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Capitolo 4

Buona riuscita dei giovani dell'Oratorio festivo - D. Bosco fa il catechismo in mezzo ad un campo, e stupore di alcuni Inglesi - Prudenza di D. Bosco nell'andare a visitare gli Oratori - Il Marchese di Cavour insegna il catechismo - Due altri celebri catechisti - Relazioni amichevoli tra l'Abate Rosmini e D. Bosco - Progetto da D. Bosco presentato a Rosmini.


Capitolo 4

da Memorie Biografiche

del 17 novembre 2006

 Fra le apprensioni e le speranze, celebratosi nell'Oratorio l'esercizio di buona morte, il 18 febbraio, dopo la prima domenica di quaresima, incominciavano in Valdocco, a Porta Nuova ed in Vanchiglia i catechismi preparatori alla Pasqua. Nulla però si era innovato nelle usanze degli anni trascorsi, eccetto che il Santo Rosario alla domenica non si recitò più alla sera, sebbene prima o dopo la messa.

Frattanto gli occhi di tutto il Piemonte si può dire fossero rivolti verso questi Oratorii con diversi giudizi; e non mancavano quelle persone inette a fare il bene e maligne, che schernivano D. Bosco e i suoi allievi. - Sono birbanti, gli dicevano, e voi non ne farete nulla di buono. - E dovettero poi ricredersi, vedendo come egli invece ne formava perfetti operai, onesti negozianti, professori., avvocati, militari valenti e santi preti. In quanto agli operai, diremo come nel 1862 D. Bosco scrivesse un cenno storico sull'Oratorio di San Francesco di Sales. Questo documento venne stampato e si rileva che egli ogni anno era riuscito a collocare più centinaia di giovani presso buoni padroni, da cui essi appresero il mestiere.

Tutte le domeniche riceveva visite di molte persone che volevano vedere come si impartisse l'istruzione religiosa. Ed era veramente uno spettacolo degno di essere contemplato. Mentre alcuni facevano il catechismo in cappella, altri in sagrestia e in sale attigue, altri nel cortile e nell'orto innanzi alla casa, D. Bosco raccoglieva i più discoli e andava a sedersi con essi in mezzo a un campo un poco discosto, ove ora è la chiesa di Maria Ausiliatrice, in uno spazio libero tra le patate e i fagioli. Dopo l'ordinario saluto: - Oh i voi siete proprio i miei più grandi incominciava le sue spiegazioni catechistiche.

Mons. Cucchi una Domenica veniva all'Oratorio con alcuni Inglesi, che desideravano assicurarsi coi loro propri occhi quanto vi fosse di vero in ciò che la fama narrava del prete di Valdocco. Il buon prelato aveva detto loro: - Vedranno chi è D. Bosco! - Non volendo però che fosse prevenuto del loro arrivo, senza far motto ai tanti giovani nei quali s'imbattevano, lo cercarono in chiesa e in casa, da una parte e dall'altra, e non poterono incontrarlo. Finalmente, usciti dal cancello, Monsignore scoperse in un prato un gruppo di giovani all'ombra di un albero e senz'altro esclamò: - Là vi sono dei giovani; dunque vi sarà lui. - Infatti D. Bosco era seduto in atto di fare il catechismo ad una ventina circa di giovanastri dei più grandi e di aspetto baldanzoso che pure pendevano attentissimi dalle sue labbra. - E là! - replicò Mons. Cucchi. Quei signori inglesi si fermarono un buon pezzo

ad osservare stupiti quello spettacolo, e poi esclamarono: - Se tutti i sacerdoti facessero così, catechizzando anche in mezzo ai campi, il mondo sarebbe presto convertito interamente.

La tranquillità di questa ora Don Bosco se l'aveva guadagnata con molte precedenti industrie. Moltitudini di fanciulli accorrevano ai catechismi, eziandio a Porta Nuova e a Vanchiglia e perciò D. Bosco là mandava la maggior parte dei suoi chierici ed i catechisti più esperti. Non trascurava però di sorvegliarli e capitava, non raramente, inaspettato in mezzo ad essi. Usciva però dall'Oratorio in berretta, mentre poco lontano lo aspettava un suo fidato col cappello: e ciò faceva perchè i giovani di Valdocco non conoscessero la sua assenza e tenessero per certo trovarsi egli in casa.

Senonchè provvedendo a quei due Oratori, gli veniva per varie ragioni a mancare il personale per Valdocco. In quanto la disciplina ne aveva dato l'incarico a D. Grassino anche per gli esterni. Ma per ciò che spetta ai catechismi talvolta si trovava impacciato. Tuttavia rimediava a quella deficienza, invitando chiunque in quei momenti gli si presentasse fornito della scienza necessaria. In tal modo fu ingaggiato il Teol. Marengo, il quale continuò catechizzando per circa otto anni, e quando fu impedito da altre occupazioni, non tralasciò di venire ad ascoltare le confessioni ed aiutare D. Bosco in tutti i modi onde gli fosse stato possibile.

Altro giorno sopraggiunse il Marchese Gustavo di Cavour con un signore suo amico, mentre già erano incominciati i catechismi. Conoscendo le abitudini di D. Bosco, si volse senz'altro al prato ove egli era in mezzo ai suoi biricchini. Avvicinatosi, gli presentò quel suo amico, pregandolo di volerlo condurre a visitare l'Oratorio, essendo desideroso di saperne da lui l'origine, lo scopo e l'andamento. – Come vede, signor Marchese; gli rispose D. Bosco, ho qui alcuni fanciulli da catechizzare. Se ella Vuol favorire di trattenerli un poco, io sarò felice di compiacere il suo compagno. - Il Marchese acconsentì, sedette fra quei poveri garzoni e proseguì le interrogazioni che D. Bosco aveva incominciate. E il buon prete allora condusse quel forestiere a visitare le varie classi.

Nel pomeriggio di un altro giorno festivo D. Bosco ebbe la visita di due rinomatissimi sacerdoti forestieri. Trovandosi in Torino, si presentarono all'Oratorio per fare conoscenza con D. Bosco. Erano circa le ore due. I giovani stavano allogandosi, e D. Bosco vedendovi mancare parecchi catechisti si torturava il capo per improvvisarne e disporre le classi, quando i due Ecclesiastici accostatisi a lui, mostrarono vaghezza di parlargli.

- Vi è questo signor Abate, disse uno dei due accennando al compagno, ed io pure, che desideriamo di visitare il suo Oratorio e di osservare il metodo che la S. V. vi tiene.

- Troppo volentieri, rispose D. Bosco, io farò loro visitare l'Oratorio in tutte le sue particolarità; ma piuttosto dopo le funzioni: ora, come vedono, sono qui tutto occupato tra queste centinaia di giovani. Ma è Iddio che in questo momento li ha mandati. Abbiano la bontà di aiutarmi a fare il Catechismo e poi parleremo a nostro bell'agio. Ella, soggiunse ad un di essi che gli sembrava di maggiore autorità, vorrebbe favorire di fare il catechismo alla classe che è nel coro dove sono i più grandicelli?

- Ben volentieri! rispose quel sacerdote.

- Ella, proseguì D. Bosco rivolgendosi al secondo, avrà in presbiterio la classe d'i più dissipati!

Anche il secondo religioso aderì all'invito colla miglior voglia del mondo. D. Bosco porse ad ambedue il catechismo della diocesi, e senza domandare chi fossero, li condusse nelle classi assegnate e così egli potè vigilare all'ordine generale nella Chiesa. Il giovanetto Michele Rua, che dall'anno 1849 aveva incominciato a frequentare regolarmente l'Oratorio festivo, era presente a questo incontro; e potè osservarli seduti in mezzo ai ragazzi e ne ammirò il contegno. Quei preti parevano a D. Bosco persone assai distinte e si accorse che facevano il catechismo a meraviglia. Essendosi posto in luogo donde poteva udire colui che catechizzava in coro, l'udì parlare della fede con esempi e paragoni. - La fede, diceva, si aggira intorno a quelle cose che non si vedono; delle cose che noi vediamo, non si dice: “Io le credo”; le cose che noi vediamo, le giudichiamo: si credono invece le cose che non sono a noi sensibilmente presenti. Così ora che noi siamo in terra, crediamo la vita eterna, perchè presentemente non siamo di essa in possesso; ma quando noi avremo la fortuna di trovarci in cielo, quelle cose più non le crederemo, ma le giudicheremo, le godremo.

Don Bosco udendo queste ed altre spiegazioni così sode e tuttavia molto adattate all'intelligenza dei giovani, lo pregò a volerli dopo i vespri regalare di un sermoncino. Quell'abate gli fece osservare che, essendo egli forestiero, non era cosa conveniente: aver bisogno i giovani di udire una voce che conoscessero. Don Bosco insistette e nello stesso tempo invitò anche l'altro a voler impartire la benedizione col Venerabile; ed ambedue accettarono senza difficoltà. Nel tempo della predica l'altro sacerdote assisteva i giovani. Terminate le sacre funzioni, D. Bosco era impaziente di abboccarsi con loro per sapere chi fossero. - Questo reverendo è l'abate Rosmini, fondatore dell'Istituto della Carità! - rispose uno di essi indicando l'altro.

D. Bosco altamente sorpreso esclamò: - L'Abate Rosmini! il filosofo!

- Oh? il filosofo! rispose sorridendo Rosmini.

- Un personaggio di tanto grido, continuava D. Bosco; colui che scrisse tanti libri di filosofia!

- Eh, sì; scrissi qualche libro! - rispose Rosmini con aria di tanta umiltà e noncuranza da far meravigliare D. Bosco, che soggiunse: -Allora non mi stupisco più se lei ha fatto il catechismo tanto bene e con tanto sugo. E lei, continuò volgendosi all'altro, vorrebbe anch'ella favorirmi il suo nome?

- D. Giuseppe Degaudenzi.

- Canonico Arciprete di Vercelli?

- Appunto.

- Oh come sono contento di conoscere di persona, chi già così bene conosceva per corrispondenza epistolare. Un uomo così insigne per carità e zelo!

Ambedue s'intrattennero poscia a discorrere lungamente con D. Bosco, e fin d'allora divennero ammiratori, amici e benefattori dell'Oratorio.

Quando si furono congedati, i giovani, ai quali il canonico aveva fatto il catechismo, chiesero a D. Bosco chi fosse quel sacerdote, ed egli rispose: - Questo prete è uno di quelli che sono scelti per farne un Vescovo. Abita a Vercelli ed è uno dei titolari di quell'Archidiocesi! - E infatti il canonico Degaudenzi fu poi Vescovo di Vigevano e splendido luminare dell'Episcopato Cattolico.

L'abate Rosmini venne ancora altre volte a visitare Don Bosco, accompagnato dal Marchese Gustavo di Cavour.

“Rosmini, narrava il Prof. Tomatis Carlo di Fossano, venne ad onorare colla sua presenza le scuole serali; si compiacque di fare ripetutamente il catechismo e talvolta assistè alle funzioni religiose dell'Oratorio, che avevano per noi un incanto meraviglioso. Egli pure ne rimase così entusiasmato che le paragonava a quelle che si fanno nei paesi selvaggi tra le foreste, o nelle chiese nascoste delle missioni di città ancora pagane, come sarebbero quelle della Cina e dell'India. Sorprese anche D. Bosco mentre sotto un gelso istruiva un bel numero di giovanetti. E fu per lui un quadro consolante, di cui ebbe a dire: - La calma amorevole di quel buon prete è indizio del suo anelito al riposo eterno del paradiso, al quale perverrà colle migliaia dei salvati da lui, i quali così come ora in terra, gli faranno affettuosa corona un giorno nella gloria dei beati. - Venne pure all'Oratorio in un giorno feriale mentre gli artigiani ritornavano dalle officine. D. Bosco li chiamò intorno all'Abate, il quale interrogò questo e quello, ed ebbe per tutti ed anche per me una parola d'incoraggiamento: quindi visitò la nostra casetta, rimanendo commosso per quell'estrema povertà”.

In altri tempi gli alunni dell'Oratorio recitarono un piccolo dramma, bene ideato e scritto da D. Bosco stesso, innanzi a Rosmini e al Marchese Cavour, del quale l'Abate era sempre ospite venendo a Torino. Turchi Giovanni ne fu il protagonista.

Rosmini venendo in Valdocco soleva fermarsi molto tempo e con famigliare domestichezza nella camera di D. Bosco. Fin dalle prime visite gli aveva confidato, come avesse una somma del suo Istituto da mettere a frutto in qualche banca, e gli domandava un apposito parere e suggerimento. Avrebbe però preferito di dare il mutuo a qualche onesta famiglia senza fare nessun atto pubblico, purchè rimanesse nello stesso tempo sicuro del fatto suo.

- Bene, disse D. Bosco, che meditava di costruire un edifizio in Valdocco; io so a chi indirizzarla. È una persona che io credo possegga la loro fiducia. Presto le scriverò di un mio progetto, che spero non le dispiacerà.

Infatti dopo pochi giorni così gli scriveva a Stresa:

 

Ill.mo e Reverendissimo Signore,

 

La parte favorevole che V. S. Ill.ma e Rev.ma prende in tutto ciò che riguarda il pubblico bene, e specialmente la salute delle anime, m'induce ad esternarle un sentimento, già manifestato al Sig. D. Fradelizio e testè comunicato al Sig. D. Pauli.

Trattasi di costruire un nuovo edifizio per un Oratorio, avente scopo dell'educazione civile-morale-religiosa della gioventù più abbandonata. Già parecchi di simili Oratori sono aperti in Torino, a cui comunque mi trovo alla testa. La messe è spinosa, ma è molta e se ne può sperare gran frutto. Ma ci vogliono ecclesiastici, ed ecclesiastici ben formati nella carità.

Non si potrebbe in qualche prudente modo introdurre l'Istituto della Carità nella Capitale? Per es., se V. S. Ch.ma concorresse pecuniariamente al novello edifizio, in cui cominciassero venire ed abitare alcuni studenti dell'Istituto e così insensibilmente prendere parte alle molteplici opere di carità, secondo il grave bisogno? Ci pensi V. S. nella sua prudenza e qualora a ciò risolvesse di tentare qualche mezzo, conti sopra di me in tutte quelle determinazioni che potranno tornare a vantaggio delle anime e a maggior gloria di Dio. Il Sig. D. Pauli ha veduto tutto e, sapendo pienamente la mia intenzione, può dichiarare la cosa meglio che non comporta la brevità di una lettera.

Mentre La prego a voler dare benigno condono alla forse troppa confidenza con cui scrivo, l'assicuro essere per me il pi√π grande onore il potermi dichiarare

 

Della S. V. Ill.ma e Rev.ma

Umil.mo Servitore

Bosco Giovanni Sacerdote.

Torino, 11 marzo 1850.

 

 

 

All'Illustrissimo e Chiarissimo Signore, il Sig. Ab. Cav. D. Antonio Rosmini, Superiore dell'Istituto della Carità.

Stresa.

 

L'abate Rosmini faceva rispondere a D. Bosco in questi termini:

 

Stresa, 4 aprile 1850.

Molto Rev.do e Pregiat.mo D. Giovanni,

 

La pia Opera ideata da V. S. Rev.da e proposta nella gentilissima sua dell'11 marzo p. p. piacque assai al mio Venerato Superiore Don Antonio Rosmini, e desidera di potervi efficacemente concorrere. Non sembrandogli però sufficientemente sviluppato e messo in chiaro il disegno della medesima, tanto nella detta sua lettera, quanto nella relazione che gliene fece a voce D. Pauli reduce da cotesta Capitale, egli, innanzi d'impegnarvisi a prendervi parte, bramerebbe di averne schiarimenti maggiori. Al che gli parrebbe del tutto necessario un abboccamento con V. S. R.da, perocchè a voce parlando s'intende assai meglio che per iscritto, ed è assai più facile il conchiudere qualche cosa. Pertanto quando V. S. Rev.da potesse fare una scorsa fino a Stresa onorandoci una

seconda volta della sua presenza, Ella ci farebbe un nuovo regalo, e potrebbe a tutto bell'agio intendersi col mio Rev.mo Padre. Nel caso affermativo, sarebbe ben fatto che Ella si compiacesse di avvisarci del tempo preciso in cui ci verrebbe.

Intanto, baciandole le mani, e, coi rispetti cordialissimi del prelodato mio Superiore e di tutti gli altri che qui La conoscono, mi pregio di essere

 

Suo Devot.mo Servo

C. Gilardi P.

 

 

D. Bosco non tardava a spiegare con specificata descrizione le sue idee, scrivendo a D. Carlo Gilardi:

 

 

Torino, 15 aprile 1850.

Molto Rev. e car.mo Sig. D. Carlo,

 

Godo molto che l'idea esternata al Venerat.mo Sig. D. Antonio Rosmini sia tornata gradevole, e ci trovo anch'io il bisogno di un abboccamento; ma pi√π circostanze concorrono a rendere incerta l'epoca in cui possa fare una scorsa fino a Stresa, siccome grandemente desidero.

Stimo bene pertanto di ridurre il mio sentimento ad alcuni punti speciali, offrendomi per quel schiarimenti che si potessero a tal riguardo desiderare. Il mio progetto ha due aspetti: uno di aver un sussidio materiale e spirituale per gli Oratorii, che la Provvidenza Divina dispose che fossero aperti sui tre lati principali della città; l'altro, per provare se il Signore ha scelto questo tempo e questo mezzo per dilatare l'Istituto nella Capitale, a refrigerare le moltissime e gravissime piaghe fatte e che minacciano farsi alla Religione. Come ben vede, bisogna usare tutta la semplicità della colomba, ma non dimenticare la prudenza del serpente. Tenere ogni cosa destramente celata affinchè l'uomo nemico non corra a seminare zizzania.

Ciò nondimeno le cose pubbliche dovendo avere una legalità pubblica onde nessuna delle parti abbia a patirne danno in faccia alle leggi, così presento all'Ill.mo e Rev.mo suo Superiore il seguente progetto, che parmi possa appagare l'occhio del pubblico senza essere presi a vedetta.

1. Trattasi di costruire una casa a tre piani con allato una chiesa per l'Oratorio. L'edificio verrebbe costrutto in un piano cinto di mura, di are 38, ovvero tavole 100, a Porta Susina - sezione Valdocco.

2. Il Sac. Bosco cede sei camere e anche di più all'Istituto della Carità per gli studenti che venissero a far il loro corso nella Capitale, o per altri secondo il beneplacito dei Superiore. In simile caso si offre un campo aperto per esercitare opere di carità a favore degli Oratorii, ospedali e delle carceri, scuole ecc.

3. Il Sac. Bosco è disposto di prestarsi in tutto ciò che può tornare ad onore e vantaggio dell'Istituto.

4. L'Istituto della Carità concorrerebbe per la fabbrica colla somma per es. di dodicimila franchi da versarsi in più rate: in principio - nella metà - sul finire dell'edificio.

5. Questa somma sarebbe garantita con ipoteca sopra il sito e sopra il corpo dell'edifizio.

6. Al caso di morte del Sac. Bosco, l'Istituto acquista la proprietà di una porzione di edifizio da fissarsi, oppure avrà diritto alla somministrata. Ciò nel solo caso che per via testamentaria non si sia altrimenti disposto a favore dell'Istituto.

Questo è il mio sentimento: noti però che il Governo e la Città, propensi per la pubblica istruzione, si mostrano favorevoli agli Oratorii, ed hanno già più volte dimostrato desiderio di stabilire scuole quotidiane in tutti tre gli Oratori: al che non ho ancora potuto aderire per mancanza di maestri.

Diciamo tutto in poco: è mia intenzione di procurare un vantaggio all'Istituto della Carità, col fare in modo che venga insensibilmente nella Capitale. Se ciò voglia il Signore, potremo farne la prova.

Intanto favorisca di salutare da parte mia l'ottimo Sig. D. Antonio Rosmini, mentre prego il Signore che ambedue Li conservi a pro della religione, in tante guise ai giorni nostri

ressa, e sono di cuore

 Di V. S. Car.ma e M.to Rev.da

Umil.mo Servitore

D. Bosco Giovanni.

 

 

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