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Capitolo 74

Parlata: che pretenda il demonio e che cosa tema dai giovani - Il fine dell'anno scolastico e la distribuzione dei premii - Il Conte di Camburzano agli estremi; è raccomandato a D. Bosco perchè lo guarisca - D. Bosco lo visita, ma non dà risposta consolante: morte del Conte - Due suppliche di D. Bosco al Ministero delle Finanze perchè gli accordi la somma necessaria per pagare l'imposta della ricchezza mobile a Mirabello: il favore viene concesso D. Bosco chiede un sussidio al Conte Cibrario per la fabbrica della nuova chiesa - Amore di D. Bosco per la virtù della povertà e sua piena fiducia in Dio - Soccorsi meravigliosi della Divina Provvidenza.


Capitolo 74

da Memorie Biografiche

del 07 dicembre 2006

 Negli ultimi giorni di quell'anno scolastico Don Bosco non lasciava di ammonire i suoi cari alunni dell'Oratorio, perchè colla Comunione ben fatta ottenessero dal Signore la grazia del felice risultato dei loro esami: e si mettessero sotto la protezione della Madonna, acciocchè le vacanze recassero loro vantaggio e non danno. Si era nella novena della Madonna degli Angeli e del Soccorso. Degli avvisi da lui dati la Cronaca ci ha conservato un cenno di una sola parlata.

 

27 luglio

D. Bosco, parlando ai giovani, disse:

 - Voglio dirvi che cosa il demonio pretende da voi e che cosa teme. Il demonio vuole che voi stiate in ozio e teme grandemente se vi vede  occupati. Il perchè è questo: se voi state oziosi, anche lui sta ozioso: che se invece state occupati, anch'esso deve lavorare e andare in giro se vuole guadagnar qualche cosa. Al contrario se state oziosi, egli dice: “ Non ho più da lavorare: l'ozio fa le mie parti, ora per mezzo del giuoco, ora per mezzo delle mormorazioni, degli scandali, della bottiglia, di certi libri, ecc., ecc. ”.

In privato disse poi ad alcuni singolarmente: - Abbi molta confidenza nella Madonna, e dirai durante questa novena tutti i giorni il Magnificat.

 

Il 28 luglio, domenica, si fece la solenne distribuzione dei premii ai giovani dell'Oratorio. La cerimonia fu presieduta da Mons. Alessandro dei Conti Riccardi di Netro, Arcivescovo di Torino. Colla recita e col canto di un'ode scritta da D. Francesia veniva manifestata la comune letizia e riconoscenza al novello pastore; il quale, compiuta la cerimonia, con grande compiacenza visitava l'Oratorio, e benchè fosse sempre fermo nella sua idea, ripeteva a D. Celestino Durando che gli era a lato:

- Da parte mia state tranquilli che non vi farò mai la guerra!

A Lanzo presiedeva alla distribuzione dei premi Mons. Lorenzo Gastaldi, Vescovo di Saluzzo, che aveva dettato gli esercizi spirituali ai preti nel Santuario di S. Ignazio.

Il lunedì mattino dopo aver nell'Oratorio fatta la predica, cantato il Te Deum e salutati i giovani che partivano, Don Bosco si recava a Bricherasio; e di là scriveva a D. Rua:

 

Carissimo D. Rua,

 

Va' a vedere sul mio tavolino e prendi il volume del Casalis dove èvvi l'articolo Luserna.

Io l'ho dimenticato: fanne un pacco e portalo alla ferrovia, se è possibile di questa sera coll'indirizzo: - Al Sac. Bosco - Bricherasio, presso il Conte Viancino.

Io sto bene e vo' scrivendo lettere per ringraziare e ricorrere.

Dio ci benedica tutti e credimi nel Signore,

Bricherasio, 31 luglio 1867,

Aff.mo in G. C.

Sac. GIOVANNI Bosco.

 

 

 

Col volume richiesto D. Rua mandava al Venerabile una lettera indirizzata al Cavaliere Oreglia, per sapere quale risposta si poteva dare.

 

Fossano, 31 luglio 1867

 

Ill.mo e Car.mo mio sig. Cavaliere,

 

Vengo in questo momento dalla Contessa di Camburzano, che trovai immersa nella più profonda afflizione, come Ella può immaginarsi, conoscendo come, e da quanto tempo soffra il povero Conte Vittorio suo marito. Dopo avermi parlato della sua fiducia nelle preghiere del santo Sacerdote, che Ella così degnamente avvicina, e sebbene vedendolo, or son pochi giorni, non abbia potuto udire dalla sua bocca una parola di speranza, tuttavia, avendo udito narrare un fatto di una miracolosa guarigione ottenuta per le preghiere di Lui, mi disse avere, in uno slancio di fede, scritto una nuova lettera, in cui di bel nuovo gli si raccomandava calorosamente, per ottenere questa grazia per suo marito da Maria Immacolata, aiuto dei Cristiani. Sapendo che io conosco la S. V. da molto tempo, essa mi pregò di scriverle due parole unendo le mie alle sue preghiere, onde ottenere col patrocinio della S. V. presso questo grand'uomo di Dio, il quale possiede fra i suoi figli tante anime innocenti che sono in continua comunicazione con Dio, la grazia implorata, sempre che non si opponga alla volontà del Signore Iddio: od almeno che voglia conservarlo ancora accordandogli qualche tregua ai suoi patimenti, i quali riverberano così vivi nel cuore di questa pia e santa donna. Sapendo come il Signore e la Vergine nostra Madre non disprezzino, anzi vogliano che noi insistiamo nelle nostre preghiere con perseveranza, io non potei a meno di accondiscendere al suo desiderio; e per consolarla in qualche modo delle pene continue e dolorose con cui è visitata dal Signore, io mi fo' lecito di indirizzarle questa mia lettera, nella fiducia che Ella voglia perdonarmi questo tratto di confidenza, che io uso verso la sua persona, che imparai da tanto tempo a conoscere ed apprezzare. Confido che vorrà darmi con suo comodo un cenno di riscontro, il quale se non sarà rassicurante, almeno possa tornar di qualche sollievo all'afflitta signora Contessa. Ella, buona e pia qual'è, s'investirà di leggieri del desiderio che ho di alleviarne le tribolazioni, e mi scriverà in modo che io possa far leggere ad essa la sua lettera, versando così pur Ella dal canto suo una stilla di balsamo sulle ferite di quel povero cuore.

Richiamandomi in questa guisa alla sua memoria, e raccomandandomi alle me fervide preghiere, lo mi ascrivo a sommo onore di proferirmi testarle i sentimenti della mia pi√π viva gratitudine e del pi√π riverente ossequio con cui mi rassegno,

Della S. V. Ill.ma e Car.ma,

Um.mo Dev.mo ed Obbl.mo Servitore

Priore D. FELICE MAJOTTI.

 

Il Conte Vittorio Emanuele di Camburzano, uno dei più illustri diplomatici dell'antico Piemonte, costante nelle sue convinzioni religiose e politiche, deputato nel 1857 al Parlamento Subalpino, eloquentissimo oratore e scrittore di giornali e di opuscoli in difesa della verità e della religione, ammirato dai cattolici e dagli avversarii per la bella mente, la svariata dottrina, l'animo franco e leale, amico e grande benefattore di D. Bosco, da dieci anni era infermo per un cancro. Egli aveva sopportato la malattia con un coraggio ed una rassegnazione che possono ispirare solamente la fede cristiana, la speranza di una vita futura e l'amore al Crocifisso; ed ora era vicino a ricevere il premio. Molte volte la contessa aveva pregato D. Bosco a voce e per iscritto che intercedesse dalla Madonna la guarigione di suo marito; ma tale non era il volere di Dio, e D. Bosco non faceva promesse.

Ultimamente avendo saputo che D. Bosco era a Cuneo, la Contessa lo aveva invitato a recarsi in Fossano per visitare il Conte e per benedirlo. D. Bosco le rispose:

 - Verrò, ma non la consolerò.

Questa risposta agghiacciò il cuore della Contessa che accolse con mestizia Don Bosco, lo accompagnò al letto dell'infermo e dopo cinque minuti lo lasciò solo con lui e più non si fece vedere. Troppo vivo era il suo dolore. Il Venerabile s'intrattenne col Conte, lo benedisse e gli parlò, come parlano i Santi, del paradiso.

D. Bosco adunque, ricevuta questa lettera suggerì al Cavaliere la risposta che doveva fare al Priore Majotti: che cioè ricordasse alla Contessa la bontà di Dio verso gli uomini, e la sua Provvidenza che destina ogni cosa pel nostro meglio, e l'assicurasse che nell'Oratorio si pregava per lei e pel caro infermo. Ma gli scrisse pur chiaramente che la Contessa doveva lasciare ogni speranza; di fatti il Conte moriva il 16 agosto 1867.

Come abbiam visto, il Venerabile aveva notificato a Don Rua da Bricherasio: “ Vo scrivendo lettere per ringraziare e per ricorrere ”. Fra quelli ai quali ricorse fu Urbano Rattazzi, reggente del Ministero delle Finanze e Presidente del Consiglio dei Ministri. Si noti che D. Bosco sostenne sempre personalmente le ragioni anche de' suoi collegi in tutte le questioni che sorgevano contro di loro, in modo speciale le scolastiche e le tributarie: con ciò il buon padre toglieva dai fastidi i Direttori. Ora trattavasi del Collegio di Mirabello al quale era stata imposta, come s'è detto, la tassa di ricchezza mobile. Due mesi prima D. Bosco aveva mandato un ricorso al Ministro delle finanze, Ferrara, successo al Depretis.

 

Eccellenza,

 

Prego rispettosamente V. R. a leggere con bontà quanto espongo riguardante la Casa detta Oratorio di S. Francesco di Sales. Quattro anni or sono non potendosi più soddisfare alle molte domande che da tutte parti d'Italia si facevano affinchè fosse dato ricovero a pericolanti giovanetti, mi sono adoperato coll'aiuto di caritatevoli persone, di aprire una Casa succursale in Mirabello, paese vicino a Casale Monferrato. Ivi furono tosto accolti cento ottanta giovani, parte gratuitamente, e gli altri a modicissima ed irregolare pensione. Sebbene il personale insegnante, e assistente e dirigente, presti l'opera sua intieramente gratis, tuttavia senza caritatevole sussidio la Casa non potrebbe sussistere.

Questo Stabilimento, noto sotto il titolo di Oratorio o Piccolo Seminario di S. Carlo, non ha reddito di sorta e si regge coi più grandi sforzi miei e di altri benefattori, perciò sembra dover andare esente da ogni imposta di ricchezza mobile; come appunto va esente quello di Torino dove sono raccolti circa ottocento poveri ragazzi, e quello di Lanzo dove sono circa centocinquanta.

Ma la Commissione di Riparto per le tasse senza dir niente a me che ne sono il solo proprietario, volle a qualunque costo obbligare il Direttore locale ad un'imposta per noi impossibile. L'anno scorso essendo questo caso presentato all'Eccellenza Vostra per impedire gli esecutivi da cui era in quel luogo minacciato, si veniva alla paterna deliberazione di rimborsare a Torino ciò che io era costretto a pagare ad Occimiano. Difatto mi era rilasciato un mandato di fr. 600 che ho esatto nella Tesoreria Centrale di Torino. Questa generosità mi era usata con raccomandazione di fare a suo tempo i dovuti reclami per una definitiva cessazione dell'imposta in discorso.

Ho veramente fatto il reclamo, o meglio una novella dichiarazione in tempo debito, ma la Commissione di Riparto non volle ammettere nè reclamo, nè dichiarazione, e rispose non essere possibile tale nullità di reddito, perciò stabilì doversi pagare la tassa stabilita che in quest'anno è maggiore di quella dell'anno scorso, mentre crebbero anche assai le strettezze pel maggior caro dei commestibili.

In tale stato di cose io supplico rispettosamente V. E. a nome dei giovanetti poveri ricoverati in questo Stabilimento, a voler disporre che in favore dei medesimi siano applicati quelli articoli di legge che esentano da questo tributo le case di beneficenza che non hanno reddito alcuno e che si reggono mercè la carità altrui.

Qualora poi la Commissione di Sindacato di Occimiano insistesse sopra redditi che realmente non esistono, allora io farei all'E. V. umile preghiera a voler delegare persona d'ufficio con cui io possa verificare e sapere dove si voglia appoggiare il reddito supposto.

In questo modo sarò in grado di dare, ove occorre, a chiunque quell'ampia soddisfazione dimostrando che la casa di Mirabello è in identica posizione di quelle di Lanzo e di Torino, che sono povere, e come tali intieramente dispensate da ogni imposta di ricchezza mobile.

Pieno di fiducia nella nota ed esperimentata di lei bontà, ho l'alto onore di potermi colla più sentita gratitudine professare

Della E. V.,

Torino, 7 giugno 1867,

Obbl.mo Servitore

Sac. GIOVANNI BOSCO.

 

Non avendo forse ricevuto risposta, rinnovava la domanda a Rattazzi.

 

Eccellenza,

 

Il Sac. Bosco Giovanni espone rispettosamente all'E. V. come nell'anno scorso, per mancanza di formalità fatte in tempo debito, ha dovuto pagare un'imposta sulla ricchezza mobile intorno a materia non imponibile. La R. V. considerando la realtà del fatto e lo scopo di questa istituzione, che è di togliere i giovanetti poveri e pericolanti dai pericoli, concedeva un caritatevole sussidio di fr. 600, corrispondente a quanto dovevasi pagare per la casa di Mirabello di cui appunto si trattava.

Ora l'esponente, trovandosi in caso identico per l'attuale pagamento del 2° semestre 1867, supplica affinchè dall'E. V. gli sia rinnovato il medesimo favore, assicurandola che tale beneficenza torna ad esclusivo beneficio de' più abbandonati fanciulli del povero popolo.

Noto intanto che, essendosi ora potuto in tempo debito somministrare gli opportuni schiarimenti, l'agente delle tasse ha preso ogni cosa in benevola considerazione.

Il ricorrente coi giovani beneficati, pieni di fiducia nella esperimentata di lei carità, le augura ogni celeste benedizione e si professa

Della E. V.,

Torino, 5 agosto 1861,

Umile supplicante

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

La risposta del Ministro venne favorevole.

 

PREFETTURA

DELLA PROVINCIA DI TORINO.

Torino, addì 10 settembre 1867.

 

Il Ministero della Finanza con dispaccio del 6 corrente partecipa che tenuto conto delle difficili condizioni nelle quali si trova l'Istituto diretto in questa città dal sig. D. Bosco, ed avuto anche riguardo al di lui scopo benefico, ha disposto perchè sia pagato sulla Tesoreria Provinciale di Torino un sussidio di L. 600 allo stesso sig. D. Bosco, onde abilitarlo a soddisfare le rate di imposte, tuttora dovute dal di lui Stabilimento.

Il sottoscritto pertanto, per incarico del prelodato Ministero, informa di quanto sopra il predetto sig. Sac. Bosco ad opportuna sua norma, soggiungendogli che fra breve sarà esigibile il relativo Mandato di pagamento.

Il Prefetto

TORRE.

 

Altra supplica aveva fatto pervenire al Conte Cibrario.

 

Eccellenza,

 

Alcuni anni or sono quando si dovevano mettere le fondamenta di una Chiesa di cui àvvi sommo bisogno nel quartiere di Valdocco,  V. E., che non mai si rifiuta ad opere di carità, accordava sul gran Magistero dell'Ordine Mauriziano un primo sussidio dando speranza di novello aiuto, qualora i lavori si fossero continuati.

Ora, grazie alla Divina Provvidenza, la costruzione è a buon punto e se V. E. mi porge la sua mano benefica sarà in quest'anno terminata.

Con questo pensiero e pieno di fiducia ricorro all'esperimentata di Lei bontà, mentre di tutto cuore prego Iddio affinchè le conceda sanità durevole e lunghi anni di vita felice, e mi professo colla più profonda gratitudine,

Di V. B.,

Torino, agosto 1867,

Obbl.mo ricorrente

Sac. BOSCO GIOVANNI.

 

Che la Divina Provvidenza muovesse i cuori degli uomini ad aiutare D. Bosco era evidente, ed era un premio alla sua povertà religiosa e al suo distacco dalle cose della terra. Era volontà risoluta del Venerabile, e l'aveva stabilito per regola: - Vivendo noi di provvidenza quotidiana, la nostra Pia Società non possederà mai redditi o beni stabili, eccetto i collegi e le loro adiacenze. Se qualche benefattore ci lasciasse qualche proprietà, sarà al più presto venduta e il prezzo verrà impiegato in opere di beneficenza.

Nel Signore egli aveva una fiducia illimitata. Testificò D. Rua:

“ Quando mi presentava a lui infastidito dalla moltitudine dei debiti da pagarsi, egli senza conturbarsi menomamente, mi diceva sorridendo: -Ah! uomo di poca fede! sta' tranquillo che il Signore ci aiuterà. - E all'economo ripeteva: - Ricordati che la Divina Provvidenza non ti verrà mai meno. - E quanto otteneva dai benefattori o entrava comunque in cassa, voleva che giornalmente fosse speso per i bisogni quotidiani e per pagare quella parte che si poteva dei debiti, dicendo: - Ai bisogni futuri penserà Iddio; noi dobbiamo pensare al presente. ”

E Iddio ci pensava davvero, mandandogli nel modo pi√π inaspettato e straordinario la somma della quale abbisognava, come se avesse posto un banchiere a sua disposizione.

Riferiva il segretario D. Gioachino Berto: - “ Il Provveditore generale della Casa (Giuseppe Rossi) abbisognava credo di 5000 franchi per estinguere un debito del quale non si poteva più differire il pagamento. Io (Don Berto) mi trovava al dopo pranzo nell'anticamera: erano le tre, quando vidi entrare un uomo alto di statura, piuttosto pingue, di corporatura complessa, corrispondente alla statura. Aveva i mustacchi, aria marziale e imperiosa. Sembrava che avesse molta fretta. Mi si avvicina e mi domanda del sig. D. Bosco, e se è molto occupato e fino a che ora dà udienza.

 ” Io risposi a ciascuna dimanda in modo giulivo, e guardandolo lo vidi comparire meno grave e balenargli il riso e la gioia sul volto. Dopo di esserci scambiate queste poche parole, quel signore attese ancora un poco e poi con atto d'impazienza, senza badare ad alcuni che erano in anticamera prima di lui, entra da D. Bosco, e lo interroga in modo quasi ruvido e scortese:

” - È lei D. Bosco?

” - Sì, signore, per servirla.

” - Ho qualche cosa da darle.

” Intanto tira fuori il portafoglio e senza replicare altra parola, estrae da quello dei biglietti di banca e glieli getta sul tavolino. Quindi si fruga nelle saccoccie, estrae prima un secondo, poi un terzo portafoglio, e continua a deporre quasi in furia nuovi biglietti sugli altri. D. Bosco stava osservandolo in silenzio: e di quando in quando lasciava scorrere gli occhi sul tavolino; e con sua meraviglia osservava che c'erano dei biglietti da 100 fr., da 250 e da 500. Come quel Signore ebbe riposti in saccoccia i vuoti portafogli, indicando il denaro, disse a D. Bosco:

” - Prenda, questo è per Lei.

” - La ringrazio infinitamente; abbia la bontà soltanto di dirmi il suo nome.

” - Non fa bisogno: questo è inutile: la Madonna sa tutto. La riverisco.

” - Permetta almeno che l'accompagni un poco; che vada ad aprirle la porta.

” - Non occorre. Lei è abbastanza occupato; attenda ai suoi affari.

” - Ma perdoni, so il mio dovere; le assicuro che la mia riconoscenza......

” - Basta, basta: non voglio che si muova. Lei non ha tempo da perdere. - E aperta con impeto la porta, sì ritirò in fretta.

” La Contessa Viancino che era in anticamera e per cortesia aveva lasciato passare innanzi quel signore, avendolo visto così agitato, era stata ad osservare dal buco della chiave temendo qualche pericolo per D. Bosco e indecisa se dovesse chiamar gente.

Entrata essa finalmente in udienza:

” - Oh D. Bosco, gli disse: ha ricevuto qualche affronto da quel signore?

” - Certamente, e di quegli affronti che son pronto a riceverne uno al giorno. Osservi! - e le additò il tavolino.

” Ambedue si posero allora ad enumerare i biglietti; in tutto vi erano 7500 franchi. Allora D. Bosco mandò subito a chiamare Rossi e così si potè estinguere quel debito in modo veramente provvidenziale. Quel signore era partito senza che si potesse sapere chi fosse, nè donde venisse, nè dove andasse. Ma tornò poi altre volte ed ho conosciuto che era l'Avv. Galvagno di Marene. ”

Un'altra testimonianza l'abbiamo da D. Rua:

“Un giorno, del 1867 circa, D. Bosco doveva pagare una somma all'esattore di L. 300. Per dimenticanza od inavvertenza di colui che ne aveva ricevuto l'avviso, si arrivò al giorno in cui si sarebbe fatto il sequestro se non si pagava Al mattino per tempo ne fui avvisato, come Prefetto della casa. Mi trovavo affatto sprovvisto di danari. Andai da D. Bosco ed egli si trovava nelle stesse condizioni mie; per soprappiù doveva lo stesso mattino allontanarsi dalla città. Pieno di fiducia in Dio mi rispose: - Va' nel tuo ufficio, chiama colui che dovrai spedire colla detta somma all'esattore, e fa' che attenda nel tuo ufficio; ed il Signore provvederà. - Sulle nove circa arriva presso D. Bosco il Cav. Carlo Occelletti, il quale gli dice:

” - D. Bosco, abbiamo potuto esigere una somma. Lei non sarà mica scontento, che gliene facciamo parte?

” - No, rispose D. Bosco, anzi Le sono vivamente riconoscente; ci troviamo proprio allo zero e dobbiamo stamane fare un pagamento all'esattore.

” - Non è gran somma quella che ho da darle, non sono che 300 lire.

” - Precisamente quello che desideriamo; V. S. è proprio l'istrumento della Provvidenza; favorisca portarle a Don Rua che le aspetta con tutta divozione.

” Egli venne da me ed udito il caso pianse di contentezza. Io spedii immediatamente il giovane che teneva preparato all'uopo. Questi al ritorno ci raccontò che era stato spiccato ordine di sequestro; ma che essendo egli giunto prima che l'incaricato fosse partito, potè ancora impedire l'esecuzione ”.

Altra volta, un mercoledì, pressato dal panettiere al quale doveva una rilevante somma, D. Bosco usciva di casa in cerca di danari. Un buon signore aveva una bella elemosina da portare all'Oratorio, ed era deciso di recarvisi in quel giorno della settimana, nel quale era solito a far visita a D. Bosco, cioè il sabato. Ma quel mattino sentì ad un tratto mutata la sua volontà. Un pensiero lo molestava con insistenza senza poterlo scacciare: l'Oratorio dev'essere in necessità! Quindi preso senz'altro quel danaro lo portò a D. Bosco. Non è a dirsi la reciproca meraviglia, quando s'incontrarono e ambedue si narrarono e il bisogno urgente e la volontà mutata.

Così aiutato ed ispirato dalla Divina Provvidenza, Don Bosco non guardava ad un'attuale scarsità di mezzi, ma andava continuamente moltiplicando le sue opere. Un cooperatore, Luigi Costamagna, mandava a D. Rua il seguente foglio:

 

Rev.mo Signore,

 

Da Nizza Monferrato, ove attualmente mi trovo, le spedisco come è di suo desiderio la pura verità delle cose da me udite dalla bocca di quel magnanimo Apostolo e padre di tanti orfani ed abbandonati figli, cioè l'indimenticabile caro D. Bosco, di santa e veneratissima memoria.

Volgeva l'anno 1867, quand'io, reduce dal collegio di Lanzo, passava all'Oratorio per commissioni lasciatemi. Trovai il caro D. Bosco sotto i portici, e dopo un lungo ragionare mi disse: - Adesso tu vai a casa, non è vero? Ebbene portami un bel sacco di marenghi.

- Ah caro D. Bosco; se io li avessi, li recherei proprio; ma cosa vorrebbe farne di tanti marenghi?

D. Bosco col suo solito angelico ed affascinante sorriso mi disse:

- Vedi lì quella pompa?

- Altro che la vedo, la tocco quasi con mano.

- Ebbene, o caro Luigi, io avrei bisogno che essa gettasse marenghi.

Io saltai fuori con un ah! di meraviglia e dissi:

- Ma, caro D. Bosco, ma cosa vorrebbe poi farne di tanti danari?

Egli mi rispose: - Se la mia pompa gettasse marenghi io vorrei impiantar tante case in ogni parte del mondo per salvare tutte le anime che corrono rischio di andar perdute, massime la povera giovent√π abbandonata.

Passarono gli anni ed io nel 1883 ebbi nuovamente la felice sorte di tener lunga conferenza col caro D. Bosco. Dopo vario ragionare cadde il discorso sopra le missioni, e Don Bosco mi descriveva tutte le città, i luoghi deserti, i fiumi, le vie impraticabili, i gravi pericoli, ecc., ecc. che si trovavano nella lontana America, ove Lui voleva che i suoi cari figli andassero a portare la luce del Santo Vangelo.

Io udendo ciò, ho soggiunto: - Caro Don Bosco, vedo bene che Lei sa la geografia più dei celebri professori, perchè, come ragiona, sembra proprio che venga ora di là. - Lui sorridendo mi disse: - Guarda, o Luigi, la geografia io non ho tempo a prenderla in mano; solo parlo, perchè a me sembra che sia così.

Io intanto sempre ognor più maravigliato gli dissi: - Si ricorda, caro D. Bosco, l'anno tale quando mi disse che avrebbe avuto bisogno che la pompa gettasse marenghi? - Allora Lui sorridendo mi disse: Altro che mi ricordo; ma quel che non gettò essa, lo gettò la Divina Provvidenza, lo versò la nostra cara Mamma Maria SS.; chi in Lei confida non sarà deluso giammai. Le Case già si impiantano, e col tempo si impianteranno per ogni dove. È vero che Lucifero digrignerà i suoi denti e farà ogni sforzo per abbatterci ma la gran Vergine lo terrà sempre sotto il suo verginal piede, e sempre ci proteggerà.

Ecco, o rev.mo signore, la narrazione vera e genuina delle cose udite dalla bocca del Ven.mo e carissimo D. Bosco, le quali posso asserire con giuramento ove fosse il bisogno.

Nizza Monf. 14 marzo 1891.

COSTAMAGNA LUIGI, Cooperatore Sal.

di Caramagna Piemonte.

 

 

 

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