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Capitolo 53

Lettera di D. Bosco ad un nobile giovanetto che va in collegio - D. Bosco ai Becchi co' suoi alunni per la festa del S. Rosario - Sua lettera di scusa ad un esimio benefattore - La passeggiata autunnale: due carrozzoni concessi gratuitamente dalla Direzione delle ferrovie - Asti e Tortona - ospitalità nel Seminario - Dal Vescovo Visita alle Chiese e alle rovine dell'antica cittadella Rappresentazioni teatrali - Giornata in una casa Patrizia - A Broni e Torre Garofoli - A Villalvernia: una benefattrice - A Mirabello - Ritorno a Torino - La Madonna paga la quindicina agli operai della nuova Chiesa - Predizioni di D. Bosco esattamente avverate Distacco doloroso dei chierici che vanno a Mirabello - Tutto il personale a suo posto nel piccolo Seminario Le scuole: principii faticosi: ardore ammirabile: frutto abbondante di vocazioni ecclesiastiche - I figli imitano il padre - Lettera di D. Bosco a D. Rua.


Capitolo 53

da Memorie Biografiche

del 01 dicembre 2006

Il I° ottobre al figlio del Marchese Fassati era con­segnata una lettera che D. Bosco aveva scritta per lui, allorchè dimorava in Montemagno. Doveva essere rimessa in sue mani quando fosse giunto il giorno di andare nel collegio di Mongré in Francia, per incominciare gli studii convenienti alla sua posizione sociale. Ivi erano educati circa quattrocento giovani di varia nazionalità, ma specialmente italiani, tutti di famiglie signorili.

 

Caro Emanuele,

 

Prima di partire, o caro Emanuele, ascolta due parole di un amico dell'anima tua.

Giunto che sarai al Collegio, fissato dalla prudenza de' tuoi Genitori, procura di mettere in pratica questi avvisi.

I° Avrai grande confidenza co' tuoi Superiori.

2° Adoperati di mettere in pratica i consigli del confessore.

3° Fuggi l'ozio e que' compagni che per avventura tu udissi parlar male.

4° Prega ogni giorno la santa Vergine che ti permetta qualunque male, ma non mai di cadere in peccato grave.

Dio ti benedica e ti conservi in sanità ed in grazia sua fino al novello rivederci dell'Agosto 1864, se saremo ancora in vita. Amen.

Dalla tua villeggiatura di Montemagno, I ottob. 1863.

 

Tuo aff.mo in G. C.

Sac. Bosco Gio.

 

Al Sig. Marchesino Emanuele Fassati,

                  Montemagno.

 

Il 3 di ottobre al mattino presto partivano da Torino molti giovani scelti per la passeggiata autunnale con una parte de' musici. Passando da Chieri tutta la comitiva faceva sosta presso il Cav. Marco Gonella, che, sotto un'ampia e comodissima tettoia nel cortile del suo palazzo, aveva disposte le tavole per il pranzo.

In ora più tarda nello stesso giorno, D. Bosco con trenta altri alunni andava alla stazione di Porta Nuova. Il Senatore Bona gli aveva concessi gratuitamente due carrozzoni di terza classe per tutto il tempo di quella passeggiata. La méta era Tortona. D. Bosco co' suoi salì in uno di que' vagoni, scese a Villanova d'Asti e per i entieri delle colline fu ai Becchi.

Il nipote Francesco gli era venuto incontro, accogliendolo con vivo piacere. D. Bosco ricordò commosso il suo fratello Giuseppe e poi disse al nipote: - Siamo tuoi ospiti ora; guarda di farti onore, sai, perchè tutti noi veniamo qui per farei onore a tue spese.

D. Bosco visitò e la cappella e la casa e trovò ogni cosa in ordine. D. Cagliero aveva predicata la novena con gran frutto di confessioni e comunioni, ogni mattina, insistendo nel raccomandare la recita giornaliera del S. Rosario in famiglia. Doveva anche fare il panegirico il domani, e pareva che que' bravi contadini non volessero ascoltare altri, tanto ne erano entusiasmati.

La Domenica 4 ottobre si celebrava ai Becchi la festa di Maria SS. del Rosario. Il lunedì tutti i giovani furono condotti a passar la giornata a Castelnuovo, per contentare il Vicario D. Cinzano, che li attendeva. Colla solita generosità aveva preparato - un pranzo per essi e per D. Bosco con invito ai preti della Vicaria. Ritornato ai Becchi, D. Bosco spediva una lettera a Cuneo indirizzata al Barone Feliciano Ricci.

 

Benemerito e Car.mo Sig. Barone,

 

Ho ricevuto f. 60 che V. S. B. mi inviava a favore del giovane Pasquale da parte del tutore del medesimo. Ho dato ordine che, se non sono ancora terminati i libretti di cui fu fatta intelligenza, lo siano al pi√π presto e se non sono ancora spediti lo saranno al pi√π presto possibile, se non tutti, almeno una parte.

Ha ragione: ho già progettato più volte di andare a farle una visita, ma non ho ancora potuto effettuarlo; lo sarà però fra breve. Ciò nulladimeno non ho mai cessato, come continuo a fare, di invocare ogni giorno sanità, e grazie dal cielo sopra di Lei sopra la rispettabile di l'ei moglie e sopra tutti i suoi figli.

La santa Vergine ci conservi tutti suoi e sempre suoi. Amen.

Faccia la carità di pregare per me e per li miei giovanetti e mi creda tutto suo nel Signore.

Castelnuovo d'Asti, 5 Ottobre 1863.

 

                     Obbl.mo servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

P.S. Compatisca questa lettera; l'ho scritta colla camera piena di giovani, perciò ecc.

 

Il domani l'intera brigata di quasi cento alunni lasciò i Becchi e scendendo dalle colline per sei chilometri giunse alla stazione di Villanova d'Asti. Quivi erano pronti i due carrozzoni che furono attaccati al primo convoglio diretto ad Alessandria. Scesero ad Asti e andarono a visitare la città e specialmente il Duomo. Li accompagnava il Signor Cerrato presso il quale presero la loro refezione.

Ad Alessandria la musica salutò il Capo stazione e D. Bosco scese ad ossequiarlo e ad intendersela con lui. Finalmente ecco Tortona la méta dei viaggio.

Alla stazione venne il Rettore del Seminario Can. Ferlosio a dare il benvenuto a D. Bosco anche a nome del Vescovo Mons. Negri Giovanni; e si trovò pure il Professore Anfossi inviato da D. Bosco in casa del Barone Garofoli per fare ripetizione ai suoi figli in quel tempo di ferie.

Entrando in città al suono della banda, benchè l'ora fosse avanzata, la gente accorse numerosa al passaggio dei figli di D. Bosco. Furono alloggiati nel seminario e, distribuita la cena e dette le orazioni, ciascuno ebbe una camera. Alla mattina dopo la Santa Messa, D. Bosco volle che si facesse un giro per la città visitando le chiese, ed egli si recò a far riverenza al Vescovo che lo aspettava. Nel dopo pranzo condusse i suoi alunni a vedere il sito dell'antica fortezza, famosa per l'eroica resistenza che fece nel 1170 a Federico Barbarossa. D. Bosco esaminati i ruderi, che ancora esistono, incominciò a narrare come i francesi, dopo la vittoria di Marengo, avessero distrutta la cittadella e la cinta di solide mura coi suoi nove bastioni. Parlò quindi dell'antichità di Tortona, descrisse l'assedio postole da Barbarossa, narrò della lega Lombarda, e concluse che il Papa era stato per l'Italia la salvezza nei secoli passati, come presentemente ne è l'unica vera gloria. Alla sera si recitò dagli alunni in Seminario un dramma grandioso; e piacque immensamente la romanza musicata da D. Cagliero: Il figlio dell'esule. Fra i numerosi spettatori vi era il Barone Cavalchini Garofoli, il quale invitò a pranzo D. Bosco e i suoi giovani.

Il palazzo Guidobono Cavalchini Garofoli, che una settimana prima aveva ospitati il Ministro della guerra Della Rovere, il generale La Marmora, Gualterio, Doria, e i figli di Cardenas, accoglieva i poveri alunni dell'Oratorio. Il Barone era ammiratore di D. Bosco e delle sue opere; la Baronessa lo diceva un santo.

Quindi ricevettero con grande piacere e generosità D. Bosco ed i suoi, che portavano un po' di gioia vivace fra quelle nobili mura, rimaste quasi deserte. Erano partiti in que' giorni pel Collegio di Mongré i figli del Barone e si erano celebrate le nozze tra la damigella Antonia Garofoli e il Conte Luigi Cays, figlio del Conte Carlo, l'esimio benefattore e amico di D. Bosco.

Il Barone volle egli stesso presiedere agli apparecchi delle mense, perchè i giovani fossero ben serviti e quindi introdusse D. Bosco e i suoi sacerdoti e chierici nella sala da pranzo. I signori senz'altro sedettero; D. Bosco invece fattosi il segno della S. Croce recitò la preghiera solita. Allora que' signori si alzarono e ne imitarono l'esempio. Dopo il pranzo, essendovi nella sala un grande itratto del Cardinal Cavalchini, Don Bosco fece grandi elogi di quell'illustre porporato, il quale, se non era pel veto dell'Austria, alla morte di Pio VII sarebbe stato eletto sommo Pontefice. In fine ci fu un'accademia musicale poichè la pioggia impediva agli alunni di sollazzarsi nel giardino.

In quei giorni D. Bosco condusse i giovani a fare varie escursioni, come ci narrò il Can. Anfossi. Andarono in ferrovia a Broni passando per Voghera, dove avevali invitati l'arciprete della Collegiata; a Torre Garofoli luogo delle tombe della nobile famiglia di quel nome; a Villalvernia paese tra Tortona e Novi. Quivi salirono al Castello della marchesa Passalacqua vedova del generale morto nella battaglia di Novara. La Marchesa che andava sempre vestita a lutto, vivendo solo di preghiere e di buone opere, aveva fatta dolce violenza a D. Bosco, perchè volesse onorarla con tutta la sua famiglia. Il Servo di Dio aveva accondisceso per sentimento di vera gratitudine pei larghi soccorsi da lei ricevuti. Accompagnato dalla Signora, il primo suo passo fu alla cappella del castello dove pregò pel riposo eterno del buon generale, che aveva la pia costumanza di recitare tutte le sere il rosario anche in mezzo al fragore delle armi. La Marchesa fece vedere ai giovani la corona, che era stata rinvenuta sul corpo dell'ucciso, e a lei consegnata da mano amica. A mezzogiorno i domestici avevano preparato il pranzo e la comitiva ripartì per tempo dovendo in quella sera dare una rappresentazione in Seminario.

Alla sera del lunedì, dopo cena, D. Bosco annunziò che il domani si partirebbe.

Andato a ringraziare mons. Vescovo, verso le 9 antimeridiane la comitiva partiva per Alessandria e di qui si avviava a Mirabello. D. Rua vi si trovava dal giorno 12; il collegio era tutto in ordine e ancor vuoto di alunni. Perciò i giovani dell'Oratorio poterono riposarsi comodamente. Quivi si fermarono due giorni, trattati con ogni affettuosa cortesia dal parroco, dalla famiglia Provera e dalla popolazione; mentre alla loro volta ricrearono il paese con una rappresentazione in collegio.

Il 17 ottobre D. Bosco e i suoi si rimettevano in marcia per Alessandria e sul mezzo giorno arrivavano a Torino.

L'Intera comunità dell'Oratorio, capitanata da D. Arrò, che aveva colle sue parole infiammati i cuori di santo entusiasmo, aspettava D. Bosco per festeggiare il suo arrivo. Ma egli, appena sceso dal convoglio, era andato per Torino a far visita ad una signora. Questa divenuta intieramente sorda avevalo mandato a chiamare, essendo egli sulle mosse per andare a Morialdo. Il Servo di Dio la benedisse invocando Maria SS. Ausiliatrice e con segni le fece promessa che al suo ritorno la troverebbe guarita. Così era avvenuto e quella buona signora donava a D. Bosco la somma necessaria, perchè Buzzetti Carlo potesse pagare la quindicina agli operai, che lavoravano agli scavi della chiesa.

D. Bosco rientrava in casa alla sera mentre i giovani erano allo studio e un di essi lo vide casualmente dalla finestra. Ecco D. Bosco, disse sotto voce, e produsse l'effetto di una scintilla elettrica. Si volsero tutti al Capo studio, che fece un atto di assenso, e tosto corsero gi√π per le scale, lo circondarono plaudendo, baciandogli la mano, e ripetendo: - Viva Don Bosco. - Quante volte abbiamo visto questi improvvisi scatti di entusiasmo irrefrenabile. Gli artigiani erano venuti sulle porte dei laboratorii e facevano eco agli studenti.

In mezzo a quella turba festante D. Bosco giunse sotto i portici e fatto segno che voleva parlare, disse: - Miei cari! domani è la festa della purità di Maria SS. e noi dobbiamo celebrarla bene, vado a consegnarmi al Prefetto e poi discendo subito in coro. Molti allora corsero in chiesa per confessarsi, gli altri ritornarono nello studio.

Alla sera della Domenica, 18 ottobre, D. Bosco, per completare il numero del personale di Mirabello in proporzione del bisogno, imponeva l'abito clericale ai giovani Belmonte, Alessio e Nasi.

A questa devota cerimonia era presente la madre di Belmonte Domenico, che, profondamente commossa, disse a Don Bosco: - Ho avuto adesso una grande consolazione, ma certo non avrò quella di ascoltare la sua Messa. Temo di non poter più vivere tanto da veder mio figlio prete! - D. Bosco sorridendo le rispose: - Non tema: non solamente lo vedrà celebrare la Santa Messa, ma si confesserà anche da lui. - Alla buona donna ed al figlio sembrò affatto strana e impossibile quella previsione. Venne il tempo delle sacre ordinazioni e il A settembre 1870 Belmonte fu ordinato sacerdote, appartenendo egli ancora al collegio di Mirabello. Sua madre era fuor di sè dalla gioia assistendo alla prima messa del figlio. E molte altre volte ebbe questa fortuna, e dovette riconoscere che la prima parte della profezia di D. Bosco si era compiuta. Della seconda parte però pareva assai più difficile l'avveramento, perchè D. Belmonte Domenico era sempre occupato in paesi lontani dalla casa paterna e di raro vedeva i suoi genitori. Ed ecco nel 1878, mentre egli era Direttore nel collegio di Borgo S. Martino, la madre sua, che stava bene in sanità, andata sopra al solaio di sua casa a stendere la biancheria fu punta da un insetto e le si manifestò il carbonchio. D. Belmonte chiamato per telegrafo accorre in fretta a Genola. La malattia durò appena due giorni. L'inferma aveva ricevuti tutti i sacramenti, ma vicina a morire pregò il figlio prete di farle chiamare il suo confessore, dicendo di avere ancora qualche cosa da confidargli. Ma il parroco era fuori di casa e non fu ritrovato. Allora ella disse a D. Belmonte: - Ebbene; ascoltami tu! - E si confessò dal figlio. Poco dopo moriva. D. Belmonte meravigliato, rammentò allora la profezia di D. Bosco, che vedeva così inaspettatamente avverata, e a noi più volte ripetè questo fatto commovente.

D. Bosco aveagli eziandio predetto quanto avrebbe durato la sua vita. Nel 1900 D. Belmonte diceva a D. Pietro Cogliolo: - lo ho più solo un anno di vita, perchè D. Bosco mi disse che avrei vissuto 57 anni! - Infatti egli moriva il 18 febbraio 1901 improvvisamente di meningite. Era nato l'8 settembre 1843.

Altre predizioni di vario genere aveva fatte D. Bosco in questi tempi.

Il Prof. Teol. Felice Alessio, uno di quelli che con D. Belmonte furono mandati a Mirabello, ci trasmise la seguente notizia in data 2 Marzo 1891.

“ Mi faccio premura di scriverle un fatto dell'incomparabile e santo D. Bosco che mi è sempre presente alla mente e al cuore. Il fatto che narro è tutta verità, e lo narro perciò tacto pectore, essendo io sacerdote.

” Nel 1863 aveva terminati i corsi ginnasiali nell'Oratorio,  e doveva indossare l'abito chiericale; ne dimandai, per ordine di D. Bosco, il permesso al mio Vescovo. Questi ricusò concedermelo. Mi voleva in Diocesi, nè voleva assegnarmi, come avrei avuto diritto;, un posto gratuito in Seminario, e neanche permettermi di godere della carità di D. Bosco. Che anzi (e fu D. Bosco istesso che me lo disse in refettorio dei Chierici una sera di ottobre), prese a inveire contro D. Bosco che gli toglieva i Chierici e scrisse per soprapiù una lettera contro di lui. Questi narrandomi il fatto aggiunse: - Io gli perdono, ma non sarà così di Dio, che gli toglierà l'uso delle mani. - Ed allora, pur troppo, Monsignore fu colpito da chiragra acuta, e morì con quel male. Tale fatto io l'ho sempre ritenuto una profezia di Don Bosco.

” A ciò aggiungo, che sebbene abbia avuto nel tempo del mio chiericato una vita piena di traversie e sia stato sollecitato a deporre l'abito, anche con promessa di buon impiego, sempre rifiutai, perchè aveva non so quale convinzione che quegli cui D. Bosco aveva messo l'abito, come a me, più nol doveva deporre ”.

Il Can. Ballesio, parroco a Moncalieri, scrisse pure: “ A me stesso, che un mattino lo assisteva mentre prendeva il caffè ed io percorreva il primo o il secondo anno di filosofia, pensando per nulla che sarei uscito dall'Oratorio, a me stesso, dico, discorrendo come era solito de' nostri studi, saltò fuori a dire: - Tu sarai parroco e canonico! - parole che destarono ilarità in me e ne' miei compagni. E queste parole le ricordo benissimo come se le udissi presentemente (1906) e mi ricorsero alla mente, quando l'evento, per disposizione della Provvidenza, ebbe ad avverarsi ”.

Ripigliamo il racconto. Dopo Don Rua anche gli altri si trovarono al loro posto. Commovente fu la scena della separazione di questi buoni figliuoli dal padre loro e non senza lagrime. Pi√π volte la sera, antecedente alla partenza ritornarono in camera sua per vederlo, parlargli ancora e salutarlo. Era la prima volta che si distaccavano dall'Oratorio per andare a stabilirsi per un tempo notabile lontani da lui: essi, ai quali sembrava impossibile poter vivere senza D. Bosco.

Il giorno 20 ottobre fu aperto il collegio di Mirabello e dato principio alle scuole così distribuite. Le ginnasiali: 4a e 5a a Cerruti, 3a a Bonetti, 2a a Cuffia, Ia a Nasi; le elementari: 3a a Dalmazzo; 2a ad Alessio.

I maestri si misero all'opera con zelo ammirabile. Erano tutti giovani, ma, come disse D. Bosco, avevano lo spirito di Gesù Cristo, il quale, essendo eterno, rende prudente l'attività generosa dei giovani.

Questi erano pochi, e D. Rua il solo prete, finchè non fu ordinato sacerdote D. Bonetti Giovanni nel maggio del 1864. Perciò dovettero sudar molto perchè le cose procedessero con ordine; ma lo spirito di sacrifizio non si illanguidiva. Scuole con molteplici materie da insegnare, assistenza continua per mancanza di personale, cura talvolta persino della pulizia della casa; maneggiando all'occorrenza la scopa, e facendo un po' di tutto e trovandosi dappertutto, ecco le loro giornate.

Solo nel 1876, affermò D. Bosco, si può dire che siansi superate le difficoltà, e alleggerite le fatiche del personale. Ma il collegio fu così bene avviato e diretto, che in breve produsse ammirabili frutti. Quando fu aperto, il grande Seminario di Casale non contava neppure una ventina di chierici fra studenti di teologia e di filosofia; ma pochi anni dopo, per il numero degli alunni di Mirabello, che abbracciavano lo stato ecclesiastico, giungevano a 120.

Egli intanto, circa la metà di ottobre, aveva spediti a Mirabello parecchi ottimi alunni dell'Oratorio, perchè fossero come il buon lievito nella nuova comunità; e D. Savio Angelo perchè giudicasse della convenienza di certi lavori. Scriveva poi una lettera di risposta a D. Rua.

 

Don Rua carissimo,

 

Ti lamenti che non ti ho ancora scritto, mentre vado ogni giorno a farti visita.

Ti mando giù un'altra piccola carovana. Occorrendo ti manderò altri, secondochè mi dirai. In casi di questo genere va pure avanti come meglio ti sembra nel Signore, e quando scrivi dimmi sempre il numero dei giovani, delle dimande. - Allarga il locale - Boido non va e il suo numero fu dato a Razzetti piccolo, che andrà giù venerdì o sabato. Oggi o dimani ci vanno anche i due Bioglio di cui uno è il gigante Golia. - D. Cagliero promette di provvedere quanto dimandi. - Rincresce che Peracchio sia ammalato; bisogna farlo guarire. - In caso di necessità si potrebbero mettere a Mirabello una decina di giovanetti oltre a quelli che già vi si trovano?

I sarti ed i calzolai possono fare con una sola camera. Qualora occorresse un numero duplicato nel vestiario di qualcheduno, si aggiunga ad uno il bis.

Ad ogni momento noi parliamo di Mirabello e dei Mirabellesi; e ci uniamo ad augurare a tuffi ogni bene del cielo.

In questo momento giunge D. Savio e mi dà buone notizie. Deo gratias. Porta pure le accettazioni al numero di cento e vedrai che tra quelli che non vengono, o dovranno rimandarsi, o andranno volontariamente, resterai con una ottantina. Stabilisci per base di non accettare alcuno lungo l'anno, se non in casi veramente eccezionali.

Se tra quelli che sono già costà, o che vanno, o che andranno, vi sarà taluno che non faccia pel piccolo Seminario, oppure sia di troppo, fammelo subito sapere, oppure mandalo con un biglietto e si occuperà, e si provvederà per lui qui nella casa come sarà espediente.

A rivederci presto: tutti i Santi del Paradiso facciano santi tutti quelli che abitano od abiteranno codesta casa. Amen.

Tutto tuo nel Signore

 

Torino, 28 ottobre 1863.

 

Aff.mo Sac. Bosco GIOVANNI.

 

Speciali saluti a tutta la famiglia Provera ed alla tua maman.

 

Narra la cronaca di D. Ruffino:

“ D. Rua a Mirabello si diporta come D. Bosco a Torino. È sempre attorniato dai giovani, attratti dalla sua amabilità e anche perchè loro racconta sempre cose nuove. Sul principio dell'anno scolastico raccomandò ai maestri che non fossero per allora troppo esigenti, che non pigliassero a sgridare gli alunni per qualche loro negligenza o Vivacità, ma che tollerassero molto. Al dopo pranzo fa anch'egli ricreazione sempre in mezzo ai giovani, giuocando o cantando laudi. Nello studio comune tutti i maestri e gli assistenti hanno il loro posto ad una tavola riservata per loro. I decurioni tengono un cassetto chiuso a chiave.

” Gli alunni vanno alla passeggiata tutti insieme a due a due: sono circa novanta. Li guidano un assistente ed un professore. Ne' paesi circonvicini sono spesso invitati ad andar in casa dell'uno e dell'altro per far merenda o per bere. Ma D. Rua non permette di andar da nessuno, perchè andare da tutti è un inconveniente troppo grave; andare solamente da alcuni cagiona offesa e malumori. E  nelle feste predica due volte. Al mattino racconta la storia sacra e alla sera spiega le virtù teologali. È  da notare che allorquando alla sera parla ai giovani si esprime in modo sempre faceto ed ilare.

”.... Il Ch. Belmonte incominciò la scuola di canto e i suoi allievi non tarderanno a salite in orchestra ”.

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