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Capitolo 47

Nuove intimazioni dei Marchese di Cavour - La Ragioneria in seduta straordinaria - Un augusto protettore - Le guardie civiche - Il Marchese si riconcilia con D. Bosco - Obbedienza di D. Bosco alle leggi dello Stato - Suo rispetto alle Autorità civili.


Capitolo 47

da Memorie Biografiche

del 26 ottobre 2006

 Sebbene nell'Oratorio in Valdocco, l'ordine, la disciplina e la tranquillità regnassero in grado da non potersi desiderar oltre, tuttavia il Vicario di città Marchese Cavour, di cui abbiamo già sopra parlato, persisteva a chiamare pericoloso quell'assembramento di giovani e a volerne la dispersione. Mandò pertanto ad invitare D. Bosco che ritornasse alla sua presenza nell'ufficio del Vicariato. Forse i delatori, per distrarre l'attenzione dell'autorità da altre vere conventicole politiche, e troppo bene comprendendo che D. Bosco sottraeva alla loro influenza tanta gioventù, avevano affastellate nuove accuse, inventate nuove calunnie. Quindi il dialogo venne ad essere abbastanza serio. Il Marchese, fatto sedere D. Bosco: - È tempo di finirla, mio caro Abate, gli disse; e poichè non ha creduto conveniente essere docile a' miei consigli, sono costretto, per suo bene, a far valere la mia autorità e ad esigere la chiusura del suo Oratorio.

 - Mi perdoni, signor Marchese, gli rispose D. Bosco con grande calma; ma io credo di doverle rispettosamente ripetere che non posso chiuderlo. Io faccio opera di buon suddito. I miei giovani, aiutati a farsi buoni cristiani, diventano non solo savi cittadini, ma eziandio istruiti nel leggere, scrivere e fare conti.

 - Senta, D. Bosco; io non l'ho chiamata perchè esponga ragioni: non mi costringa ad usare la forza. Sia più obbediente; dia ai cittadini l'esempio di rispettare le Autorità.

 - Io? sono obbedientissimo, signor Marchese.

 - E in qual modo? Osservò Cavour con un sorriso ironico.

 - Obbedisco al mio superiore che è l'Arcivescovo, e nulla faccio che sia di danno all'autorità civile; confesso, predico, dico la santa Messa, faccio il catechismo; e in ciò, credo che Ella non abbia nulla da ridire nè da vedere.

 - Dunque non vuol cedere? Ebbene... Vada pure!...

D. Bosco si alzò e finì con dirgli: - Si persuada, signor Marchese, che io non sono ne irriverente, nè ostinato. E mi permetta di aggiungere che, se io accondiscendessi alla chiusura dell'Oratorio, avrei timore della maledizione di Dio su di me e su di Lei.

Ma il Vicario era risoluto di vincere il suo puntiglio, e non essendo riuscito a far proibire a D. Bosco da Monsignor Fransoni quell'esercizio del sacro ministero, si argomentò di far chiudere l'Oratorio mediante una formale condanna pronunciata dalla Ragioneria.

Pertanto, dopo il lavoro di alcune settimane nel preparare gli animi dei Ragionieri, il Marchese stabilì di convocarli in seduta straordinaria. Siccome poi non aveva potuto tirare al suo partito il venerando Arcivescovo, uomo altrettanto intrepido ne' suoi doveri quanto zelante del bene delle anime, così volle almeno che questi vi si trovasse presente nella lusinga di dar poscia ad intendere che la croce erasi unita colla spada per dare al nostro Oratorio il colpo mortale. Quindi, avendo saputo che l'ottimo Prelato non era bene in salute e non avrebbe potuto recarsi al Palazzo di Città, il Vicario convocò la Ragioneria nello stesso Arcivescovado.

Ed ecco nel giorno ed ora stabilita portarsi i detti Signori in tutta pompa e solennità in casa dell'Arcivescovo, e prendere posto sui seggi loro preparati. “Quando io vidi, ebbe poi a dire ad un amico il buon Pastore, quando io vidi tutti quei magnati raccogliersi in questa sala, mi parve che si avesse a tenere il giudizio universale”. In quell'assemblea imponente si disputò assai da una parte e dall'altra; molto si disse sulla convenienza e sconvenienza delle radunanze di tanti giovani; e infine, stando la maggioranza dalla parte dei Vicario, si conchiuse doversi assolutamente interdire e chiudere l'Oratorio, disperdendo così assembramenti che minacciavano di compromettere la tranquillità pubblica. E l'inganno e la malevolenza avrebbero certamente prevalso, se Iddio non avesse provveduto a D. Bosco e a' suoi fanciulli una valida difesa.

Egli infatti, che per far meglio risaltare l'opera dell'Oratorio permetteva che alcuni la contrariassero, non lasciava pur anche di suscitarle degli amici potenti nella stessa Corte reale. Tra questi dobbiamo segnalare con profonda gratitudine l'egregio Conte Giuseppe Provana di Collegno, in quei giorni Ministro al Controllo generale, ossia delle Finanze, presso al Re Carlo Alberto. Più volte il caritatevole signore aveva largito a D. Bosco sussidi or del suo peculio ed or da parte del Sovrano, cui teneva minutamente informato delle cose dell'Oratorio. Il Re stesso dal canto suo udivalo con piacere a parlarne, e quando facevasi qualche speciale solennità, leggevane volentieri la relazione che D. Bosco soleva inviargli od ascoltava quella che l'esimio Conte gli faceva verbalmente. Perciò, convinto del gran bene che facevasi a tanta povera gioventù de' suoi Stati, più volte fece dire a D. Bosco che egli molto stimava la parte di sacro ministero che si era assunta; paragonavala al lavoro delle missioni straniere; ed esprimeva il desiderio che in tutte le città e paesi del suo Regno fossero attivate di con siffatte istituzioni. Nè il suo cuore augusto appagavasi di sole parole; poichè di tratto in tratto spedivagli pur dei soccorsi, e in quell'anno stesso avevagli fatto tenere per buon capo d'anno trecento lire con queste parole: Pei biricchini di D. Bosco.

Ora con un tale amico e protettore la causa dell'Oratorio non poteva pericolare. Difatto, quando egli venne a sapere che la Ragioneria stava per radunarsi allo scopo di decretarne la chiusura, fece a sè chiamare il mentovato Conte, che ne era uno dei membri, e lo incaricò di comunicare in quella seduta l'augusta sua volontà con queste parole: “E’ intenzione del Re, anzi suo preciso volere, che queste adunanze festive siano promosse e protette: se avvi pericolo di disordini, si studi modo di prevenirli e non altro”.

Per la qual cosa il signor Conte, che aveva assistito in silenzio alla viva discussione de' suoi colleghi, quando vide che si preparava l'ordine del definitivo scioglimento del caro Oratorio, si alzò, e domandando di parlare, compiè il suo mandato significando la volontà del Principe colle citate parole. Al ricevere questa sovrana comunicazione è impossibile ridire come ne restasse il Vicario e i suoi partigiani. Ciascuno abbassò il capo e si tacque, e il Cavour sciolse la seduta. Così, nel momento in cui tutto sembrava perduto, il Signore faceva toccare con mano che nulla si perdeva, anzi si faceva guadagno, perchè alcuni di quei consiglieri, i quali forse mal prevenuti si erano mostrati avversi o indifferenti, divennero d'allora amici e benefattori di D Bosco e de' figli suoi. Tanto più che il Re aveva pure fatto intendere, che prendeva sotto la sua protezione quel microscopico Istituto.

Ciò non ostante, il Vicario di Torino continuò a mostrarsi corrucciato. Pertanto fece chiamare ancora una volta D. Bosco al Palazzo municipale, e dopo averlo detto un prete ostinato, conchiuse il suo discorso con questa esplicita dichiarazione: - Lei lavorerà con buona intenzione, ma il bene che fa è pieno di pericoli. Io sono obbligato a tutelare la tranquillità: pubblica; perciò manderò a sorvegliare la sua persona e le sue adunanze. Al primo atto che possa compromettere, io farò disperdere i suoi monelli, e la S. V. mi darà conto di quanto sarà per accadere.

Il nostro D. Bosco partì dal Palazzo di Città con maggior confidenza di prima; ma pel signor Marchese quella fu l'ultima volta che vi si potè recare, perchè o per le agitazioni a cui andò soggetto in quei giorni, o per qualche altro malore che già lo travagliasse, egli fu assalito da una podagra ostinata, la quale infine costrettolo al letto, dopo alcuni annidi molte sofferenze lo trasse alla tomba.

Tuttavia durante quel po' di tempo che rimase ancora in carica egli mandò ogni domenica alcuni arcieri o guardie civiche a passare la giornata all'Oratorio, coll'incarico di assistere e spiare tutto quello che in chiesa e fuori si diceva e faceva. Ma le sentinelle, al vedere come bastasse la parola di un sacerdote a tenere in ordine così gran moltitudine di giovani, allo scorgerli divertirsi allegramente e in pace, all'udire le prediche e le istruzioni che loro si facevano, si mostrarono molto edificate, e lungi dal prendere in sospetto quella riunione, ne concepirono bentosto una grande stima. Una di esse, raccontava in proposito un dialoghetto intervenuto tra lei e il Marchese, di questo tenore.  - Ebbene? le dimandò questi un giorno, che cosa avete veduto, che cosa avete udito, in mezzo a quella marmaglia?

 - Signor Marchese, ho veduto un'immensa folla di giovanotti a divertirsi in mille guise, senza una rissa, senza un alterco, e dissi: Oh! se tutta la gioventù di Torino facesse così! noi avremmo ben più poco da fare, e le prigioni non sarebbero più tanto frequentate. Ho poi udito in chiesa delle prediche che mi hanno messo paura, e mi fecero venire la voglia di andarmi a confessare.

 - E di politica?

 - Di politica non se ne parlò nè punto nè poco; ed è naturale, perchè quei ragazzi non ne capirebbero un'acca. Da quanto potei rilevare parmi che la politica di D. Bosco, consista nell'istruire i suoi giovanetti da buoni cristiani; insegnar loro a leggere, scrivere e far di conto; assisterli che non dicano e non facciano del male in ricreazione; collocarli al lavoro presso ad onesti padroni; visitarli lungo la settimana e dar loro buoni consigli; fare insomma quello che dovrebbero fare i loro parenti, che non fanno, o perchè non possono o perchè non vogliono.

 - Ma i più adulti non parlarono di rivoluzione e di guerra?

 - Non se ne fece parola nè in chiesa nè fuori di chiesa. In quanto a me sono di parere che quei giovinotti sarebbero disposti ed anche capaci di fare rivoluzione e dare battaglia intorno ad una cesta di pagnotte; anzi sono sicuro che ciascun di loro darebbe prova di tanta prodezza, da meritarsi la medaglia d'onore. Fuori di questo caso, signor Marchese, non vi è pericolo di sorta.

Questa guardia diceva il vero, come lo dicevano tutte le altre chiamate sovente e interrogate dai loro ufficiali; e tale fu sempre ed è tuttora la politica dell'Oratorio di San Francesco di Sales e de' suoi discepoli.

Un altro arciere rispondeva schiettamente al suo capitano: - D. Bosco predica davvero la rivolta e mise in rivolta anche me contro me stesso; e sono andato anch'io a far Pasqua dopo tanti anni che non la faceva più. Parlò della morte come se fossimo già morti, o come se fra mezz'ora dovessimo morire. E poi.... oh come è brutto l'inferno! Io non ne aveva mai udita una descrizione tale! Eppure D. Bosco disse in fine che le cose da lui raccontate erano ancora un nulla, quasi neppure una debole ombra delle cose come sono in realtà. Già, per me non ci voglio assolutamente andare fra i demoni.

L'ordine sospettoso del Marchese produsse infatti un gran bene spirituale a quasi tutte le guardie. Esse, in tempo di predica specialmente, comparivano immobili, attentissime per non perdere una sola sillaba. D. Bosco, quasi scherzando, invitavale talora a prestargli una mano nell'assistenza dei giovani. Egli in quel tempo prese a trattare gli argomenti più paurosi: l'inferno, i tormenti che vi si soffrono e l'eternità della dannazione; la morte con tutti i suoi particolari, per i buoni e per i cattivi; il giudizio universale ed il terribile apparato, in tutte le sue circostanze. Era tanta potenza nella sua parola, che gli uditori restavano santamente atterriti; ma in fine sapeva così bene rappresentare la bontà di Dio, la potenza d'intercessione di Maria SS. e dei santi, che in tutti si ravvivava la speranza di poter tuttavia conseguire il premio celeste. Le guardie, che mai non avevano sentito predicare queste verità e che da anni non si erano più confessate, commosse e piene di spavento, appena D. Bosco finiva la predica, gli si accostavano chiedendo che volesse udirle in confessione. D. Bosco prestava loro, oh quanto volentieri! Questa carità, e siccome i gendarmi che dovevano sorvegliarlo erano mutati tutte le domeniche, così si può dire che tutti si confessarono e fecero la loro comunione. Con ciò divennero amici dell'Oratorio, e coloro che prima si appostavano nei diversi punti della città per impedire eventualmente che i giovani raccolti da D. Bosco facessero tumulto, ricredutisi ora del loro inganno, più non pensarono a prendersi simile fastidio. D. Bosco diceva un giorno: - Mi rincresce di non aver fatto prendere un dagherrotipo o un disegno dei giovani dì que' tempi, perchè ora si vedesse come stessero in chiesa, come ordinati in classe, e quanti e quali fossero! Sarebbe un bel quadro, m'immagino, l'osservare varie centinaia di giovani seduti e attenti, ascoltare le mie parole, e sei guardie civiche in divisa, a due a due, ritte, impalate in tre diversi punti della chiesa, colle mani conserte, udire anch'essi la medesima predica. E mi servivano tanto bene da assistenti ai giovani, sebbene fossero venute unicamente per assister me. Bello oltremodo sarebbe dipingere queste guardie che, o coi rovescio della mano si asciugavano le lagrime, o col fazzoletto nascondevano la faccia perchè gli altri non vedessero la loro emozione. Oppure disegnarle, inginocchiate fra i giovani, circondare anch'esse il mio confessionale per aspettare il loro turno. Io le prediche le aveva fatte più per essi che non per i giovani.

D. Bosco intanto nella sua ammirabile prudenza non volle che il Marchese Cavour restasse sotto l'impressione di una specie di sconfitta, che avevalo ferito con suo disdoro. Si raccomandò pertanto ai buoni uffici di una persona gradita al Vicario, e dopo un certo tempo si fece presentar a lui da un nobile amico. Colla sua dolcezza ne calmò l'animo irritato, manifestò la sincera venerazione che professava alla sua persona, dissipò con prove evidenti i deplorevoli equivoci, spiegò i motivi della sua resistenza, gli chiese il suo appoggio. In sul finire della conversazione il Marchese si dichiarò soddisfatto di quegli schiarimenti, riconobbe l'utilità di quelle radunanze pel bene morale della gioventù e promise di lasciare in pace l'Oratorio. D. Bosco gli aveva descritto quanto egli faceva per i suoi giovani. - Ma dove Ella prende i danari per sostenere tante spese? - lo interruppe il Marchese.

D. Bosco, con un sorriso sulle labbra e alzando gli occhi al cielo - Confido unicamente, rispose, nella divina Provvidenza. E se in questo istante la Provvidenza divina ispirasse il signor Vicario a concedermi un qualche soccorso, io lo ringrazierei di cuore. - Il Marchese, commosso, sorrise alla sua volta e gli porse duecento lire.

D. Bosco più altre volte si recò a visitarlo, specialmente nella sua ultima infermità. I figli del Marchese Gustavo e Camillo strinsero pure amichevoli relazioni con D. Bosco, e di quando in quando venivano all'Oratorio in Valdocco per intrattenersi con lui. E nel palazzo Cavour dove l'Abate Antonio Rosmini riceveva onorevole ospitalità quando recavasi a Torino, e quivi appunto, quattro anni dopo, Don Bosco s'intrattenne più volte col filosofo di Rovereto.

Il lettore avrà notato come D. Bosco in queste contrarietà non si lasciasse mai vincere, nè dalla paura, nè dalla noia, scrivendo, visitando, raccomandandosi, facendo insomma con una costanza eroica quanto era in lui per sormontare le difficoltà. Così si governò in mille altre disgustose circostanze; e noi lo vedremo mettere sempre in pratica la massima di s. Ignazio: “Fare dal canto proprio tutto il possibile come se Dio non avesse a far nulla, e rimettersi a Dio come se nulla si facesse dal canto proprio”.

Morto il Marchese, non vi fu più alcuno del Municipio o del Governo che per molti anni recasse molestia all'Oratorio. D. Bosco però non fece mai alcun atto ostile alle leggi dello Stato, benchè legittime non le riconoscesse, ove fossero state contrarie alle leggi di Dio e della Chiesa, e in nessun modo le approvasse. Ne' suoi discorsi, sia in pubblico sia in privato, l'udimmo sempre raccomandare ai giovani e agli adulti l'obbedienza alle autorità civili, perchè, diceva, chi comanda è posto da Dio a comandare; mentre egli stesso ne dava l'esempio prestando la debita sommessione verso quelli che presiedevano alla cosa pubblica, e ad un tempo studiando il modo di avvicinarli.

La sua tranquillità risoluta e previdente fu il segreto delle tante amicizie di cui giovossi fra coloro che ascendevano al potere. Tutte le volte che veniva creato un nuovo Ministro, un nuovo Prefetto, un nuovo Sindaco, egli andava a far loro visita. Ciò faceva buona impressione sull'animo di chi vedeasi così tenuto in onore da D. Bosco, legava i cuori e produceva del bene. Tanto più che sovente quei signori erano già stati prevenuti contro di lui, ed egli così aveva modo di fare le sue difese.

 - Vengo, diceva, per raccomandare a Lei i miei giovanetti! - E proseguendo a narrare come e quanto avesse operato a favore dei figli del popolo, concludeva: - Se Lei non potesse talora farci del bene, La prego a non permettere che da altri ci si faccia del male. I miei giovanetti li metto sotto la sua protezione: faccia loro da padre. - E quei signori si trovavano come obbligati a prometterglielo cordialmente.  - Ma ciò non è ancor tutto, continuava D. Bosco; La prego ancora che, se pervenissero a Lei dei rapporti contrari all'Oratorio, abbia la bontà di non lasciarsi sorprendere, nè irritare, ma di verificare prima i fatti, ed eziandio chiamarmi per renderne le ragioni, chè io sarò sempre pronto a dare sinceramente le chieste spiegazioni. Sappia dei resto compatire anche i difetti. Queste parole dette con grande ingenuità riuscivano al loro intento. Qui la prudenza, come in altre pagine del nostro libro, non ci permette di far nomi. Diremo solo che talora vi fu chi, costretto da comandi ingiusti e prepotenti, a perseguitar i suoi istituti, pure si mantenne suo amico personale, attenuando per quanto potè le sue tribolazioni. Ed egli trovò sempre fra le prime autorità provinciali o municipali dei potenti sostenitori che lo liberarono da molti impicci; e qualche anticlericale alto locato, benchè non gli facesse alcun beneficio, tuttavia non permise mai che gli fosse, recato danno da partiti che fremevano contro di lui.

 

 

 

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