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Capitolo 43

La vita del seminario - I compagni - La frequenza dei SS. Sacramenti Tempo bene impiegato - Un altro sogno - Ricreazioni.


Capitolo 43

da Memorie Biografiche

del 12 ottobre 2006

Il seminario è tempio di Dio, nel quale il giovane levita, ode più chiaramente la voce del Signore, che lo chiama al servizio degli altari: è l'atrio santo, ov'egli si accende alla più tenera devozione ed allo zelo più ardente per la salute delle anime e stringe quei forti vincoli di carità, che unir debbono tutti i membri della chiesa fra di loro: è il campo di esercitazione, ove colla virtù e colla scienza, fortifica la volontà e la mente per vincere le battaglie del Signore: è il giardino di Dio, dove sono raccolti i fiori più eletti delle diocesi, che un giorno trapiantati spanderanno il profumo della santità in mezzo alle popolazioni. In questo sacro recinto adunque entrava il chierico Giovanni Bosco, con animo volonteroso per conseguire tutte quelle grazie, che il Signore quivi apprestavagli.

 Ed ecco come egli descrive questo nuovo periodo di sua vita: “Io amava molto i miei superiori, ed essi mi hanno sempre usato molta bontà; ma il mio cuore non era soddisfatto, perchè essi difficilmente si rendevano accessibili ai chierici. Il rettore e gli altri superiori solevano visitarsi all'arrivo dalle vacanze e quando si partiva per le medesime. Niuno andava a parlare con loro, se non nei casi di ricevere qualche strillata. Uno dei superiori veniva per turno a prestare assistenza ogni settimana in refettorio e nelle passeggiate, e poi tutto era finito. Fu questa l'unica pena che ebbi a provare in seminario. Quante volte avrei voluto parlare e chiedere loro consiglio o scioglimento di dubbi e non poteva: anzi accadendo che qualche superiore passasse in mezzo ai seminaristi, senza saperne la cagione ognuno fuggiva precipitoso a destra ed a sinistra, come da una bestia nera. Ciò accendeva sempre più il mio cuore del desiderio di essere presto prete per trattenermi in mezzo ai giovanetti, per assisterli, venire a conoscerli bene, sorvegliargli sempre, metterli nell'impossibilità di fare il male ed appagarli ad ogni occorrenza.

” In quanto ai compagni, mi sono tenuto al suggerimento dell'amata mia genitrice, vale a dire associarmi ai compagni divoti di Maria, amanti dello studio e della pietà. Debbo dire per regola di chi frequenta il seminario, che in esso vi sono molti chierici di specchiata virtù, ma ve ne sono anche dei pericolosi. Non pochi giovani, non badando alla loro vocazione, vanno in seminario senza avere nè spirito, nè volontà di buon seminarista. Anzi io mi ricordo d'aver udito cattivissimi discorsi dai compagni. Ed una volta, fatta perquisizione ad alcuni allievi, furono trovati libri empii ed osceni di ogni genere. È vero che simili compagni o deponevano volontariamente l'abito chiericale, oppure venivano cacciati dal seminario, appena scoperti per quello che erano; ma, mentre dimoravano in seminario, erano peste pei buoni e pei cattivi. Per evitare il pericolo di tali condiscepoli, io mi scelsi alcuni, che erano notoriamente conosciuti per modelli di virtù, e fra questi Guglielmo Garigliano.

” Le pratiche di pietà si adempivano assai bene. Ogni mattino Messa, meditazione la terza parte dei Rosario; a mensa lettura edificante. In quel tempo leggevasi la storia ecclesiastica del Bercastel. La Confessione era obbligatoria ogni quindici giorni, ma chi voleva, poteva anche accostarsi tutti i sabati. La Santa Comunione però potevasi soltanto fare la domenica od in altra speciale solennità. Qualche volta si faceva lungo la settimana, ma per ciò fare bisognava commettere una disubbidienza. Era d'uopo scegliere l'ora di colazione, andare di soppiatto all'attigua chiesa di S. Filippo, che aveva comunicazione interna col seminario, fare la Comunione, e poi venire a raggiungere i compagni al momento che tornavano allo studio e alla scuola. Questa infrazione di regolamento era proibita; ma i superiori ne davano tacito consenso, perchè lo sapevano, e talvolta vedevano e non dicevano niente in contrario. Con questo mezzo ho potuto frequentare assai più la Santa Comunione, che posso chiamare con ragione il più efficace alimento della mia vocazione. A questo difetto, di pietà si provvide quando, per disposizione dell'Arcivescovo Gastaldi, furono ordinate le cose in modo da poter ogni mattina accostarsi alla S. Comunione, purchè uno siane preparato”.

Per chi ama veramente N. S. Gesù Cristo è questa per certo una dolorosa privazione. Gesù è la sua consolazione, il suo conforto, il sostegno, la vita della sua vita; senza di lui gli par di venir meno. Egli è il centro de' suoi desideri, e, però ardentemente brama di riceverlo con frequenza, e ne ha pena grande, ogni volta non gli è dato d'unirsi al diletto del suo cuore. Così avveniva al chierico Giovanni Bosco:, gli pareva proprio di non poter vivere senza comunicarsi. E però egli, con altri suoi compagni, più volte alla settimana, volentieri faceva sacrificio della ricreazione e della collezione, rimanendo digiuno in un'età, nella quale sentesi così vivo, il bisogno di nutrimento, pur di potersi cibare delle carni immacolate di Gesù Sacramentato. Il confessore suo per tutto il tempo che visse in seminario fu il Can. Maloria, il quale già lo era stato eziandio prima durante i quattro anni di ginnasio.

Giovanni si era pur fatta una legge di non perdere briciolo di tempo, e per le materie filosofiche non si contentava delle ore di scuola e di studio.

 “Le ricreazioni, così scrive egli, nei giorni di scuola erano molto limitate: per la colazione senza caffè o altro companatico non si concedeva che mezz'ora. Ad un'ora e mezzo dopo il pranzo, che imbandivasi a mezzo giorno, si andava a studio. Mezz'ora di divertimento dopo la scuola della sera. Di sanità tutti i chierici stavano abbastanza bene. Quando la ricreazione era più lunga dell'ordinario, veniva rallegrata da qualche passeggiata, che i seminaristi facevano spesso nei luoghi amenissimi, che circondano la città di Chieri. Quelle passeggiate tornavano anche utili allo studio; perciocchè ciascuno procurava di esercitarsi in cose scolastiche, interrogando il suo compagno o rispondendo alle fatte dimande. Fuori del tempo di pubblica passeggiata, ognuno si poteva anche ricreare passeggiando cogli amici pel seminario, discorrendo di cose amene, edificanti e scientifiche. Nelle lunghe ricreazioni spesso ci raccoglievamo in refettorio per fare il così detto circolo scolastico. Ciascuno colà faceva quesiti intorno a cose che non sapesse, o che non avesse ben intese nei trattati o nella scuola. Ciò piacevami assai e mi tornava molto utile allo studio, alla pietà ed alla sanità. Per la mia età e più per la benevolenza de' compagni, io era in questo circolo presidente e giudice inappellabile. Siccome nei nostri famigliari discorsi mettevansi in campo certe quistioni, certi punti scientifici, cui talvolta niuno di noi sapeva dare esatta risposta, così ci dividevamo le difficoltà. Ciascuno entro un tempo determinato doveva preparare la risoluzione di quanto era stato incaricato”.

Ma ciò non bastava alla smania che Giovanni aveva di acquistare sempre nuove cognizioni. Al mattino egli era sempre il primo a balzar in piedi, affrettandosi a vestirsi, lavarsi, assestare il letto e ordinare le cose sue, secondo il regolamento; quindi si ritirava nel vano di una finestra e attendeva alla lettura di qualche libro per circa un quarto d'ora, finchè la campana non lo chiamasse alla cappella. Per quanto fosse opera voluminosa quella che aveva tra mano, non la metteva da parte e non prendeva altro libro, finchè non l'avesse letta interamente. In ciò poneva la massima attenzione, non leggendo per solo diletto o curiosità, ma per imparare e ritenere. Le stesse prefazioni erano da lui meditate, perchè reputava necessario conoscere il disegno dell'autore e i motivi che lo avevano indotto a scrivere; e incominciava sempre col dare uno sguardo all'indice per avere una sintesi del libro. Alla lettura di buone e sode opere consecrava eziandio ogni altro ritaglio di tempo, i minuti di aspettazione prima dell'entrata del maestro nella scuola, l'ultimo quarto d'ora delle ricreazioni ordinarie, tutto il tempo delle ricreazioni straordinarie, quando non tenevasi circolo, una parte della mezz'ora destinata per la preparazione al passeggio e all'andata al duomo per le sacre funzioni: in tali circostanze egli era spiccio nel mettersi all'ordine, e considerava come sciupato quel tempo che alcuni impiegavano nell'attillarsi; tuttavia nelle sue vestimenta nulla si vedeva che non fosse tenuto con grande proprietà. Con tale industria ei si faceva a poco a poco padrone di varie opere. In questo primo anno lesse tutte quelle del Cesari, del Bartoli e d'altri, ancora. E tale diligenza nell'impiego del tempo la usò poi sempre ne' sei anni intieri che stette in seminario, accumulando così col suo ingegno e colla sua memoria tesori di sapienza.

La sua temperanza nell'uso dei cibi e delle bevande era qualche cosa di sorprendente, ispirata da due grandi virtù: dall'amore alla mortificazione e dall'amore allo studio per rendersi atto all'opera divina della salute delle anime. Egli voleva che, venti minuti dopo aver, pranzato, la digestione non gli impedisse di riprendere le sue occupazioni. Quindi, è che mai si lagnava degli apprestamenti di tavola e manifestava gran dispiacere quando udiva a mormorare sulla qualità delle vivande, o veniva a sapere che taluno cercava di provvedersi dalla cucina o dalla dispensa del seminario, senza il permesso dei superiori: in questi casi egli ed i suoi intimi amici si adoperavano risolutamente ad impedire simili mancanze coll’esempio e colla disapprovazione. Se qualche volta sua madre o alcuno degli amici gli portavano in regalo qualche commestibile, non sapeagli buono mangiarselo da solo; chiedevane perciò la debita licenza e facevane parte ai compagni. Di queste cose hanno fatto fede D. Palazzolo e D. Giacomelli.

In mezzo all'esercizio delle virtù più sode ed agli studii serii della filosofia, Giovanni Bosco sentiasi sempre più crescere in cuore una brama ardentissima di giovare ai fanciulli, che continuava a radunare intorno a sè pel catechismo e per le orazioni, quando i superiori lo mandavano a questo fine nel duomo. E la divina bontà, che teneva sopra di lui i suoi occhi amorosi, prese a fargli conoscere in modo più, particolare qual fosse il genere di missione che gli riserbava in mezzo ai giovanetti. D. Bosco lo raccontò nell'Oratorio ad alcuni in privato, tra i quali era presente D. Giovanni, Turchi e D. Domenico Ruffino.

 - Chi può immaginare, disse, il modo, nel quale, io mi vidi quando faceva il primo corso di filosofia! - Venne interrogato: - Dove si vide? In un sogno o in altro luogo? - Questo non importa saperlo. Io mi vidi già prete, con rocchetto e stola: e così vestito lavorava in una bottega da sarto, ma non cuciva cose nuove, bensì rappezzava robe logore e metteva insieme un gran numero di pezzi di panno. Subito non potei intendere che cosa ciò significasse. Di questo ne feci motto allora con qualcheduno; ma non ne parlai chiaramente finchè fui prete, e solo col mio consigliere D. Cafasso. Questo sogno o visione rimase indelebile nella memoria di D. Bosco. Esso indicava come egli non fosse solo chiamato a fare scelta di giovani santi e ad adoperarsi a perfezionarli e custodirli, sibbene a radunare intorno a sè giovanetti fuorviati e guasti dai pericoli del mondo, i quali per le sue cure si rifacessero buoni cristiani e cooperassero alla riforma della società.

Frattanto i giorni del nostro Giovanni continuavano a scorrere tranquilli e rallegrati da quella gioia vera di chi, vivendo sotto obbedienza, osserva con esattezza i proprii doveri. Chi fu buon seminarista ricorderà sempre con soddisfazione quanto fece, vide, passò negli anni de' suoi studi chiericali. È perciò che il nostro Giovanni lasciò memoria perfino delle ricreazioni, che godette tra quelle mura di pietà e pace. “Il trastullo più comune in tempo libero era il noto giuoco della bara rotta. In principio vi presi parte con molto gusto, ma siccome questo giuoco s'avvicinava assai a quello dei ciarlatani, cui avevo rinunziato, così pure ho voluto da quello cessare.. In certi giorni era permesso il giuoco dei tarocchi con qualche piccolo interesse, e a questo ci ho preso parte per qualche tempo; ma anche qui trovai il dolce misto coll'amaro. Sebbene non fossi valente giuocatore, tuttavia era così fortunato, che guadagnava quasi sempre: in fine delle partite io aveva le mani piene di soldi; ma al vedere i miei compagni afflitti perchè avevano perduto, io diveniva più afflitto di loro. Si aggiunge che nel giuoco io fissava tanto la mente, che in seguito per alcun tempo non poteva più nè pregare, nè studiare, avendo sempre l'immagine travagliata dal re da coppe e dal fante da spada, dal tredici o dal quindici di tarocchi. Ho pertanto presa la risoluzione di non prendere più parte neanche a questo giuoco, come avea già rinunziato ad altri. Ciò feci alla metà del 1836”. Ne fu precipua causa l'aver egli vinto un giorno ad un suo competitore una somma non grossa, se si vuole, ma considerevole per l'esiguo borsellino del compagno. Giovanni, al vederlo mesto e quasi piangente, ne provò tanta compassione, che gli restituì quanto aveagli guadagnato, e da quel punto propose di non maneggiar più carte da giuoco e fermamente mantenne il suo proponimento.

Il giuoco delle carte non sembrava a D. Bosco un passatempo da ecclesiastici, perchè talora appassiona, talora è cagione di notevoli perdite di tempo, tal'altra è sconveniente per le circostanze. Trovandosi egli già sacerdote, non so in qual paese, per dettare gli esercizi spirituali, ed essendo ospitato dal parroco, una sera dopo cena fu invitato da alcuni preti giovani a giuocare ai tarocchi. Egli rispose che non era tanto pratico di quel giuoco. Si meravigliarono gli altri di questa sua ignoranza e dissero essere quello un giuoco così semplice, così innocuo, che da tutti si dovrebbe imparare. - Quando avrò nient'altro da fare, replicò D. Bosco, allora giuocherò ai tarocchi. - Quei reverendi per rispetto alla sua persona rimisero nel cassettino i tarocchi, che già avevano tra mano e si trattennero in assai utili discorsi. D. Bosco in questo frattempo, colla sua destrezza più che straordinaria, senza che nessuno se ne accorgesse, tirò fuori le carte da giuoco dal cassettino e se le mise in saccoccia. Poco dopo dimandò licenza di ritirarsi in camera, avendo ancora qualche faccenda da disbrigare; ed avuto da tutti la buona notte, si ritirò. Alcuni ne imitarono l'esempio e andarono nelle loro camere. Due soli rimasero, che più degli altri erano desiderosi di giuocare:

 - Eccoci liberi, dissero; fuori i tarocchi, e facciamo almeno tra noi una partita. Ma aprono il cassettino, frugano, guardano in terra e non trovano le carte de' tarocchi.

- Chi sa dove siano andate? - diceva l'uno.

- Le abbiamo pur messe qui! esclamava l'altro. Ma intanto più non trovandole, se ne andarono essi pure alle proprie stanze, benchè dolenti di non aver potuto fare la loro partita. Passando pel corridoio, ove era la camera di D. Bosco, discorrevano fra di loro sotto voce e si lagnavano di quella contrarietà. Quand'ecco uno si ricorda di avere un giuoco di carte nella propria camera. Contento, svela la scoperta al compagno; ma mentre si avviavano a prenderle, si sentono D. Bosco alle spalle, il quale, in tono semifaceto, li manda a dormire immediatamente, dando loro un'assai utile lezione.

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