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Capitolo 53

Continua la Lotteria - Soccorsi delle Autorità, dell'Imperatrice delle Russie e del Re - Decreto di Urbano Rattazzi - Esercizi spirituali nell'Oratorio - Il mese di Maggio e i fioretti dei giovani alla Madonna - Letture Cattoliche - Il primo alunno dell'Oratorio ordinalo Sacerdote - D. Bosco benefattore, consigliere, guida di molti preti diocesani.


Capitolo 53

da Memorie Biografiche

del 28 novembre 2006

Il lavoro spirituale, intellettuale, materiale non cessava mai un istante nell'Oratorio di Valdocco. Qui non ci fermeremo a dire per singolo delle sollecitudini, delle noie, delle fatiche che la Lotteria diede a D. Bosco, a D. Alasonatti e a tanti benemeriti signori, tra cui il Cav. Lorenzo d'Agliano, l'Avvocato Gaetano Bellingeri e il distinto proprietario Scanagatti, i quali ebbero la costanza di passare più volte le intere notti con quelli dell'Oratorio, a fine di preparare i biglietti. Ricordiamo solo che per mezzo dei promotori e delle promotrici i biglietti si distribuivano a migliaia, ed ogni ordine di cittadini ne comperò in copia, non tanto per la speranza di guadagnare un premio a sorte, quanto per la soddisfazione di porgere la mano ad un'opera che reputavano utilissima alla religione ed alla civile società. A tutte le Autorità dello Stato si era mandata preghiera perchè volessero concorrere, mentre le magnifiche sale di casa Gonella attraevano le folle, bramose di visitare gli oggetti esposti.

Anche gli uomini del governo sì mostrarono cortesi verso D. Bosco. Il Ministro della guerra gli scrisse:

  Nel far plauso al divisamento che sta per mandar ad effetto codesta Direzione degli Oratorii di San Luigi, di S. Francesco e del S. Angelo Custode, di procurarsi mezzi onde promuovere il vantaggio morale della gioventù abbandonata, mercè una lotteria di oggetti, frutto di oblazioni di benefattori, ritengo ben volentieri per conto mio particolare quattro decine di biglietti di detta lotteria, di cui ne sarà versato l'ammontare a mani della S. V. Molto Rev. ritornandole contemporaneamente le sedici restanti decine di detti biglietti che mi fece pervenire a scelta.

  Nell'augurare il più felice esito alle pie sollecitudini della S. V. M. R. mi è grato di professarle gli atti della perfetta mia considerazione.

Torino, aprile 1857.

 

Il Ministro

ALF. La Marmora.

 

Il Ministro dell'Istruzione Pubblica, pur plaudendo all'Istituzione di D. Bosco, non ritenne i biglietti di Lotteria inviatigli, e rispondeva con un foglio che porta il numero 1585:

 

Sig. Sac. Bosco Direttore degli Oratorii pei giovani abbandonati,

 

Nell'istituzione dei tre Oratorii ai quali accenna, il programma di Lotteria, che andava unito al controsegnato foglio di V. S. Ill.ma e M. Rev., il sottoscritto ravvisa con compiacenza una di quelle tante opere di squisita carità Evangelica che onorano tanto il paese e chi colle zelanti sue cure le ha promosse. E quantunque questo ministero sia disposto a concorrere anch'esso coi mezzi che sono in suo potere, perchè le scuole stabilite in tali Oratorii acquistino sempre maggiore sviluppo, non può tuttavia incaricarsi della distribuzione dei biglietti trasmessigli per essere siffatta distribuzione troppo estranea alle sue attribuzioni.

  Quindi nel far voti perchè l'effetto della suddetta istituzione corrisponda all'intendimento della benemerita Commissione promotrice, il sottoscritto si reca a debito di restituire alla V. S. i biglietti trasmessigli e le professa i sensi della sua distinta considerazione.

Torino, il 29 aprile 1857.

 

Il Ministro

G. LANZA.

 

Tuttavia lasciava le scuole dell'Oratorio libere nella scelta dei maestri, le aveva sussidiate pi√π volte e in quest'anno conferiva loro un premio di lire 1000 come appare da una memoria di D. Bosco.

   Gli rispose anche il Ministro dell'Interno, e per dargli un attestato della sua stima, emanava un Decreto degno di essere conosciuto non solo per la sovvenzione che vi è ordinata, ma per le considerazioni sopra cui è appoggiato.

 

Il Ministro Segretario Di Stato

per gli affari dell'Interno

 

Visto il programma della Lotteria di oggetti a favore degli Oratorii di S. Luigi a Porta Nuova, di S. Francesco di Sales in Valdocco, e dell'Angelo Custode in Vanchiglia, che si sta eseguendo per cura del benemerito Sac. D. Bosco, sotto gli auspicii del quale nacquero e si mantengono con utile grandissimo dei giovani maschi abbandonati li detti tre Oratorii, aperti non ha guari ai tre principali lati di questa Capitale, per dare ricovero ed educazione, conforme alla condizione loro, ai giovani pericolanti di Torino, o che altrimenti vi giungono dalle province; vista la lettera del prefato sig. Don Bosco, colla quale fa offerta al Ministero di quattrocento biglietti della Lotteria stessa a centesimi cinquanta caduno, colla viva preghiera di aggradirli a sollievo delle strettezze in cui versano le dette pie Case:

   Considerando che senza un possente aiuto, che il D. Bosco, spera dalla carità pubblica, a cui in gran parte affida l'opera sua filantropica, gli mancherebbero i mezzi indispensabili per continuarla con successo e vantaggio grandissimo della classe povera;

   Ritenuto che il ministero, conscio delle critiche condizioni finanziarie in cui trovossi più volte l'Oratorio di Valdocco, da cui hanno principio e vita le altre due pie Case di Porta Nuova e Vanchiglia, prontamente al medesimo soccorse;

   Che è massima consacrata dal Governo di sussidiare per quanto in lui sta ogni Istituto, che sotto qualsiasi denominazione imprende ad educare il popolo, o facilitargli la via a quella educazione morale, che i giovani abbandonati non possono altrimenti procacciarsi;

 

Decreta:

 

  Sui fondi casuali del Bilancio di questo Ministero pel corrente anno è assegnata al Rev. Sig. Don Bosco, Direttore dell'Oratorio maschile in Valdocco, Presidente della Commissione della Lotteria anzi accennata, la somma di L. 200, importare di n. 400 biglietti a centesimi 50 caduno, oltre il dono dei biglietti stessi, che a un tal fine saranno al medesimo restituiti a totale beneficio dell'Oratorio di Valdocco, Vanchiglia e Porta Nuova, a favore dei quali con merito di lode e filantropico zelo venne dal predetto signor Don Bosco la Lotteria avviata. L'ufficio centrale di Contabilità è incaricato della spedizione del relativo mandato di pagamento della somma anzidetta di L. 200, in capo al signor Don Bosco predetto, sulla Tesoreria Provinciale di questa Capitale

Dato a Torino, addì 30 aprile 1857.

 

Il Ministro

U. RATTAZZI.

 

Lo stesso Ministro nel trasmettere a D. Bosco copia del suddetto decreto, vi univa la seguente sua lettera:

 

       MINISTERO DELL'INTERNO.

 

Il Ministero dell'Interno aggradisce l'offerta che dal Rev. Signor D. Bosco gli viene fatta dei 4oo biglietti della Lotteria d'oggetti a favore delli Oratori di Valdocco, Portanuova e Vanchiglia, e dispone per l'emissione in di lui favore del mandato di pagamento della somma di L. 200 a cui li medesimi rilevano a centesimi, 50 caduno: senonchè scorgendo, chi scrive, nella Lotteria,che si sta attuando un nuovo tratto di quella filantropica carità,,che sì eminentemente distingue il Sig. Don Bosco, lo prega di ricevere i biglietti stessi che qui si compiegano qual dono che il Ministro fa a benefizio delli detti Oratorii, siccome novella prova dell'interessamento che il medesimo prende all'incremento dei medesimi.

Torino, addì 30 aprile 1857.

 

Il Ministro

U. RATTAZZI.

 

D. Bosco approfittandosi di questa benevole dimostrazione si adoperava di ricavare il maggior vantaggio possibile dalla Lotteria.

 

CITTÀ DI TORINO

Segreteria - Divisione I. Sezione 2.

Protocollo della Sezione 199.

 

Signor D. Gio. Bosco Direttore degli Oratorii maschili di San Francesco di Sales, di S. Luigi ecc. Torino.

 

Per incarico del Sig. Intendente Generale di questa Divisione Amm.va il sottoscritto si pregia di restituire alla V. S. l'unita pratica della Lotteria a favore degli Oratorii da Lei diretti unitamente al Decreto del prefato Sig. Intendente Generale col quale è fatta facoltà alla Commissione della Lotteria di emettere altri 24.492 biglietti, e di prorogare l'estrazione della Lotteria, che era prima fissata per il 4 maggio, fino al 15 prossimo giugno.

Il prelodato Sig. Intendente ha altresì dichiarato non potersi far luogo ad altra maggiore distribuzione di biglietti o altra proroga per l'estrazione perchè la somma complessiva di L. 3178 a cui ascenderebbe il valore totale sembra già considerevole, e perchè essendo state presentate al Ministero delle Finanze altre domande per simili Lotterie, queste non possono autorizzarsi senza che la presente abbia avuto il suo compimento.

Torino, addì 28 aprile 1857.

 

Il Vice sindaco.

BARICCO.

 

Alcune settimane dopo, due regnanti beneficavano l'Oratorio. L'Imperatrice Vedova di Russia, venendo da Romaera di passaggio in Torino, ove ebbe un'accoglienza festiva e cordiale quale al suo grado si conveniva. Distribuì decorazioni a molti Piemontesi, ma ne volle eccettuati i Ministri Lanza e Rattazzi; sparse molte beneficenze sul Piemonte, ma protestò che non voleva aver nulla da fare, cogli emigrati politici; e comprese nella lista delle sue largizioni anche l'Oratorio di Valdocco.

 

MINISTERO IMPERIALE DEGLI AFFARI ESTERI.

Legazione imperiale di Russia.

 

Alla Direzione dell'Opera degli Oratorii di S. Francesco di Sales a Torino.

 

La Legazione Imperiale di Russia fu incaricata di prelevare sui fondi lasciati da S. Maestà l'Imperatrice pei poveri di Torino la somma di L. 300 a profitto dell'Opera degli Oratorii di San Francesco di Sales ecc.

  Facendosi un dovere di trasmettere qui acclusa detta somma, la Legazione Imperiale prega la Direzione della detta Opera di volergliene accusare ricevuta.

 

Il V Segretario delle Legazioni

RSEHITCHERENE.

 

(Trad. dal francese).

 

 

Anche il Re Vittorio Emanuele, il quale noti aveva dimenticato ciò che D. Bosco AVEVAGLI scritto nel 1855, riceveva 500 biglietti della Lotteria, che furono subito pagati, per suo ordine, dal Conte generale d'Angrogna.

  Un giorno il generale venne a parlare col Re di Don Bosco e delle sue opere. - A proposito, disse il Re, dimenticandosi dei primi biglietti ricevuti e pagati: D. Bosco ha messa su una lotteria?

     - Maestà, sì.

     - Orbene; mandate a prendere 500 biglietti a mio conto. Aiutiamolo questo povero diavolo d'un prete! Ma però a patto che non mi scriva più certe lettere.

   Il Conte d'Angrogna non volle ricordare al Re i biglietti già presi, e chiestine a D. Bosco altri 5oo, li pagò.

   Il Conte, divenuto uno dei primi amici di Don Bosco, aveva affezionato a lui anche il cuore dì Vittorio Emanuele. Il Sovrano infatti desiderò più volte e cercò di conferire con D. Bosco, ma sempre invano.

   Volle incontrarsi con lui in Torino, mandò un suo ufficiale a prevenirlo; ma D. Bosco era fuori di casa. Anche a Firenze, quando D. Bosco recossi colà, Vittorio Emanuele non potè appagare quel suo desiderio, perchè ne fu avvisato quando il servo di Dio era già partito.

   Il Re professava una gran stima per D. Bosco. Andato a visitare a Genova Mons. Charvaz verso il 1867, mentre entrava nella camera dell'Arcivescovo che lo accompagnava, esclamò, udito da coloro che erano in sala, fra i quali D. Angelo Fulle economo del Seminario:

     - Monsignore! Sa! D. Bosco è veramente un santo!

   Abbassatasi in quel momento la portiera, non si potè udire la risposta dell'Arcivescovo, che dovette però essere conforme all'esclamazione del Sovrano, conoscendo egli in quante maniere si manifestasse l'ardente zelo di Don Bosco per la salute eterna del prossimo.

   Frattanto per il mese di maggio gli abbonati alle Letture Cattoliche avevano ricevuto un fascicolo stampato da Paravia: Diario Mariano preceduto dalla Conversione di Maria Alfonso Ratisbona alla nostra santa fede cattolica. Il Diario consisteva in due versi endecasillabi rimati per ogni giorno dell’anno, in onore di Maria Vergine. Il libro era anonimo.

   Questo era ben adattato al mese della Madonna, che i giovani amavano con tanto affetto, e D. Bosco cercava di accenderlo maggiormente, suggerendo la pratica di piccole virtù. Giuseppe Reano, dopo la narrazione degli esercizi spirituali fatti con gran fervore dagli studenti, ci lasciò scritto:

   “ D. Bosco onde promuovere sempre più la divozione a Maria SS. diede consiglio ai giovani che ciascuno si proponesse di fare un fioretto a suo piacimento, che lo scrivesse sopra un foglio e lo rimettesse nelle sue mani. E una sera si trovò colle mani piene di questi biglietti. Ne lesse in pubblico alcuni che erano bellissimi: per es. quelli di Rua, Vaschetti, Bonetti, Francesia, Cagliero, Bongiovanni ecc. Mi ricordo quello di Rocchietti: Anch'io, o cara madre, voglio farli una promessa; conosco che per me è assai difficile, attesa la mia fragilità, ma, coll'aiuto di Colui che lutto può, spero di eseguirla compiutamente. Ecco: cinque sono i miei sensi e trenta i giorni del mese al tuo onore consacrati. Or bene, io li prometto di mortificarmi ogni giorno in uno dei miei sensi, dimodochè ogni cinque giorni ripeterò la mortificazione di ciaschedun senso; il che ripetendo per sei volle giungerò contento al termine di questo mese.

” Un'altra sera di questo stesso mese di maggio Don Bosco diceva: - I fioretti migliori sono quelle pratiche che si fanno comunemente ogni giorno: per es. baciar la medaglia tre volte, oppure la terra; baciare il crocifisso prima di coricarsi, dare in ciascun giorno un buon avviso ad un compagno, leggere qualche pagina che riguardi Maria SS., quindi manifestare ciò che si è letto ad un compagno; recitare con devozione le brevissime preghiere prima e dopo i pasti, il lavoro, lo studio; far bene il segno della croce e via via.

   ” Il 16 maggio un giovane domandò a D. Bosco in pubblico qual fu la regola o la chiave che Savio Domenico usava per divenire così buono e santo da essere veramente un figlio della Madonna. D. Bosco gli rispose

     - La chiave e la serratura che usava Savio Domenico per entrare nella via del paradiso e chiudere il passaggio al demonio, era l'obbedienza e la gran confidenza nel Direttore spirituale ”.

  Nel mese di giugno accadeva nell'Oratorio un memorabile fatto. Il giorno 6 D. Reviglio Felice, compiuti i suoi studi, veniva elevato alla dignità Sacerdotale, e fu il primo prete dato da D. Bosco alla Chiesa. Mons. Fransoni, dietro raccomandazione del servo di Dio, aveagli concesso il patrimonio ecclesiastico. Il giorno dopo, Domenica della SS. Trinità, D. Reviglio celebrava la Santa Messa, assistito da D. Bosco e festeggiato a mensa e in cortile, con musiche e poesie. La stessa sera però si congedava dal suo benefattore e per ragionevoli motivi si dava ad esercitare il suo ministero nell'Archidiocesi. Fu maestro dotto e stimatissimo di morale a que' sacerdoti che aspiravano ad essere parrochi, ed egli stesso, parroco prima a Volpiano e poi a Sant' Agostino in Torino, occupò un posto de' più ragguardevoli tra il clero. Ma rimase sempre attaccatissimo a D. Bosco, per opera del quale Iddio l'aveva sollevato dalla polvere.

  D. Bosco lo contraccambiava con affetto paterno, non solo perchè in lui vedeva la splendida riuscita di tante sue fatiche e sacrifizi, ma di più perchè in lui venerava il carattere sacerdotale. E perciò quale per D. Reviglio, tale fu per i moltissimi sacerdoti di varie diocesi che lo avvicinarono, dei quali si rese benemerito con tanti atti di carità in casi innumerabili.

  Egli s'impegnava in favore di questo o di quel sacerdote che trovandosi in bisogno ricorreva a lui, e prestò loro valido braccio in strettezze di ogni fatta. Molto spesso si sottopose a gravi travagli per ottener loro protezione e difesa presso il Governo, i Vescovi e il Papa. In più di una circostanza si occupò per trovar ad essi posizioni convenienti al loro grado e spesso eziandio loro somministrando generosi sussidi pecuniari. “ Un giorno narra D. Turchi, capitò da D. Bosco un povero prete, male in arnese, a chieder soccorso. D. Bosco, al quale alcuni amici avevano fatto preparare una veste talare da lui indossata una volta sola per provare se gli andava bene, senz'altro guardò se era adattata al dosso del supplicante, e gliene fece dono ”.

  Di questi fatti ne abbiamo un buon dato, ma per ora basti il poco sopra accennato e ciò che siamo per dire. Il molto di più verrà poi.

  Nella diocesi d'Ivrea eransi moltiplicati i ladri, che spogliavano chiese ed altari, non risparmiando i vasi sacri racchiudenti le specie sacramentali. Rarissime volte venivano scoperti. Perciò quel Vescovo, il 3 luglio 1857 in sue lettere pastorali, denunziava ben sette furti o attentati sacrileghi avvenuti nelle chiese della sua diocesi, con espressioni di vivo dolore; confortava i fedeli a farne onorevole, ammenda; raccomandava ai parrochi di non lasciare nei tabernacoli vasi d'oro o d'argento, anzi ordinava che li vendessero, sostituendone altri di metallo dorato o argentato; e dichiarava interdette le chiese ove fossero involate le specie eucaristiche. Il Ministro Rattazzi invitava allora Mons. Moreno a revocare quelle disposizioni, dicendole lesive de' diritti dei Municipii; e siccome il Vescovo tenne fermo, sollecitò i sindaci ad impedire la vendita dei vasi sacri, ed, ove ciò si facesse, comandò che si rivolgessero senza indugio all'autorità giudiziaria. Se poi fosse pronunziato l'interdetto contro una chiesa, provvedessero alla pubblica quiete, dondone tosto avviso al Ministero.

   Intanto i parrochi leggevano dai pulpiti la circolare del Vescovo.

   D. Thea, parroco di San Salvatore in Ivrea, commentandola vi aggiunse qualche parola, giudicata offensiva pel, Governo e si buccinò che sarebbe stato imprigionato. Don Riccardini, professore insegnante ad Ivrea, frequentava il club ove si trovavano sovente pretore, brigadiere, segretario, sindaco e le altre autorità; e pregò il segretario a volerlo avvertire subito che sapesse essere stato spiccato, mandato di cattura contro D. Thea. Ed ecco una notte verso, le dodici giungere il segretario alla canonica di D. Thea ove il Professore alloggiava e chiedere di parlare con lui che, già in letto, dormiva, e confidargli che la cattura era fissata per il domani a mezzo giorno. D. Riccardini a quell'avviso non potè più chiudere occhio; alla mattina scese in chiesa alle 5 e lasciò che il parroco celebrasse in pace la Santa Messa; quindi lo avvertì e recossi a prendere consiglio da Mons. Moreno. Il Vescovo fece preparare la vettura del seminario, la mandò sul ponte fuori della città,  scrisse una lettera a D. Bosco e la consegnò a D. Thea, il quale per non destar sospetto, passeggiando come uno che va a diporto, salì poi sulla vettura e al gran trotto fu a Torino.

   Giunto in Torino, si presentò subito a D. Bosco che, letta la lettera di Monsignore, lo condusse in una casa di amici fidati, posta in faccia a quelle carceri senatoriali nelle quali avrebbe dovuto essere rinchiuso, ed ivi lo tenne celato per più mesi. Venuto a Torino il professore, Riccardini, fu all'Oratorio e D. Bosco lo condusse ove era D. Thea. Quindi, per suo consiglio, Riccardini si recò a visitare il Procuratore generale del Re il Conte Corsi, al quale confidò la cosa.

   Il Procuratore gli disse: - D. Thea stia nascosto, non si faccia vedere alle finestre, e procuri di non lasciarsi prendere prima che sia emanata la sentenza. Se fosse condannato, passeremo in appello, ed egli allora venga a consegnarsi: saranno mesi e mesi di meno di carcere e sarà più facile sciogliere la questione. - Così venne fatto; Thea fu condannato in contumacia a quattro anni di carcere. Allora si consegnò traversando solamente la strada; si appellò, e dalla Corte di appello venne assolto, non senza intromissione degli amici dell'Oratorio.

   Ma il professore Riccardini, dal primo momento che si era incontrato con D. Bosco nella sopraddetta occasione, aveva stretto con lui una grande amicizia. Quindi, mandato a far scuola a Vigevano, di là nelle vacanze veniva a Torino e diceva messa nell'Oratorio essendo soli preti D. Bosco e D. Alasonatti; e più tardi dava lezioni di filosofia ai due chierici Provera e Cerruti. D. Bosco colla sua affabilità lo aveva trattato con tante significazioni di tima, che ne era rimasto edificato e nello stesso tempo come innamorato. Così D. Bosco si diportava verso tutti i sacerdoti, mosso non da semplice cortesia, ma da spirito di religione e di fede per l'altissima idea che ebbe sempre del sacerdozio.

  Verso i canonici e molti parrochi usava particolari attenzioni. L'abbiamo visto baciar loro umilmente la mano, come pure al Teologo Belasio Missionario apostolico; e questa venerazione insinuavala ne' suoi giovani, sicchè era loro abitudine salutare per istrada qualunque sacerdote che fosse costituito in qualche dignità ecclesiastica.

  Ricordava con gran compiacenza i compagni di seminario e, quando incontravali, li trattava con molto affetto.

  Se andavano a visitarlo, li riceveva con espansione, pel che venivano essi anche da lontani paesi a rivederlo, sicuri di fargli piacere e desiderosi di godere anche un poco la sua compagnia e di edificarsi a' suoi belli esempi di ogni virtù. Con essi fu sempre largo di ospitalità, come in generale lo era per tutti i sacerdoti, cui offeriva mensa e letto gratuitamente e per parecchi giorni.

  Alcuni, per la grande stima che si era acquistato colle sue opere, non osavano più trattarlo coll'antica famigliarità, col dargli del tu, e lo riguardavano quasi come superiore. Ma D. Bosco, con qualche facezia, ne li dissuadeva, esigendo che si ricordassero della loro amicizia sempre viva come negli anni trascorsi, nè permetteva che gli dessero del Lei. Un sacerdote, di cui più non ricordiamo il nome, un giorno gli diceva: - Come è possibile che io usi alla famigliare con uno che tratta coi Cardinali e col Papa a tu per tu, e se a quest'ora non ha il titolo di Monsignore, lo avrà ben presto? - E sentissi rispondere: - Io non sono che il povero D. Bosco!

Ai sacerdoti poi in generale, dopo qualche scherzo, soleva sempre ripetere una buona massima tratta dal Vangelo, e più sovente l'abbiamo udito far sue quelle espressioni: - Noi siamo il sale della terra e la luce del mondo e comportiamoci in modo che si verifichino le parole del Salvatore, cioè che gli uomini veggano le nostre opere buone e glorifichino il Padre nostro che è nei cieli.

   Spesso era da essi richiesto di consigli, e avutili rimanevano pienamente soddisfatti. “ lo, diceva D. Piano, ne provai la saggezza. Una volta avendo a lui confidati alcuni miei dubbi, esso mi diede norme sicure e poi a mia richiesta scrisse dietro un'orazione stampata a Maria Ausiliatrice queste sentenze: Esto humilis et patiens et Dominus Jesus debit tibi velle et posse. Cor tuum sit contanter super egenos et pauperes. Questa immagine io la tengo preziosissima e quasi sempre sott'occhi, e mi serve di regola nella difficile missione di parroco. E quella sentenza fu come la traccia dell'elogio funebre che pronunziai nella chiesa parocchiale di S. Benigno Canavese, in occasione della trigesima dalla sua morte ”.

   Quando vedeva che qualcuno di essi non rispettava il,suo carattere, ne provava profondo dolore, e fu visto più volte versar lagrime. Avrebbe voluto poter nascondere il disgraziato agli occhi di tutti. Non pochi di questi gli vennero raccomandati dai propri Vescovi o dai Vicari Capitolari. Egli colla più ardente carità e con grande rispetto si adoperava per riabilitarli, esortandoli, intrattenendosi con loro in lunghe conferenze e talora con .soccorsi pecuniari. Il suo zelo fu largamente ricompensato, e quasi tutti potè ristorarli nell'onore sacerdotale in faccia a Dio, in faccia agli uomini, in faccia ai loro superiori; e rimessi sulla buona via, furono perseveranti nel compiere con esattezza i doveri ecclesiastici. Alcuni, caduti perfino nell'eresia, li convertì inducendoli a fare edificante ritrattazione. Si potrebbero all'uopo citare esempi e nomi, i quali però si tralasciano per delicatezza. L'opera più difficile si era tener lontani dall'occasione coloro che l'autorità ecclesiastica aveva puniti per intemperanza. D. Bosco incontrandoli quando erano ricaduti in qualche,eccesso, non cercava mai di umiliarli, ma li fissava con un'aria di tanta bontà e compassione, che i poveretti sentivansi ferire in mezzo al cuore. Non lasciavasi mai,fuggire parola che potesse riuscire a disdoro del sacro carattere di cui erano insigniti.

   Nell'esortare poi questi fuorviati, che talora gli obbiettavano le inveterate abitudini, le relazioni contratte, le vendette e i pericoli temuti, la mancanza di vocazione, sapeva dimostrare la facilità colla quale, mediante la grazia di Dio, si poteva superare ogni ostacolo, e li incoraggiava a bandire ogni timore, col pensiero della bontà e protezione di Maria, ricordando le parole di D. Cafasso: “ Quando anche per caso un sacerdote fosse entrato nel santuario senza vocazione, se si mette davvero e riesce un bravo figlio di Maria, sia certo che questa madre gli otterrà da suo Figlio per bontà e misericordia quello che non aveva per vocazione, cioè lo spirito del suo stato, le doti necessarie ed un complesso di grazie da renderlo un vero ministro del Signore ”.

   In quanto all'avvenire, se li vedeva sfiduciati nel conseguimento dell'eterna salute, o nel ricuperare il prestigio perduto in mezzo al popolo, soggiungeva: - Amate, onorate, servite Maria; procurate di farla conoscere, amare ed onorare dagli altri. Non solo non perirà un figlio che abbia onorato questa madre, ma potrà anche aspirare ad una grande corona.

Non sì può descrivere quanto gli stessero a cuore le anime dei sacerdoti. Un giorno d'estate, erasi inoltrato in nostra compagnia fra le montagne che circondavano un villaggio ove era ospitato, e dopo due ore di cammino si fermò innanzi alla casa di un cappellano. D. Bosco, afflitto da otto giorni da un continuo e atroce mal di denti, oppresso dal caldo, tutto coperto di sudore erasi fermato un istante. Quella casa isolata sembrava deserta. A un tratto per un sentiero si vede salire un contadino. Don Bosco gli chiese se il prete stesse bene in sanità.

     - È  infermo da molto tempo, rispose il contadino, e di una malattia dalla quale non si guarisce.

     - Gli hanno già amministrati i Sacramenti?

     - Non ancora.

     - Viene talvolta qualche sacerdote a visitarlo?

     - Non saprei; non ne ho visto alcuno.

     - E chi lo assiste?

     - Il figlio del suo massaro; e da un mese egli non vuole nessun altro in sua camera.

D. Bosco stette alquanto pensoso, quindi rivoltosi a noi

- Aspettatemi, - disse: e salì le scale. Le discese dopo un'ora e più. Rimessici in cammino, non lo interrogammo di ciò avesse fatto o detto, ed egli non ne parlò. Ma si poteva ben sospettare che la carità avesse guidati i suoi passi.

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