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Capitolo 72

Letture Cattoliche - Articolo dell'Armonia per il rinnovamento delle associazioni a queste Letture - La festa di S. Giovanni e quella di S. Luigi; come si amassero gli antichi allievi - Il piccolo Seminario di Giaveno e felice riuscita de' suoi alunni - Visite di D. Bosco a Giaveno - Rivalità - Chierici sobillati perchè abbandonino D. Bosco - Scoraggiamento del Ch. Boggero e sua lettera - Consigli di D. Bosco a Boggero - Colloquio di D. Bosco col Provicario - D. Bosco a S. Ignazio - Lettera del Cav. Oreglia a D. Alasonatti: gli infermi - Lettera di D. Bosco ai giovani dell'Oratorio - Annunzia come vedesse da Lanzo quelli che non fanno per la casa - Distribuzione dei premii: Biglietto di Tommaso Vallauri a D. Bosco - Giovani preparati per la vestizione ecclesiastica.


Capitolo 72

da Memorie Biografiche

del 30 novembre 2006

 Coi tipi di Paravia era pubblicato pel mese di luglio il fascicolo delle Letture Cattoliche: Astinenza dal lavoro nei  giorni festivi per M. D. Olivieri, antico membro dell'assemblea legislativa di Francia. Si dimostra il bisogno morale, fisico, commerciale, universale del riposo della Domenica.

Nelle appendici si espongono le antiche leggi Sarde di S. M. Carlo Emanuele sull'osservanza delle feste; e l'estratto di un cenno enologico di Mons. Losana Vescovo di Biella sul modo di curare la crittogama collo zolfo. L'illustre prelato osserva che ormai da dieci anni la crittogama impoverisce le intiere province; che la Madonna apparsa sui monti di La Salette aveva annunciato che le uve marciranno per i peccati degli uomini e specialmente per la profanazione dei giorni festivi; e che si rinnovò il castigo col quale Iddio aveva già punito il popolo Ebreo: “ La vendemmia è in lutto, la vite ha perduto il vigore, sono in pianto quelli che erano allegri di cuore... Non più berranno vino cantando ” (Isaia XXIV, 7): “ Le viti sono senza uve, le foglie stesse sono cadute. (Geremia VIII, 13).

L'Armonia inseriva ne' suoi fogli, il 17 luglio, il seguente articolo:

 

 

Le Letture Cattoliche di Torino.

 

Più volte noi abbiamo raccomandato ai nostri lettori e indistintamente a tutti i buoni le benemerite Letture Cattoliche, che da più anni con tanto profitto del popolo si stampano in Torino. Ma ora nuovi e particolari motivi ci animano a raccomandarle nuovamente ed anche con più calore. Oltrechè questo è appunto il tempo destinato a rinnovarne le associazioni, a tutti è pur noto con quale ardore e tenacità i protestanti si adoperino a questi giorni per insinuare in tutte le più perfide guise il veleno delle loro empie dottrine nel cuore degli incauti fedeli. Or se i nemici della Chiesa tanto fanno per corrompere la fede di Gesù Cristo; quanto più non dovranno lavorare i buoni cattolici per la difesa della più grande e della più santa delle cause! Soffriremo noi che gli eretici mostrino più zelo per dannare le anime, che noi per salvarle? Del resto, quando vediamo non solo tutto l'Episcopato italiano, ma lo stesso Vicario di Gesù Cristo, il regnante Pontefice Pio IX, raccomandare vivamente la diffusione di questi libretti, dicendo precisamente che in questi tempi nulla vi ha di più eccellente, nulla di più utile di essi, nihil praestantius, nihil utilius, ogni nostra ulteriore parola dev'essere superflua. Quindi è che persuasi come siamo di vedere nei buoni cattolici riaccendersi lo zelo per la cristiana istruzione dei popolo, quanto più gravi sono i pericoli che lo circondano, noi riproduciamo senza più le condizioni d'associazione, che sono le seguenti ecc.

Le associazioni in Torino si ricevono dagli eredi Ormea sotto i portici del Palazzo di Città, e nell'Uffizio delle Letture Cattoliche, via S. Domenico N. II, piano terreno.

Intanto nel mese di giugno D. Bosco faceva imprimere 4000 immagini di S. Luigi Gonzaga; e il Cav. Oreglia descriveva a Rostagno Severino, ritornato a Pinerolo, le feste dell'Oratorio. Questo buon giovane aveva dimorato per pochi mesi in Valdocco, causa la sua debole sanità. D. Bosco e gli altri superiori gli usavano tutti i riguardi; il Cav. Oreglia molte volte lo prendeva con sé, e lo conduceva a passeggio; ma la vita di comunità non si confaceva a Severino. Egli amava i giuochi infantili coi ragazzi più piccoli, o passeggiare co' superiori o altre persone provette, e raramente si vedeva con alunni della sua età. Quando fu a casa i compagni presero a scrivergli lettere affettuose, che la sua buona madre conservava ancora nel 1891, e fra queste la seguente del Cav. Oreglia.

 

Mio carissimo,

 

Benchè io solitamente sia avvezzo a pensar bene di tutti, tuttavia debbo assai dubitare di te per il tuo prolungato silenzio; invero se tu stessi bene crederci impossibile che non avessi ancora scritto, non dirò a me, ma a qualcuno della casa. Ho quindi grande timore che la tua salute sia più che mediocremente compromessa del qual dubbio, qualunque fosse per essere la risposta, tanto da me che dai compagni si desidererebbe aver una soluzione. Sarai tu pure curioso di sapere come si passino tra noi le cose nostre. Per quel poco che posso, vedrò dirtene qualche cosa; in quanto ciò che riflette la vita quotidiana, sì degli studenti che degli artisti, non vi è nulla di nuovo, se non qualche piccola variazione nell'orario, per cui le ore calde dei dopo pranzo sarebbero distribuite in modo che essi riposino, per studiare nelle ore più tarde e quindi ricrearsi la sera.

Quello che può alquanto interessarti sarà piuttosto il sentire come sonosi passate le feste, di S. Giovanni che si fece il 24 e di S. Luigi che si fece il 30 decorso giugno. Cominciando dalla prima ti dirò che i giovani fecero regalo a D. Bosco di un orologio da campanile, per cui al tuo ritorno sentirai le ore a battere, e così non ti occorrerà andare in cerca di chi ti dica l'ora. Siccome poi la spesa è grave, perciò i giovani non hanno ancora potuto coprire la cifra di totale saldo: fortunatamente che il venditore ci diede un anno di tempo a saldare. Ti dico questa cosa acciò se mai ti arriva d'imbatterti in qualche ammiratore delle virtù di D. Bosco e col quale tu sia in sufficiente confidenza, tu possa invitarlo ad aiutare i poveri giovani a fare l'ultimo sforzo. Questo sia detto fra noi per ridere.

Al mattino vi furono le Comunioni di tutti i giovani; quindi D. Bosco fece dare il caffè e latte a tutti i giovani della casa e degli altri oratorii ed a tutti gli esteri che vennero alle funzioni; figurati che non bastarono due brente di latte, e senza la frutta, il salame ed il pane per gli esteri. Fuvvi poi messa parata cantata da D. Bosco. Quindi lauto pranzo (more pauperum) con musica, poesie e brindisi; dopo il pranzo vi furono molte pignatte rotte ed altri giuochi sino all'ora delle funzioni in cui celebrò di nuovo D. Bosco con piena orchestra, come al mattino così alla sera; dopo la benedizione confetti, frutta per merenda; fuochi, palloni volanti, razzi; una furia di poesie lette dagli alunni, regali diversi presentati dai giovani, in particolare dagli esteri, e dai signori della città: insomma, caro Severino, non ci mancavi che tu e poi ci sarebbe stato tutto. Dopo ciò alle undici di sera andammo a letto tutti contenti e tutti stanchi; massime D. Bosco che non ne poteva proprio più.

Salto di volo a S. Luigi perchè altrimenti mi manca il tempo e forse la carta. A celebrare sontuosamente questa festa concorsero il Vicario Generale di Torino, che venne a dirci la Messa della Comunione generale e se ne fecero più di settecento; il Vicario Capitolare di Asti che celebrò la messa solenne, diede la benedizione e fece il panegirico di S. Luigi; il Conte di Collegno che fu il Rettore della festa. Al mattino il Rettore fece dare la colazione a tutti quelli che vennero alla messa e non bastarono mille distribuzioni: poi fuvvi come a S. Giovanni pranzo un po' più copioso, con musica ecc.; alla sera una lotteria dove tutti guadagnarono qualche cosa; poi ci furono fuochi e palloni innumerevoli, e tanta abbondanza di Signori e parenti che quasi non si vedeva più la famiglia nostra. La festa durò fino alle ore dieci passate e dopo si andò a dire le orazioni che furono la chiusa della festa e della giornata. Anche qui mancava Severino; e gli amici tra loro più volte domandavano il compagno Rostagno. Il che vuol dire che le distanze non dividono, non separano gli amici nel Signore.

Eccoti quel poco che posso dirti delle nostre feste, che se non presentano nulla di delizioso agli occhi del mondo, sono pure care e pregiate da chi conosce e nutre lo spirito di questa casa e la purezza d'intenzione nella santa allegria.

Eccoti, soddisfatto con quel poco che può esserti grato sapere. Si parla e si prega sovente di te e per te, si spera presto di riaverti con noi: intanto non dimenticarti di noi innanzi al Signore e massime di me innanzi a Maria Refugio dei peccatori; e ti prego particolarmente di voler per me rivolgere quella Salve Regina che dirai dopo il Rosario.

Il Signore ti assista e ti aiuti a portare la tua croce: Egli voglia alleviartela, e se volesse anche dividerla con me io ne sarei tanto contento; ma forse io non ne sono degno, e non la porterei con rassegnazione, ed il Signore per sua misericordia mi risparmia tante impazienze.

I compagni e particolarmente i pi√π buoni e quelli tuoi pi√π stretti nel Signore, ti salutano tanto; D. Bosco e tutti i superiori parimenti ti augurano rassegnazione pel presente e confidenza nello avvenire. Ed io di cuore ti saluto e, pregandoti dei miei ossequi alla tua signora madre, mi dico in Ges√π e Maria.

I Luglio 1861.

                                                                                           Tuo aff.mo sincero amico

Federico Oreglia

 

Al Sig. Severino Rostagno - Pinerolo.

 

 

L'anno scolastico si avvicinava al suo termine ma non senza che ai due “ M ” malattie e moralità si aggiungesse un “ R ” cioè deplorevole rivalità, come D. Bosco aveva annunziato. Sotto la sua direzione ed amministrazione e quella de' suoi chierici, colla disciplina e metodo di educare usato nell'Oratorio, il piccolo Seminario di Giaveno aveva preso sì buon avviamento che nel corso del 1860 e 61 e pel numero degli alunni, e per la morale condotta da loro tenuta e per la felice riuscita negli esami egli ne riceveva notizie consolantissime.

“ Tra l'Oratorio e il Seminario di Giaveno, ci scrisse il Can. Anfossi, vi era un continuo andirivieni d'insegnanti e d'assistenti. Da noi Giaveno si considerava come una cosa sola coll'Oratorio. Io stesso vi fui parecchie volte per accompagnarvi dei giovani. Il Ch. Durando, mandato da D. Bosco vi si recava a dare gli esami semestrali e finali, e una volta fu incaricato, anche il Ch. Cerruti di tale incombenza! ”

D. Bosco, come superiore, e tale riconosciuto dalla Comunità, aveva fatte due visite ai giovani del piccolo Seminario, che poteva a buon diritto chiamare suoi figli per tante ragioni; e da essi ebbe le accoglienze che meritavasi un padre amantissimo. Furono quelli veri trionfi; e Don Bosco predicò, parlò alla sera dopo le orazioni, si fece l'esercizio della buona morte e tutti vollero confessarsi da lui, che avviava quell'Istituto all'educazione delle vocazioni. I giovani non si erano stancati dall'avvicinarlo per avere un buon consiglio.

Ma tanto affetto e gli applausi degli alunni offesero la suscettibilità del nuovo Rettore e non tardò il suo animo ad essere travagliato da gelosia. Risolse adunque di sottrarsi dalla dipendenza dovuta all'autorità di D. Bosco e di farsi riconoscere come unico Superiore del piccolo Seminario. Quindi confidando in se stesso e nella durata della presente prosperità, volle trattare direttamente colla Curia Arcivescovile sapendo esservi chi lo avrebbe secondato ne' suoi disegni. Venuto pertanto a Torino, come per fare atto di ossequio alle autorità ecclesiastiche, a nome proprio e senza farne parola a D. Bosco, loro consegnò il registro delle condizioni per l'accettazione di ciascun allievo, quello del risultato degli esami, e lo stato finanziario delle riscossioni del primo trimestre. Essendo stato bene accolto, da chi non badò allo sfregio che recavasi a D. Bosco, egli a quando a quando ritornava in Torino per riportare quanto D. Bosco disponeva, operava o diceva. Gli faceva buon giuoco l'osservazione che il Seminario di Giaveno non doveva considerarsi come una dipendenza dell'Oratorio. Col dimostrare tanto zelo per gli interessi della Diocesi, intendeva raggiungere due scopi: togliersi quel pruno dagli occhi, che per lui era D Bosco; e ottenere col tempo in premio una buona parrocchia, pel regime della quale del resto aveva le doti necessarie.

Ma a' suoi desideri di indipendenza poneva allora ostacolo l'impossibilità di trovare assistenti. Perciò non la ruppe apertamente col Superiore e trovò essere tattica avveduta prendere una via coperta, cioè sobillare i chierici di Don Bosco che aveva con sé, per indurli a disertare dalla famiglia dell'Oratorio. Chi egli sperava che avrebbe accondisceso, otteneva ogni specie di preferenza: chi invece dubitava o era certo che rimarrebbe fedele a D. Bosco aveva tutti i pesi, senza alcuna dimostrazione di affetto e di confidenza. Non manifestava però i motivi di questo sistema, ma que' modi erano tali che gli stessi alunni ed i servi si accorgevano della sua misteriosa condotta. Perciò il malumore e la diffidenza si era fatta strada nel Seminario.

D. Bosco conosceva tali disegni e maneggi, ma ciò che più dolevagli si era che a Giaveno più non secondavansi tutte le sue idee sul modo di educare que' giovanetti. Venuti a Torino per la festa di S. Giovanni Battista i chierici Vaschetti e Boggero, D. Bosco la sera precedente del loro ritorno al piccolo Seminario, in vista della condotta di quel Rettore, tenne con essi una lunga conferenza, discorrendo, sul modo di richiamarli all'Oratorio con qualche ragionevole pretesto. Concludeva: - Dal punto che D. Grassini non pensa più come D. Bosco, lascierò che egli col Provicario si cerchino gli assistenti.

Il Ch. Vaschetti riferiva al Rettore ciò che D. Bosco avevagli detto e quegli si affrettava a recarsi nell'Oratorio per scongiurare il pericolo di rimaner solo alla direzione dei giovani. Portò sue difese, si scusò, parve deferente ai consigli che davagli D. Bosco, ma nello stesso giorno ebbe udienza dal Provicario, col quale si lamentò delle pretenzioni di D. Bosco nel volergli imporre un sistema di educazione, che secondo lui poteva recare gravi inconvenienti, e non era adattato ai tempi; osservò che tale sua ingerenza impedivagli il libero esercizio del proprio governo, e lo persuase ad impedire che Vaschetti e Boggero gli fossero tolti. Gli insinuò che la cosa più spiccia per assicurare l'assistenza era quella di obbligare quei chierici, i quali appartenevano alla Diocesi di Torino, a distaccarsi da D. Bosco e dalla Pia Società.

Egli ritornava a Giaveno sicuro di aver riportato un successo diplomatico. L'aspettavano ansiosi di conoscere le decisioni prese sul loro conto, Vaschetti e Boggero, al quale il primo aveva detto: - Spero che le cose si aggiusteranno ancora senza che noi siamo richiamati all'Oratorio. Infatti il Rettore loro narrò di aver parlato molto con Don Bosco. - E a nostro riguardo che cosa si conchiuse? - Domandò Vaschetti.

- Ho parlato di voi e della Pia Società, della quale fate parte, col Can. Provicario. - Ma pronunciate appena alcune altre parole per metà, forse pentito d'aver già detto troppo, si tacque.

- E D. Bosco, domandarono ancora i chierici, un altro anno ci somministrerà ancora gli assistenti?

Il Rettore sorrise e non rispose.

Il Ch. Boggero scriveva pertanto in data del 5 luglio una lettera al Cav. Oreglia di S. Stefano, nella quale esponeva diffusamente quanto noi abbiamo narrato. Egli era in preda a grande melanconia. “ Pare che per me, ei dice, le cose non prendano troppo buona piega... Vi è una lega tra il Rettore e qualche assistente che io credo inseparabile; perciò eccomi solo, fuori di casa nostra, senza poter comunicare confidentemente con alcuno... Se io manifestassi qualche dubbio, o speranza, o altro che riguardi la nostra Pia Società ho dati abbastanza certi per dubitare con fondamento che il Rettore ne sia informato... Ecco in quali termini io mi trovo... Non so neppur più palesare anche il più piccolo mio bisogno in vista specialmente della condotta ambigua del Rettore ”.

E concludeva il suo foglio in questi termini:

“ Quanto ho scritto a lei l'avrei voluto scrivere a Don Bosco e quella sera stessa, che ritornò da Torino il Rettore, per chè egli mi disse di scrivergli appena avessi qualche cosa di nuovo; ma non osai perché, mi figuro, ne riceverebbe troppa pena. Ella però se giudica bene che D. Bosco sia di ciò informato, lo faccia consapevole di tutto. Lo preghi però che i passi che farà, li faccia misurati, affinchè io non venga in disgrazia dei rettori di questo Seminario: temo che non debba partirmi di qui tanto presto, stantechè il Can. Vogliotti e il Rettore dissero che Vaschetti ed io per ora eravamo necessari... ”.

Il Cav. Oreglia consegnò questa lettera a D. Bosco, il quale non tardò a consolar Boggero con un biglietto di poche ma preziose parole: Somma prudenza congiunta con gran pazienza; rassegnazione ai voleri di Dio e confidenza in Lui.

Intanto nulla appariva in faccia agli esterni di quella disgraziata rivalità e qualche chierico dell'Oratorio nell'agosto venne nel Seminario di Giaveno per ristabilirvisi in salute; ed alcun altro col Ch. Francesia vi passarono alcune settimane di vacanza come in casa propria. Ma il Rettore con ragioni e osservazioni indirette li tentava ad abbandonare D. Bosco per unirsi a lui, facendo loro sperare coll'appoggio della Curia, una sicura e lucrosa carriera in diocesi.

Egli da parecchio tempo, non era più stato in Torino, quando D. Bosco recossi a visitare il Can. Vogliotti per trattare degli screzii incresciosi di Giaveno. Trovò il Provicario impressionato dalle suggestioni del Rettore e dalla notizia che D. Bosco pensasse di ritirare all'Oratorio Vaschetti e Boggero. Il Canonico infatti incominciò subito a dichiarare essergli questi due chierici necessarii pel buon andamento del piccolo Seminario. D. Bosco sempre cortese non lo contradisse, ma gli dimostrava come altri chierici avrebbero potuto sostituirli qualora si fosse creduto conveniente. Quindi si passò a varie osservazioni; e dalla lettera che qui riportiamo, s'intenderà quale fosse il tenore del colloquio.

 

Benemerito Sig. Rettore,

 

Le mando nota di alcuni chierici allevati in questa casa e che Ella può scegliere in quel numero che giudicherà meglio per mandare a Giaveno. Non posso a meno di farle una umile osservazione

sulla ragione addottami ieri, perchè non vuole che dicasi essere una cosa sola l'Oratorio ed il Seminario di Giaveno, cioè si dicano Gesuiti le persone e Gesuitismo l'insegnamento. Non si lasci bendare gli occhi da questa frasca, perciocchè i buoni ed anche i malevoli sono convinti che tali parole suonano garanzia di moralità. Di fatti consideri ciò che era l'anno scorso il Seminario di Giaveno e ciò che è adesso. Tutti quelli che noi abbiamo inviato di qui si sono soltanto indotti ad andare colà, quando loro si disse essere una cosa sola tra qui e Giaveno.

Ella potrebbe fare dimanda quali e quanti siano i giovani mandati dall'Oratorio o dalle persone di nostra confidenza e quali siano stati inviati da altri; e ciò la persuaderà che le mentovate parole non fanno tanta paura al mondo. Altra parola fu quella che i chierici di altre diocesi in massima si rimandassero ai loro vescovi, di preferenza. E questo è l'opposto di quanto fanno o cercano di fare gli altri Vescovi, i quali quando hanno qualche soggetto buono fanno quel che possono per conservarlo. Io ne ho prova di fatto: Francesia è di Ivrea, Cerruti di Vercelli, Durando di Mondovì, Provera di Casale e questi sono eccellenti maestri che non avrei e forse non farebbero il bene di qui, se fossero stati rinviati alle loro diocesi.

Ella dirà che do lezione a Minerva.

Non voglio fare tanto. Voglio soltanto dire quello che sembrami tornar a maggior gloria di Dio. Nemmeno si pensi ch'io ambisco di mischiarmi nelle cose di Giaveno; no, che ho da fare qui a Torino in tutti i sensi; desidero ardentemente che Ella si occupi, che continui l'avviamento sì bene iniziato a Giaveno.

Del resto Ella sa che da venti anni io ho sempre lavorato e tuttora lavoro e spero di continuare la mia vita lavorando per la nostra Diocesi; ed ho sempre riconosciuto la voce di Dio in quella del Superiore ecclesiastico.

Compatisca questa chiacchierata e gradisca che Le auguri ogni bene dal cielo, professandomi

Di V. S. B.

Torino, 3 settembre 1861.

                                                                                                     Obbl.mo Servitore

Sac. Giovanni Bosco.

 

In quel frattempo D. Bosco era stato per gli esercizi spirituali sull'alpestre e solitaria vetta del Santuario di S. Ignazio. Aveva condotto con sè il Cav. Oreglia, il quale così scriveva il 18 luglio a D. Alasonatti.

“ D. Bosco mi dice che spera poterle scrivere domani. Intanto pare che l'aria lo sostenga e lo aiuti a riaversi ...... A tutti i nostri cari giovani mille e mille saluti da parte nostra, particolarmente da D. Bosco col quale ne parliamo ogni volta che ci troviamo insieme. Davvero che mi pare tanto tempo che non li abbia più veduti! Raccomandi loro di pregare per la sanità del nostro caro D. Bosco, per la mia conversione e per la maggior perfezione de' compagni, ma particolarmente ai nostri cari confratelli. Interpreto l'intenzione del Rev. D. Bosco in pregarla di tener indietro i più zelanti nel troppo studiare, e, mi permetta di aggiungere, anche i maestri dal troppo faticarsi, massime il Chierico Cerruti che, poveretto, temo tanto che venga ammalato .....

” Mi saluti particolarmente i miei cari ammalati che mi rincresce non aver potuto guarire.

” La prego di umiliare i miei ossequi a' miei diretti e principali Superiori, D. Rua, D. Savio, D. Turchi, D. Rocchietti, mentre mi raccomando alle loro orazioni ”.

E D. Bosco a sua volta con una lettera rallegrava e ammoniva i suoi alunni di Torino.

 

Giovani miei e figliuoli carissimi,

 

La grazia di nostro Signor Ges√π Cristo sia sempre con noi.

Sono pochi giorni che vivo separato da voi, o miei amati figliuoli, e mi sembra esser già scorsi più mesi. Voi siete veramente la mia delizia e la mia consolazione e mi mancano l'una e l'altra di queste due cose quando sono da voi lontano.

D. Alasonatti mi ha partecipato che voi avete pregato per me e ve ne ringrazio; io pure ogni mattina nella santa Messa ho sempre in modo particolare, raccomandate al Signore le anime vostre. Debbo però dirvi che la maggior parte del tempo l'ho passato, con voi, osservando in particolare ed in generale quanto andate facendo e pensando. Delle cose in particolare, che pur troppo ce ne sono delle gravi, parlerò poi a ciascuno, secondo il bisogno, appena sarò giunto a casa. Riguardo alle cose in generale ne sono assai contento ed avete molti motivi d'esserlo anche voi. Avvi però una cosa di grande importanza da rimediare, ed è il modo troppo accelerato con cui tra di voi si recitano le comuni preghiere. Se volete fare a me cosa gratissima e nel tempo stesse piacevole al Signore ed utile alle anime vostre, studiate di essere regolati nel pregare, distaccando una dall'altra le parole e pronunciando compiute le consonanti e le sillabe, che le parole compongono.

Eccovi, giovani amati, la cosa che vi propongo e che ardentemente desidererei di vedere effettuata al mio arrivo a casa. Di qui a tre giorni sarò di nuovo in mezzo a voi e coll'aiuto del Signore spero di potervi raccontare molte cose che ho vedute, lette, udite.

Il Signore Iddio doni a tutti voi sanità e grazia e ci aiuti a formar un cuor solo ed un'anima sola per amare e servire Iddio in tutti i giorni di nostra vita e così sia.

Da S. Ignazio, 23 luglio 1861.

Aff.mo amico in G. C.

Sac. Bosco Giovanni.

 

Vorrei ancora scrivere una lettera a D. Turchi, a Rigamonti, a Perucatti Placido, a Bagnasacco, a Stassano e a Cuniolo; ma mi manca il tempo. Parlerò poi verbalmente.

Al Sig. D. Alasonatti o al Sig. D. Rua affinchè la leggano ai giovani della casa radunati.

 

“ Ritornato da S. Ignazio, narra la cronaca di D. Ruffino., egli disse ai giovani che di là aveva visti tutti coloro tra gli alunni che non facevano per la casa. ” Questa vista gli forniva i criteri per giudicare di taluni le cui apparenze ingannavano la perspicacia de' Superiori e li restituiva risolutamente alle loro, famiglie, togliendo alla Comunità ogni pietra d'inciampo. “Punito che sia l'uomo di mal esempio, il semplice si farà più saggio; e se frequenterà l'uomo sapiente farà acquisto di scienza ”. (Così i Proverbi al Capo XXI).

Sul finir di luglio aveva luogo nell'Oratorio la distribuzione solenne dei premi alla quale, come pi√π volte in altri anni, presiedeva il Professore Vallauri Tommaso. Da questi D. Bosco aveva ricevuto un grazioso biglietto.

 

Reverendo e Carissimo Signore,

 

Siccome il primo premio è dovuto a V. S. C.ma, così mi valgo di questa opportunità per pregarla a voler gradire l'omaggio dì alcune mie povere scritture.

Ali voglia bene e preghi per me.

Di casa, il 30 luglio 1861.

Uni. Dev. aff. Servo

T. Vallauri.

 

Il risultato degli studi in quest'anno, per la carriera ecclesiastica, era stato felicissimo. I giovani che per l'età, la moralità ed istruzione, distinti per ingegno e pietà, si giudicarono degni di vestire l'abito clericale furono trentaquattro.

 

 

 

 

 

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