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Capitolo 66

Una commedia latina del Palumbo - Perchè la morte del giovane Quaranta non fece impressione sugli alunni - Conseguenze del sogno dell'ultimo giorno dell'anno 1860 - I giovani tacciono facilmente in confessione - Coscienze svelale - Il Capitolo accetta nuovi socii Sermoncino! Come uno può divertirsi stando in peccato - Morte predetta e avvenuta di un altro allievo - Lavoro indefesso di D. Bosco - Sermoncino per quelli che stanno lontani da D. Bosco - Conferenza ai socii: Carità da praticarsi nel parlare coi forestieri, coi giovanetti e coi confratelli - I chierici protestano di voler stare sempre con D. Bosco: estranei che dal loro contegno li riconoscono come alunni dell'Oratorio - Non si riesce a ritrattare D. Bosco - Esercizii spirituali - Virtù di D. Bosco e stima che ne ha il clero - Giovani fortunati quelli che vissero con D. Bosco - Utilità Recita del miserere ogni sera -Risposta di D. Bosco ad un prete di Osimo ed ai parroci che gli chiedono consiglio - Sussidii del Ministero dell'Interno.


Capitolo 66

da Memorie Biografiche

del 30 novembre 2006

 Gli avvenimenti che da tre mesi si erano succeduti nell'Oratorio non gli avevano fatto perdere il suo aspetto abituale di tranquillità e di allegria. Le feste di chiesa, le ricreazioni animate, gli onesti sollazzi carnevaleschi, le ripetute rappresentazioni drammatiche o altri svaghi si erano alternati con frequenza. I momentanei e salutari turbamenti d'un gran numero di alunni, per la riacquistata pace di coscienza, si erano mutati in viva gioia, che rendeva più gradevoli i passatempi. E Don Bosco ne procurava loro sempre dei nuovi. “ Il giorno II del mese, così la cronaca di D. Ruffino, dopo studii e prove dirette con molta abilità dal chierico Giov. Batt. Francesia, gli studenti recitavano una commedia latina, opera del distinto Gesuita Palumbo. Di questa si conserva un ricordo, in una copia dell'invito al teatro scritto dallo stesso autore e fatto pervenire a quei benefattori che si dilettavano di classiche composizioni.

 

Sacerdos Bosco Xaverio Provana Equiti a Collegno S. D.

 

Latina prodit in scenam fabula, quam agent

Qui domi a Sancto Francisco dictae scholas

Celebrant. Minerval dicitur: nam ut possit

Magistro discipulus Minerval solvere,

Quod obligurnt, cum a patre acceperit,

Furtum facere cum sociis inducit animum.

Illam apud nos alumni agent, die

Prima post decimam mensis; de prandio

Secunda hora. At pauci spectatores erunt;

Sed qui paucis placere student, illi optimis

Placent. Deinde satis multi erunt si tu adsies

Qui ex paucis es; fac igitur intersis. Vale.

 

Augustae Taurinorum quarto idus Aprilis an. MDCCCLXI.

 

La prudenza di D. Bosco adunque, non permetteva che le fantasie si sbrigliassero, con paurose e nocive apprensioni.

In peso e misura egli non cessava di partecipare a chi ne aveva di bisogno la medicina per l'anima, ma con quella soavità che produce sempre del bene e mai del male.

 “ Il 12 aprile, continua la cronaca di Ruffino, D. Bosco si fermò a fare, come è solito, un po' di conversazione co' suoi amati chierici. Uno di costoro lo interrogò: - Come va che la morte di Quaranta non fece nessuna impressione nei giovani?

”Egli rispose: - Io nemmanco cercai di destarla questa impressione, perchè nella casa non ve ne era di bisogno. Ciò per varie ragioni. La prima è che vi sono varii giovanetti i quali se non sto in guardia ben bene, si lasciano rovinare dagli scrupoli. Se avessi voluto giovarmi di questa morte per fare impressione, si sarebbero messi i tappeti neri alla porta poi vestito il morto ed esposto nella camera, si sarebbe data la libertà a chiunque di andarlo a vedere, si sarebbero ripartitamente fatti recitare dalle varie classi gli uffici dei defunti in chiesa: ma siccome non ci fu alcuno che abbia domandato di fare preghiere speciali, così io credei bene di lasciare tutto.

- Certo, che dopo quel sogno dell'ultimo giorno dell'anno, ogni altra predica era superflua, osservò un Chierico. Quel sogno fece molto bene nella casa.

” D. Bosco rivolgendo a costui la parola: - Oh sì! il sogno e le conseguenze di esso, perchè vi erano molte cose che io non poteva dire in pubblico, ma le applicava in privato. Spesse volte accadeva che ­mandava a chiamare qualche giovane ed egli non veniva. Finalmente m'imbatteva in lui e gli diceva: - Perchè non sei venuto ancora a trovarmi? Perchè vuoi tener quel tale (e lo indicava) serpente nel cuore? - Allora il ragazzo cambiava colore e poi singhiozzando mi diceva: Quando…. quando dovrò andare a fare la mia confessione?

” Un altro chierico si meravigliò della facilità colla quale non pochi sogliono tacere i peccati in confessione, anche quando vi ha copia di confessori. - Non tutti i confessori, gli rispose D. Bosco, hanno abilità, esperienza e mezzi per scrutare le coscienze e scovare le volpi che rodono i cuori. Per es. per un tal prete è suo pane il confessare, ma non i giovani, sibbene gli adulti; perchè per confessare i giovani giova moltissimo avvicinarli, frequentarli, conoscerli bene, studiarne l'indole e quando vanno a confessarsi far noi ben molte volte l'esame per loro; saper mettere insieme costui ha dato causa della tale lagnanza, questo ha il tal difetto, questo ha il tal altro: perchè i giovani tacciono, oh sì! tacciono facilmente!! Sono due grandi bestie la vergogna e la paura di scapitarne nella stima del confessore.

” Sul principio dell'anno venne accettato nell'Oratorio un giovane e la prima volta che fu a parlarmi, disse: - Qui si fanno anche preti ?

- Sì!

- Io non mi voglio fare prete. Obbligano a farsi prete?

- No, anzi questo si concede per grazia speciale, poichè bisogna che i giovani dieno ben chiari i segni di vocazione, del resto loro non si permette di vestir l'abito.

- Basta; io vengo qui col patto che non mi facciano prete.

- Sta sicuro che nessuno ti dirà di farti prete se non hai vocazione.

- Ancorchè ne avessi la vocazione non voglio che mi facciano.

”Qualche tempo dopo si trattava di confessarsi e perciò voleva andare da qualche sacerdote sconosciuto, dai frati del Monte od almeno alla Consolata. D. Bosco gli disse: Io ti lascio andare volentieri, solo manderò qualcuno ad accompagnarti; ma con un patto!

- Quale?

- Ti lascio andare, col patto che tu manifesti al confessore questa e quell'altra cosa. - E gliela indicai.

” Il giovane restò meravigliato al sentirsi manifestare i peccati, che egli non aveva mai confessato e disse: - Non c'è più bisogno che io mi vada a confessare altrove, essendo appunto questi que' peccati, che io non avevo in animo di confessare. - Al presente, che non siamo ancora a metà dell'anno, egli è dei più animati per farsi prete ”.

L'ultimo sogno intanto traeva alcuni alunni a chiedere di essere ascritti alla Pia Società come ricaviamo dal Verbale dei Capitoli.

Li 16 aprile del 1861 il Capitolo della Società di S. Francesco di Sales si radunò per l'accettazione de' seguenti membri. Reano Giuseppe di Foglizzo figlio di Filippo; Perucatti Giacinto di Giuseppe da Villa S. Secondo; Jarach Tommaso Luigi di Carlo Luigi; Fabre Alessandro da Caselle figlio di Luigi. Fatta la votazione i suddetti ottennero i pieni voti e furono ammessi alla pratica delle Regole.

Ciò che animava questi giovani ad unirsi coi collaboratori dell'Opera degli Oratorii era null'altro, che il gran pensiero di salvare con molti meriti l'anima propria e di cooperare alla rigenerazione di tanta povera gioventù. E non poteva essere altrimenti perchè D. Bosco parlava sempre di anima. Il 17 aprile così diceva alla sera:

- Carlo, re di Francia, assaltato da ogni parte dalle truppe Inglesi, lasciava ai suoi soldati il pensiero della guerra ed egli tranquillamente se ne stava nella sua reggia. Le battaglie succedevano rapidamente e sempre colla sconfitta delle sue armi. Molte provincie erano già in mano ai nemici. Il regno si poteva dire perduto. I generali mandarono pertanto al Re un distinto ufficiale, perchè lo scuotesse dalla sua inerzia e, rappresentandogli l'estremo suo pericolo lo inducesse agli ultimi disperati provvedimenti per la difesa. L'ufficiale giunto al palazzo venne fermato alla porta ed ivi stette due o tre ore aspettando un'udienza. Il Re intanto ballava, giuocava, beveva allegramente. Finalmente l'ufficiale fu introdotto. Il Re lo accolse con gentilezza, ma invece di interrogarlo sulle sorti della guerra, prese a parlargli di caccie e di pranzi e finì coll'indicargli un tavolino ed invitarlo a giuocare alle carte con lui.

L'ufficiale guardò meravigliato il suo Sovrano senza proferir parola, e stette in piedi immobile!

- Avete inteso? replicò il Re. Che cosa pensate in questo momento?

- Maestà, rispose l'ufficiale. Io sono sbalordito. Non ho mai veduto alcuno andare alla malora così allegramente come voi!

O cari figliuoli; a quanti che hanno il peccato nel cuore e pure giuocano, ridono, mangiano, bevono, si divertono ed hanno l'inferno aperto sotto i piedi, si potrebbero ripetere queste parole!

Nell'Oratorio la morte di un giovane veniva a mettere sull'avviso chi per caso ne avesse avuto bisogno.

Scrisse Ruffino: “ Prima dell'alba del giorno 21 aprile, domenica, festa del Patrocinio di S. Giuseppe alle ore tre e mezza morì il giovane Maffei Carlo di Buttigliera d'Asti in età di 19 anni, dopo 2 giorni di malattia per dolori alla spina dorsale cagionati da costipazione.

” Il 24 dicembre 1860 D. Bosco aveva annunziato: - Vi sono tra di noi alcuni che fra pochi mesi non vi saranno più. Ve n'è uno e costui non ci pensa. - E Maffei moriva improvvisamente. D. Bosco come aveva fatto alla morte del giovane Quaranta, non manifestò riflessioni inopportune, non fece alcun cenno di predizioni avverate, e tutto passò tranquillamente senza angustie di spirito.

” Alcuni chierici però commossi per quel doppio funerale, vedendo D. Bosco sempre malaticcio, e temendo per la sua vita lo esortarono ad aversi cura della salute e perciò a non lavorar tanto. Uno fra gli altri per convincerlo gli disse: - Non sarebbe meglio che ella vivesse per es. un dieci anni di più, non lavorando tanto, aiutandoci solo coi consigli, piuttosto che logorarsi tutto nel lavorare e vivere di meno? -

” D. Bosco rispose: - Sì...e chi mi assicura che lavorando meno vivrei dieci anni di più? Oh no! Io voglio, finchè posso, impiegare tutte le mie forze a lavorare per la gloria di Dio e la salute delle anime. Non rovinarmi, no; ma solo fare quello che posso. -

” D. Bosco in questa sera stessa dopo aver raccomandati a tutti i giovani studenti ed artigiani i soliti suffragi per l'anima di Maffei, così parlava: - Ho una cosa da dire e non vorrei dirla: ma pure sono costretto ed è questa. Vi sono parecchi giovani i quali dal principio dell'anno dimorano qui nell'Oratorio ed io quasi non li conosco. Questo mi spiace. Nella casa vi sono i due estremi. Alcuni mi stanno sempre attorno: altri non solo non mi vengono intorno, ma al primo vedermi fuggono. Ciò mi affligge e volete sapere il perché? Domandate perchè un padre desidera vedere i suoi cari figliuoli: anzi per me c'è ancora di più dell'amore di padre: io voglio, io desidero ardentemente di salvare le vostre anime, e, perciò io desidero di vedere quei tali per poter dir loro una parola. Insomma volete che vi dica di più? Vi sono alcuni che hanno da aggiustare i conti dell'anima loro; ed io non posso averli. Li mando a chiamare e non vengono; bisognerà forse minacciarli? Adunque io desidero che i giovani non mi stiano tanto attorno, anzi voglio che facciano sempre tutta intiera la ricreazione. Desidero solo che non mi fuggano quando li incontro. Che non accada più quello che spesso vedo succedere. Entro nel cortile, veggo un brulichio di giovanetti correre intorno a Me e poi non vedo quattro o cinque, che son quelli che io vorrei. Essi pure si muovono, ma per allontanarsi…. Ciò sia per detto. Avrei ancora da esporvi molte cose, ma non posso farlo qui in pubblico. Questo basti. Buona notte. -

” Quando i giovani furono ritirati nelle loro camerate si radunò la conferenza dei membri della Società di S. Francesco di Sales. Furono presentati all'assemblea quattro nuovi confratelli Reano, Perucatti G., Jarach, Fabre. D. Bosco parlò della carità verso il prossimo e specialmente verso i giovani. Riguardo al prossimo disse: - Si procuri che chiunque avrà da trattare con noi, vada via soddisfatto; che ogni volta che parleremo a qualcheduno sia un amico di più che ci acquistiamo; perchè noi dobbiamo cercare di accrescere il numero degli amici nostri e diminuire quello dei nemici, dovendo noi far del bene a tutti. Accoglieremo bene e sempre con dolcezza i forestieri, perchè essi pretendono questo, siano essi signori, o siano essi poveri; anzi coloro che si trovano in condizione inferiore pretendono ancor più degli altri di essere trattati con deferenza.

” Per riguardo ai giovani dobbiamo aver carità usando sempre dolcezza: che non si dica mai di nessuno di noi: il tale è rigoroso e severo. No! Questo non sia mai più il concetto che i giovani possano formarsi di qualcheduno fra noi. Se abbiamo da rimproverare qualcheduno prendiamolo in disparte, facciamogli vedere alle buone il suo male, il suo disonore, il suo danno, l'offesa di Dio; perché facendo noi altrimenti, egli abbasserà il capo alle nostre dure parole, tremerà, ma cercherà sempre di fuggirci; sarà poco il profitto ottenuto con ammonimenti di simil fatta. Se coglieremo in flagrante qualche stordito, allora al più al più prendiamolo per un braccio e con animo risoluto diciamogli: - Vedi il male che fai: pensa a quello che meriteresti; se io ti conduco dal Superiore ed allora? ecc. ecc.

” Usiamo poi specialmente la carità anche fra di noi; quando uno ha da dire qualche cosa al compagno, si dica subito senza tema. Ma non si conservi il malumore in cuore. Sarà forse inopportuna quella parola; ma importa niente: si dica subito.

” La parola di D. Bosco era di un'attrattiva singolare per i chierici. Nell'uscire da quella stanza uno esclamava: E io starò sempre con D. Bosco! - Interrogava quindi qualche compagno - E tu?

- Io pure! ripetevano gli altri ”.

Un giorno s'incontrarono per via coll'Abbate Vacchetta, il quale disse loro: - E perchè state laggiù in Valdocco con D. Bosco?

- Perchè ci piace! risposero.

L'impronta che dava loro l'educazione di D. Bosco gli facevano distinguere dagli altri chierici che non appartenevano all'Oratorio. Il Can. Ronzini Cesare un giorno scendeva pel corso Valdocco lungo l'ospedale di S. Luigi e visto dal lato opposto il Ch. Garino gli fe' cenno colla mano di avvicinarsi. Il Chierico si recò da lui: - Che cosa comanda signor Canonico?

- Oh! niente: voleva sapere se Lei appartiene a Don Bosco.

- Sissignore!

- Sono contento di non essermi ingannato: perchè incontrando un chierico dal suo aspetto gioviale, rispettoso, ingenuo, non ho mai sbagliato, giudicando che fosse di Don Bosco; e fermandolo e interrogandolo ebbi sempre risposta affermativa. - Il Canonico era un grande ammiratore di D. Bosco.

”Questi buoni chierici, specialmente i più anziani della casa, ne' mesi scorsi avevano fatte varie prove, ma invano per poter prendere il ritratto  a D. Bosco. La matita e il pennello sembrava che rifiutassero il loro ufficio. La fisionomia del buon padre rimaneva sempre alterata, irriconoscibile. Lo condussero al fotografo, ma questi non potè mai riuscire a ritrattarlo, benchè D. Bosco esteriormente non dimostrasse di non volere. Era un fatto ben strano. Un giorno parlandosi di ciò alla sua presenza, egli disse: - Se prendermi il ritratto fosse utile per la salute delle anime, allora sì: del resto non ve n'è di bisogno. - Così D. Ruffino, il quale prosegue colla cronaca “ Le anime, ecco ciò che gli importava.

” Il 29 aprile, lunedì, incominciano gli esercizi spirituali alle ore tre pomeridiane dettati da D. Ciattino parroco di Maretto, che predica con modo dilettevole e sempre con volto ridente. Un giovane fece proponimento e lo osservò di non parlare in tutto il tempo degli esercizi: - Questi termineranno il giorno 2 maggio.

” D. Bosco prima degli esercizi mandò a chiamare dai loro paesi i giovani Ghivarello Francesco e Dalmazzo Giuseppe, affinchè venissero in casa a partecipare a questi giorni di ritiro spirituale. Vennero e non vollero più ritornare alle loro famiglie.

” La sera del 28 aprile D. Bosco disse ai giovani: Adesso incominciamo gli Esercizi per scacciare affatto il demonio di mezzo a noi. In generale il demonio non può più stare con nessuno della casachè tutti lo scacciano. Tuttavia ve ne sono alcuni, ma pochi, dietro ai quali esso può nascondersi; non davanti, ma dietro alle loro spalle

” Nei due giorni d'esercizi D. Bosco confessò quasi sempre per circa 6 ore di seguito al dopo pranzo, e prima di pranzo tre o quattro ore circa.

” Nell'ultima predica del 1° maggio il predicatore benedì i giovani, avendo prima augurate le benedizioni di Dio al Re, Senatori, al Parlamento ecc. ecc., affinchè siano sempre forti in pace ed in guerra: ma quando cercò di prendere il crocifisso del pulpito per dare la benedizione di rito, non potè estrarlo. Allora fece un'apostrofe ai peccatori che ancora non si volevano convertire, causa per cui non poteva forse benedire esso l'assemblea. Li invitò, li supplicò a manifestarsi, che egli sarebbe disceso dal pulpito e sarebbe andato a gettarsi ai loro piedi, pregandoli in nome di Gesù Cristo a convertirsi. Finì col dire che costoro avevano ancor tempo a confessarsi, quella sera e il domani mattina. Tutto questo tratto oratorio fece ottima impressione. Il predicatore interrogato dopo privatamente, disse di avere a bella posta fatto le viste di non potere estrarre il crocifisso. Soggiunse d'avere altre volte adoperato simile stratagemma e di aver sempre fatta buona impressione sugli uditori ”. Osserveremo a tale proposito, che diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum.

“ D. Ciattino parlò anche di D. Bosco, facendo rilevare ai giovani la grazia che Dio aveva loro impartito, mandandoli in educazione sotto di un uomo, che godeva fama di santità, ed osservava che sarebbe venuto tempo in cui i posteri avrebbero invidiato la loro sorte, per aver essi vissuto insieme con D. Bosco ”.

“ La sua fama di santità, scrisse il Can. Anfossi, andò sempre crescendo, col crescere ed ampliarsi delle sue opere. Ebbe origine dalla sua vita esemplarissima, dalle virtù da lui esercitate in grado eroico e dai doni speciali di cui lo si vedeva arricchito dal Signore. Quante volte ho veduto sacerdoti e personaggi di gran nome inginocchiarsi ai suoi piedi per averne  la benedizione ”.

E il Teol. Reviglio osservava: “ Ogni qualvolta io mi recava da lui, sempre vi marcava qualche atto speciale di virtù e mi persuadeva che il giusto si perfeziona di giorno in giorno, sino a che ne riceve la celeste mercede ”.

E specialmente nell'umiltà che splendeva anche ne suoi minimi atti: “Il 4 maggio, lasciò scritto D. Ruffino, un cospicuo signore venne a parlare con D. Bosco, perchè accettasse nella casa un giovanetto. Nel suo discorso fece conoscere come egli credesse l'Oratorio essere stato fondato da un illustre Vescovo, al quale naturalmente Torino doveva professare riconoscenza per tanto benefizio. Quindi conchiuse d'essere venuto a raccomandare il suo protetto a D. Bosco, sperando che egli avrebbe le facoltà necessarie per accettar giovanetti. D. Bosco lo ascoltò con tutta pace, per nessun modo cercò di trarlo d'inganno e lo lasciò affatto nella sua persuasione. Pertanto trattò quell'affare come se realmente egli dovesse dipendere e rendere conto ad un suo Superiore. E quel personaggio partì soddisfatto e ammirato delle accoglienze avute da D. Bosco. Non a tutti l'amor proprio avrebbe permesso di tacere in simile circostanza; mentre noi in D. Bosco abbiamo visto esempi senza numero di tale virtù. E non era possibile che fosse altrimenti in un sacerdote preoccupato continuamente dal pensiero della morte e dell'eternità. Quando era coricato per addormentarsi recitava sempre il miserere ”.

Già in questi tempi la fama della sua santità era propagata in tutta l'Italia come asserisce Villa Giovanni. “ Nel 1862, egli scrive, trovandomi in Osimo soldato nel decimo reggimento di fanteria, fui testimonio di questa fama e udii parlare di D. Bosco come di un santo sacerdote, da un prete nipote del Vicario Generale. Fui anche interpellato da un altro buon giovane prete di colà, certo D. Salvatore, quale segreto avesse D. Bosco, per attirare così potentemente il cuore dei giovani; e lo stesso mi incaricò di domandarglielo. Io venuto poco dopo a Torino in licenza riferii a D. Bosco l'incarico avuto ed egli mi disse: - Io l'ignoro. Se quel buon prete ama Dio, riuscirà pure in ciò assai meglio di me ”.

Per tale stima i sacerdoti venivano sovente a chiedere' consiglio a D. Bosco per la direzione spirituale delle varie classi di persone; e specialmente i parroci che dovevano prendere o avevano preso da poco tempo possesso della parrocchia. Nel 1867 dava per norma di condotta ad uno di costoro: Aver cura de' fanciulli, degIi infermi e de' vecchi. D. Calandra era mandato dal Vescovo di Cuneo parroco a Boves, donde l'antecessore era stato costretto a fuggire dagli stessi parrocchiani. Monsignore aveva pianto nell'affidargli questa difficile missione. D. Calandra venne all'Oratorio per chiedere a D. Bosco come avrebbe dovuto regolarsi, e D. Bosco gli diede e spiegò il sovra esposto consiglio: - Fermare i fanciulli per via, accarezzarli, mandare un saluto per mezzo di essi ai parenti: chiamar col nome di padre e di madre i vecchi, salutarli per il primo, chiedere notizie della loro sanità; assiduità e interesse nel visitare gli infermi, procurare le cose più necessarie a chi fosse povero. - D. Calandra seguì i dettami di D. Bosco e subito divenne l'idolo dei suoi parrocchiani. Esso narrava nel 1888 che per chiesa, ospedale, asilo infantile, ricovero dei vecchi i suoi fedeli gli avevano data in limosina la bella somma di 1.200.000.

Grande era dunque la stima di santità e di sapienza che D. Bosco si era acquistata col suo zelo apostolico al cospetto della Società Cristiana; mentre il Ministro Miglietti riconosceva le sue benemerenze a vantaggio delle società civili.

 

Ministero dell'Interno

N. 30901 del protocollo gen.

N. 3664 della divisione

 

Torino, addì 27 aprile 1861.

 

Da persona benefica essendo stata messa a disposizione di questo Ministero una somma da essere erogata a favore dei pi√π bisognevoli Istituti Pii di questa Capitale, il sottoscritto ha creduto di dover comprendere nel riparto codesto Istituto per la somma di lire 400.

Nel porgere tale partecipazione al Rev.do Sig. Direttore del Pio istituto, gli soggiunge ad un tempo che l'anzidetta somma gli verrà pagata a semplice richiesta alla cassa di questo Ministero.

 

Per il Ministro Borromeo.

A Don Bosco.

 

 

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