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«Celebrare la fede in Gesù Signore»

L'espressione «nuova evangelizzazione» è progressivamente passata da neologismo a indiscusso programma ecclesiale. Avere il coraggio di riportare la domanda su Dio dentro questo mondo; avere il coraggio di ridare qualità e motivi alla fede di molti delle nostre Chiese di antica fondazione, questo è il compito specifico della nuova evangelizzazione.


«Celebrare la fede in Gesù Signore»

da Teologo Borèl

del 14 novembre 2012 

 

1. Nella missione della Chiesa          

“Noi non possiamo tacere” (At 4,20): “Il compito fondamentale della Chiesa (…) è di dirigere lo sguardo dell’uomo (…) verso il mistero di Cristo” (Giovanni Paolo II, Redemptoris missio, 4). «Per sua natura missionaria» (AG 2), la Chiesa ha come compito di riflettere sul mondo la luce di Cristo: Lumen gentium cum sit Christus, come recita l’incipit di Lumen gentium. Non vi è altra luce data alla Chiesa se non quella di Cristo, ragione per cui i Padri interpretavano la Chiesa a partire dal Mysterium Lunae: Fulget Ecclesia non suo sed Christi lumine, scrive sant’Ambrogio. La recente esperienza del Sinodo, a cui ho avuto la grazia di partecipare in qualità di delegato dei Vescovi italiani, ha fatto eco a queste commoventi parole del Concilio e alla passione apostolica che le hanno ispirate, riaffermando come il Concilio Vaticano II indichi che gli articoli di fede sulla Chiesa dipendono interamente dagli articoli concernenti Gesù Cristo (cf. CCC 748). Infatti, strettamente e inscindibilmente legata al mistero del suo Signore, nasce e si sviluppa la missione della Chiesa nelle sue molteplici forme, tutte centrate sull’evangelizzazione, che l’Evangelii nuntiandi (1975) ha ben tratteggiato. Si tratta di un «processo complesso» che tiene insieme «rinnovamento dell’umanità, testimonianza, annuncio esplicito, adesione del cuore, ingresso nella comunità, accoglimento dei segni, iniziative di apostolato» (EN 24).  

È interessante notare che: 1) tale processo prende avvio dal coinvolgimento dei cristiani nel grande progetto d’amore di Dio sull’uomo; 2) la testimonianza precede l’annuncio esplicito ed è determinante l’ingresso nella comunità come luogo evangelizzante; 3) è vitale l’accoglienza dei segni (i segni della fede: soprattutto i sacramenti e la vita liturgica); 4) l’evangelizzazione accolta diventa abilitazione all’annuncio, nuovo slancio missionario che riattiva il processo del farsi della Chiesa.            

«Non si insisterà mai abbastanza sul fatto che l’evangelizzazione non si esaurisce nella predicazione e nell’insegnamento di una dottrina. Essa deve raggiungere la vita: la vita naturale alla quale dà un senso nuovo, grazie alle prospettive evangeliche che le apre; e la vita soprannaturale, che non è la negazione, ma la purificazione e la elevazione della vita naturale. Questa vita soprannaturale trova la sua espressione vivente nei sette Sacramenti e nella loro mirabile irradiazione di grazia e di santità» (EN 47).  

 

2. Con una nuova evangelizzazione            

Il recente Sinodo su La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana, che si è celebrato nell’ottobre scorso, è stato un evento che ha messo al centro della sua attenzione l’annuncio del Vangelo dentro contesti profondamente mutati e non raramente inospitali, se non impermeabili alla seminagione evangelica. La missione della Chiesa, chiara e precisa nei suoi termini in epoca di cristianità – nella quale la catechesi era per i Paesi e i gruppi sociali che avevano abbracciato la fede, per meglio conoscerla e praticarla, mentre la missione era per i Paesi e i gruppi sociali che non conoscevano Cristo, per convertire e accogliere i battezzati nella comunità credente –, si è fatta oggi più articolata. Si tratta sempre dell’unica missione della Chiesa che ha come soggetto la comunità cristiana, ma che soprattutto a partire da Christifideles laici (1988) n. 34 e Redemptoris missio (1990) n. 34 è stata meglio calibrata per le diverse situazioni: 1) nei confronti di coloro che non sono mai stati cristiani vi è la missione specifica ad gentes; 2) nei confronti dei cristiani praticanti la cura pastorale; 3) nei confronti di coloro che non sono più cristiani la nuova evangelizzazione. Naturalmente, bisogna tener conto del fatto che i confini tra queste attività della Chiesa non possono essere considerati troppo rigidi e che esse si richiamano a vicenda, se non altro per il fatto che «la missionarietà ad intra è segno credibile e stimolo per quella ad extra, e viceversa» (RM 34).          

Negli ultimi tre decenni, l’espressione «nuova evangelizzazione» è progressivamente passata da neologismo a indiscusso programma ecclesiale. Di fatto, la nuova evangelizzazione si è affermata prima come motivo dominante del pontificato di Giovanni Paolo II, e negli ultimi anni come tema nuovamente propulsivo per la vita ecclesiale. Se per il Papa “venuto da lontano” nuova evangelizzazione significava soprattutto mettere nuovamente a tema la dimensione missionaria della Chiesa dopo una fase di rallentamento, per Benedetto XVI si aggiunge quella che sembra una caratteristica peculiare del suo pontificato, vale a dire l’impegno per la conversione della Chiesa a partire dalla conversione dei cuori. Egli ha messo in chiaro anche lo stretto legame tra nuova evangelizzazione ed evento conciliare, affermando esplicitamente che «la nuova evangelizzazione è iniziata con il Concilio». Ma a chi si rivolge, precisamente? Già secondo l’Instrumentum laboris, «i destinatari della nuova evangelizzazione appaiono sufficientemente identificati: si tratta di quei battezzati delle nostre comunità che vivono una nuova situazione esistenziale e culturale, dentro la quale di fatto è compromessa la loro fede e la loro testimonianza. La nuova evangelizzazione consiste nell’immaginare situazioni, luoghi di vita, azioni pastorali che permettano a queste persone di uscire dal “deserto interiore”, immagine usata da papa Benedetto XVI per raffigurare la condizione umana attuale, prigioniera di un mondo che ha praticamente espunto la questione di Dio dal proprio orizzonte. Avere il coraggio di riportare la domanda su Dio dentro questo mondo; avere il coraggio di ridare qualità e motivi alla fede di molti delle nostre Chiese di antica fondazione, questo è il compito specifico della nuova evangelizzazione». I moltissimi interventi al Sinodo hanno confermato questa lettura, aggiungendo che la nuova evangelizzazione è valida e opportuna anche per numerose giovani chiese e che essa, inoltre, non deve raffreddare l’entusiasmo per la missio ad gentes.            

L’Anno della fede, solennemente inaugurato nella data l’11 ottobre, ha come primo obiettivo quello di ravvivare la fede di credenti che vivono in modo tiepido l’eredità cristiana, che hanno lasciato illanguidire la fede interrompendo il contatto vitale con la comunità cristiana. Va tenuto in conto che, avvicinando queste persone, non si ha a che fare con un terreno vergine, ma segnato da una lontananza culturale ed emotiva oltre che fisica; con la presenza, a volte, anche di pregiudizi nei confronti del cristianesimo. Ciò non deve indebolire, ma rinforzare il desiderio di «far risplendere la Parola di verità che il Signore Gesù ci ha lasciato», perché il Vangelo sia nuovamente proclamato a tutti e a ciascuno.  

 

3. A partire dalla divina liturgia            

Come fare tutto questo? Come raggiungere gli uomini distratti e indifferenti del nostro tempo per annunciare nuovamente Gesù Cristo quale unico e universale salvatore? Ogni discorso sui cosiddetti «lontani» mette sempre di nuovo in causa quelli che sono «vicini», interpellando la qualità e lo spessore della loro fede. Più volte, negli interventi al Sinodo, è stata sottolineata la necessità che la Chiesa e i cristiani si lascino pienamente evangelizzare per poter a loro volta annunciare in modo credibile il Vangelo di salvezza. È vero, infatti, che la conversione originaria riguarda chi annuncia il Vangelo prima che il destinatario di tale annuncio. Ed è anche vero che uno dei luoghi decisivi dove si realizza la conversione permanente dei cristiani è la liturgia. Non a caso una delle propositiones consegnate al papa in vista dell’esortazione postsinodale, precisamente la n. 35, indica la liturgia come «la principale e più potente espressione della nuova evangelizzazione… L’evangelizzazione nella Chiesa richiede una liturgia che sollevi il cuore degli uomini e delle donne a Dio. La liturgia non è solo un’azione umana, ma un incontro con Dio che conduce alla contemplazione e a un approfondimento dell’amicizia con Dio. Vista in questo modo, la liturgia della Chiesa è la migliore scuola della fede» . Di fatto, senza liturgia è impossibile qualsiasi forma di evangelizzazione e di maturazione della fede, da più punti di vista. Innanzitutto «la liturgia, nel momento stesso in cui invoca Gesù, è incaricata di continuare in modo reale e mistico la sua presenza, la sua azione e la sua parola in mezzo agli uomini» . Il suo compito di «continuare Gesù»  non è in alcun modo paragonabile ad altre forme di mediazione dello Stesso proprie della organizzazione ecclesiastica; inoltre, se raffrontata con la teologia, si può sostenere che essa ha il compito di rendere pqesta presenza vicina, sperimentabile, popolare. A ben vedere, «la liturgia contiene la parte di gran lunga più importante del deposito della fede», e non è eccessivo affermare che «essa è lo strumento più nobile del magistero ordinario della Chiesa» . In secondo luogo, come argomenta uno dei padri della riforma liturgica del XX secolo, Odo Casel, la liturgia vincola il cristiano all’oggettivo, essendo il culto il “qui e ora” dell’azione salvifica di Cristo attraverso un’espressione simbolica riconoscibile da tutti .            

Queste prospettive, che hanno trovato nella Sacrosanctum concilum (1963) piena maturazione, non sempre sono state rispettate. Infatti, a volte, hanno prevalso correnti antirituali che per contrastare un «culto senza vita» – come si usava dire, in nome di una presunta purezza della fede –, hanno spalancato le porte a una «vita senza culto», deritualizzata e privata della sua simbolizzazione religiosa. La qual cosa ha portato allo spegnersi della fede di molti o alla sua diluizione in forme generiche di servizio anche generoso al mondo.            

Un interessante punto di osservazione del nostro tema è anche il cammino postconciliare della Chiesa italiana su evangelizzazione e sacramenti, che ha dato certamente buoni frutti nel chiarire come celebrazione e annuncio sono tra loro inscindibili, ma non ha evitato del tutto una certa strumentalizzazione della liturgia, piegandola ad  una ulteriore via di catechesi oppure a sbocco finale della stessa. Alla base di queste posizioni si può individuare un evidente «errore antropocentrico»  che fa dipendere la liturgia da esigenze pastorali contingenti, pensandola di volta in volta o a servizio della trasmissione di determinati contenuti o come forma efficace di socializzazione ecclesiale. «Dove è così – puntualizza Ratzinger – si parla forse ancora di Dio, ma Dio non ha in realtà alcun ruolo; si tratta solo di venire incontro e di accontentare le persone e le loro esigenze. Ma proprio così non viene destata alcuna fede, perché la fede ha a che fare con Dio, e solo ove la sua vicinanza si fa presente, solamente ove gli scopi umani si ritirano davanti al rispetto reverenziale per lui, nasce quella credibilità che dà luogo alla fede» .                

Ma, chiediamoci, quali le prospettive emerse in proposito dal Sinodo dei Vescovi? Se «la Chiesa è lo spazio che Cristo offre nella storia per poterlo incontrare… – si legge nel messaggio indirizzato al popolo di Dio – la bellezza della fede deve risplendere, in particolare, nelle azioni della sacra Liturgia, nell’Eucaristia domenicale anzitutto. Proprio nelle celebrazioni liturgiche la Chiesa svela infatti il suo volto di opera di Dio e rende visibile, nelle parole e nei gesti, il significato del Vangelo» . L’incontro personale di Gesù Cristo nella Chiesa avviene principalmente attraverso la liturgia, in specie la celebrazione eucaristica, luogo di rigenerazione della fede anche e soprattutto in senso missionario. La partecipazione all’eucaristia domenicale per i praticanti o per chi, lontano dalla Chiesa, si trova coinvolto in battesimi, cresime, matrimoni o funerali, è momento di intenso vissuto di fede e qualificata possibilità di annuncio della stessa.            

La propositio n. 35 del Sinodo sulla liturgia, sopra citata, nella sua insistenza sul tema della bellezza (tra l’altro sviluppato in un’intera propositio, la n. 20) fa capire come la liturgia sia evangelizzatrice soprattutto nella sua capacità di attrazione. L’evangelizzazione, fin dagli inizi, non avviene solo mediante l’annuncio verbale, ma, come testimoniano gli Atti degli Apostoli, attraverso una forma di vita comunitaria che ha il suo vertice nell’azione liturgica dello spezzare il pane. Il sommario di At 2,42-47 si conclude riconoscendo che «il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati» (2,47). Una dinamica centripeta che si ripete in Atti 5,14 («Sempre più venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne»), e che ha a che fare, oltre che con l’azione benefica di guarigione nei confronti dei malati, con la costante preghiera degli apostoli al tempio. Parlando al clero della diocesi di Roma, il 22 febbraio 2007, Benedetto XVI afferma che «se celebriamo l’eucaristia come ascolto prima, poi come risposta [rispettando così il primato di Dio, ndr], la celebriamo bene. E la gente viene attirata attraverso la nostra preghiera comune nel novero dei figli di Dio».  

 

4. Alcune questioni su cui riflettere           

La prima: se l’evangelizzazione e la liturgia si integrano all’interno della stessa missione della Chiesa, è possibile e, più ancora, è proficuo, stabilire un “ordine di precedenza” tra questi due munera caratterizzanti la vita della comunità cristiana? La nota pastorale della CEI Evangelizzazione e Sacramenti (12/7/1973) sembra abbia preso una netta posizione: «Alla base di tutto, deve essere con insistenza ribadito il primato dell’evangelizzazione, che solleciti una salutare inquietudine di fronte alle mutate condizioni e quindi alle carenze evidenti di certi metodi del passato. Se ci si limitasse ancora a concentrare l’attenzione quasi unicamente sulla prassi sacramentale, si finirebbe col ridurre il sacramento, avulso dal suo vitale contesto di fede, a un puro gesto di pratica esteriore, senza riflessi concreti e fecondi nella vita. Solo una convinzione profonda di tutti gli operatori della pastorale sulla priorità dell’evangelizzazione riuscirà a superare abitudini e stanchezze, e a imprimere una spinta vigorosa all’azione apostolica della Chiesa in tutti i suoi settori» (n. 61). Lo stesso documento però dichiara che Parola e Sacramento formano un tutt’uno, sono due aspetti di un unico processo salvifico (n. 27), perché, come insegna il Concilio Vaticano II, il legame tra l’evangelizzazione e i sacramenti trova la sua «radice nella stessa dimensione sacramentale propria dell’economia salvifica» (n. 32). Pertanto «la proclamazione della Parola e la celebrazione del Sacramento non possono essere concepite come due maniere parallele di vivere la fede in Cristo, e neppure ci si può contentare della Parola soltanto, o solo del Sacramento, in quanto e questo e quella hanno un’efficacia loro propria. Nel contesto cristiano, non si può separare ciò che Dio stesso ha voluto congiungere» (n. 28).            

La seconda questione riguarda la ‘qualità evangelizzatrice’ della liturgia. Come può la liturgia essere di aiuto all’evangelizzazione, trattandosi di un linguaggio che è di sua natura simbolico-rituale? Quale è dunque la peculiarità della liturgia in ordine alla evangelizzazione? Già questi interrogativi invitano a ricercare una risposta anche in una migliore precisazione del significato stesso della parola “evangelizzazione”, che di per sé non è solo comunicazione di una informazione su Dio o un messaggio che viene trasmesso a nome di Dio, ma implica il coinvolgimento della vita di colui che viene evangelizzato così come di quella dell’evangelizzatore.

 

5.  Due orientamenti di cui tener conto            

Date queste premesse, due orientamenti appaiono necessari. Il primo, di carattere più esterno, riguarda la preziosa opportunità pastorale che le varie celebrazioni liturgiche costituiscono in ordine all’evangelizzazione. Pensiamo in particolare alla celebrazione del Battesimo dei bambini, che moltissime famiglie, anche se non più praticanti, oggi ancora chiedono. Pensiamo a quando due giovani, decidendo di unire le proprie vite per costituire una famiglia, pensano al matrimonio e bussano alle porte delle nostre parrocchie. A volte non sono ben consapevoli della portata della loro richiesta, a volte sono spinti solo dalle loro famiglie di origine o dal fascino che la ritualità della Chiesa ancora può offrire. È comunque un’occasione in cui accolgono con disponibilità anche l’invito ad una preparazione immediata che può dischiudere loro un nuovo cammino e nuove prospettive di fede. Pensiamo poi al momento della sofferenza e della morte, nel quale la domanda del “rito” cristiano rivela il desiderio, magari espresso in modo non sempre consapevole, di cercare conforto e speranza nella comunità credente, come luogo proprio della presenza di un “mistero che vince la morte”. Lo hanno sottolineato bene i Vescovi italiani nella presentazione al Rito delle Esequie da poco entrato in vigore: «La Chiesa, affermando che ogni celebrazione liturgica è il culmine e la fonte del suo agire, al punto che nessun’altra sua azione ne uguaglia l’efficacia (SC 10), è consapevole che le esequie cristiane costituiscono una situazione particolarmente favorevole per annunciare la morte e la risurrezione del Signore non solo ai credenti ma anche a coloro che non credono. Infatti, i gesti e le parole del rito che annunciano il Vangelo della speranza possono essere eloquenti per tutti, nella misura in cui sono compiuti in spirito e verità» (Rito delle Esequie, Presentazione CEI, n. 6).            

Il secondo orientamento ci conduce a considerare il rapporto tra evangelizzazione e liturgia come decisivo in ordine all’efficacia della missione della Chiesa. La Chiesa infatti, celebrando il mistero pasquale, ne proclama la perenne attualità, e riconosce che nell’azione liturgica l’evento di Cristo e la storia dell’uomo si compenetrano e si compongono in unità. Se infatti l’evangelizzazione è flebile, spesso questo è il risultato di cristiani deboli, che non vivono profondamente i misteri che celebrano. Quando la partecipazione alla liturgia viene considerata come una delle “tante cose da fare”, senza lasciarsi trasformare e coinvolgere in profondità dal mistero celebrato, anche lo slancio e la passione per il Vangelo e per il suo annuncio. La forza evangelizzante della liturgia è tanto più arricchita di vigore quanto più alta è la qualità dell’esperienza che si vive. Si realizza così quanto detto dalla prima lettera di Giovanni: «Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita (…) noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi» (1Gv 1,1-3). L’apostolo qui ci parla dell’esperienza di fede che coinvolge l’uomo in tutte le dimensioni della sua vita, e per esprimere questo utilizza immagini che rimandano all’esperienza sensibile: udire, vedere, toccare, contemplare. Sono i verbi che descrivono anche ciò che l’uomo sperimenta nella celebrazione liturgica. La dinamica della fede non può essere ridotta all’accoglienza di alcuni contenuti veritativi, ma comporta l’aprire la porta del cuore a Cristo. Infatti «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (Deus caritas est, n. 1). Vivere la liturgia, dunque, in particolar modo la celebrazione dell’Eucaristia, come reale incontro con Cristo, riscalda il cuore (cfr. Lc 24,32) e aiuta a capire che fede autentica è quella che è pervasa da amore per il Signore, così come egli lo ha descritto additando il «primo di tutti i comandamenti» (cfr. Mc 12, 28-31).  Un amore dunque che coinvolge il cuore come autentica passione per Gesù Cristo: all’apostolo Pietro infatti il Signore non richiede solo una professione di fede che esprima la verità della persona di Gesù come Figlio di Dio (Mt 16,16), ma anche di dichiarare tutto il suo amore per lui (cfr. Gv 21,15-19). Un amore però che sappia essere “intelligente”, che sappia cioè intus-legere, entrare progressivamente nella logica di Dio, con una ragione che non rinunci alla fatica della ricerca e a rendere ragione della propria speranza (1 Pt 3,15).          

Un amore infine che si dispiega in tutta la “forza” dell’uomo, in tutte le sue energie, del corpo e dello spirito. Proprio per questo non è pensabile un amore per Dio solo intimistico o emotivo. La celebrazione liturgica, infatti, riscatta e purifica l’amore dell’uomo verso Dio dal rischio di un soggettivismo illusorio, che pretende di amare Dio con modalità che l’uomo pensa siano le migliori o le più rispondenti ai suoi propri bisogni. Invece, il valore “oggettivo” del rito, che l’uomo non si inventa volta per volta, mette in atto la fede nella modalità voluta da Gesù. Nel rito liturgico infatti l’uomo agisce non come primo attore, ma come destinatario dell’azione di Dio che è il grande Protagonista; nel rito l’uomo è attivamente presente, ma a sua volta viene trasformato da ciò che celebra. L’actuosa participatio, auspicata dal Concilio (cfr. SC 14), esige quindi di essere compresa nella sua giusta prospettiva. A questo proposito è illuminate il testo di SC 48: «Perciò la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero della fede, ma che, comprendendolo bene per mezzo dei riti e delle preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano istruiti dalla Parola di Dio; si nutrano alla mensa del Corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo l’ostia immacolata, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino a offrire se stessi, e di giorno in giorno, per mezzo di Cristo Mediatore, siano perfezionati nell’unione con Dio e tra di loro, di modo che Dio sia finalmente tutto in tutti».            

Qui la «partecipazione» alla celebrazione eucaristica viene delineata in tutti i suoi aspetti. Vi è senz’altro presente la preoccupazione di favorire la comprensione del mistero celebrato e la necessità di una partecipazione consapevole e devota, ma la partecipazione actuosa viene poi declinata attorno ad alcune azioni fondamentali: lasciarsi istruire dalla Parola di Dio, nutrirsi alla mensa del Corpo del Signore, rendere grazie a Dio, offrire nel sacrificio di Cristo se stessi. Non è quindi solo questione di rispondere a voce alta, di cantare o di compiere movimenti, per non restare muti spettatori, ma soprattutto “arrendersi” allo Spirito e lasciarsi introdurre nella liturgia del cielo dove, con i Santi e gli Angeli, viene offerto l’eterno sacrificio dell’amore obbediente del Figlio. E in questa oblazione portare se stessi. Ecco perché la liturgia costituisce un’autentica “porta della fede”: da un lato infatti la celebrazione presuppone e irrobustisce la fede, ma dall’altro nella celebrazione la fede stessa è in atto.            

Se vissuta in questo modo la celebrazione liturgica è essa stessa evangelizzante, nel senso che conduce all’incontro con Cristo e lo realizza, trasforma il cuore dell’uomo e ne  suscita la risposta che non può che essere la passione per Gesù Cristo. La liturgia, se ben celebrata e vissuta, opera la conversione del cuore e della vita, perché l’azione di Dio in essa è trasformante. Il Santo Padre, commentando la nota espressione di san Benedetto mens concordet voci, così esplicita questa caratteristica della celebrazione liturgica: «Il Santo insegna che nella preghiera dei Salmi le parole devono precedere la nostra mente. Abitualmente non avviene così, prima dobbiamo pensare e poi quanto abbiamo pensato si converte in parola. Qui invece, nella liturgia, è l’inverso, la parola precede. Dio ci ha dato la parola e la sacra liturgia ci offre le parole; noi dobbiamo entrare all’interno delle parole, nel loro significato, accoglierle in noi, metterci noi in sintonia con queste parole; così diventiamo figli di Dio, simili a Dio. Come ricorda la Sacrosanctum Concilium per assicurare la piena efficacia della celebrazione “è necessario che i fedeli si accostino alla sacra liturgia con retta disposizione di animo, pongano la propria anima in consonanza con la propria voce e collaborino con la divina grazia per non riceverla invano” (n. 11). Elemento fondamentale, primario, del dialogo con Dio nella liturgia, è la concordanza tra ciò che diciamo con le labbra e ciò che portiamo nel cuore. Entrando nelle parole della grande storia della preghiera noi stessi siamo conformati allo spirito di queste parole e diventiamo capaci di parlare con Dio» (Udienza generale del 26 settembre 2012).           

Potremmo aggiungere, diventiamo capaci di essere annunciatori del Vangelo. La celebrazione liturgica, infatti, è evangelizzante anche perché conduce alla missione secondo l’incisiva affermazione del beato Giovanni Paolo II: “la missione è un problema di fede” (RM 11), e la fede è nutrita nella vita liturgica. Quando l’incontro con Cristo è stato profondamente vissuto, ha acceso l’amore nel cuore, necessariamente diventa un amore ospitale verso i fratelli, un amore che si prende a cuore la sorte dei propri fratelli e sorelle e che quindi non trattiene l’entusiasmo dell’esperienza vissuta, ma desidera comunicarla, trasmetterla, renderne partecipi gli altri, proprio come scrive l’apostolo Giovanni nella sua prima lettera: «quello che abbiamo veduto e udito noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi» (1 Gv 1,3). Come dice Benedetto XVI nell’esortazione apostolica Sacramentum caritatis: «Veramente non c’è niente di più bello che incontrare e comunicare Cristo a tutti (…). Non possiamo accostarci alla Mensa eucaristica senza lasciarci trascinare nel movimento della missione che, prendendo avvio dal Cuore stesso di Dio, mira a raggiungere tutti gli uomini. Pertanto, è parte costitutiva della forma eucaristica dell’esistenza cristiana la tensione missionaria» (n. 84).            

Tra le formule di congedo presenti nel rito della Messa ne troviamo una particolarmente significativa in ordine alla nostra riflessione: «Andate e portate a tutti la gioia del Signore risorto». Questa formula opera bene il legame tra la celebrazione eucaristica e la missione cristiana nel mondo. Come leggiamo in Sacramentum caritatis, la “dimissione” si trasforma in “missione”, esprimendo sinteticamente la dimensione missionaria della Chiesa. Per questo «è bene aiutare il Popolo di Dio ad approfondire questa dimensione costitutiva della vita ecclesiale, traendone spunto dalla liturgia» (n. 51). È l’impegno che ci attende in questo anno della fede nel quale siamo chiamati a valorizzare pienamente tutte le risorse che la tradizione della Chiesa ci offre, prima tra tutte la fedele celebrazione del mistero di Cristo. Card. Angelo Bagnasco

Card. Angelo Bagnasco

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