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Capitolo 73

Disposizioni per la passeggiata autunnale - Arrivo de' giovani ai Becchi - Lettera di D. Bosco al Can. Vogliotti: esami di confessione per D. Ruffino; affari col Regio Economato: come regolarsi con D. Ambrogio: richiamo di un chierico all'Oratorio - La festa del S. Rosario: confidenza spirituale con D. Bosco - A Castelnuovo e a Villanuova Accoglienze a Genova: ospitalità in Seminario - Visita alla città - Rappresentazioni - drammatiche - Santa Maria di Castello e il Padre Cottolengo - La Villa Pallavicini a Pegli - Affettuoso ricevimento del Marchese Ignazio a D. Bosco - Generosità dell'Arcivescovo - Lettera di Don Montebruno, Direttore degli artigianelli, a D. Bosco.


Capitolo 73

da Memorie Biografiche

del 04 dicembre 2006

  Era già fissato l'itinerario della passeggiata autunnale: Castelnuovo, Genova, Mornese, Ovada, Acqui, Torino. D. Pestarino Domenico, che si era messo tutto nelle mani di D. Bosco, avevano invitato a recarsi in Mornese colla sua cara comitiva. D. Bosco aveva accettato e nello stesso tempo erasi fattala domanda: - Perchè non andare a Genova dove abbiamo tanti amici? - Don Cagliero Giovanni, ospitato da D. Montebruno Francesco fondatore del Collegio degli Artigianelli, vi era stato in quest'anno, per suo ordine, incaricato di alcuni affari. Quindi riferiva al servo di Dio che una sua visita tornerebbe molto gradita all'Arcivescovo Mons. Andrea Charvaz e che il Seminario accoglierebbe volentieri i suoi alunni.

D. Bosco potè allora annunziare in pubblico: - Quest'anno vedrete il mare!

Il 25 settembre, primo giorno della novena di Maria SS. del Rosario, una piccola squadra partiva alla volta dei Becchi, ove D. Cagliero predicava tutte le sere e passava lunghe ore in confessionale.

Il I° di ottobre, sabato, una seconda squadra di circa ot­tanta giovani, dopo una breve fermata nel Seminario di Chieri, ove il Rettore Can. Emanuele Cavalià aveva loro preparata una refezione, raggiunse D. Cagliero e i compagni che l'at­tendevano. D. Bosco, stanco pel continuo parlare co' suoi figliuoli, si ritirò nella stanza per leggere la corrispondenza. Quella sera scrisse una lettera al Can. Vogliotti e fra le altre cose informavalo che D. Ruffino, destinato per Direttore a    Lanzo, si sarebbe presentato agli esami di morale per ottenere la patente di confessore; e indicavagli chi avrebbe potuto dargli schiarimenti sull'opuscolo stampato contro D. Ambrogio. Il tipografo aveva forse dimenticato di pre­sentarlo al Revisore Ecclesiastico. Anche sulla materia contenuta nell'opuscolo non mancavano osservazioni. Era parso a qualcuno che sarebbe stato meglio non curarsi di D. Ambrogio, e abbandonarlo al disprezzo dell'infima plebe, alla quale colla sua condotta erasi accomunato; tanto più che gli errori da lui predicati non erano nuovi e già combattuti vittoriosamente le mille volte dagli scrittori cattolici. Quei signori critici temevano forse di aver qualche fastidio da tale pubblicazione.

 

Ill.mo e Motto Rev.do Signore,

 

D. Ruffino si presenterà dal Signor Vicario Generale per l'esame preventivo prima dell'esame finale. Non sapeva che si desse un tale esame, ma D. Ruffino ci va volentieri, perchè avrà sempre norme di prudenza da imparare dal Sig. Vicario Generale.

Riguardo al conto col Seminario siamo d'accordo di ultimarlo e a tale oggetto andai già due volte all'Economato, perchè mi si desse nota dell'ultimo pagamento: mi fu sempre promessa, ma non mai data. Giunto appena in Torino mi occuperò definitivamente di questo.

Riguardo a D. Ambrogio ho detto al Cav. Oreglia che Le desse i voluti schiarimenti, giacchè la stampa si effettuò mentre io ero a S. Ignazio. Ma ad ogni modo non mostri di temere D. Ambrogio, del resto mette egli tutto in disordine.

Non manchi di muovere lagnanze alla questura, incoraggisca altri ove è il caso, a fare lo stesso. Sarebbe meglio ancora muovere lagnanze al Ministro dell'Interno. Ma non diamo mai ragione di ciò che fa o che vuole fare l'autorità ecclesiastica. Delle stampe ne è responsabile l'autore ed in mancanza di esso la tipografia. L'autorità ecclesiastica risponda qualora da autorità superiore fosse interrogata.

Così togliesi di mezzo ogni pretesto di osteggiare.

Ho pure dato ordine si rettifichi la formola di Revisione ecclesiastica con quella di con approvazione ecclesiastica.

Dio Le doni sanità e grazia e La conservi ad multos annos pel bene della Chiesa e mi creda,

Di V. S. Ill.ma e M. Reverenda,

 

Castelnuovo d'Asti, - I Ottobre, 1864.

 

Obbl.mo Servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

P. S. In quest'anno furono otto insegnanti all'Oratorio che o per convenienza loro, o dell'Oratorio uscirono dalla casa; avrei perciò bisogno di avere anche il chierico Cibrario Nicolao, il quale così lascierebbe a favore di altri la pensione che attualmente gode. - Credo che non incontrerò difficoltà pel permesso che rispettosamente Le dimando.

Il 2 ottobre Domenica del S. Rosario, i preti di Castelnuovo, qualcuno dell'Oratorio, si erano messi a confessare e si ebbero moltissime comunioni. Anche D. Bosco confessava e trattò delle cose dell'anima con non pochi suoi antichi amici. È  sempre cosa da notarsi, la confidenza, che egli sapeva ispirare duratura, in quanti trattavano con lui. Disse R. Bosco stesso negli ultimi suoi anni: - Quando io andava a Chieri e a Castelnuovo coloro che tanti anni prima avevano preso parte al mio Oratorio festivo, o che erano già stati qui nella Casa di Valdocco, tutti correvano a trovarmi e a fare le loro divozioni; venivano anche da luoghi quattro o cinque miglia lontani. Aggiungo che quando i giovani dell'Oratorio andavano in vacanza, venivano in quel tempo a confessarsi da me, si trovassero anche alla distanza di venti o trenta miglia. Ciò ora potrebbe sembrare mia esagerazione, ma pure una volta era questo il fatto di molti e non di pochi.

In quella domenica cantava la S. Messa il Vicario D. Cinzano e l'orchestra era collocata nel cortile. Verso le 3 pomeridiane una gran folla di popolo radunavasi per udire la predica recitata nell'aia, ricevere la benedizione e godere della musica, dello spettacolo de' fuochi d'artifizio, e di altri ivertimenti.

Il 3, lunedì, D. Bosco e i suoi giovani si recarono per tempo al solito pranzo in Castelnuovo, loro imbandito dal sig. Vi cario; e, con abbondanti provvisioni, tutta la lieta compagnia si trovò alla stazione di Villanuova. A Torino verso il mezzo giorno, gli ultimi destinati a prendere parte a uel viaggio di piacere, erano saliti in due vagoni di terza classe, che il Senatore Bona aveva messi a disposizione di D. Bosco per tutto il tempo della passeggiata. Giunti a Villanuova, salutarono con grandi evviva i compagni schierati sulla banchina colla musica, i quali con D. Bosco salirono sul treno. Ed erano della compagnia Luciano, Bersano, D. Lazzero, D. Francesia, Gastini, i quali con suoni, canti e poesie avrebbero reso più allegra la passeggiata e l'ospitalità dei benefattori.

Alle otto e mezzo arrivarono a Genova, ove alla stazione alcuni sacerdoti, loro fecero le prime accoglienze. Nel seminario sito nella parte estrema della città, il Rettore D, De Bernardis G. B. Dottore in leggi, D. Fulle Anglo economo corrispondente delle Letture Cattoliche per cento associati e il celebre professore di rettorica D. Rebuffo, con gran festa ricevettero sulla porta D. Bosco e i suoi. Era preparata un buona cena e ciascuno dei giovani ebbe per dormire una cella de' seminaristi, che erano in vacanza.

Il domani, martedì 4 ottobre, dopo la messa celebrata nella graziosa cappella del Seminario, D. Bosco stesso condusse i giovani, a vedere il mare, il porto, e il faro. Fu accompagnato da D. Frassinetti, il priore di S. Sabina, al quale era passato a far atto di riverenza ed amicizia in canonica.

Si vide il palazzo, o meglio la reggia del famoso principe Andrea Doria costrutta da Carlo V imperatore; lungo le basse muta a mare si osservò la selva delle antenne di centinaia di bastimenti e si passeggiò sul grande terrazzo d i marmo, ora demolito, sovrastante i moli di sbarco. Si visitarono anche varie Chiese.

Dopo il pranzo in seminario, alcuni confratelli delle con­ferenze di S. Vincenzo de' Paoli vennero a condurre la comi­tiva al porto. Quivi lì raggiunse D. Bosco,  andato ad os­sequiare l'Arcivescovo, che gli fece un'accoglienza delle più cordiali. Dieci o dodici barche erano pronte e li portarono a visitare una grossa nave da guerra.

Alla sera verso le 6 nel gran salone del Seminario, ove era stato preparato il palco scenico, vi fu teatro presenti moltissimi invitati, specialmente sacerdoti e coll'intervento dell'Arcivescovo.

Si recitò una brillante commedia in dialetto piemontese con Gianduja protagonista, intitolata Antonio, o una lezione di morale, in tre atti scritta da D. Bongiovanni Giuseppe. È uno zio che cerca di richiamare il nipote della mala vita, fingendo di voler dissipare il suo patrimonio col darsi al buon tempo. Si cantò poi la nuova romanza di D. Cagliero Il fi­glio dell'esule.

Il 5 ottobre mercoledì, si assistè alla messa nella Chiesa di S. Maria di Castello, che appartiene ai Domenicani, invitati dal Padre parroco, fratello  del Venerabile Cottolengo. Egli e il celebre letterato e scritto re Padre Marchese, non sapevano staccarsi da D, Bosco, che appena potè congedarsi da loro alle 10 e mezzo. Nel rimanente del giorno gli alunni si recarono a visitare la cattedrale, il suo ricco tesoro, l'ospedale maggiore e la chiesa annessa ove si venera il corpo incorrotto di S. Caterina di Genova, e il Cimitero monumentale di Staglieno. E Don Bosco si recava a far alcune visite, intrattenendosi lungamente con D. Francesco Montebruno per compier l'unione delle due Opere. Questi, alcuni giorni dopo, gli scriveva la seguente lettera:

 

OPERA DEGLI ARTIGIANELLI

     Mura di S. Chiara                                                                                       

Genova, li 12 ottobre 1864.

          presso le RR. Monache Crocifisse.

 

Carissimo in C. G.

 

Le rinnovo la preghiera di comunicarmi copia del suo Regolamento relativamente in ispecie al Portinaio, giacchè ho proprio bisogno di stabilire il nostro regolamento interno a riguardo di questo importante ufficio. - Le mando intanto, colla presente, copia della parte che riguarda gli uffici de' Vicerettori, di cui Le ho parlato di presenza. - Vedrà se vi sono Osservazioni da fare e me le faccia con libertà di padre. Poi confido che il Signore, per cui solo intendo e voglio fare ogni cosa, provvederà le persone adatte al bisogno.

Dovendo io a tenore del regolamento organico nominare il mio successore, vorrei che Ella mi dicesse se crede conveniente che nel mio Testamento segreto l'abbia nominata Lei, oppure se debba sostituirvi un altro nome de' suoi. Vorrei che mi scrivesse presto qualche cosa in proposito e nella massima confidenza, giacchè vorrei disporre prontamente ogni cosa per tutte le eventualità.

Preghi sopra di tutto per me e perchè ogni cosa vada secondo la volontà del S. N. G. C. in cui sono

 

Tutto suo dev.mo

FRANCESCO MONTEBRUNO.

 

D. Bosco incaricava D. Alasonatti di leggere il regolamento de' Vice - direttori e di riferire.

Alla sera del 5 ci fu in seminario una nuova rappresentazione con nuovi canti, con un concorso di cittadini invitati, eguale a quello del giorno precedente. Era pur intervenuto l'Arcivescovo entusiasmato dell'abilità degli attori.

Il Rettore De Bernardis e l'economo Fulle che trattavano D. Bosco con estrema benevolenza, s'intrattennero con lui, con un interesse come se si trattasse di cose proprie, fino ad ora tardissima, per udirlo a narrare la storia dell'origine e de' principii del suo Oratorio, e dell'ospizio in Valdocco.

Il 6 ottobre, giovedì, era decisa una corsa a Pegli per visitare la famosa Villa Pallavicini, alla quale accorrono i viaggiatori che vengono a Genova da ogni nazione del mondo. È un monte ridotto a giardino. Il Marchese Ignazio Pallavicini, senatore del regno, l'aveva ideata in un anno di carestia e dato principio all'opera, che costò milioni, ammetteva per i lavori manuali chiunque si fosse presentato, pagando ogni sera a tutti la mercede. Il Marchese conosceva D. Bosco, ne aveva perorato la causa in senato, e tutte le volte che andava a Torino era solito a mandargli un'offerta. Avvertito del suo arrivo dispose perchè fosse ben ricevuto. Il treno giunse da Genova a mezzogiorno. Il sig. Giuseppe Canale, fratello di un illustre Canonico della Cattedrale, proprietario e caffettiere, aveva condotta la carovana essendo sua l'iniziativa di quella passeggiata. D. Bosco appena sceso dal treno ricevette il benvenuto dal Marchesino che, mandato dal nonno, lo aspettava. A mezza via gli venne incontro il padre, Marchese Durazzo, con una folla di domestici che dovevano servir di guida ai giovani. Dopo pochi istanti ecco arrivare il vecchio marchese Ignazio che impaziente di vedere D. Bosco, gli si avvicinò dicendo: - Ci voleva lei con i suoi figli per farmi uscire oggi dal palazzo….. Voglio condurlo io a visitare que­sti luoghi. - E così dicendo gli si mise al fianco e con lui rien­trò nel palazzo seguito da tutti i giovani. Da un ampio ter­razzo goduta la vista della marina, si discese nel piazzale e per una salita ombreggiata da alte piante si giunse ad un tem­pietto di stile classico. Recitata quivi una breve preghiera, i giovani divisi in squadre, visitarono le meraviglie di quella villa, ove l'arte gareggiava in bellezza colla natura.

Nel percorso di circa due miglia s'incontravano boschetti di piante di ogni genere, giardini con aiuole di fiori i pi√π rari, viali con grosse piante, pergolati ombrosi, spianate con attrezzi i giuochi popolari, sentieri per i quali salivasi a godere sempre nuove prospettive, ponticelli sopra acque correnti nei burroni. E le acque cadevano dalle rupi, zampinavano nei praticelli, si raccoglievano in vasche ricche di pesci, si stendevano in piccoli laghi e in caverne dalla volta delle quali pendevano enormi stalattiti. Nei luoghi scelti con vero gusto artistico ammiravasi l'arco di trionfo, il castello medioevale, l'obelisco, la cappella gotica, una torre smantellata, la pagoda cinese, il chiosco moresco e altri monumenti.

I giovani erano entusiasmati di tali spettacoli. In fine attraversarono in barchetta un lago in mezzo al quale sorgeva una rotonda tutta di marmo candidissimo, sotto la volta della quale sostenuta da colonne, posa una statua della Madonna. Scesero a terra innanzi al Tempio di Flora, vaga fabbrica ottagona, che si eleva sopra una piccola prominenza coperta di fiori fra statue e boschetti.

In questo padiglione i visitatori solevano apporre la loro firma. Là entro i cento giovanetti erano riflessi e centuplicati negli specchi che coprivano tutt'intorno le mura, sicchè comparivano come se un grande esercito di essi circondasse quella sala. Era uno spettacolo veramente magnifico.

 - Veda, disse il Marchese Ignazio a D. Bosco, dal quale non si era distaccato neppure un istante; veda quanti giovani ella ha.

 - Oh! i miei giovani, esclamò D. Bosco, sono in numero infinitamente maggiore! - Quindi invitato, prese la penna e si sottoscrisse colla seguente sentenza: “ Iddio, a suo tempo, dia il paradiso del cielo al caritatevole signore che ha saputo creare questo paradiso terrestre; e a noi con tanta bontà fece gustare così splendide meraviglie ”.

I giovani si sbandarono alquanto, ma furono richiamati ben presto da un servitore, che disse loro di recarsi verso una magnifica pianta d'alto fusto, ivi presso. I giovani accorsero

e con loro grata sorpresa videro sopra alcune tavole pane, varie specie di vivande, frutta e bottiglie di vini generosi. Il Marchese Ignazio, che ivi aspettavali con D. Bosco, li fece sedere intorno sull'erba, ed egli stesso li volle servire distribuendo i cibi, e compiacendosi della loro schietta allegria.

Ciò fatto e dopo che la banda ebbe eseguiti varii pezzi di musica si andò nella cappella del palazzo, dove si cantò dai musici il Tantum ergo, e si diede la benedizione col SS. Sacramento.

Ormai tramontava il sole e bisognava non perdere il treno. D. Bosco avrebbe voluto anche ringraziare le guide, ma erano tutte scomparse, perchè il Marchese aveva loro proibito di ricevere mancie in quell'occasione. D. Bosco si congedò da quel nobile Signore e la Marchesa Durazzo, sua figlia, avvicinatasi, gli disse: - Grazie, D. Bosco, della visita; essa ha portato un gran bene a papà, ha veduto come non sapeva distaccarsi da lei. Noi adunque la ringraziamo ed a un bel rivederla.

D. Bosco si allontava con tutti i suoi, quando si vide il Marchese Ignazio a passi affrettati che si studiava di raggiungerlo. D. Bosco lo attese, e si accompagnarono alla stazione. Il Marchese gli parlò in confidenza, gli pose in mano una graziosa elemosina, e non ritornò al palazzo, finchè non furono chiusi gli sportelli del treno. A Genova, avendo già prima chiesta e ottenuta licenza dal Sindaco, si entrò in città al suono della banda. D. Bosco la seguiva co' suoi preti e chierici e il suo nome faceva riuscire simpatica a tutti i cittadini quella schiera di giovani.

D. Bosco nella sera andò a prendere congedo e a ringraziare l'Arcivescovo, il quale lo assicurò con gran cuore di essere stato contento della sua venuta, e che sperava di rivederlo co' suoi figli altre volte. Ritornato in Seminario chiese all'economo se gli aveva preparato il conto, volendo soddisfare il Seminario di tutto ciò che aveva provvisto per i suoi giovani. Ma quegli sorridendo, gli presentò la nota con ricevuta già firmata. Fu un tratto di insigne bontà di Sua Eccellenza.

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