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Cara Lea, comincia ad amare Maria

Mia dolce principessa watussa, se non vuoi iniziare a ordinare i bambini su Internet, se vuoi continuare ad andare da Zara e se non vuoi anche tu ridurre la donna a scimmia, non ti dimenticare del vero fascino della Vergine.


Cara Lea, comincia ad amare Maria

da Teologo Borèl

del 28 marzo 2007

Carissima Lea,

non so per quale via tu sia arrivata alla fede. Negli ultimi tempi si mette l’accento sulla ragione: la ragione serve per trovare la fede e la fede serve per non perdere la ragione. D’accordissimo. Non credere in Dio è irragionevole, se esiste la Creazione non è possibile non esista il Creatore. Tutti gli uomini lo capiscono, e se non lo capiscono lo sentono, e se non lo sentono almeno lo sospettano. Tutti gli uomini tranne qualche talpa che magari scrive libri e pontifica dagli schermi ma sempre talpa rimane.

Eppure sono sicuro che perfino una talpa, quando le capiti davanti, sia costretta a farsi una domanda: com’è possibile che il nulla abbia prodotto questa watussa di 179 centimetri? L’unico metodo che hanno a disposizione per liberarsi dello spettacolo di te, per ridurlo alla loro talpesca dimensione, si chiama evoluzionismo. Possono dire che discendi da una scimmia, da una qualche scimmiona scesa dagli alberi della tua Africa, e dopo averti classificato come bestia ben riuscita tornarsene tranquille ai loro cunicoli. Che vuoi farci: in San Tommaso la bellezza della donna conduce a Dio, nelle talpe evoluzioniste porta al gorilla, o all’orango.

Credere è ragionevole e rende ragionevoli. “La fede in Cristo” dice Giacomo Biffi, il mio cardinale preferito, “ci salva prima di tutto dalla perdita della ragione”. L’uomo che pensa di non avere niente e nessuno sopra di sé finisce col credersi onnipotente e, non disponendo di un cervello adeguato alla propria presunzione, impazzisce. I risultati li abbiamo sotto gli occhi, non c’è bisogno di elencarli. Sono in tanti a denunciare la follia strisciante dell’eugenetica e dell’eutanasia. Ma c’è un fenomeno che mi impressiona particolarmente proprio perché non sembra impressionare nessuno: le madri in affitto. Che per amore di verità, per evidenziare la bestialità della pratica, andrebbero chiamate uteri in affitto. Tu che fai l’infermiera in un grande ospedale dovresti esserne al corrente, quindi non entro in dettagli tecnici. Rimarrò sulle generali: gli evoluzionisti vogliono ridurre la donna a scimmia, i ginecologi a vacca.

Quando facevo l’istituto agrario era già molto diffusa l’inseminazione artificiale delle bovine che anziché dal toro venivano penetrate da una siringa. Pensavo più che altro al povero toro ridicolizzato nella sua virilità da vagine artificiali ed elettroeiaculazioni, e non erano fisime di animalista, figurati, ma preoccupazione di maschio che si ricordava la frase di un poeta latino: “De te fabula narratur”. Anche se non ti sembra, la favola sta parlando di te. Insomma mi sembrava uno sfregio alla natura e presentivo che oltre a vitelli standardizzati e iperproduttivi ne avremmo ricavato anche un mucchio di guai. Eccoci qua.

Cercano di far diventare cosa normale anzi trendy che due ricchi omosessuali affittino l’utero di una disgraziata e dopo il parto le strappino la creatura che ha nutrito di placenta e di pensieri per nove mesi. A Los Angeles c’è una clinica che per 60 mila dollari fornisce bambini chiavi-in-mano a sodomiti benestanti di tutto il mondo. Una volta ai vampiri ficcavano un paletto di legno nel cuore, adesso li intervistano e li fotografano sorridenti sui giornali. Il titolare della clinica si vanta di avere avuto fra i propri clienti anche due coppie di stilisti milanesi. Perciò Lea mi raccomando, quando devi comprare qualche vestito lascia perdere le grandi firme ed entra da Zara o Benetton, da un lato risparmi, dall’altro i tuoi soldi non serviranno a finanziare la tratta dei bambini. L’intera faccenda non sembra importare a nessuno, salvo alla chiesa che è l’unica a combattere, derisa e isolata, contro questo groviglio di prostituzione, schiavismo e razzismo (ovviamente il primo parametro richiesto alla donatrice dell’ovulo è il colore della pelle).

Papa Benedetto XVI parla spesso di “valori non negoziabili” e la maternità è appunto uno di quei valori sacri che nessuno dovrebbe permettersi di umiliare e comprare. Ti ho fatto un caso-limite, i sodomiti che ordinano i bambini come si ordinano i libri su Internet, ma esistono tante situazioni ambigue, ad esempio in quel verminaio che sono le adozioni internazionali, dove l’egoismo si veste di buoni sentimenti e una Angelina Jolie o una blasfema Madonna possono procurarsi i figli che vogliono all’orfanotrofio più bisognoso di dollari. Dissacratrici e irragionevoli: se volessero davvero il bene dei bambini in questione (e dei loro miseri genitori) manderebbero dei soldi per farli mangiare, vestire e studiare nell’ambiente in cui sono nati. Ma figuriamoci.

Quindi nella vera religione, la religione nata alle sorgenti del Giordano dall’incontro fra Cristo figlio di Dio e Pietro figlio di Giona, la ragione ha un ruolo fondamentale. Eppure io sono entrato nel suo spazio salvifico per un’altra via. La via dell’amore. L’amore per Maria. So bene che il culto mariano è considerato devozione da donnette, mentre un uomo colto dovrebbe leggere i Padri della chiesa direttamente in latino e greco antico. Lo so bene ma continuo per la mia strada, primo perché ho sempre preferito la compagnia femminile rispetto a quella maschile, secondo perché nel Vangelo la parola cultura non l’ho trovata nemmeno una volta e la parola amore invece spunta dappertutto. Indica addirittura un segno di riconoscimento: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Vangelo di Giovanni 13, 35). Si dice inoltre che la devozione mariana affondi le proprie radici in culti precristiani come quello della Grande Madre. Embè? “E’ un perfetto cattolico solo chi edifica la cattedrale della sua anima su cripte pagane” ha detto un grande, semisconosciuto scrittore sudamericano, Nicolás Gómez-Dávila. Cristo non viene per fare tabula rasa, chi pensa in questo modo lo confonde con Robespierre o Lenin. Cristo viene per dare un senso nuovo alle tradizioni antiche. Non per ribaltare ma per completare: ai dieci comandamenti aggiunge l’undicesimo, il comandamento dell’amore, piegando alle mutevoli esigenze della vita un sistema rigido, crudele e inefficiente, basato su regole non morali bensì moralistiche.

Il pericolo del formalismo, della parola pronunciata per abitudine che non è più capace di farsi carne, nella vita come nella religione (che sono la stessa cosa), è sempre in agguato. “Rust never sleeps” cantava Neil Young. La ruggine non dorme mai. Mi hai raccontato che in Africa le messe sono piene di entusiasmo e sentimento: “Qui sento freddezza come se Dio fosse più lontano, come se fosse impossibile averci un dialogo. Là cantano e ballano e battono le mani, invocano la sua salvezza nella loro vita presente”. L’Africa è grande e complicata eppure tutte le ragazze africane a cui ho chiesto lumi mi hanno risposto in modo analogo. I cattolici italiani e quindi gli italiani ci fanno la figura degli addormentati, degli arrugginiti, dei morti.

Generose viene dal Congo e abita a Torino: “Quando ero piccola ballavo alla messa la domenica, avevamo un gruppo di ragazzi che organizzava feste, sono in Italia da un anno e mezzo e sono andata in chiesa solo una volta e ho notato che non ci sono giovani, solo vecchi”. Dina abita a Vergato: “La messa in Ghana è molto diversa perché si canta di più, qui è monotona”. Florinda è del Camerun e abita a Modena: “Da noi la gente è più viva e calorosa, è contenta di essere in chiesa, canta sempre. Qui sembra piuttosto un dovere, è stato difficile abituarsi”. Duine è ruandese come te, abita a Savignano sul Rubicone e usa toni indignati: “In Italia c’è meno partecipazione, la gente dice che non trova il tempo di andare a messa. Per andare a ballare trova il tempo, per andare a mangiare fuori trova il tempo, ma per andare a pregare insieme agli altri non lo trova. E veramente non credo che pregano a casa come dicono!”. Gisèle è venuta a Firenze dal Camerun per dirmi parole terribili: “Qui la messa è triste come una messa di requiem, da noi la religione è vissuta in maniera effervescente al contrario di quello che vedo in Italia dove la chiesa è diventata per noi il cimitero della fede”. E mi guarda come se la colpa fosse mia. Io che in chiesa non ho mai ballato ma che ho ravvivato la scenografia cattolica accendendo milioni di candele alla Madonna nei santuari d’Italia e d’Europa: San Luca, Montallegro, Caravaggio, Curtatone, Oropa, Lendinara, Loreto, Montenero… Non esco mai dai confini patri ma per Montserrat e Medjugorie ho fatto eccezione. A dire il vero il mio soggiorno catalano non fu all’insegna del misticismo, e del santuario in cui Sant’Ignazio si convertì, deponendo spada e pugnale sull’altare della Vergine, ricordo soltanto una ragazza e i suoi sguardi insostenibili dietro occhiali da sole in stile Lolita. Era meglio se me ne stavo a casa.

Invece a Medjugorie ero molto concentrato e sperai davvero di vedere se non proprio la Madonna almeno qualche fenomeno accessorio come il movimento del sole. Niente da fare, tornai a Trieste avvilito. Soltanto dopo capii che non è lei che deve apparire a noi, siamo noi che dobbiamo apparire a lei. Il pellegrinaggio è già un miracolo. Tante persone di età, condizioni ed etnie diverse affollandosi davanti alla stessa Madre si dichiarano figli e quindi fratelli. Il mondo, in particolare l’Europa, sta rapidamente diventando un’immensa babele. Io cammino per strada e mi vedo circondato da stranieri ma parlando con stranieri ho capito che anche loro hanno la stessa sgradevole sensazione. Ho scoperto che le camerunesi sfuggono i senegalesi perché questi ultimi essendo musulmani sono irrispettosi verso le donne. I filippini non si mescolerebbero mai con i turchi, e viceversa. I làpponi non possono vedere gli svedesi. Siamo tutti stranieri a tutti. Africa e Asia sono soltanto espressioni geografiche, ed espressione geografica sta tornando a essere l’Italia. Il mio popolo sta cercando di uscire dalla storia perché la storia costa sudore e sangue, e noi siamo diventati dipendenti dall’aria condizionata e dalle pensioni di vecchiaia. Ma dimenticare la storia non garantisce che la storia si dimentichi di te.

Carissima Lea, ti scrivo perché vieni da un paese in cui il sangue è corso a fiumi, dal Ruanda dove nel 1994 si scatenarono le forze del male e in cento giorni fecero un milione di morti. Dodici anni prima la Madonna era apparsa a Kihebo: “Ndi Nyina Wa Jambo”. Io sono la Madre del Verbo, se non sbaglio. Predisse tutto ma non la ascoltarono come non la ascoltarono a Fatima (quando parlò del comunismo che avrebbe inghiottito mezza Europa) e nemmeno a Medjugorie, prima della guerra in Bosnia. Maria chiama tutti alla conversione, ovvero al rispetto del comandamento dell’amore, ma a risponderle, anche nei paesi a teorica maggioranza cristiana, è sempre una minoranza, il famoso “piccolo gregge” di cui parlava Papa Paolo VI. Se abbiamo letto il Vangelo non siamo autorizzati a stupirci, è stato Gesù a definire Satana “il principe di questo mondo”. Le folle, le masse, sotto la crosticina della civiltà nascondono gli spiriti animali della barbarie, sempre pronta a schizzare fuori. Perciò scrivo a te, principessa watussa, che conosci gli effetti del comandamento dell’odio e forse puoi capire la mia ansia evangelizzatrice. Non sono Martin Luther King e nemmeno Walter Veltroni eppure anch’io ho fatto un sogno: che tutti coloro che affollano l’Italia, nati qui o nati altrove, si mettano sotto al manto azzurro della Vergine. Nello stesso gesto di intimità e fiducia che si vede in certi affreschi senesi, penso alla Madonna della Misericordia di Benvenuto di Giovanni, con tutti gli omini inginocchiati sotto e gli angeli svolazzanti sopra. O alla pala del pittore fiammingo Hans Clemer, visibile a Saluzzo in Piemonte, in cui due santi tengono tese le ali del grande mantello scuro, per coprire il maggior numero di persone.

Non vedo un altro minimo comune denominatore per l’Italia che verrà. La lingua non basta: i tre popoli di Bosnia, gli hutu e i tutsi, i nazisti e gli ebrei linguisticamente si capivano benissimo. Il patriottismo? Non bisogna farci affidamento, da noi emerge solo in occasione dei mondiali di calcio. E negli intervalli fra un mondiale e l’altro? E se la nazionale perde? Per quanto riguarda i simboli siamo messi peggio del Ruanda quindi malissimo, noi che abbiamo diffuso l’arte in tutto il mondo non siamo stati capaci di disegnare una bandiera che fosse nostra e nostra soltanto, una bandiera in esclusiva come l’Union Jack inglese o la Stars and Stripes americana o il Disco Solare giapponese. Perfino il Libano è più originale di noi, con quel cedro piazzato al centro. Siamo afflitti da un tricolore seriale che ci hanno imposto i francesi (anche in Europa ci sono state le colonie) e che non significa nulla e non commuove nessuno.

Il mio adorato Carolus Cergoly, vecchio scrittore triestino quindi nostalgico dell’Imperatore d’Austria, poteva ironizzare facilmente: “Uno sbandierare di bandiere verdi bianche e rosse uno sbandierare di verde bianco rosso. Sono bandiere ungheresi? Sono bandiere italiane o messicane?”. Mussolini fece un ulteriore tentativo, cercò di unire gli italiani intorno ai simboli dell’Antica Roma: in quel caso il risultato anziché comico fu tragicomico.

Sia chiaro che l’idea di raccogliersi intorno a Maria non è farina del mio sacco. Ne hanno parlato grandi santi. “Due soli mezzi restano per salvarsi fra tanto scompiglio: devozione a Maria Santissima e frequente comunione” disse Don Bosco durante la persecuzione contro i cattolici che si scatenò in Italia a metà Ottocento. “La vittoria, quando avverrà, sarà una vittoria mediante Maria” ha lasciato scritto Papa Giovanni Paolo II nel suo testamento. Io sono uno che si accontenta, non ho bisogno di vincere.

All’innamorato basta la presenza della persona amata. A volte mi basta ascoltare l’Ave Maria di Fabrizio De Andrè e sentire gli occhi che si riempiono di lacrime. Nessun libro di teologia potrà mai fare questo effetto. Il linguaggio dell’amore è universale come quello della musica e della bellezza, ad esso strettamente imparentati: questi sono i linguaggi che i cristiani devono parlare. Alla Madonna a maggio dobbiamo offrire rose, e la nostra presenza davanti agli altari specie all’Assunta (15 agosto) e all’Immacolata (8 dicembre). E candele candele candele, convincendo i preti sedotti dall’Enel a ripristinare quelle di cera, affinché si sviluppi una devozione fiammeggiante (sarà vero come dici tu che i preti italiani sono teologicamente più preparati dei ruandesi, ma quanto a senso del sacro mi sembrano gli ultimi del pianeta).

Carissima Lea, mi hai ispirato questa lettera perché sei nata sulle rive del fiume che poi diventa Nilo, le cui acque sorressero la culla di Mosè e tranquillizzarono Maria durante la fuga in Egitto: i sicari di Erode non avrebbero più raggiunto il suo bambino.

E perché sei infermiera, mestiere sommamente cristiano: nei tuoi gesti vedo la donna che massaggiò piangendo i piedi di Cristo e poi la madre che, calato il figlio dalla croce, lo tenne per l’ultima volta fra le braccia, prima di consegnarlo a un sepolcro destinato a rimanere vuoto.

Che Maria preghi per noi.

Camillo

Camillo Langone

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