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Capitolo 69

Visita a S. Maria in Via Lata, e ai Fori Traiano e Romano - Seconda udienza concessa dal Papa a D. Bosco, che gli presenta le regole della Pia Società di San Francesco di Sales e gli narra la storia pubblica e la confidenziale dell'Oratorio - _Proposta onorifica e favori segnalati di Pio IX a D. Bosco - lì Card. Vicarioe le Letture Cattoliche - Visita a S. Paolo fuor delle mura; alle Tre Fontane; alla cappella della separazione di S. Pietro e Paolo - Conferenza e il Corrispondente Romano per la diffusione delle Letture Cattoliche - E Colosseo - La scienza di D. Bosco messa alla prova.


Capitolo 69

da Memorie Biografiche

del 29 novembre 2006

Il giorno 21, Domenica, celebrandosi la festa dei dolori della Madonna SS., D. Bosco visitò la chiesa di S. Maria in Via Lata, Si crede sia eretta nel luogo ove dimorò S. Paolo presso il centurione, che lo aveva condotto a Roma per comando di Festo; e quivi l'Apostolo abbia battezzati i primi Romani coll'acqua di una sorgente scaturita per miracolo. Di qui D. Bosco passò ad ammirare la colonna Traiana, che s'innalza 42 metri trai ruderi del suo foro. Dalla base al capitello è ornata da bassorilievi con duemilacinquecento figure, uno dei quali rappresenta la vittoria miracolosa riportata da una legione cristiana sopra i Daci, detta perciò Legione fulminante. Dato quindi uno sguardo all'antichissimo sepolcro di Poblicio Bibulo, dei tempi della repubblica, si avviò al Foro Romano, passando presso l'arco trionfale di Settimio Severo. In mezzo a tante splendide rovine di templi, portici, basiliche, curie, dalle quali un giorno si dettava legge al mondo intero, vide e visitò la chiesa dei Ss. Cosma e Damiano. Questa, col suo vestibolo e colla sagrestia dietro l'abside, corrisponde a tre templi pagani e fu la prima chiesa cristiana in quel foro. Ogni cosa parlava al cuore di D. Bosco dei trionfi di Gesù Cristo sopra l'idolatria.

  Ritornato al Quirinale, sul far della sera ricevette l'invito di recarsi al Vaticano. Il Papa desiderava intrattenersi a lungo con lui, e lo accolse nel modo più benevolo e paterno. Prese subito a parlargli così. - Ho pensato al vostro progetto, e mi sono convinto che potrà procacciare assai del bene alla gioventù. Bisogna attuarlo. I vostri Oratorii senza di esso come potrebbero conservarsi e come provvedere ai loro bisogni spirituali? Perciò mi sembra necessaria una nuova Congregazione religiosa, in mezzo a questi tempi luttuosi. Essa deve fondarsi sopra queste basi: Sia una società con voti, perchè senza voti non si manterrebbe l'unità di spirito e di opere; ma questi voti debbono essere semplici e da potersi facilmente sciogliere, affinchè il malvolere di alcuno dei soci non turbi la pace e l'unione degli altri. Le regole sieno miti e di facile osservanza. La foggia di vestire, le pratiche di pietà non la facciano segnalare in mezzo al secolo. Forse a questo fine, sarebbe meglio chiamarla Società, anzichè Congregazione. Insomma studiate in modo che ogni membro di essa in faccia alla Chiesa sia un religioso, e nella vile società sia un libero cittadino. - Quindi accennava ad alcune Congregazioni, le cui Regole avevano speciale analogia con quella che meditavasi d'istituire.

   D. Bosco allora presentava umilmente a Pio IX il manoscritto delle sue Costituzioni. - Ecco, Beatissimo Padre, gli diceva, il regolamento che racchiude la disciplina e lo spirito che da venti anni guida coloro, i quali impiegano le loro fatiche negli Oratorii. Mi era già prima d'ora adoperato a ridurre gli articoli in forma regolare; ma nei giorni passati vi ho fatto correzioni ed aggiunte secondo le basi che Vostra Santità degnavasi tracciarmi la prima volta, che ebbi l'alto onore di prostrarmi ai Vostri piedi. Siccome però nell'abbozzare i singoli capitoli avrò certamente in più cose sbagliata la traccia proposta, così io rimetto il tutto nelle mani di Vostra Santità e di chi Ella si degnerà di stabilire per leggere, correggere, aggiungere, togliere quanto sarà giudicato a maggior gloria di Dio ed al bene delle anime.

   Il Pontefice prese dalle mani di D. Bosco quel regolamento, svolse alcune di quelle pagine, approvò di bel nuovo l'idea che le aveva ispirate e pose quel manoscritto sopra di un tavolino. Così fu stabilito dallo stesso Vicario di Gesù Cristo, che D. Bosco avrebbe messo mano alla fondazione di una nuova Società religiosa.

   Quindi il Papa si fece esporre minutamente i primordii dell'opera degli Oratorii in Torino e ciò che aveva mosso D. Bosco a cominciarla, tutto ciò che si faceva e come si faceva e gli ostacoli che si erano dovuti superare. Nell'udire le tante contraddizioni, minacce, persecuzioni e lusinghe, esclamò, alludendo anche a quanto egli stesso aveva sofferto dalla rivoluzione: - Davvero! Ambulavimus per vias difficiles!

E D. Bosco gli rispose, sorridendo: - Ma, colla grazia di Dio, non lassali sumus in via iniquitatis; - e continuò a narrare il gran bene che il Signore erasi degnato di operare nella sua infinita misericordia, e come molti giovani di straordinaria virtù fossero vissuti e vivessero ancora nell'Oratorio. Il discorso quindi si aggirò sulla vita di Savio Domenico, e Don Bosco raccontò al Papa la visione del buon giovanetto sull'Inghilterra. Pio IX ascoltò con bontà e con piacere e disse: - Questo mi conferma nel mio proposito di lavorare energicamente a favore dell'Inghilterra a cui ho rivolto le mie più vive sollecitudini. Tal racconto, se non altro, mi è come consiglio di un'anima buona.

   Ma questa rivelazione fece nascere un sospetto nella mente di Pio IX, e, guardando fisso D. Bosco, gli chiese se anche egli avesse talora avuto arcana indicazione per procedere nell'opera che aveva fondata; e siccome gli parve che D. Bosco esitasse alquanto, insistette perchè gli raccontasse minutamente tutte le cose che avessero anche solo apparenza di soprannaturale. E D. Bosco con figliale abbandono gli narrò quanto si era presentato alla sua fantasia in sogni straordinari, che in parte già si erano verificati, incominciando dal primo, quando egli era in età di circa nove anni.

  Il Papa lo ascoltò con viva attenzione e molto commosso, non dissimulando che ne faceva gran caso; e gli raccomandò: -Ritornato a Torino, scrivete questi sogni ed ogni altra cosa che mi avete ora esposta, minutamente e nel loro senso naturale; conservatele qual patrimonio per la vostra Congregazione; lasciatele per incoraggiamento e norma ai vostri figli.

   Da ciò trasse argomento per esaltare la missione di chi si occupa della gioventù, usando le più affettuose espressioni di compiacenza; e nello stesso tempo accennò al bene che si operava in Roma dagli Oratorii festivi e da molti Istituti; e diede lode all'educazione ed all'istruzione impartita ai giovanetti nell'Ospizio apostolico di S. Michele. D. Bosco ascoltava e taceva; ma parve al Santo Padre che egli non fosse pienamente del suo parere riguardo all'Ospizio di S. Michele: - Voi dunque, gli disse, sapete qualche cosa che io non so.

        Prego il Santo Padre a scusarmi, se non mi credo lecito fare alcune osservazioni; ma se V. S. me lo comanda, parlerò.

     - Allora ve lo comando e voglio che parliate.

   D. Bosco parlò, usando tuttavia una prudente riserbatezza, ed espose i giudizii di eminenti personaggi intorno all'Ospizio di S. Michele, dei quali desideravasi che ne fosse informato il Pontefice. Pio IX, sorpreso a quelle non aspettate rivelazioni, disse senz'altro che sarebbesi giovato di quelle notizie per rimediare ai segnalati inconvenienti, ed essendosi parlato di laboratori, gli chiese di quali mestieri, arti e studi si occupassero i giovanetti in Valdocco. Quindi lo interrogò: - Fra le scienze, alle quali vi siete applicato, quale è quella che vi è maggiormente piaciuta?

     - Santo Padre, rispose D. Bosco, non sono molte le mie cognizioni; quella però che mi piacerebbe e desidero si è scire Jesum Christum et hunc crucifixum.

   A questa risposta il Papa rimase alquanto pensoso, e forse volendo mettere alla prova questa sua dichiarazione, gli manifestò come fosse stato molto soddisfatto per la riuscita degli esercizi spirituali alle detenute, e che, per dargli un pegno della sua stima ed affezione, aveva risoluto di nominarlo suo cameriere segreto, col titolo di Monsignore. D. Bosco, che mai non aveva ambito onori, modestamente ringraziò il Pontefice, dicendogli in bel modo e scherzando: - Santità! che bella figura io farei, quando fossi Monsignore, in mezzo a' miei ragazzi! I miei figli non saprebbero più riconoscermi ed avere in me tutta la loro confidenza se dovessero darmi il titolo di Monsignore! Non oserebbero più avvicinarsi e tirarmi ora da una parte ed ora dall'altra come fanno adesso. E poi il mondo, per questa dignità, mi crederebbe ricco, ed io non avrei più coraggio di presentarmi a questuare per il nostro Oratorio e per le nostre opere. Beatissimo Padre! t meglio ch'io resti sempre il povero D. Bosco!

   Il Papa ammirò un'umiltà così graziosa, mentre Don Bosco senz'altro passava a chiedergli un'approvazione ed un permesso per poter diffondere anche negli stati Pontificii le sue Letture Cattoliche, e l'esenzione, se fosse possibile, dalla tassa postale per i suoi libretti. Pio IX gli promise che volentieri lo avrebbe contentato; ma lo consigliò a presentarsi al Cardinal Vicario per farne parola eziandio con lui, acciocchè incominciasse ad aver notizia della sua promessa. Gli disse quindi di aver dato uno sguardo alla sua Storia d'Italia ed alle Letture Cattoliche; lodò molto la pubblicazione che da lui si andava facendo delle vite dei Sommi Pontefici de' primi tre secoli, e lo incoraggiò a scrivere, poichè in tal modo sarebbe stato benemerito della Chiesa, massime in questi tempi; e soggiunse, congratulandosi con lui: -Voi fate, colle vostre opere, rivivere i miei Antecessori, specialmente quelli la cui vita era poco nota ai fedeli. - E, dopo averlo interrogato da quali autori traesse le notizie spettanti ai Papi, gli accordava a viva voce varie facoltà personali, che D. Bosco aveagli domandate: quella in perpetuo di poter confessare in omni loco Ecclesiae, e la dispensa dall'obbligo di recitare il breviario. Infine, non ancora soddisfatta la bontà dell'impareggiabile Pontefice, concedevagli ogni possibile facoltà con queste parole: - Vi concedo tutto quello che posso concedervi. - E ciò detto impartivagli la sua benedizione.

  D. Bosco usciva dalla camera del Papa confuso e commosso per tanta degnazione e narrava al Ch. Rua Michele quanto eragli occorso in questa memorabile udienza. La dispensa dal breviario era un gran sollievo per la sua delicata coscienza, poichè sovente dal mattino alla sera era occupato dalla moltitudine dei penitenti, dalle visite e dagli affari. Tuttavia, finchè potè, continuò a recitarlo per intero; o almeno in parte anche quando aveva stanca e inferma la vista e indebolito lo stomaco.

  Ma intanto, quanto è da ammirarsi l'affezione del Sommo Pontefice per Don Bosco! Pio IX da quel momento fu sempre padre ed amico per lui: lo ebbe in grandissima stima, desiderava la sua conversazione, richiedevalo più di una volta di consiglio, gli offriva ripetutamente dignità ecclesiastiche per tenerlo vicino a sè. Don Bosco però, sempre obbediente, eziandio a' suoi desiderii, non credette dover accondiscendere a tale offerta. Mentre egli chiedeva onorificenze per altri, per conto suo sempre se ne sottrasse.

  Il giorno 22 marzo D. Bosco andava a riferire al Cardinale Vicario, l'Em. Costantino Patrizi, il colloquio da lui tenuto col Papa sulla diffusione delle Letture Cattoliche negli stati Ponifici; e vedendo benevolmente disposto in suo favore l'illustre porporato, gli espose la sua idea di stabilire in Roma un ufficio per accettare e registrare le associazioni. Il Cardinale approvò quel progetto e si disse pronto a secondarlo, anche per mezzo di una lettera circolare ai Vescovi dei territorii Papali. Lieto della buona piega presa da un affare, che tanto gli stava a cuore, uscito D. Bosco dal palazzo del Vicariato, peregrinò alla Basilica di S. Paolo fuor delle mura per pregare alla Confessione, venerando il sepolcro del grande apostolo delle genti e vedere le meraviglie di quel tempio immenso. Di qui, dopo un miglio di strada, fu al celebre luogo denominato ad Aquas Salvias, ove S. Paolo diede il sangue per Gesù Cristo. Su questo luogo è costrutta una chiesa con due altari, ove si trovano tre miracolose scaturigini d'acqua, sgorgate nelle zolle sulle quali fece tre balzi il capo troncato del santo Apostolo, D. Bosco pregò anche in una chiesa vicina sotto l'invocazione di Sancta Maria Scala Coeli, di forma ottagonale, edificata sul cimitero di S. Zenone, tribuno che subì il martirio sotto Diocleziano, con diecimila duecento e tre suoi commilitoni. Presso queste chiese ve n'è una terza dedicata a S. Vincenzo ed Anastasio, di architettura gotica, con tre navate divise da pilastri. È  l'avanzo di una celeberrima antica abbadia. Ritornando D. Bosco in Roma, si fermò innanzi alla grande piramide sepolcrale, di Caio Cestio. Presso questa avvi un'antica cappella, che segna il luogo ove S. Pietro e S. Paolo, condotti al martirio, furono separati dai carnefici e donde il primo avviossi al Gianicolo e l'altro alle Acque Salvie. Don Bosco richiamò alla memoria le scene gloriose, tenerissime e i miracoli strepitosi del 29 giugno, l'anno 67 di Gesù Cristo; e profondamente commosso, esponeva in quella sera al suo ospite le impressioni di quella giornata.

  Il 23 marzo D. Bosco teneva conferenza a Ponte Sisto con vari signori per la definitiva e stabile organizzazione delle Letture Cattoliche in Roma, per la corrispondenza con Torino, per la spedizione de' fascicoli e per il modo di fare il versamento delle somme pagate dagli associati. D. Bosco parlò dell'approvazione del Santo Padre e dell'appoggio promesso dal Cardinal Vicario, e quindi pregò il Sig. Abate Botaudi di assumere l'ufficio di Corrispondente destinato a ricevere le Associazioni, a tenere in deposito i fascicoli ed a distribuirli. Il buon sacerdote accettò volentieri quell'incarico. Fecesi anche parola di studiare il modo per creare vari centri di associazione in altre città degli stati Pontificii.

  Concluso questo affare, al quale D. Bosco annetteva grande importanza, egli volle rivedere attentamente gli archi trionfali di Tito e di Costantino, e passando presso il conico avanzo della Meta sudante il suo sguardo sbalordito contemplò le gigantesche rovine dell'anfiteatro Flavio o Colosseo, di forma ovale con 527 metri di circonferenza esterna, e alto ancora cinquanta metri, per lungo tratto. Nei tempi del suo splendore era tutto coperto di marmi, ornato di colonnati, di centinaia di statue, di obelischi, di quadrighe di bronzo; e nell'interno sosteneva tutto all'intorno immense gradinate, che potevano capire circa 200.000 persone, perchè assistessero ai combattimenti delle bestie feroci, de' gladiatori, ed alle stragi di migliaia e migliaia di martiri. D. Bosco entrò nell'arena degli spettacoli la quale conserva l'antico spazio Cioè 241 metri di circonferenza. Nel bel mezzo, tra rottami, erbe e cespugli s'innalzava un'umile croce, e tutt'intorno erano allora disposte quattordici cappelle per le stazioni della Via crucis. D. Bosco desiderò guadagnare le indulgenze di quelle stazioni, e appagata la sua pietà dal Colosseo si recò al Vaticano essendo invitato a pranzo dal Cardinale Antonelli.

  Ovunque D. Bosco andasse, era accolto graziosamente e invitato talora a mensa e a conversazioni perchè i suoi modi, faceti e disinvolti, lo rendevano bene accetto presso tutti. In tali ritrovi però, specialmente nelle prime settimane del suo arrivo in Roma, Cardinali e prelati mettevano a prova i suoi studii e la sua abilità nel ragionare. Le loro interrogazioni mosse con molta cortesia e destrezza facevano cadere il discorso sulle varie discipline ecclesiastiche: e così esploravano, in modo indiretto, in qual misura egli ne avesse fornita la mente. Più volte lo sottomisero ad un vero esame, in specie sulla storia ecclesiastica. Ora la questione aggiravasi sulla cronologia, ora sui motivi della convocazione di certi concilii e sui loro decreti; sulla vita e sulla influenza nell'ordine sociale di alcuni Papi, sulla patria e sugli atti di qualche confessore della fede Ma D. Bosco se ne cavò sempre con molta lode.

   La sera del 23 marzo adunque il Card. Antonelli, dopo il pranzo, teneva conversazione. Sopraggiunsero vari Vescovi, illustri e nobili personaggi, fra i quali il Card. Marini, il Card. Patrizi e Mons. De - Luca, Segretario della Sacra Congregazione de' Vescovi e Regolari. A un tratto il Card. Marini interrogò D. Bosco ove fosse andato in quel mattino e qual monumento avesse visitato.

     - Il Colosseo, rispose D. Bosco.

     - Ha visto in quelle parti il sepolcro delle sante martiri Perpetua e Felicita?

     - Io non saprei se vi siano sepolcri in que' dintorni. Ho letto che Perpetua e Felicita furono martirizzate in Africa; e a meno che il loro corpo non sia stato trasportato in Roma senza che io lo abbia saputo, credo che si trovi ancora ove era una volta. Il breviario nelle lezioni dice forse essere Roma il luogo del loro martirio?

   Tutti i convenuti si guardavano in viso ridendo, e il Card. Antonelli, voltosi al Card. Marini, esclamò: - Ve la siete meritata questa risposta.

  D. Bosco, fu eziandio interrogato se conosceva le antichità Vaticane prima dell'era cristiana. Egli aveva lette attentamente più opere voluminose che trattavano di questo argomento, e per lui leggere una volta un libro era lo stesso che ritenerlo tutto a memoria. Quindi prese a parlare con franchezza di Pallante, delle sue geste e dell'essere quegli stato adorato come Dio dalle genti etrusche, le quali sul colle Vaticano aveangli consacrato un boschetto. Provò il nome di Vaticanum provenire dalla parola Vagitanum, in quanto che Pallante era la divinità che presiedeva ai vagiti dei bambini; quindi passò a parlare del colle Vaticano al tempo dei Romani, del circo fabbricato da Nerone, del luogo della sepoltura di S. Pietro fatta da S. Lino, S. Marcello, S. Apuleio e S. Anacleto, e descrisse l'origine e la storia della Basilica Costantiniana.

  Mons. De Luca fece pur narrare a D. Bosco la storia del Carcere Mamertino, incominciando dall'epoca di Anco Marzio, e D. Bosco lo interessò grandemente con fatti e particolarità che quel Monsignore non aveva mai udite. Anche di que' principi della Chiesa egli aveva eccitata tutta l'attenzione, sicchè a un certo punto disse sorridendo: - Io credeva che solo i miei giovanetti fossero curiosi di udire i miei racconti; ma vedo che non lo sono meno gli eminentissimi cardinali.

  S. E. il Card. Antonelli raccontò al Papa di questi esami dati a D. Bosco, le sue risposte, l'amabile ed erudita sua conversazione; e il S. Padre ne fu contentissimo.

D. Bosco però aveva talvolta saputo rivolgere abilmente contro i suoi esaminatori, essendo questi sacerdoti o semplici monsignori, le stesse loro armi. Quando si accorgeva di essere interrogato per secondi fini, sulle prime rispondeva con quella precisione che gli era propria, e quando la questione si faceva più intricata, passava egli alle interrogazioni e queste essendo insistenti, chi aveva data la prima risposta non poteva esimersi dalla seconda e dalla terza. Quindi accadeva che quegli il quale aveva incominciato a far domande, sorpreso da quella mossa del suo opponente, inoltravasi in dispute sulle quali non aveva preveduto che sarebbe costretto a rispondere; e non essendosi preparato, restava preso allo stesso suo laccio, e finiva con dire ridendo: - Non so più che cosa rispondere; di questo punto, estraneo a' miei studii, non mi sono occupato di proposito.

   D. Bosco coglieva allora questo momento per far divergere il discorso e diceva: - Dopo tanto parlare abbiamo la gola asciutta, anzi secca, fate venire qualche rinfresco.

     - Ma sì, ma sì, rispondeva quel prelato, contento di uscir fuori da quell'imbroglio.

Il servo compariva coll'occorrente, e D. Bosco, con qualche facezia indirizzata al servo, distraeva l'attenzione dei convenuti alla conversazione, destava l'ilarità, e rimediava a quel po' di confusione provata da chi si era dato per vinto. Così finiva allegramente la serata con scherzi e qualche novella amena.

   Questo fu anche il metodo di Don Bosco in ogni altra circostanza, nella quale desiderava impedire il proseguimento di un discorso, e senza che nessuno rimanesse offeso.

I signori romani intanto avendo conosciuto che non era facile cosa prenderlo in fallo e avvilupparlo con interrogazioni, cessarono di metterlo alla prova, ed all'affetto per lui unirono una grande stima e venerazione per le nuove virtù che in lui scoprivano. Trovandosi una sera in conversazione, non sappiamo bene se presso il Card. Gaude o il Card. Altieri, ed essendo presenti vari prelati, l'Eminentissimo gli disse: - D. Bosco, ci faccia un po' una predica come è solito a farla a' suoi ragazzi.

     - Ma, interrogò D. Bosco, come debbo farla? L'ho da fare indirizzando la parola a Vostra Eminenza ed a questi Reverendissimi?

     - Bene faccia così

     - Ma non sarebbe meglio che essi facessero la predica a me ed io stessi ad udirli?

     - No, no, soggiunse il Cardinale; predichi proprio come se noi fossimo i suoi ragazzi.

  E D. Bosco tutto tranquillo incominciò: Me cari fieui, e continuò per un po' di tempo a narrare in piemontese un tratto di storia ecclesiastica, intromettendo dialoghi pieni di brio, proverbi e frasi lepide, avvisi, rimproveri, promesse, interrogazioni ed esortazioni a' suoi uditori e via via. Quei signori, e per ciò che intendevano e per ciò che non capivano, incominciarono a ridere di cuore finchè il Cardinale non potendone più lo interruppe dicendogli a stento: - Basta! basta così! - Nello stesso tempo però tutti conobbero la meravigliosa potenza della parola di D. Bosco sull'animo dei fanciulli.

  Il Card. Marini, venerando vecchio che tanto amava e stimava D. Bosco, parecchie volte lo volle commensale in sua casa, ed invitava alcuni degli Eminentissimi suoi colleghi ed altri amici a passare la serata col servo di Dio. D. Bosco però non invanivasi di tante distinzioni e dell'onore che gliene veniva, e intratteneva que' personaggi splendori della Chiesa per scienza e virtù, narrando loro con vera compiacenza i fatti della sua giovinezza: e quando conduceva la vaccherella al pascolo, o andava alle nidiate degli uccelli; quando era servitore in casa del Sig. Moglia, o studente a Chieri e che doveva pagare la pensione con faticosi lavori in casa di vari cittadini. Di ciò aveva parlato eziandio col Sommo Pontefice, e tutti ammiravano la sua grande semplicità ed umiltà.

  Queste virtù formavano il carattere che in lui spiccava costantemente ovunque andasse. Narrava il teologo Leonardo Murialdo: - Nel 1858, trovandomi io a Roma in compagnia di un avvocato di Torino, e scorgendo Don Bosco per una contrada, lasciai per un istante l'avvocato, per andarlo a salutare. Ritornato presso il mio compagno, questi mi domandò:

     - Chi è quel sacerdote?

     - D. Bosco, gli risposi io.

    - D. Bosco? rispose l'avvocato: quel D. Bosco che raccoglie centinaia di giovanetti? Mi ricordo d'aver incontrato quel prete per le vie di Torino, e non conoscendolo e vedendo così dimesso il suo portamento ed il suo vestito, mi chiedeva chi si fosse quel semplicione di un cappellano.

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