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Capitolo 61

1861 - Suo principio - Numero degli ascritti alla Pia Società -Buona condotta dei giovani - Sante industrie - Cacciatori e pescatori di anime - Il buon esempio di D. Bosco - Il sogno delle coscienze: D. Cafasso, Silvio Pellico e il Conte Cays: i conti in cifre presentati dai giovani: spettacolo doloroso: una splendida mensa: la strenna generale - Riflessioni intorno al sogno.


Capitolo 61

da Memorie Biografiche

del 30 novembre 2006

Gli ascritti alla Pia Società di S. Francesco di Sales sul principio dell'anno 1861 erano 26 ai quali si era aggiunto il Cav. Oreglia Federico di Santo Stefano. Fra questi i sacerdoti erano quattro. Due preti e altri chierici di varie diocesi erano nell'Oratorio, ma non appartenevano alla Congregazione. Questo anno spuntava sotto buoni auspici per gli alunni di D. Bosco. Così scrisse D. Bonetti Giovanni nei suoi Cinque lustri dell'Oratorio Salesiano.

“ Frequentatissimi erano gli Oratorii festivi nei tre punti principali della città, gremito di giovani il nostro Ospizio in Valdocco, e la pietà e moralità fiorente. Eranvi poi dei giovanetti, artigiani e studenti, cotanto virtuosi, che ritraevano la vita di Domenico Savio, e rinnovavano presso di noi le opere meravigliose ed anche soprannaturali di quell'angelico nostro compagno ed amico. I giovani si amavano come altrettanti fratelli; non risse erano tra loro, non discordie, non dissapori; ma tutti formavano come un cuor solo ed un'anima sola, per amare Iddio e consolare D. Bosco.

Era sì grande in tutti l'impegno di tenere una buona condotta morale e religiosa, che alla fine della settimana, quando leggevansi pubblicamente i voti da ognuno riportati dai proprii maestri ed assistenti, accadeva raramente di udire un nove, poichè tutti meritavano dieci, vale a dire niuno dava motivo al più lieve lamento nè per la pietà, nè per lo studio, nè per la scuola, nè pel dormitorio, nè per la ricreazione, e via dicendo. Il nove, ossia il suffragio indicante una condotta solamente quasi ottima, era in tanta disistima, che quando un giovane allievo, più per leggerezza che per cattiveria, lo aveva ricevuto, ne piangeva dirottamente, e per ordinario nol riceveva più in tutto l'anno.

A questa emulazione e a questo invidiabile stato di cose, influirono, è vero, varii fatti straordinarii, dei quali parlerà il biografo di D. Bosco, ma vi ebbero pure gran parte lo zelo e le industrie sue e dei suoi aiutanti. Generalmente dopo pranzo e dopo cena D. Bosco trovavasi in ricreazione tra noi. Ora in piedi ed ora seduto sopra una tavola od anche sul nudo terreno, circondato sempre da larga corona di giovani, egli ci deliziava raccontandoci fatti ameni ed esempi edificanti. Talvolta volgeva una parola di incoraggiamento a questo, che ne sapeva abbisognare, tal'altra ne diceva in confidenza una nell'orecchio a quello; onde mutandosi ogni ora intorno a lui i giovani, e succedendosi gli uni agli altri nel piacere di stargli vicini, avveniva che tutti o quasi tutti in pochi giorni ricevevano, come pulcini dall'amorevole chioccia, una imbeccata, che loro dava o conservava la vita. Altre fiate faceva chiamare a sè o andava egli stesso in cerca di taluno, che conosceva più o meno bisognoso di essere scosso al bene o allontanato dal male, e a quattr'occhi e con una bontà inarrivabile, dicevagli alcune parole, che nell'animo suo facevano più effetto che non una muta di spirituali esercizi.

E siccome dopo le orazioni della sera e finito il breve sermoncino, i giovani si pressavano a lui d'intorno per augurargli la buona notte od esporgli un dubbio e chiedergli un consiglio, così egli coglieva premurosamente il destro, e diceva a questo e a quell'altro una parola confidenziale, che veniva custodita come un tesoro e praticata con molta fedeltà. Queste ed altre consimili industrie Don Bosco avevale introdotte fin dai primi anni dell'Oratorio, ma esperimentando i salutari effetti che producevano, prese ad usarle in quell'anno con più frequenza, e perciò con immenso nostro vantaggio.

Don Alasonatti prefetto della casa e nostro secondo padre, non avendo come D. Bosco il dono della parola, attendeva in altra guisa al benessere dei giovani. Egli invigilava che non si introducessero abusi tra noi, toglieva sopra di sè l'uffizio di fare rimproveri o minacce, ed anche d'imporre lievi castighi, e con ciò suppliva all'efficacia dei mezzi più blandi e di persuasione, quando questi con alcuni indocili e caparbi non riuscivano ad ottenere l'intento. Egli per altro esercitava questa parte di disciplina con tanta carità, calma e discrezione, da farsi temere, ma non odiare, perchè all'amaro mesceva il dolce, alla fortezza univa la mansuetudine, al giudizio e al castigo sposava la misericordia e la benevolenza. Anzitutto esaminava attentamente e prudentemente la cosa, faceva discorrere il colpevole, e dove occorreva l'avviso non usava il rimprovero, e quando questo bastava non veniva nè alla minaccia, nè al castigo, seguendo fedelmente la regola data da Dio medesimo con queste parole: Pro mensura peccati erit et plagarum modus: “ La quantità del castigo sarà secondo la misura della colpa. ” In tutti i casi poi egli dava sempre a divedere che non operava per astio, ma per amore, non per capriccio e risentimento, ma per dovere e pel desiderio di giovare al colpevole.

Ma alla condotta e savia educazone dei giovani lavoravano pure in ricreazione altri ausiliari di Don Bosco; e questi erano i chierici, i maestri, i capi d'arte, gli assistenti, e non pochi allievi che battevano le orme di Domenico Savio, facendosi come lui cacciatori e pescatori d'anime. Divisi qua e colà essi prendevano parte e facevansi l'anima di tutti i divertimenti, e ciò con tanta premura e attività da disgradarne i più avidi di trastulli. Chi non conosceva la pia intenzione e la nobile mira di quei giovani e chierici, li avrebbe detti dissipati ed ignari del proprio decoro; ma era ben altrimenti.

Essi promuovevano la ricreazione e l'accaloravano per darvi importanza e allettarvi anche gli inerti, a fine di scuoterli dalla malinconia, e per tal modo sviluppare la vita fisica e morale; si facevano capi dei giuochi per dominarli ad esserne come gli arbitri, onde nei casi di contestazione accordarsi vicendevolmente per impedire tra i giovani contese, diverbi e risse, e perciò la offesa di Dio; passavano poi ore ed ore in questo esercizio e spesso con loro grande sacrifizio ed abnegazione, ma lieti di potere in quel mezzo conoscere meglio i giovani, la loro indole, i loro difetti, e cogliere l'opportunità di volgere loro una parola di salute.

Mentre gli uni attendevano in questo modo ai divertimenti comuni, altri sparpagliavansi nel cortile, adocchiavano questo o quell'altro giovane che stava da solo, lo invitavano a trastullarsi o a passeggiare con essi, e questo sempre col lodevole intento di promuovere la onesta allegria, e per avere la propizia occasione di porgere un buon consiglio ed invogliare allo studio, al lavoro, alla pietà. Dopo di essersi ricreato alquanto con quel dato fanciullo o studente o artigiano, dopo di aver discorso con lui, come si dice, del vento e della pioggia, il buon chierico usciva in bel modo a fargli una interrogazione, che lo riguardasse più da vicino, e gli dimandava per esempio: - Hai tu ancora i tuoi genitori e procuri tu di consolarli colla tua buona condotta e di pregare per loro? - Che voto hai riportato la settimana scorsa? - Da quanto tempo è che non sei più andato a confessarti? - Avrei bisogno di ottenere una grazia dal Signore; vorresti tu venire domani con me a confessarti e a fare la santa Comunione, secondo la mia intenzione? - Vuoi tu che andiamo a trovare D. Bosco? Vieni e ci faremo dire una parola nell'orecchio; - e cosi via dicendo.

Alla stessa meta avevano l'occhio i maestri nelle scuole e gli assistenti e capi di dormitorio e laboratorio. Ognuno procurava di guidare i proprii allievi al compimento dei doveri, al buon ordine, al lavoro, allo studio, alla virt√π, pi√π coll'amore che col timore, pi√π per provvedere all'anima che non al corpo, pi√π in vista del cielo che non alla terra. Inspirati all'esempio ed alle parole di D. Bosco, desiderio e sollecitudine di tutti si era di cercare, promuovere e cogliere tutte le possibili occasioni per conservare e condurre a Dio i giovani dell'Oratorio e salvare le loro anime. Una delle massime pi√π fedelmente praticate era di far passare Iddio nel cuore dei giovani non solo per la porta della chiesa, ma della scuola o dell'officina. E questo essi s'industriavano di conseguire, ma con tanta prudenza e moderazione, che i giovani quasi non se ne avvedevano, ma ben sentivano e provavano che era cosa molto pi√π soave essere pii e virtuosi, che non indevoti e malvagi. Riguardavano poi l'Oratorio come la loro casa diletta, ed amavano i superiori come gli amici dell'anima.

Ma sopratutto era per loro una spinta efficacissima al bene, l'esempio che dava D. Bosco. Egli tutti precedeva nell'adempimento dei suoi doveri, nella pratica de' consigli evangelici e nel zelare la gloria di Dio in tutto, sicchè poteva dire con sincerità al Signore: Zelus domus tuae comedit me. D. Dalmazzo Francesco così scrisse di lui: “ Noto un apprezzamento fatto da molti de' miei confratelli e da me stesso, che colla frequenza e famigliarità intima del servo di Dio, al contrario di quello che avviene ordinariamente cogli altri uomini, si scorgeva sempre in lui qualche nuova virtù, o qualche cosa in generale da ammirare, a cui prima non si poneva mente. Nel periodo di circa trent'anni in cui l'ho avvicinato debbo ingenuamente confessare che non solo non ho trovato mai in lui cosa da biasimarsi, ma anzi dovetti in ogni tempo ammirare la pratica di ogni virtù cristiana in modo tale, che fui costretto a persuadermi de visu et auditu essere vero quanto la fama diceva di lui: È un santo ”.

Con tutto ciò non è spiegabile il fiorire e il mantenersi vive tante virtù nella casa ammirabile di D. Bosco, se i soli mezzi ordinarii, che suggerisce la Religione e una sana pedagogia fossero stati messi in opera. Vi era ben altro di più meraviglioso che suppliva all'insufficienza umana, poichè Dio solo è scrutatore dei cuori e vede talvolta il male ove gli uomini credono di veder la perfezione. Nel primo libro dei Re al Capo XVI versicolo 7 leggiamo queste parole del Signore a Samuele riguardo ad Eliab: “ Non badare al suo volto, nè alla statura grande di lui: io non giudico secondo quel che apparisce allo sguardo dell'uomo; perchè l'uomo vede le cose che dan negli occhi, ma il Signore mira il cuore ”. Ed è perciò che la sua bontà si manifestava in modo straordinario in proporzione dell'ardente zelo del suo servo fedele nel procurare la salute delle anime. A questa divina bontà alludeva D. Bonetti accennando a fatti straordinarii, che sarebbero stati raccontati dal biografo di Don Bosco.

Il primo fatto di quest'anno noi lo ricaviamo dalla Cronaca di D. Ruffino e dalle memorie di D. Bonetti.

Nelle tre notti che procedettero l'ultimo giorno del 1860, D. Bosco fece tre sogni, come egli li chiama, ma che noi con tutta sicurezza, per ciò che abbiamo veduto, sentito, provato, possiamo appellare celesti visioni. Era lo stesso sogno tre volte ripetuto, ma sempre con circostanze diverse. Ecco in breve come il nostro buon padre lo raccontò nell'ultima sera dell'anno 1860 a tutti i giovani radunati. Così egli parlò:

Mi trovai per tre notti consecutive in una campagna a Rivalta con D. Cafasso, con Silvio Pellico e con il Conte Cays. La prima notte la passammo discorrendo sopra certi punti di Religione riguardanti specialmente i tempi che corrono. La seconda si passò in conferenze morali in cui si fecero e si sciolsero casi di coscienza, spettanti specialmente la direzione della gioventù. Veduto che già per due notti di seguito faceva un tal sogno, deliberai di raccontarlo ai miei cari figliuoli, se ancora avessi sognato le stesse cose per la terza volta. Ed ecco che la notte del 30 al 31 dicembre mi trovai nuovamente nello stesso luogo cogli stessi personaggi. Lasciato da parte ogni altro discorso, mi venne alla mente che alla sera del giorno seguente, che era l'ultima dell'anno, secondo l'uso, doveva dare la strenna ossia i ricordi ai miei cari figliuoli. Perciò mi rivolsi a D. Cafasso e gli domandai:

Voi che siete mio così grande amico, datemi voi stesso una strenna per i miei figli.

Egli mi rispose: - Oh, adagio; se volete che io vi dia la strenna, andate e dite prima ai vostri giovani che preparino e aggiustino i loro conti. - Noi eravamo in una gran sala in mezzo alla quale stava un tavolo. D. Cafasso, Silvio Pellico, il Conte Cays andarono a sedersi a quella tavola. Io intanto per obbedire a D. Cafasso uscii da quel salone ed andai a chiamare i giovani i quali erano fuori, facendo ciascuno addizioni sopra una pagina che tenevano fra le mani. I giovani entravano ad uno per uno tenendo in mano la loro cartella, nella quale vi erano molti numeri da addizionare e si presentavano ai tre sullodati personaggi e loro consegnavano la propria cartella. Quei signori ricevutala vi facevano l'addizione, e, se era ben fornita e con chiarezza di numeri, la restituivano a ciascheduno; la sdegnavano, respingendola, se le cifre erano imbrogliate. I primi erano quelli che avevano i conti aggiustati, i secondi erano quelli che li aveveno disordinati. Non pochi erano tra questi ultimi. Quelli che ricevevano la loro cartella aggiustata uscivano dalla sala tutti contenti e andavansi a ricreare nel cortile; gli altri invece uscivano tutti mesti e angustiati. La folla de' giovani stava aspettando il suo turno fuori della soglia, tutti colla cartella in mano. Lungo tempo durò questa funzione, ma finalmente nessuno più si presentò. Sembrava che tutti i giovani fossero passati, quando D. Bosco vedendo alcuni che stavano aspettando e non entravano, chiese a D. Cafasso: Ma costoro che cosa fanno? - Costoro rispose D. Cafasso, hanno la cartella vuota di numeri, quindi non si può far l'addizione; perchè qui si tratta di sommare insieme quello che già si possiede, quello che si è fatto. Perciò vadano quei giovani a riempire la loro cartella di cifre, e poi vengano e si potrà fare l'addizione. - In questo modo fu terminata quella gran quantità di conti.

Allora io coi tre nominati personaggi uscimmo da quella sala nel cortile, e vidi un numero di giovani, coloro i cui cartelli erano stati trovati pieni di cifre e in ordine, che correvano, saltavano, si ricreavano con un piacere straordinario. Erano tutti contenti come tanti principi. Non potete immaginarvi il gaudio che io provava per la loro allegrezza.

Ma vi era un certo numero di giovani che non si ricreavano, ma stavano osservando gli altri. Costoro non erano molto allegri. Fra questi ultimi, poi, gli uni avevano una benda agli occhi altri una nebbia, altri il capo attorniato da una nube oscura; alcuni mettevano fumo dal capo, alcuni altri avevano il cuore pieno di terra, altri lo avevano vuoto delle cose di Dio. Io li vidi e li conobbi molto bene e li ho ancora così presenti alla mente, che potrei nominarli uno per uno dal primo all'ultimo.

Intanto io mi accorsi che dal cortile mancavano molti dei miei giovani e dissi fra me dopo aver riflesso: - Dove sono coloro che avevano la cartella tutta bianca, perchè vuota di cifre? Guardo di qua, guardo di là e finalmente volsi l'occhio verso un angolo del cortile ed oh! spettacolo miserando! Ne vedo uno coricato per terra, pallido come la morte. Poi altri seduti sopra un basso e lurido scanno, altri sdraiati sopra uno sconcio pagliariccio, altri sopra il nudo suolo, altri sopra le pietre che ivi si trovavano. Erano tutti coloro che non avevano i loro conti aggiustati. Giacevano gravemente infermi, chi nella lingua, chi negli orecchi, chi negli occhi. Lingua, orecchi ed occhi brulicavano di vermi che li rodevano. Uno aveva la lingua tutta marcia, l'altro aveva la bocca piena di fango, e un altro metteva un fetore pestifero fuori dalla gola. Varie erano le malattie di altri infelici. Chi aveva il cuore tarlato, e chi guasto e già corrotto; chi aveva una piaga e chi un'altra. Ve n'era persino uno tutto rosicchiato. Era quello un vero ospedale.

A simile vista io rimasi sbalordito, non potendomi persuadere di quanto vedeva; ed: - Oh! che cosa è questo? esclamai dolorosamente. E mi avvicinai ad uno di quelli infelici e gli domandai:

Ma sei tu proprio N. N.?

- Sì, mi rispose, son proprio desso.

- Ma come va che sei in questo stato, così malconcio?

- Che vuole? farina del mio sacco! Veda! Questo è il frutto de' miei disordini.

Mi avvicinai ad un secondo e ne ebbi la stessa risposta. Questo spettacolo mi passava il cuore come un'acutissima spina, la quale però mi fu addolcita dalla vista di ciò che sono per raccontare.

Intanto col cuore vivamente commosso mi volsi a D. Cafasso, e gli domandai supplichevolmente: - A qual rimedio debbo appigliarmi per far guarire questi miei poveri giovani?

- Voi lo sapete al par di me quello che si debba fare; mi rispose D. Cafasso; non avete bisogno che io ve lo dica. Pensateci! Ingegnatevi!

- Dia almeno la strenna ai sani; replicai con slancio di umile, ma confidente preghiera.

D. Cafasso allora mi fa cenno di seguirlo e avvicinatosi al palazzo dal quale eravamo usciti, aperse un uscio. Ed ecco innanzi a me affacciarsi una sala magnifica, tutta ornata d'oro, d'argento e di ogni più prezioso addobbo, illuminata da migliaia di lampade, da ogni punto della quale usciva una luce, che il mio sguardo non poteva quasi reggere a tali splendori. Stendevasi a vista d'occhio in lunghezza e larghezza. In mezzo a questa sala regale eravi un'ampia tavola tutta carica di confetture di ogni specie. Vi erano amaretti quasi grossi come le munizioni da soldato, biscottini alti quasi un piede e mezzo, sicchè un solo avrebbe bastato a saziare un giovane. Ciò veduto io mi slanciai subito per correre a chiamare i giovani, invitandoli a venire attorno a quella tavola e per contemplare il magnifico spettacolo di quella sala. Ma D. Cafasso mi fermò subito gridando: - Adagio! Non tutti possono mangiare di quei biscotti e di que' amaretti. Chiamate solamente quelli che hanno i loro conti aggiustati.-

Così feci, e in un istante quella sala fu piena di giovani. Allora io mi accinsi a rompere e a distribuire quei biscotti e quegli amaretti che erano di una grande bellezza. Ma D. Cafasso mi si oppose: e, - Adagio, D. Bosco, mi disse, adagio! Non tutti quelli che son qui possono gustare di questi confetti; non tutti ne sono degni. - E mi disse e mi indicò chi fossero gli indegni. Fra questi enumerò in primo luogo quelli che erano piagati, che non si trovavano nè anco in quella sala cogli altri, perchè non avevano i conti aggiustati; quindi mi indicò quelli pure, i quali sebbene avessero i loro conti in regola, avevano però o la nebbia agli occhi o il cuore pieno di terra, o vuoto delle cose del cielo.

Ma io tosto con aria supplichevole gli dissi: - D. Cafasso! lasciate un po' che io ne dia anche a questi ultimi: sono essi pure miei cari figliuoli; tanto più che vi ha qui l'abbondanza e non c'è pericolo che ne manchi.

- No, no, continuò a dire: solo quelli che hanno la bocca sana ne possono gustare; gli altri no: non gustano questi confetti: non son fatti per queste dolcezze; perchè siccome hanno la bocca guasta e piena di amarezza, le cose dolci fan loro schifo e non possono mangiarne.

- Mi acquetai e intanto mi posi a distribuire quei biscotti e quelli amaretti solo a coloro, che mi erano stati indicati. Serviti che furono tutti lautamente una prima volta, ripresi da capo la distribuzione e a tutti ne diedi nuovamente una dose abbondante. Io vi assicuro che mi compiaceva nel vedere i giovani mangiare con tanto gusto. Sul loro volto era dipinta la gioia; non parevano pi√π i giovani dell'Oratorio tanto erano trasfigurati.

Coloro che nella sala erano rimasti senza dolci, stavano in un angolo di essa melanconici e confusi. Preso di somma compassione mi volsi nuovamente a D. Cafasso e gli chiesi ripetutamente che permettesse fossero distribuiti i dolci eziandio a costoro, perchè potessero gustarne.

- No, no; replicò D. Cafasso; costoro non possono mangiarne; fateli guarire e poi allora anch'essi ne mangieranno. - Io guardava quei poveretti. Guardava eziandio quei molti, rimasti fuori così malconci, ai quali eziandio nulla si era dato. Li riconobbi tutti e mi avvidi che alcuni di essi avevano per maggior sventura il cuore tarlato.

Replicai quindi a D. Cafasso: - Ma mi dica adunque; qual rimedio debbo adoperare; mi dica cosa debbo fare per guarire quei miei figliuoli?

Di bel nuovo mi rispose: - Pensateci, ingegnatevi, voi lo sapete!

Allora lo pregai che mi volesse dare la strenna promessa per i miei giovani.

- Ebbene! rispose; ve la dico! E postosi come uomo che si dispone a partire, per ben tre volte con voce ogni volta più alta, gridò: - State attento! State attento! State attento! - Così dicendo egli co' suoi compagni disparve e dileguossi eziandio tutto il sogno. Allora fui desto come adesso che vi parlo e mi trovai seduto sul letto colle spalle fredde come il ghiaccio.

Questo fu il mio sogno; ora ciascuno lo interpreti come vuole, ma sappia sempre dargli il peso che si merita un sogno. Però se c'è qualche cosa che possa essere utile alle nostre anime, accettiamola. Non vorrei tuttavia che alcuno andasse a raccontare questo sogno fuori di casa.

lo l'ho narrato a voi, perchè siete miei figliuoli, ma non voglio che lo diciate ad altri. Intanto io vi posso assicurare che ho presente ancora ciascheduno di voi, come vi ho visti nel sogno, so dire chi era ammalato e chi no, chi mangiava e chi non mangiava. Ora non voglio mettermi qui a dire in pubblico lo stato di ciascheduno, ma mi riserbo a dirlo a tutti in particolare. La strenna che io do in generale a tutti quelli dell'Oratorio si è: frequente e sincera confessione, frequente e divota Comunione.

Tre riflessioni noi faremo su questo sogno. La prima colle parole dello stesso D. Ruffino: “ D. Bosco dei suoi sogni non racconta che il compendio e solamente ciò che riguarda ai giovani. Se avesse voluto o potuto raccontarli per intero si avrebbe un volume ogni sogno. Tutte le volte che si potè  interrogarlo pacatamente, si ebbero tante nuove idee e particolarità di fatti, da duplicare o triplicare la materia. Ma anche non interrogato, in molte circostanze lasciavasi sfuggire parole che indicavano aver egli conosciute molte cose  dell'avvenire, sovente però in modo oscura delle quali o non poteva o non sapeva dare spiegazione ”.

D. Ruffino scrisse questa pagina sotto la data del 30 gennaio 1861 e perciò si arguisce che molti altri sogni avesse già prima narrati D. Bosco, dei quali o si perdettero i documenti, o almeno che quelli, da noi appena accennati nei volumi precedenti, fossero da lui stati svolti con molta ampiezza di spettacoli, pensieri e ammonimenti. Del resto noi dobbiamo pienamente aderire alle sue asserzioni, perchè più di cento volte noi dopo avere ascoltato questi racconti di D. Bosco, siamo venuti alle stesse conclusioni.

La seconda riflessione viene esposta da D. Rua sulla veracità delle cognizioni che D. Bosco acquistava da tali sogni sullo stato di coscienza dei suoi giovani. “ Forse qualcuno, egli scrisse, potrebbe supporre che D. Bosco nel manifestare la condotta dei giovani e altre cose occulte potesse servirsi di rivelazioni avute dai giovani stessi o dagli assistenti. Io però posso asserire con tutta certezza, che giammai in tanti anni che vissi con lui, nè io, nè alcuno dei miei compagni potemmo giammai accorgersi di tale cosa. D'altra parte essendo noi allora giovani, ed in mezzo ai giovani, con tutta facilità dopo breve tempo, avremmo potuto scoprire che egli faceva uso di rivelazioni ricevute, da qualcuno della casa; giacchè í giovani difficilmente sanno conservare il segreto. Ed era tanto comune fra noi la persuasione che D. Bosco ci leggesse i peccati in fronte, che quando alcuno commetteva qualche fallo cercava di evitarne l'incontro, finchè  non si fosse confessato; e tanto, più ciò accadeva dopo il racconto di un sogno. Tale persuasione nasceva negli alunni nel vedere specialmente come andandosi a confessare da lui, anche essendogli affatto sconosciuti, egli loro trovava e metteva sott'occhio colpe a cui non avevano badato, o che cercavano di nascondere.

“ Finalmente osserverò, come oltre lo stato delle coscienze Bosco annunziava nei sogni cose, le quali naturalmente non si potevano conoscere con mezzi umani ad esempio la predizione di varie morti e di altri futuri eventi. E a misura che avanzandomi in età vo considerando questi fatti e rivelazioni di D. Bosco tanto più mi convinco, che egli era dotato dal Signore dello spirito di profezia.

La terza riflessione, ed è nostra, da questo sogno si ricava come D. Cafasso fosse giudice della religione e della moralità, Silvio Pellico della diligenza dei doveri scolastici e professionali, il Conte Cays dell'obbedienza e disciplina; nei dolci ci pare scorgere il cibo di quelli, che sono incipienti nel servizio del Signore; negli amaretti quello di coloro che già sono in via di maggior perfezione. Ma di tutti ben si può dire col Salmista: “ Ei li ha nutriti di ottimo frumento e li ha saziati del miele che usciva dal sasso ”. (Salmo LXXX).

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