietro un cancello: era il cancello della casa per malati di aids della Caritas, a Villa Glori. Mi ha chiesto di andarlo a trovare e così ho cominciato a fare volontariato con queste persone. Quanto è arrivata la proposta del Vis ho capito che era il momento di proiettarmi su problemi internazionali. È iniziato così il rapporto con l'Africa.

In Africa Claudia ci è già andata tre volte in pochi mesi ed è stata un'esperienza che l'ha cambiata. È come se avessi conosciuto Cristo in Africa - ci dice -. Non è che non l'avessi incontrato prima, perché era presente anche nei malati. La malattia, come la povertà, fa cadere le maschere e quindi ti mette di fronte al senso della vita, all'essenzialità. Con l'Africa c'è stato l'incontro con la povertà e ho sperimentato che Gesù lo si incontra più facilmente nei poveri. In Etiopia e in Burundi mi è sembrato proprio di vedere Gesù Bambino correre in mezzo a quei bambini, così come l'ho visto sul volto dei sofferenti.

 

 

Una sofferenza vissuta con il sorriso

 

Eccole, allora, le immagini della povertà, delle guerre dell'Africa, quelle che ogni tanto ci passano dinanzi in tv ma che cerchiamo di mettere da parte perché ci richiamano alle nostre responsabilità di abitanti di un Occidente ricco e colpevolmente indifferente. Quelle immagini non le posso dimenticare - dice Claudia -. Non posso dimenticare i volti innaturalmente invecchiati dei bambini vittime della carestia; lo sguardo pieno di stupore di una bambina che perdeva quasi subito quello che mangiava: era lo stupore di chi soffre e non capisce il perché. Ma non posso neanche dimenticare - aggiunge - ciò che ho visto nei padiglioni delle suore di madre Teresa, a Makallè, dove le religiose raccolgono dalle strade bambini disabili e malati. Bambini tutti sorridenti: non c'era neanche un bimbo triste. Questo mi ha dato la misura della santità, pur nella sofferenza. Lì ho visto la presenza di Dio. Nello stesso viaggio siamo stati al Nord, al confine tra l'Etiopia e l'Eritrea, in una cittadina di Zalambessa distrutta e mai ricostruita. Ho visto bambini che vivevano tra macerie e sporcizia: i lorosguardi erano senza speranza.

Da questo continente Claudia ha ricevuto molti doni. Sicuramente l'Africa mi ha reso più consapevole del senso profondo della vita - sottolinea -, obbligandomi a riflettere sul mio modo di vivere. È cambiato il mio modo di vedere le cose. Sono tornata dal primo viaggio che mancava poco al Natale; bisognava fare i regali, ma non riuscivo a comprare niente. Adesso mi rendo conto che i soldi hanno un altro valore e che vanno ridistribuiti diversamente. Ho compreso che noi non siamo i buoni, i benefattori, i salvatori dell'Africa. Ci sono delle profonde ingiustizie. Basterebbe essere più giusti per modificare gli equilibri del mondo. L'Africa mi ha dato la consapevolezza che siamo noi che dobbiamo cambiare. A partire da noi stessi.

Ed è stato un cambiamento a tutto campo. Perché Claudia Koll è diventata molto più esigente, anche sul lavoro. Penso che ci sia tanto bisogno di amore, di gioia e di speranza nel mondo - spiega - e l'artista dovrebbe essere un po' un profeta. Credo in un'arte che in un certo modo curi le ferite delle persone. Così come non credo a una comunicazione basata sull'enfasi delle cose negative, mentre ci sono tante cose belle che non vengono sottolineate C'è quasi un autocompiacimento nello strillare il male. Eppure, persino dentro una situazione drammatica c'è un punto di vista della speranza. Anche l'arte dovrebbe avere questa apertura. Noi attori dovremmo far sì che le persone quando escono da uno spettacolo si sentano arricchite. Purtroppo, non sempre trovo proposte che rispondono a questo mio modo di vedere. Ci si preoccupa se un lavoro avrà successo o meno, ma non dei contenuti.

Ma non teme di essere messa ai margini del mondo dello spettacolo? le chiediamo. Pazienza - risponde placidamente - vuol dire che la vita mi chiama a fare altro.

 

 

Un futuro tutto da scrivere

 

E il futuro? Diciamo che cerco di correre con gli occhi fissi su Gesù, come diceva san Paolo. So che quella è la strada. Poi quello che deve essere, sarà. Questo non vuol dire che non sono concreta. Essere cristiani vuol dire essere molto concreti, incarnati nella realtà, quindi faccio anch'io le mie cose, ho i miei progetti, che porto avanti con determinazione. Adesso, per esempio, sto montando un documentario girato in Africa e molti brani li hanno filmati i ragazzi di strada in Etiopia e in Burundi. Poi vorrei portare in Italia uno spettacolo che hanno realizzato i ragazzi ospiti della Città dei Giovani di Bujumbura, in Burundi. Vorrei far conoscere il lavoro di padre Vincent Goncalves, che fa convivere ragazzi raccolti dalla strada, di etnie diverse in lotta tra loro. Sarebbe bello che le persone conoscessero dell'Africa non solo le cose negative, ma anche la vitalità, la spiritualità.

Padre Vincent ha un altro obiettivo: realizzare un dormitorio per 80 ragazzi e una mensa da 500 pasti al giorno. Madrina del progetto, chiamato Futuro aperto, sarà proprio Claudia, quella stessa che da bambina raccontava alla nonna, che aveva perduto la vista, le immagini che non poteva vedere in tv e che oggi vuole raccontare all'Occidente ciò che non vuole vedere. 

Andrea De Biagi

http://www.santantonio.org

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