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Capitolo 56

Casa Pinardi e sue adiacenze - Nuovi appigionamenti - L'Osteria della Giardiniera - Fatti disgustosi


Capitolo 56

da Memorie Biografiche

del 30 ottobre 2006

 Crediamo far cosa grata ai nostri confratelli col presentar loro in certa maniera la topografia dell'Oratorio primitivo, e col descrivere quella rustica casupola in cui si svolsero i principi della Pia Società di S. Francesco di Sales. Uno degli antichi nostri compagni ed amici, il pittore Belisio, ce ne conservò un esatto disegno. La facciata della casa era rivolta a mezzogiorno e solo da questo lato aveva porte e finestre. La parte ad uso abitazione era composta di un pianterreno e di un piano superiore molto bassi; ed occupava lo spazio degli attuali portici, dalla chiesa di S. Francesco di Sales sino al quinto pilastro, una lunghezza cioè di quasi venti metri e una larghezza di sei. L'altezza totale dell'edificio non eccedeva i sette metri. A metà circa, in faccia alla scala, si apriva una stretta porta di entrata, presso la quale all'esterno, dalla parte di levante, era fissata al muro una vasca di pietra con una pompa che gettava acqua abbondante, freschissima e salubre. Nell'interno dietro alla pompa una porticina metteva in una stanzetta oblunga con una sola finestra, che servì di sala da pranzo a D. Bosco e ai primi suoi coadiutori. Per la scaletta di legno di una sola rampa salivasi al piano superiore; e quivi per un pianerottolo entravasi, a sinistra in una stanzuccia, corrispondente alla sottostante saletta da pranzo, e di fronte si usciva in un poggiolo pur esso di legno, che correva per tutta la lunghezza della facciata. Su questo si aprivano le porte di quattro stanze, ciascuna delle quali aveva eziandio una finestra. Nel medesimo ordine stavano quattro altre stanze al piano inferiore. Un abbaino dava luce ed aria ai sottotetti. Quasi nel mezzo della casa era scavata la piccola cantina.

Alle spalle di questa abitazione, formante con essa un sol tutto, colle stesse dimensioni in lunghezza e larghezza, nel luogo esatto sul quale ora sta il refettorio dei Confratelli Salesiani, innalzavasi la tettoia cappella. La sua altezza però era dimezzata dal soffitto in modo, che per la pendenza del tetto, molto più ripido che dalla parte di mezzogiorno, non rimaneva spazio sopra di essa da potersene servire per uso di stanza. I giovani facendo ginnastica talora salivano con tutta facilità su quelle tegole e quindi saltavano nel cortile senza pericolo di farsi del male; e nell'interno i più grandicelli, montando sopra una panca, colla mano giungevano a toccare il palco. La porta, larga un metro, a due battenti, sormontata da una croce di legno, guardava a ponente, e vi si entrava discendendo un gradino ed un piccolo piano inclinato. A destra vicino a questa porta sorgeva una piccola nicchia con una statuetta di S. Luigi Gonzaga, che D. Bosco faceva portare in processione dai giovani per le vie solitarie circostanti, perchè egli inculcava sempre la devozione a Maria SS. ed a S. Luigi quale salvaguardia della bella virtù. Dietro l'altare, unico, ornato colla sacra effigie della gran Madre di Dio, eravi una stanza di discreta ampiezza, che sul principio serviva di sagrestia. Crescendo sempre il numero dei giovani, D. Bosco qualche tempo dopo demolì il muro di questa stanza; e vi sostituì due piccole colonne di legno, che sorreggevano un trave sul quale poggiavano i correnti del soffitto, e rimosse più indietro l'altare lasciando uno spazio pel coro. I lavori da falegname vennero eseguiti dal giovane Coriasso. Per avere una nuova sagrestia, si appigionò una camera a pianterreno dalla parte di mezzodì e vi si aperse una porticina che metteva in cornu epistolae. Peccato che questa chiesa sia stata distrutta! I posteri potrebbero ammirare quel monumento quale inizio dei colossali stabilimenti di D. Bosco. Dietro al coro, nello spazio ove al presente sorge l'androne che mette dal cortile interno al giardino, si ergeva un altro edificio aggiunto, che teneva tutta la larghezza del fianco dell'intiera casa in metri dodici: il culmine del suo tetto, più basso di quello della casa, e ad essa appoggiato aveva il versante principale volto all'oriente. Composto di due vani eguali, quello a mezzogiorno, con porta e finestra, prima aveva servito per stalla, ora mutata in stanza; quello a mezzanotte, usato a legnaia e ripostiglio, fu ridotto a retro coro; sopra il solaio eravi lo spazio pel fienile.

Il podere che circondava queste povere costruzioni misurava 3697 metri quadrati; era quasi tutto messo a prato con molti alberi, e aveva la figura di un poligono irregolare a cinque lati. Il Sig. Pinardi avevalo comprato dai fratelli Filippi nel 1845 per la somma di lire 14000. Il lato a settentrione era formato da un muro in linea retta, della lunghezza di m. 62 e alto 2, 57, dietro al quale scorreva una gora di acqua abbondante e s'innalzava un'alta siepe che nella bella stagione adornavalo colla verde sua cortina. Distava dalla tettoia m. 8, 24 e in questa striscia di terreno, detta il cortile dei forni, D. Bosco faceva poi disporre all'aria aperta un palco per il teatrino e per le accademie.

All'occidente un muricciuolo, lungo metri 31, distante dalla porta della cappella metri 19 circa, segnava i limiti col giardino e colla casa della signora Bellezza, che innalzavasi lungo la sponda a mezzogiorno del sopradetto corso di acqua. Questo spazio quadrilatero di 649, 38 metri quadrati, che fu poi in gran parte coperto dalla chiesa di S. Francesco di Sales, D. Bosco avevalo destinato come centro delle ricreazioni dei giovani, e qui aveva piantata l'altalena con altri attrezzi di ginnastica.

La distanza tra la casa e la cinta di levante era di 16 metri e mezzo. Questa divideva la possessione del Pinardi da quella dei fratelli Filippi, che quivi avevano un edificio, lungo quasi il doppio di quello del loro vicino, composto di un pianterreno e di due piani superiori molto bassi, le cui fondamenta erano pur bagnate dall'acqua corrente del suddetto fosso. Era appigionato al Sig. Visca e abitato da molte famiglie di carrettieri e dai loro garzoni, poichè in quel recinto eranvi i fienili, le stalle e le tettoie per i cavalli e per i carri del Municipio. La cinta adunque, partendo dall'estremità del muro a settentrione e formando un angolo leggermente ottuso nel quale si elevava una tettoia con vasca per lavanderia, si prolungava diritta per metri 60; e piegandosi quindi verso occidente con un angolo molto ottuso, andava ad unirsi colla testa della tettoia Visca per la lunghezza di altri metri 17. Questa tettoia a uso fienile era posta sul medesimo asse e spazio ora occupato dagli uffizi del Bollettino Salesiano, tranne le due ultime finestre verso il tramonto, sul margine della pubblica via, detta della Giardiniera.

Finalmente dal lato di mezzogiorno una viva siepe, non molto tempo dopo sostituita da un muro, partendo dall'angolo della tettoia Visca costeggiava sempre per metri quasi 75 la via della Giardiniera, abbellita da una fila di gelsi, fino ad incontrarsi coll'estremità dei muro dell'orto di Casa Bellezza. Tale era la topografia del podere e della casa Pinardi secondo la mappa che esiste negli uffici dei Municipio.

D. Bosco intanto avendo costantemente di mira il compimento de' suoi disegni, dopo aver ancora prese a pigione l'una dopo l'altra varie camere, con atto notarile del 1 dicembre 1846 subaffittava dal Pancrazio Soave tutta la casa col terreno circostante per lire annue 710. Oltre a ciò donava lire 59 a titolo di bonificazione al detto Soave, il quale riteneva l'uso delle camere a pianterreno per l'esercizio della sua arte lino al 1 marzo 1847, senza corrispondere alcun fitto. La locazione doveva spirare il 31 dicembre 1848. In questo atto legale comparisce per la prima volta la firma di D. Bosco come contraente.

Ottenuto questo per lui consolante successo, siccome da più parti potevasi penetrare liberamente ne' suoi cortili, fece tutto intorno riattare a poco a poco le mura già esistenti ed erigerne altre nuove, ove non eravi altro riparo che assi e siepi. Altro muro innalzò a ponente nel cortile della ricreazione, il quale incominciava sulla linea della facciata della casa, distante però da essa più di quattro metri, e formante con questa un angolo retto. Si prolungava per quasi 18 metri fino alla via della Giardiniera, sulla quale si apriva il portone d'entrata, e all'estremità opposta vicino alla cappella pose un gran cancello in due battenti, colorito in verde. In faccia al portone si estendeva il campo dei famosi sogni, alla cui estremità superiore svolgevasi diritta la via conducente alla reggia fabbrica delle canne da fucile, ora detta via Cottolengo, dalla quale, a qualche decina di metri dal Rifugio e sul principio della tettoia Visca, scendeva divergendo la via della Giardiniera.

Per completare la descrizione osserveremo come la maggior parte del terreno si estendesse dinanzi alla casa. Don. Bosco fece sgombrare e spianare tutto lo spazio dalla vasca della pompa sino al muro occidentale per i divertimenti dei giovani; tutto il rimanente, cinto da una siepe bassa, parte lasciò a prato, ove diversi alberi stendevano i loro rami e all'ombra dei quali egli andava ad assidersi con un gruppo di giovani; parte fece ridurre ad orto, e fu detto orto di mamma Margherita avendo quella brava donna preso a coltivarlo. Tra l'orto e la casa vi era un passaggio largo circa 5 metri che andava fino al muro Filippi, e lungo gli altri tre lati un viottolo che permetteva l'avanzarsi di due persone di fronte. Il sig. Bellia, impresario di costruzioni, il quale aveva prima preparata per D. Bosco la cappella al Rifugio, ora mandava i suoi operai ad eseguire i sopraddetti lavori.

Mentre D., Bosco andava così disponendo la sua casa, facendo eziandio mutare la scala di legno in pietra, non gli mancavano fastidi. Egli doveva soffrire i molesti e spudorati abitanti e frequentatori delle adiacenze, tanto più che per contratti anteriori col Soave non potè liberarsi di alcuni divenuti suoi inquilini, se non qualche tempo dopo aver comprata la casa. Alla domenica vedevasi in quei pressi un incessante andare e venire di ciurmaglia invereconda che pronunciava frasi sconce, urlava con strida da orge, chiamandosi gli uni e gli altri con epiteti degni dei loro costumi. Ognuno può immaginarsi quali fossero i pericoli e il disturbo pei giovani dell'Oratorio. Più di una volta in tempo di catechismo o di predica si presentava sulla porta della chiesa qualcuno o anche più di questa brava gente, ora con risa sguaiate, ora con volgari buffonerie e talora eziandio bravando e minacciando. D. Bosco però sapeva allontanarli quando pazientemente colle buone e quando prudentemente con modi risoluti.

Una domenica di sera un ufficiale con una sgualdrina, entrò nella cappella, sedette e quasi si tolse sulle ginocchia quella sfacciata. Era tempo di funzione e la cappella stipata di giovanetti, i quali restarono storditi dalla impudenza di quel militare. D. Bosco gli si avvicinò col volto infuocato, e presa quella briffalda per un braccio, la respinse tre o quattro passi lontana fuori della soglia. L'ufficiale furente mise la destra sull'elsa della spada per sguainarla, ma la mano di D. Bosco si portò sulla sua, stringendola come fra le morse di una tenaglia, sicchè non poteva divincolarsi.

L'ufficiale teneva gli occhi scintillanti di rabbia in volto a D. Bosco, che lo fissava con uno sguardo calmo ma imperterrito. Tacevano ambedue. L'ufficiale stringeva le labbra pel vivo dolore cagionato da quella stretta e, vedendo che D. Bosco non lo lasciava: - Ma dunque? Gridò.

 - Ma dunque, gli rispose D. Bosco, se io volessi, le faccio togliere queste spalline che lei disonora colla sua condotta.

Alla minaccia inaspettata l'ufficiale abbassò le arie, pensò ai casi suoi e disse umilmente: - Mi perdoni!

D. Bosco lo lasciò e senza nulla aggiungere, gli additò la porta, dicendogli: - Allora vada!

E l'ufficiale si affrettò ad uscire colla testa bassa.

Oltre queste noie, altre gliene recavano i molti giovinastri della peggiore genia, che per malfare davansi convegno negli incolti terreni circostanti. Giocavano appassionatamente il soldo e la lira, con blasfeme esclamazioni suggerite dalla rabbia nel perdere, e talora venivano colle parole e coi fatti a violenti contese. D. Bosco si avvicinava a loro, benchè non sempre ben accolto, ma il Signore faceva sì che la sua voce fosse in fine ascoltata e compresa. Molti di questi discoli poco alla volta si lasciarono attirare e vennero in Chiesa, e in breve tempo il loro numero si accrebbe talmente che non solo era piena zeppa la cappella, ma si faceva il Catechismo nello stesso piazzale. Tuttavia ciò non impediva che più di un sasso venisse a cadere in mezzo ai cortili, mentre viva era la ricreazione, poichè non sempre tutti que' scapestrati se la facevano buona col prete.

A levante gli abitanti degli edifici Filippi non davano gravi molestie, benchè di quando in quando si udissero risuonare parolacce, cantilene poco armoniose e si temesse qualche furto, che di fatti avveniva. Quivi però nei giorni di festa regnava il silenzio, perchè i carrettieri e i loro garzoni si disperdevano nelle varie osterie dei dintorni.

Ma il peggio stava nella casa proprietà della signora Bellezza, simile in costruzione a quella di Pinardi e che esiste integralmente ancora oggigiorno. Era a ponente, come già accennammo, distante cinque o sei metri dal muro di cinta. Dalle sue finestre e dal poggiolo si dominava il piazzale innanzi alla cappella. Qui tutte le stanze erano appigionate a gente disordinata; qui era la bettola detta la Giardiniera, covo di scostumatezza e d'immoralità, ove continuo era il rumore delle bottiglie e dei bicchieri e il vociare per le partite alla morra. Qui tutte le domeniche si gozzovigliava, si beveva, si, cantava, si giocava alle carte, si ballava al suono di strumenti o di organino. Qui, come in luogo istante dalla città e nascosto, conveniva la feccia della plebe. Soldati, doganieri, birri, facchini, mulattieri, braccianti quivi avevano il loro ritrovo. Spesse volte scoppiavano risse spaventose. Le urla, le bestemmie riuscivano un baccano intollerabile. D. Bosco era costretto a dissimulare ciò che assolutamente non poteva impedire. Talora interrompeva la predica, perchè le grida e i suoni sopraffacevano la sua voce. Pregati i giovani a star buoni e fermi al loro posto, cosa che sapeva certamente di ottenere, era costretto scendere dal pulpito, e deposta stola e cotta, portarsi all'osteria. Ivi si trovavano sempre da cinquanta a sessanta persone in gran parte ubriache; e tutta questa gente, al suo comparire, accoglievalo con grida avvinazzate ma abbastanza cortesi. - Oh D. Bosco! Viva Don Bosco! Lei è un bravo prete! Oh se tutti i preti fossero, come lei!

D. Bosco facendo segno di voler parlare otteneva un po' dì silenzio e quindi diceva: - Miei cari, ho piacere che abbiate questa stima di me; ma fatemi un favore.

 - Sì, sì, comandi: dica pure, si esclamava da tutte parti.

 - Vedete, di là nella mia cappella faccio la predica: sospendete un poco la vostra musica, per soli venti minuti!

 - S'immagini! Ben volentieri Ha nient'altro da comandarci? Diceva uno di quei capicricca. Olà! fate tutti silenzio. Chi vuol andare alla predica, vada pure!

D. Bosco ritornava indietro, ma non era talvolta ancora giunto sul pulpito che la musica di bel nuovo incominciava. Questo pandemonio durò fino al 1853; tuttavia D. Bosco nei primi anni non ebbe mai a soffrire insulti.

Riserbandoci a narrare nel corso del racconto vari episodi di questo tempo, accenniamo ora ad un fatto solo. Una domenica accadde che, per la solita cagione, due soldati vennero a sfida e tratte le spade, uscirono dalla Giardiniera per battersi, e vennero urtandosi e ingiuriandosi fino sulla soglia della cappella. Questa era piena zeppa di giovani, che in un istante a quello spettacolo furono tutti in scompiglio. D. Bosco andò alla porta, cercò di condurre a miglior consiglio i due soldati; ma essi erano furibondi e nulla udivano; ad ogni istante uno minacciava di avventarsi sull'altro. Rattenuti però da alcuni giovani robusti accorsi, D. Bosco loro parlava della sconvenienza di quella rissa in quel luogo e dello scandalo che davano ai giovani. Finalmente uno di que' forsennati quietatosi alquanto gli rispose: - Sì, ha ragione, non è questo il posto!

 - Sì, replicò l'altro allora, non voglio dare qui questo scandalo.

E uscirono fuori; ma appena il primo ebbe varcata la soglia, menò tale una sciabolata sulla spalla e sul petto dell'altro, che gli aperse una ferita, per fortuna non grave. L'altro allora vibrò un colpo sulla testa del suo feritore e gli fece un taglio. Quelle ferite calmarono la loro rabbia e gocciolando sangue andarono ambedue a lavarsi alla pompa. I giovani usciti di chiesa li videro in quello stato, e di sangue macchiata quella vasca.

Per tutti questi motivi D. Bosco aveva eziandio in mira di prendere possesso di casa Bellezza perchè così cessassero tante offese al Signore. Vi riuscì, ma fu lunga e difficile impresa. Egli però intanto cercava il modo di fare eziandio del bene a quella povera gente e farsela amica, come diremo a suo tempo, giusta i Proverbi: Giova più un buon vicino che ti sta presso, che un fratello assente.

 

 

 

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