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Capitolo 50

Coraggio di D. Bosco nel presentarsi ai Ministri - Il bene ricavato dal male - I giovani crescono sempre di numero nell'Oratorio - Domande delle Autorità a D. Bosco, perchè dia ricovero ai poveri giovanetti - Mons. Bonomelli, D. Bosco e la politica - Fine disgraziata di alcuni perquisitori - D. Bosco non conserva rancori e perdona a' suoi avversari.


Capitolo 50

da Memorie Biografiche

del 30 novembre 2006

 La memoria scritta diffusamente da D. Bosco, le note raccolte da D. Bonetti e la cronaca di D. Ruffino ci hanno lasciata una relazione completa del memorabile colloquio del nostro fondatore coi due Ministri. D. Ruffino aggiunge un'osservazione: - “ Don Bosco sapeva patire senza stancarsi nelle persecuzioni, ma possedeva eziandio un coraggio più unico che raro nel presentarsi a qualsivoglia autorità per quanto alta fosse. Non lasciavasi intimidire, di nulla si sgomentava. Dimostravasi franco nelle sue risposte. Ragionava, supplicava, rimproverava e minacciava persino, quando ciò credeva necessario. Sempre fermo, ma sempre calmo: talvolta serio, benchè amorevole, mai offensivo, spesso sorridente. La stessa sua voce non cangiava tono”.

Con queste sue maniere, unite alla conoscenza e pratica di tutti i mezzi giusti, retti e legali per tutelare i suoi diritti, e allo studio per evitare che si inasprissero certe contraddizioni, trovava modo di trarre profitto a suo vantaggio delle stesse difficoltà che insorgevano contro la sua istituzione. Di ciò è chiara prova quello che egli riuscì a superare per tanti anni. Più volte abbiamo udite persone estranee, oltre quelle che lo conoscevano da vicino, a dire: - È veramente singolare: quest'uomo le indovina tutte. - E talora esclamavano: - Che furbacchione è D. Bosco; riuscirebbe un buon ministro di Stato! Questi santi son tutti furbi!

Perciò anche questa volta egli ottenne pienamente il suo fine, anzi avverossi il proverbio che dice: Ogni male non viene per nuocere; e l'assicurazione di San Paolo che le cose tutte tornano a vantaggio per coloro che amano Dio: Diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum.

L'Oratorio ebbe a sperimentare la verità di queste parole: imperocchè le persecuzioni del Governo e i codardi assalti della stampa malvagia finirono per fargli del bene. Infatti queste odiose e ad un tempo clamorose perquisizioni fecero meglio conoscere D. Bosco e l'opera sua; posero alle pubbliche Autorità occasione e modo di convincersi, che nulla avevano a temere della sua politica, anzi gli fecero indirizzare da molte parti un si gran numero di fanciulli che in breve da 500, giunsero a 600 e poscia a 700 e fino a 1000; e l'Oratorio divenne come un popolo di giovanetti di bellissime speranze per la Chiesa e per la civile società. Non solo genitori e parroci, ma Sindaci, Prefetti o Intendenti presero ad inviare in maggior copia di prima i figliuoli dei loro impiegati defunti e di altri poveretti, che facevano ricorso per essere ricoverati in qualche pio Istituto. Alcuni dei Governanti avevano concepita tanta stima per D. Bosco e per l'Oratorio, che pareva non trovassero in tutto lo Stato nè persona, nè luogo più sicuro cui affidare i loro raccomandati.

Lo stesso Farini il 18 luglio ripigliava o meglio continuava le sue raccomandazioni. Con questa data il Cavaliere Salino trasmetteva la supplica col numero d'ufficio 2155, in favore di Paolo Bertino di anni 13, nativo di Levone. Era presentata da quel Municipio, appoggiata dal Parroco e dal Deputato, perchè il Ministro ottenesse da D. Bosco un posto gratuito in condizione di studente nel suo Istituto al giovane raccomandato.

Altre raccomandazioni si susseguirono, e abbiamo sott'occhio molte lettere di Ministri e dei loro Segretarii colle quali si fanno istanze a D. Bosco pel ricovero di giovanetti orfani ed abbandonati con espressioni di alto encomio e con promessa di sussidio all'opera sua. Questo fatto fu per l'Oratorio di valido appoggio in quei tempi, in cui bastava  che una qualsiasi, anche buona istituzione, non fosse benevisa o venisse in sospetto al Governo, per trovarsi subito esposta a guerre atroci e al pericolo di soccombere alle violenze di chi brandiva la spada od impugnava la penna.

D. Bosco però conservava il più stretto riserbo nel non entrare in cose o in discorsi di politica, tanto più che la formola addottata poi dai Cattolici: Nè eletti, nè elettori, gli diede buon giuoco per restare neutrale nelle gare dei partiti. Egli vedeva, stante i tempi, come il Sacerdote dovesse essere il consolatore di tutti, e a lui convenisse fossero aperte le porte di ogni casa, affinchè al bisogno chiamato o non chiamato potesse entrare recando i salutari carismi della religione.

Mons. Bonomelli scrisse:

“ Un giorno, non sono molti anni, mi tratteneva famigliarmente con quell'uomo di Dio che fu il Sacerdote Giovanni Bosco, vero apostolo della gioventù, e il cui nome è rimasto in benedizione. Con quel suo fare semplice e pieno di tatto pratico, mi disse queste precise parole che non dimenticherò mai: - Nel 1848 io mi accorsi che se voleva fare un po' di bene doveva mettere da banda ogni politica. Me ne sono sempre guardato e così ho potuto fare qualche cosa e non ho trovato ostacoli, anzi ho trovato aiuti anche là dove meno me l'aspettava. Questa regola è il frutto dell'esperienza e non ha bisogno di commenti”.

Tuttavia colla sua prudenza D. Bosco non aveva potuto essere immune dalle violenze odiose delle sette, perchè non di politiche umane, ma si trattava dei diritti sacrosanti della Chiesa da lui coraggiosamente difesi. Ma se quelle violenze furono per lui fonte di benedizione non possiamo dire che siano state altrettanto per coloro che le ordinarono ed eseguirono. E questo appunto ci pare luogo acconcio a segnalare alcuni fatti, nei quali si scorge la giustizia di Dio aver fatto pesare tremenda la sua mano su coloro che più colpevolmente avevano attentato alla distruzione dell'Oratorio. “Diverranno impotenti, è scritto, nel Salmo IX, e dal tuo cospetto verran dissipati: perocchè tu hai presa in mano la mia causa e la mia difesa ”.

Il Comm. Carlo Luigi Farini, uomo dal polso di ferro e dal cuore di selce, aveva firmato il decreto che tenne per molte ore in un ambascia e diremo in un'agonia di morte i ricoverati nell'Oratorio; e fu l'ultimo decreto di tal genere, come credesi, che egli sottoscrisse. Era giunto a minacciare D. Bosco di prigione e a dargli del pazzo: e alcuni mesi dopo, nel 1861, affranto dalla lotta sostenuta per regolare le rivolte nell'Italia meridionale e fare qualche riparo all'anarchia; dal colmo della potenza precipitò si basso nell'estimazione de' suoi stessi complici, che ben si accorse di non poter vincere la prova. Quindi smise l'autorità quasi regale di luogotenente, onde si era fatto investire a Napoli; e colto dall'itterizia incominciò a dar segni di turbata immaginazione, e a vacillare talvolta nel senno. L'11 dicembre 1862 era nominato presidente del Ministero. Mezzo imbecillito e inetto al lavoro, sul principio del 1863 fu assalito da un timor panico, che lo rendeva ridicolo ed insociabile. Si figurava che tutti gli si fossero ribellati, che l'Europa fosse in arme contro l'Italia, e proferiva stranezze inconcepibili. Nel mese di marzo già affatto impazzito e con la fantasia esaltata per i casi della Polonia si presentava al Re Vittorio Emanuele. Appuntandogli al petto una pistola, come dissero i giornali di allora, gli intimava di muovere all'istante coll'esercito in aiuto dei Polacchi o di morire. Il Re si avvide subito che aveva da fare con un pazzo, gli si mostrò prontissimo a fare il voler suo e così l'ebbe disarmato.

Ne' suoi vaneggiamenti Farini andava gridando: - Grande e generosa è la Francia; vedete, i suoi eserciti percorrono l'Europa: la Polonia e l'Ungheria sono salve: il Papa più non esiste. - Il povero pazzo aveva ordinato un carrozzone della strada ferrata per andare a Parigi a parlare coll'Imperatore Napoleone III, e invece la sera del 20 marzo, accompagnato alla stazione, fu condotto al convento della Novalesa presso Susa da poco tempo convertito in manicomio. Questo convento uno dei più famosi che la storia della civiltà italiana ricordi, appartenente ai Benedettini, i quali colla loro pietà e dottrina gli avevano acquistata una fama immortale, rispettato per 10 secoli dagli stranieri e dai barbari, vedeva cacciati i suoi religiosi nel 1856 dal Governo in nome della libertà. Mutato in ospedale dei pazzi, fra i primi che vi entrarono fu un Ministro del Regno.

Pochi giorni appresso venne trasferito alla villa Cristina, che era una pazzeria speciale. Colà l'infelice stette alcun tempo e contemplando Torino asseriva esser quella la città di Varsavia: ma non lasciando egli alcuna speranza di guarigione ne fu tratto e condotto a Quarto sul mare. Dopo aver menato una vita peggior della morte, sequestrato dal consorzio degli uomini, moriva il 1 agosto 1866 senza più ricuperare il senno. In mezzo alle ricchezze che era andato ammassando aveva ripetuto dappertutto di voler morir povero e così fu. Nei giorni di sua gioventù e di sua possanza aveva abbeverata di fiele e di mirra la Chiesa ed i suoi più fedeli difensori, copertili di calunnie infamanti; orbene testimoni oculari attestarono che nella sua furiosa pazzia voleva nutrirsi delle proprie immondezze e in queste, giorno e notte, si ravvoltolava. Dio gli abbia usato misericordia.

Sorte non meno funesta toccò agli istigatori ed esecutori degli odiosi suoi comandi.

Due di costoro che si erano mostrati veramente zelanti in queste perquisizioni ed in quelle fatte ad altre famiglie della città, furono in premio del loro zelo politico inviati poco dopo a Bologna delegati di pubblica sicurezza. Mentre colà raddoppiavano le loro sollecitudini per dimostrarsi degni della ricevuta promossione, una sera circa la mezzanotte, mentre ritornavano dall'ufficio della questura, da mano incognita restarono ambidue colpiti dallo sparo di un trombone ed ambidue caddero estinti all'istante.

 “ Un terzo, scrive D. Turchi Giovanni, il più ostile in quelle perquisizioni, venne anni dopo ucciso nel proprio ufficio da un subalterno a Ravenna, se ben mi ricordo. Per queste disgrazie o per altro, si diceva allora, e si suol dire tuttavia, che chi perseguita D. Bosco tardi o tosto la paga e finisce male ”.

Ma D. Bosco ardeva sempre di compassione per i suoi avversari, fossero persone pubbliche o private. Raccogliamo alcune testimonianze che vennero fatte a voce e in iscritto.

D. Bonetti Giovanni: “ Nei giorni in cui più accanitamente ci tribolavano i nostri nemici, D. Bosco nel farci sapere che le cose sarebbero riuscite a bene, ci raccomandava sempre che pregassimo per loro, affinchè aprissero gli occhi a conoscere l'errore, dessero luogo a sentimenti di umanità, e così non demeritassero la divina misericordia”.

Monsignor Cagliero: “ In tutte le lotte e persecuzioni D. Bosco si manteneva calmo, sereno, e fidente in Dio e Soleva dire: - Se Dio permette queste prove e tribolazioni al nostro Oratorio è segno che ne vuol trarre del gran bene. Ci bisogna coraggio, sacrifizi e pazienza, ma dobbiamo sempre andare avanti confidando in Lui. - Contro gli avversari e persecutori delle opere sue non conservava rancore, e non l'intesi mai a sparlare di loro. Ricordo che qualcuno di noi indignato dall'iniquo procedere per parte dell'autorità, avrebbe voluto, come i figli di Zebedeo, invocare il fuoco dal cielo, sopra gli autori di tante vessazioni. Il servo di Dio però sorridente e calmo Soleva dirci: - Eh! voi siete ancora ragazzi; bisogna lasciar tutto nelle mani del Signore! Egli che ciò permette saprà disperdere i loro cattivi disegni; intanto preghiamo e non temiamo. - Quando poi si discorreva sulla mala fine fatta da coloro che avevano avversato l'opera degli Oratorii e sulle disgrazie che li incolsero, alzando gli occhi al cielo: - Oh come sono mai terribili, ci diceva, i giudizi del Signore contro coloro che perseguitarono il nostro Oratorio! Dio voglia aver usato misericordia per le anime loro. Calunniato dai giornali, come la Gazzetta del Popolo di Torino, non permise che loro si rispondesse, nè che si nutrisse risentimento contro gli indegni scrittori, nè che si proferissero parole che fossero in qualche maniera a loro ingiuriose o a quelli che li ispiravano. Invece era solito a dire: - Eh là! pazienza! Anche questa passerà!... Buona gente! Se la prendono contro D. Bosco, che non cerca che fare del bene! Avremo dunque da lasciar che si perdano le anime? Avversano senza volerlo l'opera di Dio! Egli saprà bene sventare le loro trame! ”

Il Can. Anfossi: “ Avvenne a me più volte, allorchè vedevalo trattare con certi amici sospetti, di avvisarlo: - Ma quel tale non è favorevole a lei! - Ed egli mi rispose: - Non mi pare, perchè fu qualche volta da me per raccomandarmi dei giovani ed ho fatto il possibile per accontentarlo. E soleva addurre questa ragione, quando si discorreva dei suoi avversari maldicenti: - Essi parlano così, giudicano così, perchè non conoscono D. Bosco; generalmente non sono mai venuti all'Oratorio; quando s'avvicinassero cesserebbero di essere avversarii. Credeva difficilmente quando gli si affermava essere alcuno suo nemico”. D. Dalmazzo: “ Una cosa che spesso mi sorprese fu il vedere, come egli trattasse dolcemente e colla più grande carità persone notoriamente a lui avverse, che si sapeva come screditassero il suo Istituto e parlassero  e scrivessero male di lui, narrando cose non vere. Interrogato una volta perchè si mostrasse così benigno verso quelle persone nemiche rispondeva: - Perchè è nostro dovere di amare tutti ed anche i nemici. E se trattavasi di uomini potenti che appartenevano al Governo aggiungeva: - Ed anche ne noceant.

” Notai parimenti che nella stessa guisa si comportava con certi giovani, i quali dopo essere stati da lui educati e mantenuti per lo spazio di molti anni, e conseguite anche varie lauree, se ne andavano dall'Oratorio, divenendo suoi nemici o per passioni, o per rispetto umano, o per opinioni politiche, D. Bosco ne parlava sempre in bene, li accoglieva caritatevolmente quando li trovava, e ad alcuni procurò posti onorifici e lucrosi dopochè lo avevano maltrattato.

” Uno di questi che per molti anni avevagli recate gravissime ingiurie e danni, ed era sempre stato lontano da lui, venne a visitarlo sul fine del pranzo, per qualche suo affare, ma non già per domandargli venia. Il serviente l'annunziò, e noi presenti eravamo curiosi di assistere a quell'incontro. D. Bosco all'udire quel nome rispose tranquillo: - Ma che cosa viene a fare qui?... Ditegli che mi lasci in pace. - Ma quegli all'improvviso e inosservato entrò nella sala, fu alle spalle e: - D. Bosco? - gli disse. D. Bosco non trasalì, non mutò colore, non fece atto d'impazienza; e senz'altro esclamò: - Ah sei qui? - E conversò con lui come se fossero sempre stati in ottima relazione ”.

D. Cerruti Francesco: “ Non conosceva nè astio, nè vendetta. Tale è la convinzione che si formarono quanti lo conobbero da vicino. Le sue vendette erano il cercare di rendere qualche servizio ai suoi nemici, e godeva grandemente quando gli si presentava l'occasione. In questo modo ridusse favorevoli, anzi benefattori, tanti che prima l'osteggiavano”.

D. Rua, D. Berto e D. Turchi ad una voce ripeterono: - D. Bosco segnalò la sua grande carità nel perdono, delle offese pubbliche e private, nel trattare con dolcezza i suoi offensori e nel pregare per loro; e non ricordava gli insulti ricevuti nelle più disgustose circostanze. Parlando a' suoi alunni dava tra le altre queste norme: - Siate sempre facili a giudicare bene del prossimo, e quando non potete altro giudicate bene delle intenzioni scusandolo almeno per queste; non rinfacciate mai i torti già perdonati. Fate del bene a tutti, del male a nessuno. Egli infatti portavasi con grande mansuetudine, occorrendogli di soffrire danni nelle opere sue o nei suoi giovanetti; faceva altresì le sue ragioni, ma non conservava mai alcun risentimento personale, anzi, richiesto, beneficava, quei medesimi che gli avevano recato nocumento od ingiuria. A chi lamentandosi di quei mali trattamenti, dimostrava disposizione di far rappresaglia, diceva: noli vinci a malo, sed vince in bono malum.

” Questo suo esercizio della mansuetudine portato a grado eroico era causa di quella sua profonda continua tranquillità di animo, che lo portava a fare sempre ogni cosa, come se avesse null'altro a fare; quella che lo faceva riuscire in tutto ciò che intraprendeva con meraviglia di quanti lo conoscevano. Rimaneva imperturbabile non solo fra le contraddizioni e i biasimi, ma anche in mezzo alle lodi che hanno così lusinghiere attrattive preoccupando la mente. Un giorno esclamava essendo noi presenti: - Dite pure bene o male di me come vi capita, purchè il dir male o bene di me riesca a salute di qualche anima. A questo modo così la lode come il biasimo mi farà sempre piacere ”.

 

 

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